Pasquale e Rosalia. Una storia di emigrazione

di in: Radici e dedali (0)
Dal film "Mancanza" di Stefano Odoardi (foto di Stefano Odoardi)

Dal film "Mancanza" di Stefano Odoardi (foto di Stefano Odoardi)

Pasquale e Rosalia emigrarono in Germania alla fine degli anni sessanta.

Erano ancora abbastanza giovani, laboriosi, e pieni di buona volontà.

Vennero assunti come semplici operai in una fabbrica di cioccolata, ma ognuno per conto suo aveva talento da vendere e si sarebbe meritato molto di più.

In Italia, a C., vicino a Bari, avevano lasciato tre figli in casa della cognata e non sognavano altro che di lavorare per tornare poi con il gruzzolo al paese.

Lavoravano in turni alterni, per cui si vedevano poco, solo al finesettimana, e mantenevano questo ritmo tutto l’anno in vista dell’estate, quando per un breve periodo arrivavano i figli in vacanza. In tal modo c’era sempre uno di loro in casa che sorvegliava che non dessero disturbo ai vicini.

Nonostante queste difficoltà Pasquale e Rosalia erano una coppia molto affiatata e visibilmente felice di essersi scelta. Anche nell’aspetto, pur nella loro semplicità, erano ben assortiti. Lei minuscola, aggraziata, nera di capelli e di occhi, con una carnagione tra il cereo e l’olivastro che la faceva sembrare spesso reduce da un’itterizia.

Lui compatto, la bella testa volitiva e tanti capelli forti e folti tra il castano e il rossiccio, che per un po’ furono anche l’orgoglio di un Friseur del posto, a cui Pasquale fece da modello. Lavorando su quel materiale di primissima qualità, ‘italiener Haare!’il parrucchiere riuscì persino, con un taglio scolpito sulla testa di Michele, a vincere il primo premio a un concorso regionale.

Rosalia quando pronunciava il nome del marito lo faceva sempre con orgoglio, e Pasquale nominava quello di lei come fosse sempre molto importante. Del resto tutto quello che diceva Pasquale sembrava importante. Parlava molto, con una voce grossa e decisa, in un italiano alto, ma grammaticalmente e concettualmente ingarbugliato. Si faceva fatica a seguirlo e spesso a capire quello che voleva dire. Ma per fortuna il suo punto di forza non era il dire ma il fare, e Pasquale credeva in quello che faceva.

Orto e giardino erano la sua passione. In un fazzolettino di terra preso in affitto tra gli Schrebergärtner, riusciva, dopo il lavoro in fabbrica, a farvi crescere tutte le sorta di verdure, anche le più italiane, a sentire altri, incapaci ad attecchire in Germania. Il suo piccolo giardino era per tre stagioni all’anno carico di fiori. Con grande perizia potava gli alberi, e i tedeschi lo stavano a guardare: da un pasticciato groviglio di rami tirava fuori un intreccio armonioso e leggero, tanto che l’albero era bello d’estate e bello d’inverno, quando rendeva visibile la sua trama interna.

Pasquale potava da solo, cosa che pochi sanno fare. Si sedeva a una certa altezza su un ramo forte al centro dell’albero e di lì, come un vero artista, studiava le proporzioni. Aveva una forbice agile e felice che sotto le sue mani sembrava che cantasse. E per diverse stagioni le sue piante si mantenevano così come Pasquale le scolpiva in quei giorni.

Allevava famiglie di conigli alloggiate in una casetta del giardino, c’erano gabbie e persino un recinto dove potevano saltare e allora non sembravano più conigli ma leprotti. Pasquale uccideva anche le sue bestie, quando erano pronte. Le aveva allevate per questo e lo faceva sempre a regola d’arte, come in un rito antico. In silenzio e dignità si allontanava e ricompariva dopo un po’ con l’animale penzolante dalla mano.

Rosalia, da parte sua, era sarta. Anche lei dopo il lavoro in fabbrica cuciva e aggiustava gonne e vestiti a un numero imprecisato di donne tedesche. Ma la sua maggiore ambizione era ricamare, lavorare all’uncinetto e fare cose imprevedibili. Le piaceva stupire con la forma di un cuscino che si inventava lei, con qualche bordatura speciale, con tovaglie traforate. Si divertiva lavorando.

La loro casa, quelle poche volte che ci sono andata, mi lasciava perplessa.

Era fredda, con le cose strettamente necessarie tutte ammassate, un solo angolo libero con lo specchio per le donne che venivano a misurarsi gli abiti, e pile di cataloghi di moda tedesca da cui copiare i modelli.

Il loro letto, grande, era addossato all’unica parete libera di una stanza buia, il resto erano scaffali con barattoli di marmellate, bariletti per il formaggio o il latte da cagliare, olio portato da Bari in lattine da benzina da distribuire a colleghi di fabbrica, italiani e tedeschi.

