Un estratto da Una disperazione confusa

Una disperazione confusa di Pietro Altieri è il primo ZiBook della collana Lontananze prodotto da Zibaldoni e altre meraviglie, acquistabile qui sul sito e su tutti gli store online a 5,99 euro. Presentiamo di seguito i primi due capitoli del libro, che, grazie alla sua forma frammentaria, può essere letto come uno studio poetico e filosofico della nostra mente nell’epoca in cui cambiano a ritmo martellante i modi di circolazione delle parole e i meccanismi di affioramento delle immagini.

La copertina dello "ZiBook" di Pietro Altieri

La copertina dello "ZiBook" di Pietro Altieri

1. ZAPPING TRA LUOGHI E TEMPI

“Quello che si è vissuto non c’è modo di aggiustarlo, né di pulirlo, né di buttarlo”.

 

Sono ancora sconvolto. Non so più cosa pensare.

Stamattina è successo qualcosa di veramente strano, che mi ha turbato molto.

Sono uscito di casa di buon’ora indossando la mascherina protettiva, come al solito in questi ultimi giorni. L’aria è grigia e pesante. La Nube Tossica ha raggiunto anche la nostra città. Si dice che sia esplosa una centrale nucleare a 300 chilometri di distanza, ma le Autorità hanno subito rassicurato la popolazione: non ci dovrebbero essere rischi di contaminazione. Gli esperti intervistati al Telegiornale hanno categoricamente escluso pericoli imminenti. La mascherina è solo una misura precauzionale, del resto non è che un filtro, utile tra l’altro anche per evitare di inalare troppo smog o le polveri sottili dei gas di scarico. Comunque, prima ancora di uscire in strada, già nell’atrio del palazzo, è capitato un piccolo episodio che mi ha sgradevolmente sorpreso. Ho incrociato il mio vicino di pianerottolo con il quale ho rapporti più che cordiali, direi quasi amichevoli, l’ho salutato espansivamente, come sempre, ma lui ha tirato dritto, senza degnarmi di uno sguardo, come se non mi conoscesse, non mi avesse mai visto, immerso nei suoi pensieri come un sommozzatore sott’acqua. Mi sono voltato stupito a guardarlo mentre si allontanava, non riuscivo a capacitarmi che non mi avesse riconosciuto.

“Mah, avrà i suoi problemi anche lui, come tutti noi” – mi sono detto, e sul momento non ho dato troppo peso alla cosa, anche se un po’ c’ero rimasto male.

Una volta in strada però la faccenda si è fatta più inquietante. C’era il solito traffico impazzito, all’incrocio all’angolo, la gente isterica, esasperata, i clackson e le sirene che tranciavano come proiettili l’aria densa, i pedoni trafelati che acceleravano il passo, ma stavolta c’era un piccolo, banale particolare che stonava con tutto il resto: le persone sui marciapiedi di punto in bianco camminavano all’indietro. Anche le auto e le moto, gli autobus, anche il traffico, tutto scorreva all’indietro, come un fiume che improvvisamente inverte il suo corso, come un film proiettato al contrario. E non ricordavano più dove andavano, avevano perso la memoria, tutti insieme, simultaneamente, e continuavano meccanicamente a muoversi a ritroso, con gesti automatici, lungo itinerari misteriosi e imprevedibili, come in un sogno, anzi, in un incubo.

Il cammino era un succedersi ininterrotto di sbandamenti, di piccole cadute abortite, un obliquo oscillare tra cielo e suolo.

Si urtavano, inciampavano, cadevano, si rialzavano e continuavano a retrocedere, come sonnambuli, senza perdere l’orientamento apparente, senza dar segni di insofferenza, di sorpresa o di panico, assolutamente “normali” e abitudinari, come mossi da un’invisibile corrente interna, sempre procedendo all’indietro, con lo stesso ritmo sincronizzato, come in un paradosso logico o in un quadro di Escher.

 

*          *          *

 

“Ci hai fatto caso? C’è un dolore strano nel suo sguardo…”

 

Bevve un sorso d’acqua dalla bottiglia. Si asciugò le labbra col dorso della mano.

Poi si accese una sigaretta, aspirò voluttuosamente una boccata di fumo e si allontanò sotto una pioggia sottile, a passo lento.

Non c’erano autobus. E comunque il cane non l’avrebbero fatto salire.

 

Avrebbe potuto essere chiunque o nessuno.

Camminava da solo, con le mani in tasca, la barba ispida, lungo strade interminabili, sprofondato nei suoi pensieri, impermeabile agli agenti atmosferici e a ogni variazione di pressione. Continuava a rimuginare un pensiero fisso, fino all’ossessione.

“Cammini fino alla fine del mondo e poi scopri che dovunque c’è già stato qualcuno”.

 

Qui. Cuore che pulsa, dietro le inquadrature, 24 ore su 24, muore e riappare sul display.

Fari antinebbia, insegne luminose, parabrezza, pulsazioni, ambulanze, ansie, euforie. Là fuori, pensieri che evaporano, come strati di fumo nell’aria incolore, appena nati. Ronzìo incessante di voci nel cervello, lampi, impulsi, immagini sfocate, teste vuote come lavagne cancellate.

