La prima volta che sono stata a una estate sale

di in: Le prime volte (0)
Fotografia di Francesca Andreini

Fotografia di Francesca Andreini

Non sapevo cosa aspettarmi. Qualcuno mi aveva parlato di questo uso a me sconosciuto, che invece qui è all’ordine del giorno, di mettere in vendita le parti mobili dentro il bene immobile. Se cambi casa e devi liberarti dell’arredamento diventato inutile fai una estate sale. Se sei vecchio e devi racimolare soldi per trasferirti in un pensionato fai la estate sale. Se ti muore un familiare e vuoi sbarazzarti degli oggetti del caro estinto fai una estate sale.

Doveva essere quest’ultimo il caso in cui mi sono trovata durante la mia prima volta.

Il giardino mi ha accolto coi rami penzolanti di un albero non potato da chissà quanti anni. E le siepi scavate dal vento e dalla neve, un barbecue arrugginito, un’altalena col legno spaccato e la corda  opaca.

Avevo la vaga impressione che significassero qualcosa, ma non capivo cosa.

Nella veranda c’erano piantine aromatiche in piccoli vasi sbucciati. Bottiglie di vetro accumulate dalla poca energia di buttarle via. E un vecchio, seduto su uno sgabello, che controllava attento il via vai della gente e le macchine parcheggiate su quel che restava dell’erba. A tenergli compagnia aveva, accanto, una struttura di scaffali di ferro corrosi dall’umidità.

Dalla porta sono entrata direttamente in cucina, dove ogni ripiano di tavolo, fornello, mobile, era ricoperto da colonie di oggetti. Pentole, piatti, apparecchi elettronici, confezioni di cibo iniziate, confezioni integre. Ognuno fuori posto, senza più utilizzo in vista, come transfughi senza documenti, buttati su un terreno che non gli appartiene e momentaneamente senza scopo…

Ognuno degli oggetti aveva un suo piccolo cartellino appiccicato addosso e una cifra irrisoria di dollari scritta sopra.

Ho sollevato una pentola di una forma e un colore che da tempo avevo in mente di comprare, proprio quella. Dapprima me la sono rigirata fra le mani, contenta. Poi ho notato che aveva lo stesso tipo di usura in certi punti e di annerimento in altri, lo stesso tipo di piccola fitta quando è caduta, che hanno le mie pentole, che uso tutti i giorni. Quella pentola qualcuno l’aveva usata tutti i giorni, e non ero io.

L’ho rimessa giù e sono andata nella stanza vicina. Non ho toccato più niente, ho solo guardato.

Nella sala da pranzo ho visto il legno lucidato e le forme stondate che appartengono ai mobili delle case di ogni nonna, al di là e al di qua dall’oceano. E poi gli stessi centrini ricamati, gli stessi soprammobili di ceramica e argentati. Gli stessi quadri con i paesaggi semplificati da qualche pittore che cercava l’impressionismo.

Fra il tavolo e il comò, fra la vetrinetta e il tavolino treppiedi, emergeva il vuoto di qualche mobile che aveva già trovato un nuovo padrone, e aveva abbandonato i compagni. Le sedie di un tavolo da pranzo ovale, scuro e lucido, ad esempio, lo avevano lasciato solo, scoperto, facendogli perdere l’aria conviviale. Ridotto a una specie di isola persa in mezzo alla stanza, se ne stava ricoperto di tante scatoline di cartone con dentro gioielli dove il bagno nel metallo prezioso, usurato, se n’era andato dai punti di contatto fra l’oggetto e il corpo che lo aveva indossato.

Ho proseguito nella stanza accanto, il salotto.

Dove gli oggetti c’erano ancora tutti, ma avevano perso chissà da quanto il loro utilizzo. La macchina da scrivere con la polvere a strati. Una radio grande come un comò e altrettanto muta. Un giradischi color rotaia di treno, dove imprigionati nei meccanismi della riproduzione immaginavi voci e musiche così vecchie da farti sentire improvvisamente estraneo al giradischi, al salotto, alla casa. Un viaggiatore del tempo, ti sentivi; escursionista in un passato di colpo presente, invasore di melodie che avevano avvolto persone e luoghi, momenti, sensazioni che non c’entravano niente con te.

Mi sono allontanata dal giradischi ma la sensazione di estraneità è solo cresciuta. Guardando il divano troppo ordinato di chi ci tiene al decoro più che alla comodità. Un pagliaccio di ceramica, un vaso pieno di rose rosse di plastica, un portacenere enorme, il tappeto coi colori sbiaditi.

Cose che erano state messe lì anni prima, durante un pomeriggio piovoso, di ritorno da una gita romantica, dalle spese con un’amica, da neosposa, neomamma, neopensionata o forse sempre signorina, precisa e un po’ gialla di fumo, oppure logorroica e simpatica, svampita, viaggiatrice, chissà.

Cose comprate o ricevute in dono, ma che erano state tutte messe lì tanto tempo prima. Prima del rallentamento, della decadenza, prima del bisogno di vendere. Prima della morte. Avevano condiviso in segreto quegli spazi con la loro padrona e adesso venivano frugate dagli occhi di tutti.

La camera da letto coi vestiti un po’ larghi e usurati. Le coperte e le tende con lo stesso odore polveroso e cipriato di tutto il resto.

Il bagno con gli asciugamani di pizzo per fare figura e con gli asciugamani di spugna per tutti i giorni. Oggetti da toilette, tappetini. La boccetta di profumo quasi finita.

Sono uscita passando accanto a una donna che, seduta a un tavolo, segnava gli incassi, prendeva i soldi e dava i resti.

Sono uscita e la casa da dietro le mie spalle mi continuava a emanare, a sospirare, quasi indicando, qualcosa che finalmente ho capito. Era un lamento funebre, la partecipazione a quell’ultimo atto di un decadimento iniziato tanto tempo prima, quando le porte e i pavimenti, i tavoli, i gioielli e la radio avevano ancora la loro funzione e qualcuno che ne fruisse. Poi sempre più piano, sempre più lentamente, più debolmente, fino a cessare.

Ora di nuovo nel trambusto del movimento, all’improvviso, la casa, gli oggetti, il giardino e i mobili parevano tristi di come va la vita nel mondo di noi esseri umani, che ci riempiamo di cose e poi ci spegniamo, le trascuriamo, e alla fine le abbandoniamo.

Sono salita in macchina e partita per altrove.

E mentre guidavo continuavo a cercare di  collocare questa forma di commercio minimale nella patria del consumismo, e non ci riuscivo. Come non riuscivo a capire lo sbraco, lo scempio di ogni pudore e di ogni decoro nel frugare fra oggetti così intimi come lettere e videocassette, biglietti d’auguri, cartoline ricordo. Nella patria del riserbo, della vita recintata da palizzate invisibili fra gli individui, fra le casette, fra i quartieri. Com’è possibile che tutto cessi con la morte di una persona? Di colpo finisce il senso di come ha vissuto? Di colpo cadono i valori che l’hanno accompagnata fino alla fine? Via tutto il riserbo, il rispetto. Entro e cerco, scarto, mi impossesso. È questo il senso nascosto delle estate sale? Una ribellione, una rivalsa, una valvola di sfogo per uno stile di vita troppo controllato?

O forse si tratta di far finta di ignorare che non si passa tutti da lì, forse è il tentativo di dissacrare il momento in cui si deve lasciare indietro tutto, di affidare alla mercé degli altri la nostra casa e il nostro giardino?

Sia quel che sia, sono tornata a casa con l’impressione di essermi fatta un po’ male.

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