Tuareg

In conversazione con Barbara Fiore sul suo ultimo libro, Tuareg.

di in: De libris
Fadimata

Fadimata

Nel suo ultimo libro, Tuareg (Quodlibet, 2011), l’etnologa Barbara Fiore riesce a realizzare un racconto che scavalca le pretese dell’antropologia e ricongiunge la scrittura alla sua natura poetica. Modulata su una tonalità bassa e blanda, la voce narrante imbastisce un’esecuzione corale che evoca un paesaggio e un popolo meravigliosi: il deserto africano e i nomadi berberi comunemente detti Tuareg. Le donne, i griots, i guaritori intonano un canto che, sullo sfondo dei cambiamenti politici e storici degli ultimi decenni, inneggia “alla bellezza e alla tristezza” (come dice la guaritrice Fadimata) di un popolo nobile e guerriero che sta scomparendo.

Tuareg è un libro unico nel suo genere, perché è un libro scritto da un’antropologa che non scrive come un’antropologa. L’ispirazione della scrittura di Barbara Fiore sono le voci dei Tuareg che ha incontrato e dei quali spesso è diventata amica, voci che adesso costituiscono la trama del suo racconto e fanno emergere la mitologia, le usanze e la vita di questi ex nomadi. Non si tratta di voci che documentano qualcosa, bensì di voci che raccontano una storia quasi fantastica, perché fantastico è sempre il pensiero dei popoli e dei suoi cantori: “Noi griots pensiamo che tutto sia rimasto come nelle nostre nobili usanze, mentre tutto è cambiato”.

Il cambiamento in atto da almeno cinquant’anni attraversa tutti i racconti dei protagonisti di questo libro, e li staglia in lontananza come personaggi di unpoema che, sulla scena sempre truce e brutale della Storia, tentano o sognano dirimanere eterni. È per questo che Tuareg assomiglia piuttosto a un racconto epico che a un libro di antropologia. Così la ricerca etnografica diventa anche l’occasione per riprendere il filo di una domanda sullo scrivere che ci riguarda molto da vicino: come scrivere dell’Altro – e dunque come scrivere tout court – senza cadere nel sentimentalismo, nel pietismo, nel compiacimento letterario, nel realismo giornalistico? Ma soprattutto: come scrivere per guarire dalla malattia di voler scrivere? Forse non è un caso che le figure centrali di Tuareg siano donne e guaritrici: “la buona parola”, scriveva dieci anni fa Barbara Fiore parlando dei Dogon nella Introduzione a un classico dell’etnologia, Dio d’acqua di Marcel Griaule, “è femminile e musicale, ed è ‘guardiana del fegato’, sede dei sentimenti”.

Poiché lo scambio e la collaborazione con Barbara Fiore vanno avanti da anni sulle pagine di Zibaldoni e altre meraviglie, in occasione dell’uscita di Tuareg le ho sottoposto i miei appunti di lettura, dai quali siamo partiti per redigere insieme un dialogo del quale presento qui una prima parte.

Ma c’è anche un altro motivo, alla base del presente scritto: è sempre bello ascoltare Barbara mentre racconta, senza sbavature, senza esibizioni retoriche, con grande nostalgia. [EDV]

 

ENRICO DE VIVO – Nelle prime pagine di Tuareg la voce narrante ci accompagna subito nella casa di Alì, ed è immediata la sensazione di paradosso di questa immagine posta a presentare un popolo – i Tuareg – caratterizzato da sempre dal nomadismo. Stanzialità obbligata, che però non cancella l’anima nomade, con tutto quanto di iperbolico e straniante ne consegue. È una gran bella invenzione del tuo sguardo, questa casa, che deve aver suscitato in te qualche ricordo particolare, legato forse anche ad altre esperienze. Mi citavi ad esempio la casa del tuo amico Ibrahim, con un bellissimo tappeto, al centro della grande sala, sul quale zampettavano due levrieri e una gazzella… Per noi occidentali la casa è ormai una tomba o una galera, invece pare che i Tuareg riescano a trasformarla in un luogo fantastico, dove viene voglia di fermarsi, non di scappare fuori.