Campi magnetici, passi frenetici, riflessi condizionati, inerziali automatismi mentali, sospetti, sospiri. Sorrisi pubblicitari, ektachrome, su schermo panoramico, da tutti gli edifici, IBM, TDK, Toyota, Coca-cola – guarda, osserva, assorbi.

Ora fermati e respira.

Tutto il Futuro in faccia, da inalare, democratico, disponibile, bio-degradabile: Mercato Globale, il pianeta intero, in offerta speciale, a tre gradi centigradi, 70% di umidità, nuvole basse, negozi aperti, Visa, American Express, Sony, Mitsubishi.

Antenne satellitari, cellulari eternamente accesi, ad ogni orecchio, ad ogni incrocio, Station wagon, Jeep Cherokee 4×4, all’ora di punta, duemilaeotto dopo Cristo, sportelli Bancomat, profili arabi, orologi svizzeri, ristoranti cinesi.

Sotto una pioggia grigia, meticolosa, code ai semafori, le strade intasate, lungo vetrine sfavillanti di merci, file infinite, flussi, polveri sottili, vapori di azoto e di benzene.

Un moto browniano di particelle centrifughe, come pulviscolo atmosferico, qui, lì, avanti, indietro, sopra, sotto, intorno, a destra, a sinistra, dappertutto, sempre.

Folle-formiche anfetaminiche, isteriche, blindate in solitudini incrociate – le cifre al quarzo alle pareti, i tavolini vuoti, gli sguardi asciutti degli oggetti.

E poi…

L’intollerabile Silenzio delle Sedie.

 

Nella folla, ogni passante in completo scuro e cravatta digita il numero giusto sul quadrante. Entra ed esce da un tribunale, da una compagnia di assicurazioni, da una società finanziaria, da uno studio televisivo, da un’azienda, da una banca.

Compra e vende, contratta, stipula, rescinde, investe, calcola, ottimizza, progetta, produce, comunica, tace.

 

Camminava lungo il fiume, come in un sogno, osservando distrattamente, attraverso una nebbia densa e biancastra, i ponti di ferro che affondavano nell’acqua, i riflessi dei passanti nelle vetrine, le ombre dei grattacieli sulle teste ovali, affaccendate o svuotate, pensando ad altro.

Qualsiasi cosa facesse, pensava sempre ad altro. La gente, estranea e trasparente, gli veniva incontro e svaniva, come in un film muto, in dissolvenza.

 

Un flash intenso e improvviso gli mozzò il respiro, facendolo barcollare.

Un lampo accecante nella mente, come se qualcuno avesse schiacciato un pulsante. Poi lentamente si spense in un silenzio azzurro.

 

“E la città si dissolse in luce e le persone camminavano l’una attraverso l’altra”.

 

*          *          *

 

“Perché gli esseri sono ora avanti ora indietro; ora respirano piano, ora ansimano con violenza; ora sono forti, ora sono preoccupati; ora cominciano, ora decadono.”

 

“Navigare avanti e indietro nel Tempo, è come camminare sull’acqua”. – disse – “Devi farti leggero, più leggero di una foglia, come un filo sottile, per non smarrirti e affondare”.

 

Londra, 1922

“Città irreale, sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno, una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta, ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta. Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano e ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi.”

 

Piccole bolle di memoria affiorano lente, illuminate dal fondo, sull’acqua dei suoi occhi. Antiche cartoline ingiallite, color seppia, vecchie foto sbiadite in un cassetto dimenticato. Odore di muschio e muffa.

 

A cosa pensi?

A niente.

 

“In lontananza una città tremolante, gli Anni Venti leggeri e intermittenti.”

 

Berlino, 1928

Strade bagnate in bianco e nero: Friedrichstrasse, Leipzigerstrasse, Kurfurstendamm, Spittelmarkt, Konigstrasse, Potzdammer Platz, Alexander Platz, i grandi magazzini “Hermann Tietz”, “Kaufhaus des Westens”, Anhalter Banhof, Grand Hotel Kempinski, Gloria Palast. Pedoni che sciamano in tutte le direzioni, ombrelli aperti su tutte le teste, le rotaie viscide dei tram, la luce fioca dei fanali, come in un film di Murnau.

“Nella Elsasser Strasse hanno chiuso tutto il centro della strada con un tavolato; dietro il recinto sbuffa una locomotiva. Impresa costruzioni Becker-Fiebig, Berlino W 35: Un gran fracasso, vagoni a bilico fino all’angolo dove c’è la Banca Privata di Commercio, succursale L, depositi, custodia di valori, pagamento dei conto correnti. Dinanzi alla banca stanno inginocchiati cinque uomini: operai, pestano dentro la terra tante piccole pietre.”

 

Periferie perdute, lungo i tornanti di un eterno scrutare, senza vedere il fondo, senza capire.

Bar e terrazze con vista sul mare, dove la gente viene per bere, sorridere o morire.

 

New York City, 24 ottobre 1929

“Black thursday”, giovedì nero.

Già prima dell’apertura, al mattino davanti alla Borsa si era radunata una grande folla traboccante e rumorosa. Qualcuno sparse in giro la voce che nella notte si erano già suicidati undici noti speculatori.

Inizia istantaneamente il panico, la ressa, l’ondeggiare tumultuoso della calca, il timore di restare con un pugno di mosche, con il classico cerino acceso in mano. Lo spettro della rovina cala sulla folla come una nube nera e minacciosa.