La loro coppia funzionava anche così in questa specie di magazzino. Loro non se ne accorgevano, le loro gratificazioni le avevano fuori casa e forse proprio questo squallore e questo freddo facevano da garanzia di provvisorietà in terra tedesca.

Eppure in quei quattordici anni che Pasquale e Rosalia si fermarono in Germania, vennero operati, una volta uno, una volta l’altra, almeno cinque o sei volte. Dopo una breve pausa, non sapevo nemmeno come avvenisse, già lei era in clinica per un’ovaia, lui per un’ernia, lei per l’appendicite, lui per la prostata, e così via per cose serie e meno serie. Dopo qualche settimana tornavano a casa come nulla fosse stato, lei solo un po’ più gialla del solito, lui facendo dei segni con la mano come per dire che era meglio non parlarne. Forse voleva anche significarmi che non era sempre stato d’accordo coi medici, ma né con me, né tanto meno con loro gli era riuscito di articolare le sue obiezioni.

Pasquale era anche un grande autista. Al volante di una macchina di piccola cilindrata riusciva in una tirata ad arrivare fino a Bari in meno di 24 ore, passando indenne attraverso ingorghi, nubifragi e incidenti altrui. La macchina era carica quando andavano giù, di elettrodomestici, televisori, rasoi ecc. E ancora più carica quando tornavano su: oltre a incredibili provviste di generi alimentari e prodotti naturali per sé e per gli amici, c’erano anche i tre bambini, e il tempo impiegato era lo stesso.

Un anno tornarono dalle ferie in Puglia visibilmente scossi e malconci. Mi raccontarono che Pasquale aveva avuto frequenti attacchi di asma che si aggravavano in modo allarmante quando andavano al mare. Tanto che, con l’aumentare dei sintomi, Pasquale, Rosalia e figli dovevano tenersi indietro sulla spiaggia per non essere osservati dagli altri. Erano questi, amici e conoscenti del loro paese che sotto l’ombrellone o in acqua giocavano, ridevano, si divertivano, mentre Pasquale quasi non riusciva a tirare il fiato; o tutt’al più, sollecitato dalla famiglia, si trascinava fuori della macchina, per rifugiarvisi subito dopo in preda a un attacco.

Raccontavano queste cose come una disgrazia inspiegabile. Poi lentamente tra le loro parole si fece strada la verità. Era il confronto che faceva venire l’asma a Pasquale, il confronto con i compaesani, i quali senza aver bisogno di andare in Germania erano lì a divertirsi, senza avere una casa simile a un magazzino avevano la macchina per andare al mare, senza aver dovuto staccarsi dai figli potevano fare e facevano con grande naturalezza, tutto quello che a Pasquale e Rosalia era costato e costava tanto sacrificio.

Da quel viaggio tornarono prima del previsto e una volta tornati a Pasquale l’asma passò. Da quel momento silenziosamente cominciò a lavorare in loro il tarlo che la Germania non fosse necessaria.

La loro vita riprese come prima ma forse più frequentemente di prima parlarono di tornare in Italia per via dei figli che crescevano e non si potevano più affidare ad altri. Ma dicevano tutto con calma. Forse da allora i racconti di Pasquale sulle case e sulle ville del suo paese d’origine divennero ancora più mirabolanti: non c’era oggetto a casa mia, ma neanche in tutta la Germania, che reggesse il confronto con C. in particolare e con l’Italia in generale. Mi ero fatta di C. l’idea di un paese di magnati, di case lussuosissime, di gente benestante, elegante e moderna.

Decisero di tornare in Italia. Fino all’ultimo svolsero tutte le loro mansioni, poi disfecero la casa, si organizzarono il viaggio e sorridenti partirono e sparirono.

Dopo qualche anno di silenzio, di passaggio per Bari, arrivai io a C. e feci visita a Pasquale e Rosalia. Li trovai con i figli, tutti insieme a fare mucchio, in un alloggio di una via nuova e anonima. L’alloggio, che è di loro proprietà, era questa volta tutto ammobiliato, fino negli angoli. Dall’arredamento si capiva che erano stati in Germania. Le poltrone grandi e comode di tipo tedesco erano disposte in cerchio come si fa lassù, e loro erano molto orgogliosi che io lo avessi notato. Mi offrirono bibite e dolcetti, i figli sempre in piedi e sorridenti in perfetto accordo con i genitori.

Anche la seconda casa di Pasquale e Rosalia mi lasciò perplessa.

Fuori, appena uscita da quella via di case nuove, mi trovai su un grande spiazzo di terra battuta con pozzanghere sparse e tracce di selciato sconnesso. Più in là un distributore di benzina dominava un incrocio di strade desolate e per quanto mi sforzassi con lo sguardo a trecentosessanta gradi non incontravo nemmeno una di quelle case meravigliose, di quelle donne eleganti di cui Pasquale mi aveva tanto parlato.