 

BARBARA FIORE – La casa di Alì raccoglieva un insieme di persone in qualche modo collegate tra loro. “In qualche modo” ai nostri occhi, naturalmente, perché ai loro era perfettamente chiaro perché ognuno si trovasse lì. Il legami vanno molto al di là di quelli che noi consideriamo legami, sono di parentela, sono di appartenenza a una stessa frazione tuareg, sono di regione, sono di antiche alleanze e così via.

Io sono arrivata nella casa dall’aeroporto e invece che proseguire per l’altopiano dogon, dove dovevo andare e dove avevo lavorato precedentemente, mi sono fermata. Sebbene Alì ancora non lo conoscessi, la cosa è stata perfettamente normale perché “in qualche modo” anche io ero collegata. Nessuno mi ha mai chiesto se avessi bisogno di qualcosa, dove preferissi stare, cosa volessi mangiare, non c’è stata cioè nessuna delle forme che noi adottiamo con un ospite, non avrebbe avuto senso: anche io ero diventata parte dell’insieme. Nella casa c’era un movimento continuo, tutto un andirivieni… Io non facevo che tentare di fare ordine, di collocare ciascuno al suo posto per capirci qualcosa provando allo stesso tempo una fantastica sensazione di apertura, così come quando loro ripercorrono le parentele, mettendo in relazione gli individui per cui sembra sempre che tutti conoscano tutti. Appunto perché si è parte di uno stesso insieme. Una concezione di sé completamente diversa dalla nostra e che colpisce chi venga dal nostro mondo: si mangia seduti attorno allo stesso piatto, quando si ha sonno ci si mette semplicemente a dormire in mezzo agli altri, si sta accanto, non distanti, è normale che i corpi si tocchino. Questo mi ha fatto molto riflettere sia in Tunisia dove ho fatto la tesi che poi dai Dogon e dai Tuareg, perché ho potuto vedere dall’esterno lo schema dentro il quale nella mia cultura mi muovevo e lo schema, completamente altro, che mi accoglieva lì. La sensazione era di essere tornata all’infanzia, come fossi presa in carico, una sensazione molto confortevole, di accoglienza appunto, e non di costrizione ma di libertà. Le donne dogon reagivano con orrore nel sentire che da noi il neonato è separato dalla madre, messo in una culla: non siete che degli sciagurati, dicevano. E una delle cose che più turba i Tuareg è che da noi si viva da soli perché loro considerano l’isolamento una grave malattia, conseguenza di un attacco dei dèmoni, e la solitudine un’assenza di vita umana essendo i luoghi della solitudine abitati dai malefici esseri sovrannaturali.

Tu parli di casa come tomba, da noi, e i Tuareg di fatto così la vedono. Le pareti della casa in muratura chiudono, separano, mentre lo spazio cui ancora fanno riferimento è quello della tenda, aperto e immerso negli spazi aperti della natura.Quest’anno la mia amica Disco è venuta con il suo gruppo musicale in Italia per una seria di concerti. Dopo un mese gli altri rientravano in Mali mentre lei sarebbe rimasta da me ancora una settimana, per altri appuntamenti. All’aeroporto i saluti sono stati intrisi di lacrime: rimanere qui da sola, senza gli altri, in queste case silenziose… Nella stanza in cui dormivo nella casa di Alì, una piccola stanza interamente occupata da un materasso matrimoniale e da un materasso singolo stesi per terra, una notte ho contato: eravamo in undici. E un’altra notte, nella piccola corte, sulle stuoie stese all’aperto in trentadue. Eppure ho sempre fatto magnifiche dormite.

 

ENRICO DE VIVO – In Fadimata 2 si avverte uno stacco, secco forte deciso. Sembra il passaggio “dal bello al vero”, di leopardiana memoria. Quando tu incontri Disco (Fadimata) dopo 15 anni, dici che “era come se un’ombra fosse scesa su di lei”, e forse anche sui Tuareg, in fuga o dispersi. “Tutti sembravano malati”. Disco, l’entusiasta guaritrice giovanile, è diventata una donna che soffre di misteriosi mali che arrivano all’improvviso e la prostrano. L’impressione è che si tratti di qualcosa di simile alla depressione, benché tu poi sostenga che è solo nostalgia e lei stessa parli, quasi contraddicendosi, della necessità del cambiamento (“i nomadi devono trasformarsi”), lasciando le porte aperte a tutte le risposte.