A metà mattinata è il caos totale, si tocca il punto di non ritorno, l’istante del collasso, del

crash irreversibile.

Agenti di borsa e brokers non credevano ai propri occhi leggendo le quotazioni che via via comparivano sulla grande lavagna luminosa. Altri uscivano dal palazzo urlando, come fossero improvvisamente impazziti, mentre fuori, in Wall Street, la folla dei piccoli speculatori faceva ressa, piangendo e gridando con le mani tra i capelli ad ogni notizia che scandiva senza pietà l’inesorabile polverizzarsi dei patrimoni e dei risparmi di una vita intera.

Il vocio di migliaia di persone davanti alla Borsa era ormai diventato un boato crescente, un chiasso assordante.

A un tratto scese dall’alto un brivido gelido, un silenzio tombale.

Tutti si misero a guardare in su.

Dal tetto di un palazzo di fronte, alto dieci piani, si sporgeva un uomo.

Attimi di tensione nelle vene. Tutti pensarono subito che si trattasse di un suicida e si misero ad aspettare con impazienza che si buttasse giù.

Invece, tra il disappunto generale, l’uomo deluse le morbose aspettative della folla.

Si trattava  semplicemente di un operaio che, dal tetto dove lavorava, si era affacciato per curiosità nel sentire sotto tutto quel baccano.

 

Rossi vortici di violenza passavano al rallentatore sullo schermo incrinato, cassonetti ed auto in fiamme, dense volute di fumo nero, teste fracassate, vetrine infrante.

 

Sao Paulo, Brasile, gennaio 2027  

Ieri ho visto con i miei occhi un ragazzino di non più di tredici anni sgozzare con un colpo di machete una donna appena uscita da una macelleria, che aveva in mano una busta di plastica con dentro qualche bistecca di carne e dileguarsi in pochi secondi con l’ambita preda su per la collina, lungo i viottoli inestricabili dell’Immensa Favela.

 

Chicago, South Side, giugno 1987

“Halsted Avenue somiglia alle strade di Lucknow o Kanpur in Uttar Pradesh, India: bancarelle con fuochi di carbone, file di pneumatici, bambini che giocano nella melma, corpi scuri coperti da strati di ‘sacchi a pelo ambulanti’! Qui gli abitanti scavano tra le immondizie, immergono testa e torace nei bidoni.”

 

Hong Kong, marzo 1993

“Nella zona centrale e ‘turistica’ di Tsim Sha Tsui c’è il gradino più basso della discesa agli inferi, il Chungking Hotel: spaventoso shopping mall di immigrati indiani, nepalesi, neri. Due piani di chioschi e nicchie sudate dove ogni passo conduce verso anditi sempre più soffocanti. Non c’è aria condizionata, solo effluvi di curry e haschisch, odore di rotten flesh , carne putrida e puttane a poco prezzo.”

 

“Tremila anni di carne umana – vi siete mai accorti che c’è qualcosa che succhia via ogni sapore dal cibo, ogni piacere dal sesso, ogni colore da quello che si vede?”

 

Tokyo, autunno 2002

Stazione Shinjuku, uscita ovest. Come il flusso del sangue nelle vene, un fiume umano sgorga dalle scale, scorre come un magma sui marciapiedi, accanto ai fast-food color pastello, ai negozi di prodotti “hi-tech”, assorbe gli affluenti che lo ingrossano, cresce, straripa nelle vie laterali, sale e si abbassa come un’onda viva nell’ora di punta.

All’incrocio, sul maxi-schermo ultrapiatto a cristalli liquidi della Nintendo, occhieggiava da una vetrina dell’Electronic Shop il volto ipotetico da alieno, il sorriso senza tempo di Takeshi Kitano.

 

“I suoi occhi erano vitrei, qualcosa vi si accese…e si spense.”

 

Un cielo cistercense passava, senza peso, sulla testa di ognuno, scivolava a colori sui monitor accesi.

 

Los Angeles, 2019

L’atmosfera plumbea, ossessiva, impenetrabile della Megalopoli di Blade Runner, immersa in una pioggia incessante. Scie scintillanti di astronavi attraversano come schegge indecifrabili il campo visivo, meteore improvvise in un cielo neo-gotico, inquadrato dal basso, oscuro come un punto interrogativo. Le strade brulicanti di etnie diverse, mescolate fino all’indistinzione in un immenso frullatore. Facce pallide, smorte, semivive, volti asiatici, esotici dietro i chioschi lungo il cammino, nella caotica promiscuità oleosa di un mercato popolare di Hong Kong. Luci intermittenti, azzurre, rosse, gialle, vapori bianchi, turbini di nebbia, montagne nauseanti di rifiuti.

 

Chiba City, 2023

“Al di là del tremolante fluttuare al neon di Ninsei, il cielo era sempre di quella repulsiva sfumatura grigia. L’aria era peggiorata: quella notte pareva avere i denti, e una buona metà della folla indossava maschere col filtro.

Adesso dormiva negli alberghi-loculo più economici, quelli vicino al porto, sotto la luce dei riflettori al quarzo che illuminavano i moli durante l’intera notte; là dove non si potevano vedere le luci di Tokyo a causa del bagliore del cielo televisivo, neppure la torreggiante scritta della Fuji Electric Company, e la baia di Tokyo era una nera distesa in cui i gabbiani volteggiavano sopra banchi di bianca schiuma di plastica alla deriva.”