È passato altro tempo e in un giugno degli anni novanta Pasquale e Rosalia e figli sono tornati per qualche giorno in Germania. Sono arrivati su una macchina di buona cilindrata, come sempre carica di olio, taralli e formaggi.

Pasquale e Rosalia non sono né cambiati né invecchiati. Lui mi raccontò di lavorare presso un proprietario terriero e col suo solito modo ingarbugliato ha tentato di chiarirmi i motivi per cui non si è messo in proprio. Rosalia bada alla casa e ai figli con la solerzia prevedibile ora che sono l’unico oggetto delle sue cure.

Hanno una grande nostalgia della Germania, e sono riusciti a inculcarla anche ai figli che di ricordi proprii hanno solo quelle poche settimane all’anno, passate in un alloggio stipati e zittiti dai genitori per via dei vicini.

Insieme parlano come se la Germania fosse la terra prediletta a cui vorrebbero, se potessero, tornare. Come se il paese dove hanno conosciuto soltanto sacrifici avesse lasciato in loro un sentimento di ordine, di affidabilità, di sicurezza che in Italia non hanno trovato.

Dei due figli il primo, piccolo e tarchiato, è entrato nei carabinieri e si capisce che farà carriera. Ha più di tutti la testa del padre. Il secondo, il bello della famiglia, incredibilmente alto rispetto agli altri, è ancora disoccupato e per non stare con le mani in mano aiuta il padre nell’azienda dove questo lavora, ma senza la voglia né l’arte del padre.

La figlia è sempre l’identica bambolina di quando di anni ne aveva sette o quindici. Dolce, riservata, racconta che non lavora perché a Bari le ragazze che lavorano corrono grossi pericoli. Se ne sta in casa, fa lavori di ricamo che non servono per il suo corredo e che non pensa di vendere. Noi siamo noi – dice Rosalia con la voce appena un po’ più alta del solito – e non abbiamo bisogno di nessuno!

E come per dare sostegno a queste asserzioni, farmi capire tangibilmente quanto fosse pericoloso per una ragazza andare a lavorare a Bari, si misero, all’inizio tutti insieme, a raccontarmi una storia di cui Pasquale ben presto prese in mano il bandolo, mentre tutti gli altri annuivano. E a questo punto dovetti fare più che mai i conti con l’italiano di Pasquale, già più volte menzionato, ripetendo a me stessa, come un alibi, che non sempre, anche in passato, ero riuscita a capire quello che lui voleva dire.

Infatti la veridicità dei fatti raccontati sfugge a ogni controllo. L’unica cosa certa è che dalla bocca di Pasquale alle mie orecchie rabbrividenti è giunta questa storia:

In una delle vie più affollate di Bari si trova (o dovrei dire si troverebbe?) un grande negozio di abbigliamento, su più piani. I clienti entrano, guardano, comprano e se ne vanno, ma… non tutti. Alcuni sembra non ne escano più.

È il caso di una ragazza accompagnata dal fidanzato, la quale, alla ricerca di un vestito, segue, incauta, il commesso al piano inferiore. Sembra che il commesso, che vi conduce soltanto clienti che compaiono da soli, non avesse notato l’accompagnatore della ragazza.

Quest’ultimo dopo lunghissimi minuti di attesa si indispettisce, comincia a fare rimostranze, ad alzare la voce, a insistere per raggiungerla, a incamminarsi anche lui giù dalle scale: atto che gli venne drasticamente impedito da uno o più commessi. Volano cazzotti, ma alla fine il giovanotto si scaraventa giù e ancora in mezzo alla colluttazione apre una porta che gli spalanca davanti una moderna sala operatoria perfettamente attrezzata per esportare, nel vero senso della parola, organi ai malcapitati clienti, da vendere ad altri malcapitati che attendono altrove.

Sembra che gli organi da asportare siano sempre più di uno, e non mi fu da Pasquale riferita la fine che fa il resto del cliente. E beninteso, soltanto la tenacia e l’audacia di un fidanzato esasperato dall’attesa ha potuto mettere in luce un traffico di questo genere.

Così parlò Pasquale.

L’efferatezza della storia raccontata non influì per nulla sui discorsi successivi. Si fermarono ancora un po’ in casa mia – avevo preparato un piccolo Abendbrot, la cena fredda dei tedeschi – poi sorridenti si accomiatarono col loro solito “Ciao, signora”.

In Germania si fermarono in tutto cinque giorni. Poi Pasquale, Rosalia e figli ripartirono, con l’animo di quando, anni prima, lasciavano l’Italia.

 

NOTA BIOGRAFICA

 

Marisa Fenoglio, originaria di Alba, vive dal 1957 in Germania, dove si è stabilita la sua famiglia. Ha scritto Casa Fenoglio (Sellerio, 1995) e Vivere altrove (Sellerio, 1997), Mai senza una donna (Sellerio, 2002), Viaggio privato (Araba Fenice, 2004) e Il ritorno impossibile (Nutrimenti, 2012).

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