 

BARBARA FIORE – Ho lavorato a lungo con i guaritori dogon e tuareg sulla concezione delle malattie e subito mi è stato chiaro che anche le malattie sono culturali. Ogni cultura ha le sue malattie e a seconda di chi siamo ci ammaliamo di mali diversi. Non posso dunque applicare il termine depressione se non a chi appartenga alla cultura della depressione. E tra i Tuareg la depressione non esiste come categoria nosologica. Fadimata non parla di depressione, parla di tristezza. Esiste la tristezza, esiste la nostalgia. La nostalgia viene molto evocata. Per esempio, accade molto spesso che conosci qualcuno e subito cominci a parlare entrando in un istante in una relazione di simpatia, di intimità quasi antica. E magari è solo un incontro fortuito, sei solo di passaggio. Dopo qualche minuto la donna, ad esempio, con cui stai parlando ti avrà preso la mano e la terrà tra le sue, si sarà molto naturalmente accostata col suo corpo al tuo, ti avrà carezzato i capelli e ti avrà già fatto un piccolo o un grande regalo, passandoti il filo di perline da nulla che porta attorno al polso o il suo bellissimo anello d’argento. E quando altrettanto rapidamente l’incontro finisce lei dirà che ha già nostalgia di te. “Ah! Come faremo senza di te? Come sarà la vita con questa nostalgia?”, mi disse in Mauritania la figlia della vecchia guaritrice Fadi quando partii.

Ma venendo a Fadimata, come non essere afflitti da questi sentimenti? Le attuali vicende del Mali, in guerra con il MNLA, un gruppo di ribellione tuareg che chiede la liberazione dell’Azawad, ossia del Nord del paese, hanno portato a fuggire dalle loro case più di centomila Tuareg nell’arco di pochissimi giorni, come già era accaduto in passato, negli anni ’90. Molti si trovano nel deserto, molti nei paesi confinanti. Disco si è rifugiata con i suoi tre figli nel Burkina Faso. Qualcosa che ha già passato e che di nuovo le capita. Quando stavo in Mauritania nel ‘92, una bambina tuareg di nove anni, Lalla, anche lei rifugiata e che stava spesso insieme a me, il giorno della mia partenza era pensosa. Mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare in India, le risposi di sì. Anche a me, disse. Allora ci possiamo dare un appuntamento, le proposi. “No, forse l’anno prossimo sarò morta e tu penseresti che non ho rispettato l’appuntamento”, disse salutandomi.

È questo costante sentimento di minaccia e di perdita che ha cambiato quella giovane entusiasta, Fadimata, nella donna che ha come un’ombra su di lei. E poi, chi non abbia vissuto nel deserto non può immaginare che allontanandosene si sarà definitivamente afflitti dalla nostalgia.

 

ENRICO DE VIVO – Il brano Il concerto, l’unico non intitolato a un personaggio, è in realtà una rassegna di voci, una partitura polifonica di racconti che arrivano da tutte le parti nel tentativo di affermare un’identità irrimediabilmente perduta. Anche il tuo libro sembra un canto corale, un antitrionfo, se così si può dire, dei nobili Tuareg, o meglio “della loro bellezza e della loro tristezza”. Come Fadimata e i suoi Tartit, mi sembra che anche tu creda molto nella sapienza musicale e narrativa come occasione per far viaggiare e andare lontano il sapere e i sogni.