 

“Andammo lentamente verso lagune nere, le zattere di fiori, le gondole – Sperimentale città di cristallo iridescente nel vento dell’alba.”

 

“Isole spazzatura dove ragazzi verdi con delicate branchie purpuree curano giardinetti chimici – storpi sputacchianti con moncherini di metallo fosforescente – prigionieri al polo sotto cieli arroventati divorati vivi da formiche metalliche.”

 

Fiammeggiante immagine di Hiroshima e Nagasaki nel cielo blu-elettrico, corpi che si dissolvono senza un grido in una vampata accecante di luce bianca, come un’alba al napalm da un altro pianeta. Lasciando solo un’ombra sull’asfalto.

Oppure sollevati in aria e trasformati istantaneamente in polvere dal vento radioattivo.

 

Si strinse nelle spalle: “chi sono io per giudicare?”

 

*          *          *

 

A tu per tu con la Notte, separati dal sonno, senza sguardo, mentre qualcuno chiede: “Mi vuoi bene?”  E trattiene il respiro.

Polvere di parole, lontane come astronavi nello spazio, frammenti di mondi alla deriva, volti che si sfaldano in una nebbia blu.

 

“Camminava tastando l’aria, pur muovendosi tra le cose con una fluidità inspiegabile, come se fosse dotato di un istinto di orientamento basato su presentimenti immediati”.

 

Vacillò mentre attraversava la strada, come colpito in pieno volto da un pugno invisibile, con una violenza tale che gli fece piegare le gambe, gli fece un male terribile.

Vacillò, ma non cadde.

 

Sala d’attesa di un piccolo aeroporto americano. Dentro, dietro l’ampia vetrata, due bambine giapponesi o cinesi, comunque dai tratti orientali.

Per noi sono quasi sempre tutti uguali. Come probabilmente anche noi per loro. La più piccola prende delicatamente in mano un passerotto rimasto chissà come imprigionato all’interno, che sbatte disperatamente e ripetutamente contro il vetro. Escono fuori con l’uccellino. Forse sono sorelle. Si fermano sulla soglia. Lo accarezzano entrambe con infantile tenerezza, con estrema delicatezza, come per paura di romperlo, di fargli male. Poi la piccola fa tre passi avanti, la manina leggera allungata verso il cielo, apre piano le dita e gli ridona la libertà del volo.

Il suo sguardo soddisfatto e felice incrocia per un attimo il mio.

Sorrido, senza volerlo.

Aspiro una boccata dalla sigaretta, soffio fuori sottili volute di fumo e osservo il mio riflesso nel vetro disteso in un accenno di sorriso.

 

Nitidi flash improvvisi, attivati da un clic nel cervello. Da un detonatore ignoto.

Squarci accecanti di memoria involontaria, scagliati ovunque, come proiettili impazziti, pezzi di vetro infranti.

 

Dopo un attimo il flash finiva, le visioni evaporavano, come le gocce in una provetta che in pochi secondi si asciugano e scompaiono.

 

La copertina dello "ZiBook" di Pietro Altieri

 

2. INQUADRATURA FISSA

Tormente di vetro azzurro

tra i Tir e i containers,

sotto i ponti.

 

Venti secoli in faccia,

senza antidoto,

saturi di satelliti e di azoto,

 

come se

 

l’universo intero

ti salisse in gola, in un minuto,

un dolore improvviso

t’inchiodasse al suolo,

a bocca aperta,

 

come se

 

quello specchio al muro

inquadrasse te,

proprio te,

solo te.

 

La voce che non esce. Urli e non si sente, guardi senza vedere, vedi senza capire, sotto una pioggia incessante, sui cuori inermi, avvitati nel vuoto, fulminati da un rifiuto.

Sui parabrezza impazziti, camion in corsa, sotto i cavalcavia, stazioni di servizio, intrise di nebbia, in un alone-luna, sempre più lontano, lontano, lontano…

Tutte le strade del mondo finiscono lì, al Capolinea degli Sguardi, davanti a un Muro di Domande, tra esalazioni di gas, nubi orbitanti, spruzzi intermittenti di pensieri, mentre un sorriso muore, soffoca lento in un silenzio ossidato, sullo specchietto retrovisore, sul paraurti rotto, in un parcheggio deserto, tra le ventuno e trenta e l’una del mattino.

Le luci inferme dei fanali, i semafori rossi – c’è tutto il tempo, adesso, vieni qua, non aver paura, dammi la mano, ora nessuno può più mentire – due labbra spente, un viso, confuso tra veglia e sonno, come una frase a metà, un sogno interrotto, tanto tempo fa.

 

A cosa pensi?

A niente.

 

Non c’è un istante preciso, un giorno prestabilito, una data da calendario.

La gente all’improvviso si blocca a testa in su, gli occhi sbarrati contro il cielo, coperto di nuvole basse, interrompe la conversazione al cellulare, la bocca aperta per lo stupore, come se stessero atterrando i marziani. Invece sono corpi umani che piovono dall’alto dei grattacieli, dalle finestre al ventesimo piano, come telecomandati, spinti da un irresistibile impulso a gettarsi nel vuoto, sulle teste allibite dei passanti.