 

BARBARA FIORE – Una volta, in Niger, dopo aver percorso per giorni con i cammelli una valle nell’Air, tornammo all’accampamento. Erano gli anni che precedevano i diversi fatti, siccità, carestie, guerre, che hanno portato alla decadenza del Tuareg. L’accampamento stava in una larga conca naturale tra le rocce: c’erano palme, un pozzo, piccoli orti coltivati a menta. Un posto di grande bellezza, con il tipo di tende di quella zona del Niger fatte di una struttura ovoidale di giunchi su cui sono posate le stuoie di copertura. Tutto era disposto in modo armonioso e tutto comunicava un senso di benessere e di stabilità. La sera fu acceso un grande fuoco e cominciarono via via ad arrivare i Tuareg con cui avevo viaggiato ma abbigliati ora con gli abiti della festa, sontuosi, di stoffe inamidate e fruscianti. I turbanti erano sormontati dagli amuleti d’argento, ognuno aveva al fianco la spada. Le donne indossavano la veste nera dell’Air, una corta camicia su una stretta gonna lunga, sulla testa un piccolo turbante anche questo nero, molto vezzoso. Nell’aria sentore di incensi con cui ci si profuma il corpo. E cominciò la musica accompagnata dai tam tam e dalla tehardent, la chitarra tuareg, e le danze che andarono avanti per tutta la notte. L’occasione era il ritorno dei viaggiatori.

Molti anni dopo, questa volta in Mali, andai a trovare una guaritrice nel suo accampamento. Le carestie si erano succedute, gli accampamenti erano sempre meno numerosi e sempre più in abbandono, i Tuareg andavano cercando di che vivere nelle miserabili periferie delle città. L’accampamento della guaritrice era poverissimo, fatto soltanto di tre tende, c’era appena qualche capra, tutto comunicava un senso di grande fatica, di perdita. Ma la sera la gente delle tende si è riunita: questa volta non c’erano abiti sontuosi, strumenti musicali erano i bacili di alluminio usati per il cibo, e le mani che si battono a tempo creando il ritmo. Fadimata, che era con me, ha intonato il primo canto e tutti l’hanno seguita. Le parole cantavano la bellezza delle donne, l’amore appassionato, i grandi eroi del passato, la grandezza dei Tuareg. Non c’erano fuochi accesi perché era una notte di luna piena. Il metallo dei bacili riluceva del chiarore, i Tuareg facevano festa alla luna. Quello che c’era intorno era scomparso, tutto era di nuovo magnifico.

Dopo i concerti, mentre finalmente si riposano e mangiano, i Tartit ricominciano a cantare, vanno avanti fino a tarda notte componendo i testi, provandoli su nuove armonie o riprendendo quelle del passato. Cantando parlano di tutto, degli animali, dei problemi sociali e politici, delle malattie da combattere, della speranza in tempi miglior, ma spesso il canto è una lista di nomi. Coralmente si evocano persone lontane, si tesse una trama che ribadisce i legami.

Tutti sanno danzare, tutti conoscono i canti. Strumento delle donne sono i tam tam e con questi e con le loro incitazioni in passato accompagnavano i guerrieri in battaglia. Le nobili suonano l’emzad, il violino tuareg, strumento del griot è la tehardent, la chitarra a tre corde. La musica, dicono i Tuareg, è un’espressione naturale.

 

ENRICO DE VIVO – Il racconto del Festival au desert sembra una visione o un miraggio. Il concerto dei Tartit (che vuol dire “Unione”) culmina nell’occupazione, da parte dei musicisti Tuareg, dello spazio del palco e dell’intera durata del concerto – di tutto lo spazio e di tutto il tempo. Pare così che si distenda sul deserto, per l’ennesima volta, la voce e lo spirito di questo popolo nomade e fiero. Tu racconti che l’idea di tramandare la storia dei Tuareg attraverso la musica, viene alle donne tuareg negli anni Novanta, in maniera quasi casuale. Come se fosse la cosa più naturale del mondo, quando si sta per morire o scomparire, intonare un canto.

 

BARBARA FIORE – Per andare a Essakane, dove si svolgeva il concerto di cui parlo nel libro, la strada da Bamako è lunga, ci vogliono più di tre giorni. Si risale verso il Nord costeggiando il fiume, poi ci si addentra verso Est. Arrivammo a Leré, un luogo di mercato in pieno deserto abitato da Tuareg, Arabi e Mauri, ossia dalla popolazione cosiddetta bianca: i Tartit erano nelle loro terre, quella sera avrebbero cantato e danzato per la loro gente.
Dei Tartit faceva parte Fatoumata Haidara, “Fatìm”, magnifica danzatrice, una presenza fondamentale nel gruppo. Fatìm non aveva viaggiato con noi, era a Leré nella sua famiglia. Era infatti molto malata, tutti sapevamo la gravità delle sue condizioni e che non c’erano speranze, né ancora molto tempo. La sua malattia era attribuita a stregoneria, si era tentato di tutto, ora era evidente che non si riusciva a combatterla nonostante tutti i sacrifici e i rimedi consigliati dagli specialisti di quei mali e le continue benedizioni dei marabouts della sua famiglia. Anche per la medicina occidentale era incurabile.

Con l’agente musicale dei Tartit, Michel, un belga che l’aveva fatta ricoverare a più riprese in ospedale durante le sue tournées in Europa, siamo andati nella casa dove si trovava. Fatìm era una giovane donna di grande bellezza, alta, con la pelle chiarissima degli appartenenti alle frazioni più nobili, molto dolce, molto sorridente, non riuscivo a capacitarmi che fosse ridotta in quello stato. In quei giorni aveva avuto una terribile crisi e le sue condizioni erano tragiche. Stava circondata dalla sua famiglia in una stanza torrida, nessuno sapeva più cosa fare, le davano rimedi tradizionali che non servivano a niente.L’abbiamo subito caricata in macchina e portata nel piccolo dispensario locale, bisognava assolutamente bloccare i sintomi, idratarla. Il medico era un uomo gentile e disperato, non disponeva di nulla, il dispensario era praticamente vuoto. Per puro caso, anzi per un errore della farmacista in Italia, avevo con me un farmaco che in quel momento le era indispensabile. Non mi ricordo più come riuscimmo a trovare il necessario per una flebo, il liquido l’avevamo versato in una bottiglia di plastica che Michel teneva sollevata in alto. Stavamo lì nella corte del piccolo dispensario, i ratti giravano tra i materassi e le stuoie su cui stavano stesi, a terra, i malati. Fatìm era consapevole di essere quasi alla fine, la sua mano si teneva aggrappata alla mia con una stretta fortissima.

Poi lentamente è stata meglio, c’era un meraviglioso tramonto, sorrideva, l’abbiamo riportata dalla sua famiglia.

Intanto nella casa ai margini del villaggio dove eravamo ospitati i Tartit si stavano preparando per il concerto, erano tesissimi, per il luogo dove si sarebbero esibiti, una grande prova, e per Fatìm di cui nessuno, come sempre quando c’è qualcosa di molto grave, faceva parola. Ogni tanto tra le cantanti esplodeva una lite furibonda, c’era chi scoppiava in lacrime… E all’improvviso è arrivata la notizia. Le voci, concitate, emozionatissime, la facevano rimbalzare da uno all’altro: Fatìm quella sera avrebbe danzato.

Nella piazza del concerto c’era una folla enorme, grida di richiamo, trilli di gioia. I Tartit sono arrivati, le luci si sono spente, lo spazio centrale è stato illuminato, accordi degli strumenti, poi le voci hanno intonato il primo canto. Fatìm era là, seduta tra i suoi musicisti, truccata e splendente, irriconoscibile rispetto a poco prima, con l’acconciatura d’argento e di agate sui capelli intrecciati, il sontuoso vestito bianco e indaco. Cantava. Poi si è alzata e ha cominciato a danzare, a ruotare nello spazio, lei sola, come non toccasse terra, lieve, meravigliosa. Sconvolgente. Danzava per la vita che le restava, per il deserto, per la sua gente. È stato il suo ultimo concerto.

 

ENRICO DE VIVO – Tuareg si chiude con l’incontro con il misterioso Suleyman, che a me ha ricordato gli incontri di Marcel Griaule con Ogotemmeli in Dio d’acqua. Suleyman è un alfaqqi, cioè un mediatore tra ordine umano e sovrannaturale, come Ogotemmeli è il depositario di una sapienza sacra. Il fascino esercitato da Ogotemmeli su Griaule è evidente, nel tuo libro forse è un po’ nascosto, ma un buon lettore riesce a scorgerlo. Quando dico “fascino” intendo qualcosa che ha a che fare con le malie e la magia, qualcosa forse di quasi incomprensibile per noi occidentali. E per te?