 

Subito giunsero sul posto le troupe televisive, armate di microfoni e telecamere.

Dopo un po’ arrivò la polizia, a sirene spiegate. Tutti si affacciavano alle finestre, per guardare e commentare.

Quando gli agenti e i cronisti cercarono tra i capannelli spontanei che si erano creati qualche testimone oculare per poter redigere un verbale credibile per la magistratura inquirente, o un servizio sensazionale da passare al telegiornale, nessuno volle aprire bocca. Facevano cenno di no con la mano, si diradavano, sembravano imbarazzati.

Stavolta, più ancora della smania di apparire, agiva l’ansia, il timore di essere coinvolti in qualcosa che non riuscivano a capire. La gente era diffidente, aveva paura di esporsi in prima persona, di esprimere giudizi su quel che succedeva. Giravano la testa dall’altra parte. O la infilavano sotto la sabbia, come gli struzzi.

 

“Colui che sa non parla; colui che parla non sa”.

 

Anche il tempo adesso scorreva all’indietro, come un nastro che si riavvolge a velocità accelerata, quando premi il tasto “review” sul quadro comandi.

Se ne accorse per caso, per un banale incidente cui non aveva dato sul momento alcuna importanza, anzi, l’aveva completamente dimenticato.

Gli tornò in mente all’improvviso, come una rivelazione, un segno del destino.

 

Fu come se rivivesse adesso quella sensazione sulla sua pelle, esattamente la stessa scena, con un’intensità lancinante, che lo faceva barcollare, gli faceva male, come una scheggia nel cuore.

 

E l’universo, all’improvviso, gli franava addosso, in una pioggia di asteroidi impazziti, senza coordinate né senso, gli esplodeva dentro come una bomba al fosforo, alle cinque del pomeriggio, in quella strada affollata, di fronte alla vetrina dell’ottico – l’orologio digitale a perpendicolo su di lui, scandiva cifre rosse e impersonali, sempre uguali, su fondo nero – proprio lì, nell’ombelico del mondo, tra un fast food e uno shopping center, in un giorno come tanti, mentre indossava con noncuranza il rovescio di se stesso, come una tuta mimetica, un abito preconfezionato appena preso in “leasing”. Il semaforo era rosso. Il cielo violaceo. I pedoni attraversavano la strada a passo accelerato, come in un cortometraggio muto. Le cinque in punto del pomeriggio. Federico Garcia Lorca, “La cogida y la muerte”, 1935. La sua mente si riempì di iodio e nichel, istantaneamente, le sue narici inalavano monossido d’azoto, vapori inebrianti di gas e di benzene.

Restò lì, immobile, pietrificato a metà di un passo, come in un fermo-immagine.

Una statua di sale, come la moglie di Lot, quando si volse indietro, verso Gomorra che bruciava, non resistendo alla tentazione. Una scultura di gesso, stile Pop-Art, l’Essere di Parmenide, inospitale e sferico, un mondo sottozero, un punto esclamativo.

Lo sguardo vitreo, la testa che gli scoppiava, piena di mosche, la pressione alla stelle, la fuga senza fine delle idee – si precipitavano fulminee in tutte le direzioni, come formiche terrorizzate o folli – non riusciva più a fermarle, a controllarle, ad arginarle in qualche modo, a costringerle ad assumere un senso, un significato certo, una forma definita.

Il mondo intero, tutto lì, proprio nella sua testa, tutto insieme, tutto in una volta, affluito in lui da chissà dove – ed era troppo, non riusciva a contenerlo, gli annebbiava la vista, gli toglieva il respiro, gli piegava le gambe, lo schiacciava al suolo, sotto una pressione intollerabile, risucchiato nell’imbuto gravitazionale di un buco nero, come Gatto Silvestro spiaccicato alla parete in un cartone animato.

Un uragano immobile, una forza invisibile, non percepibile dall’esterno.

Sarà durato in tutto un paio di minuti (o intere ere geologiche?), non di più. Almeno così gli sembrava. Di colpo si riscosse, come destandosi da un sonno profondo, da un’ ipnosi

misteriosa, da un lungo letargo catalettico. La pressione scendeva, il battito cardiaco rallentava, riprendeva gradualmente la cadenza abituale. L’uragano in un nano-secondo era sparito, dileguato, senza un motivo.

Come se qualcuno all’improvviso avesse acceso la luce in una sala buia, restituendo alla percezione degli organi di senso il caotico, rassicurante mondo di sempre.

Si stropicciò gli occhi, ancora intontito. Spaesato.

La vetrina dell’ottico era ancora lì, anche l’orologio, la gente, il traffico assordante di un pomeriggio normale.

Mosse qualche timido passo, malcerto sulle gambe, poi, più spedito, quasi rinfrancato, il sudore istantaneamente asciugato dal getto gelido dell’aria condizionata, avanzò a testa alta, senza esitazioni, verso le porte automatiche dello Shopping Mall.

Alzò meccanicamente lo sguardo verso l’orologio digitale.

Le cifre rosse segnavano incontrovertibilmente le ore 16.55.

 

Solo adesso se ne ricordava, ma si sentiva ancora confuso come allora. Se qualcuno glielo avesse chiesto, non avrebbe saputo cosa rispondere. Non riusciva a capire cosa significava.

 

Il corpo ha parole oscure, che non comprendi, come quelle degli oracoli e delle sibille, le devi interpretare. Parla un linguaggio arcaico, pre-alfabetico, si esprime a sussurri, a colpi sordi, a vibrazioni, peristalsi, sismi, a piccole vertigini infrarosse.

 

Indossava la sua solitudine come un abito abituale, una seconda pelle, con estrema disinvoltura, ma in fondo non riusciva a rassegnarsi al suo destino senza almeno provarci, tentare di farla franca, inventando squallidi sotterfugi o imboccando svincoli contro-mano per vendicarsi di quella specie di vita a senso unico che gli avevano affibbiato il giorno stesso in cui era nato, ufficialmente registrato all’anagrafe come “organismo vivente non ben identificato” o, più clinicamente, “caso patologico”.

Ma era ancora vivo, malgrado tutto. Esisteva e resisteva.

Ed era l’unica cosa che contava.

 

La gente lo guardava quando usciva di casa, lo osservava insistentemente, come se lo radiografasse, lo sezionasse visivamente, come un insetto sotto un vetrino, perché, se ben ricordava, fin da ragazzo non era mai stato una “persona normale”. Lui lo sapeva, avvertiva quegli sguardi indiscreti su di sé, che lo pedinavano in ogni spostamento, che lo trapassavano come lame.

Ma allora se ne fregava, sembrava non gli facesse né caldo né freddo.

E invece lo convincevano giorno dopo giorno, progressivamente e inavvertitamente, lo spingevano sottilmente a considerarsi un’anomalia, un “caso a parte”, un extraterrestre piovuto per chissà quale accidente spazio-temporale sul Pianeta Terra, e costretto da quel momento in poi a cavarsela da solo, senza poter contare su nient’altro se non su quadro astrale favorevole, a sperare almeno in un pizzico di buona sorte, indispensabile per sopravvivere in quella giungla, in un ambiente estraneo e biologicamente ostile.

 

“Non l’ho scelta io, questa faccia, – diceva – mi è toccata in sorte, come quando giochi alla roulette…cosa avrei dovuto fare? Comprarmene un’altra al mercato dell’usato? Coprirla, mimetizzarla con l’innesto di una maschera permanente alla Robocop, come Winslow Leach ne “Il fantasma del palcoscenico”? O magari farmene confezionare una più rassicurante, da persona a modo, attraente, istruita, telegenica, intelligente? Rifarla daccapo con una plastica come ha fatto il Presidente? Con quel sorriso eccessivo che vorrebbe essere accattivante e sembra quello di un mutante?

Me la sono tenuta così com’era, finchè dura”.

 

Superò i binari della vecchia stazione abbandonata e si inoltrò in “una zona di slums con baracchini di venditori ambulanti e mucchi di fumanti rottami metallici attraversati da sentieri profondamente incisi nel metallo fosforescente”.

 

Grandi fogli a colori fluttuavano nell’aria grigio-industriale di periferie preistoriche, vecchi titoli di giornale a caratteri cubitali ingialliti dall’ossido di carbonio nel vento radioattivo, lungo facciate carbonizzate di edifici fossili, tra cimiteri di lamiere arrugginite e contorte, fiocchi leggeri di foto e immagini cadevano senza rumore sulle teste deragliate e calve come grigia neve luminosa.

 

“Sentì un clic nel cervello, come un bagliore di cristallo.”

 

“Dev’essere colpa di qualcuno se mi sento male.”

 

Questa sera, alla fine di un interminabile pomeriggio invernale, freddo e piovoso, senza preavviso sono tornate le immagini. Nitide e involontarie, dettagliate e crude, come una cartina militare, una cartella clinica.

Rintanato sotto le mie coperte, sul mio povero giaciglio, stavo già scivolando a poco a poco in quel torpore agrodolce che precede il sonno, quando un flash inatteso e abbagliante si è acceso sotto le palpebre chiuse, come un potentissimo riflettore puntato su di me, sì, proprio su di me, divampando nella mia mente come un un corto circuito, un incendio, e mi ha colpito proprio qui, alla bocca dello stomaco, come un pugno tremendo, costringendomi a vomitare sul pavimento i resti ancor caldi della mia povera cena.

Di colpo mi è apparsa questa scena: un vecchio pensionato dai capelli bianchi che scendeva con cautela dal marciapiede per accingersi ad attraversare la strada, tenendo stretta per mano la nipotina di circa sei, sette anni, tutta imbacuccata per difendersi dal vento gelido di tramontana, la quale stringeva in mano un palloncino colorato e con l’altra mano teneva al guinzaglio un simpatico cagnolino tutto allegro e scodinzolante.

Erano sulle strisce pedonali, circa a metà della carreggiata, che in quel punto è piuttosto ampia. All’improvviso uno stridìo di freni, il rombo assordante del motore fuori giri, e un enorme Suv scuro, come una cosa da un altro mondo in un filmaccio di fantascienza, che sbanda, perde aderenza sull’asfalto bagnato, e piomba come un treno in corsa sul trio vecchio-bambina-cane, sollevandoli in aria come fogli di carta straccia e mandandoli a sfracellarsi sul selciato alla fine del volo, cento metri più in là.