 

BARBARA FIORE – Griaule aveva lavorato per anni tra i Dogon, lui con la sua scuola di studiosi, una messe impressionante di dati era stata raccolta e erano stati pubblicati saggi su saggi, libri fondamentali, erano stati fatti film, fotografie… Al termine di quella perlustrazione a tappeto, Griaule ha scritto Dio d’acqua al cui centro c’è il vecchio Ogotemmeli. Il libro è una fantastica costruzione letteraria in cui si sente perfettamente l’ambiente intellettuale e artistico di provenienza, la Parigi di quegli anni, la scoperta folgorante dell’esotico, le avanguardie, il surrealismo eccetera eccetera. Ma si coglie anche una quantità di altre cose, che si possono riassumere in questo: l’incontro con un pensiero diverso e il fascino (che mi viene da definire drammatico) che l’evento esercita su chi lo sperimenta. Ogotemmeli, persona reale i cui figli e discendenti vivono oggi nel villaggio di Sangha sulle falesie dell’altopiano dogon, riassume in sé ai miei occhi tutti gli incontri che Griaule precedentemente aveva avuto e la sua personale e conclusiva riflessione su quanto aveva visto e ascoltato.

Suleyman è stato il caso a farmelo incontrare. Così come tutti gli altri, dogon o tuareg. A un certo punto succede che ti trovi di fronte a qualcuno che comincia a raccontarti una storia la quale ti obbliga ad entrare in un’altra visione delle cose e dunque a cambiare la tua. Un po’ come quello che dicevo, rispondendo a un’altra domanda, a proposito del contatto tra persone: di colpo ti rendi conto che c’è un altro modo, infinitamente distante dal tuo, di considerare la realtà. Il vecchio indovino dogon di Tegourou mi raccontava di come avesse passato mesi sott’acqua nello stagno, tra i geni nommò che le abitavano, i quali gli avevano dato quel sapere che gli consentiva di leggere nelle conchiglie quel che sarebbe successo. Maretu parlava con le tortore e traduceva per me quello che le tortore le dicevano. I geni stavano seduti sulle sue spalle, le sussurravano quel che doveva fare: segni caduti dal cielo, una moneta, un piccolo pezzo di tessuto, una “pietra di tuono”, le avevano indicato il suo destino. Ana, vecchissimo e piccolo come uno gnomo, leggeva nelle braci per sapere quale demone affliggesse quel malato, era un grande guaritore, curava il morso dei serpenti, aveva il dono di proteggere i luoghi cacciandone gli esseri malefici che li abitavano. Parlava, come se fosse lì tra di noi, di Kellem che soave e tranquilla assiste al parto, il viso poggiato alla mano, la veste verde come le erbe dello stagno, essere benefico visibile solo agli iniziati. Il vecchio ortopedico, la cui famiglia era segnata da un’antica stregoneria, parlava con le piante: scompariva per giorni e giorni in luoghi lontani, tra alberi e rocce, ogni tanto mandando il suo cane al villaggio perché gli riportasse, in un piccolo involto attaccato al collare, il tabacco da fiuto. E quando tornava riprendeva come se niente fosse il suo lavoro dei campi. E poi l’indovino che leggeva le tracce lasciate dalle volpi, e i tanti che curavano con le scritture talismaniche e chi lasciava offerte di cibo in un minuscolo vasellame ai piedi delle piante di cui aveva raccolto le foglie per preparare le sue medicine… E infine Suleyman, che vive nel villaggio dei demoni nel deserto del nord.

Quel che accade allora è che a un certo punto tu semplicemente capisci che devi smettere di tradurre (perché la tentazione iniziale è quella di semplificare, di riportare a te, cioè di fare di ogni narrazione, di ogni essere sovrannaturale, di ogni visione, una metafora di qualcosa che ti è noto) e devi lasciarti andare. Affinché quel pensiero così distante dal tuo diventi plausibile. Plausibile, comunque, quanto il tuo.