L’urto è tremendo, come il fragore di una bomba, lo sento ancora nelle orecchie quando ci ripenso. Il palloncino vola via, in alto, come un ultimo desiderio, a confondersi con le nuvole basse. I corpi martoriati giacciono come pupazzi di pezza, distesi in pose innaturali alla luce livida e radente dei lampioni.

La scena si chiude in dissolvenza sull’espressione stravolta del conducente del Suv, che fila via a tutto gas senza fermarsi a prestare gli ormai inutili soccorsi. La sua mano che si allunga tastoni a raccattare il cellulare ancora acceso che gli era volato via nell’impatto, da cui si sprigiona una voce lontana: “Pronto? Che è successo? Cos’era quel rumore? Ci sei? Sei in linea? Tutto ok?”

Ho rivisto questa scena nella mia mente per tutta la notte, come se stessi ispezionando un film fotogramma per fotogramma. E non ho chiuso occhio fino all’alba.

 

Secondo le statistiche, con quest’ultimo incidente sono già 57 i decessi provocati dai pirati della strada, nel primo trimestre di quest’anno. Una media sensibilmente più alta rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, nonostante le norme più rigide e severe previste dal nuovo Codice della Strada appena varato dal Governo.

 

Come? Non ho capito. Ripetilo daccapo.

 

Improvvisamente si ricordò del vecchio Kurt, della sua faccia di sughero, tutta rughe e ricordi, come la corteccia di un albero, della sua barba bianca, dei suoi lunghi silenzi. Ma quando apriva bocca non era solo per dare aria ai denti, come quelli in televisione, che ogni sera comparivano sullo schermo in tutti i programmi, spesso simultaneamente su più canali, come avessero il dono dell’ubiquità, e parlavano di tutto, non stavano mai zitti, solo quando arrivava la pubblicità ti lasciavano respirare un po’.

No, non era come loro il vecchio Kurt, lui parlava poco, ma pensava, pensava a lungo,  intensamente, ed esprimeva la sua opinione solo dopo averci rimuginato su per giorni interi. “Il mondo – diceva – ha imboccato la strada sbagliata, a qualcuno dei suoi incroci, sta correndo nella direzione opposta, verso un vicolo cieco. Finchè non si schianterà contro un muro”. Ci stava male, non sapeva come avremmo potuto uscirne.

“La Storia è su un binario morto” – diceva – poi taceva per settimane intere.

Non vedeva un futuro, ecco, né per sé né per il resto del genere umano.

Forse per questo si è gettato sotto un treno, quel mattino all’alba, tanto tempo fa.

O forse era semplicemente ubriaco, chi può stabilirlo? E a chi vuoi che importi, oramai?

 

“Maestro dei più è Esiodo. Lui che non sapeva neanche cosa fossero la notte e il giorno. Perché in realtà sono una cosa sola”.

Senza alcun motivo gli venne in mente questo antico frammento di Eraclito.

“Anche vita e morte,” – pensò – “anche vita e morte sono una cosa sola”.

 

“Chi sei? Come ti chiami? Quanti anni hai?”

 

Sono un essere libero. Nella Repubblica delle Libertà siamo tutti spiriti liberi, non è mica un regime, non c’è oppressione, non c’è costrizione. Se hai voglia parli, ti fai avanti, dici la tua opinione, ti esprimi. Sennò stai zitto, scuoti il capo o annuisci quando parlano gli altri, non ti esponi, pensi ai fatti tuoi, e nessuno viene a chiedertene conto, ti lasciano fare, sei innocuo, non crei problemi.

Quando compare il segnale luminoso applaudi, partecipi con entusiasmo, con tutto il cuore. Sennò taci, ammutolisci, sei telespettatore ma non attore, puro dato statistico rilevabile con il decoder Auditel, consumatore impeccabile di “format” e “reality show”, riciclabile, biodegradabile come un OUDM (Organismo Umano Digitalmente Modificato).

 

“Ok, non sono niente di tutto questo” – pensò Diogene grattandosi la testa – ma sono ancora libero di non esserlo, almeno finora, di non esaurirmi in una foto formato-tessera, in un numero di conto corrente o in un codice fiscale.

Finchè non decideranno di identificarci tutti da una Centrale Operativa, attiva 24 ore su 24, con un braccialetto elettronico o un chip sottopelle, come pericolosi ergastolani.

‘Nuda vita’ senza garanzie né difese, che chiunque può sopprimere a suo insindacabile capriccio, come si schiaccia una zanzara”.

 

Sono stato anch’io un essere umano, una volta, persino io, tanto tempo fa…

Avevo una donna, allora, almeno così mi sembra di ricordare, una moglie, un lavoro, avevo degli affetti, dei legami…mi sembra, non so, ho una gran confusione in testa…

Giacca e cravatta no, non le ho mai potute sopportare, mi sentivo soffocare solo al pensiero…mi evocavano sensazioni lugubri, deprimenti, come sempre mi capita davanti a una divisa, all’uniforme comune della “rispettabilità” dei Ceti Medi. Il semplice tentativo di annodarmi una cravatta mi procurava reazioni allergiche devastanti, arrossamenti, eritemi al collo, palpitazioni, intensa sudorazione e dovevo subito smettere per evitare il peggio. Ma una donna, quella sì, ce l’avevo anch’io allora, quando lavoravo, come tutti gli altri, o quasi, e ogni mese percepivo persino uno stipendio, come tutti “gli uomini di buona volontà”, che si guadagnano il pane quotidiano “con “il sudore della fronte”.

Addirittura per un periodo ho avuto persino un conto in banca, vi rendete conto? Io, sì, proprio io, un conto in banca! Questa sì che è bella! Ma è stato un episodio temporale ben circoscritto, un incidente di percorso, ovviamente non poteva durare, in fondo lo sapevo fin dal principio, l’ho sempre saputo…

 

Oggi è martedì, un giorno normale, nella ressa di solitudini rimosse, qualcuno attende per ore, qualcuno scende le scale, qualcuno prende l’ascensore.

 

Kurt odiava il denaro. I soldi gli facevano schifo. Anche il successo, la fama, la notorietà, non solo ricchezza, agi e comodità.

“Scheisse Geld!” – diceva sempre – era tedesco, di Berlino, avava vissuto a Kreuzberg ai tempi del Muro, negli edifici occupati da tribù di autonomi e ribelli multietnici, intorno alla fermata della S-Bahn di Schlesisches Tor, nel quartiere turco.

Il suo sogno era sempre stato quello di rapinare una banca. Ma non aveva mai trovato il coraggio per provarci davvero.

“Mi basterebbe qualche milione di euro, o magari di dollari, fa lo stesso. Poi affitterei un elicottero, o uno di quegli aerei che ancora girano a bassa quota di tanto in tanto, con gli striscioni pubblicitari al vento, e farei volare giù tutto il denaro…sì, giù nel vuoto in biglietti da venti, da cinquanta e da cento, o comunque di piccolo taglio, proprio nel centro della città, il sabato pomeriggio, nelle strade dello shopping, nell’ora di punta.

Poi mi siederei comodamente in un caffè, con una bella birra gelata davanti, e mi godrei tranquillamente lo spettacolo.

Semmai ogni tanto potrei scattare qualche foto, per celebrare il fausto evento e poter conservare qualche testimonianza visiva della folla impazzita, con le mani protese al cielo, come se attendesse l’imminente avvento del Messia, mentre si spintona e si urta come in delirio, facendosi largo a fatica tra i feriti e i contusi. Magari anche qualche morto, calpestato nella ressa da mandrie selvagge di uomini e donne imbizzarriti.

 

E mi veniva sempre quel grumo allo stomaco, quando ripensavo al vecchio Kurt, e non toccavo cibo per tutta la giornata.

Lo conoscevo poco, in fondo non sapevo quasi niente di lui, ma mi piaceva, gli volevo bene. Da qualche parte, dentro di me, avevo in qualche modo conservato ancora un po’ di affetto da dare agli altri. Avrei voluto abbracciarlo, persino. Ma non l’ho mai fatto. Non ne avevo il coraggio.

 

Tentò di penetrare nel cuore delle cose aggirandole dal lato dell’ombra.

Non aveva molto tempo a disposizione. Scese in apnea all’interno di uno strano silenzio molecolare, troppo simile a quello del vuoto cosmico, dove gli unici suoni erano i ronzii impercettibili degli elettroni intorno al nucleo. Un agghiacciante silenzio sub-atomico, dove le particelle erano onde incolori di probabilità, tra un punto immaginario e l’altro.

 

Siamo fatti di atomi, particelle impercettibili, sottili, che volteggiano nell’aria, tenute insieme da una forza insondabile…

 

–  Che ore sono?

–  Le sei meno un quarto.

 

Siamo inquieti, non troviamo pace, ci muoviamo su e giù, avanti e indietro, con lenti gesti idraulici, caoticamente sincronizzati, come ingranaggi ignari di un meccanismo incomprensibile, cilindri d’acciaio inossidabile che stantuffano senza fine, uomini-pulce, piccole formiche febbrili e maniacali, in mille trame affaccendate, inquadrate in campo lungo dall’alto, piccoli punti lontani sull’asfalto bagnato, come in un film espressionista Anni Venti.

 

Non siamo né vivi né morti, né corpi né ombre, né veri né falsi – siamo sagome, che a un cenno si animano, escono da un quadro o da uno schermo, si agitano, gesticolano, imprecano, applaudono.

A un clic dell’interruttore conversano, sorridono, discutono per ore.

Seguono segnali sonori, impulsi luminosi: al rosso si arrestano, al verde si muovono.

 

–  Guarda, il cielo è bianco e nero. Non c’è più vento. Tra poco pioverà.

 

È martedì. Sono le sei e un quarto. E’ martedì.

 

Ci allontaniamo dalle cose, ogni giorno di più, senza capirle. Le condanniamo a morte, senza averle ascoltate.

 

A volte, senza un perché, dagli oggetti più inutili, insignificanti, dimenticati, si sprigiona un silenzio magnetico, denso di emozioni scongelate, un improvviso precipitato di ricordi. Uno scontrino ingiallito, un nome, un numero telefonico scarabocchiato su un foglietto volante, tanto tempo fa, la ricevuta spiegazzata di una cena in un ristorante indiano a Singapore, un biglietto della metro già timbrato, New York, 21 agosto 1990, una banconota da 20 rupie indonesiane, l’indirizzo di una ragazza che non hai rivisto più, il depliant dell’ Hotel Impala, Avenida Libertad 1215, Buenos Aires, la mappa della metropolitana di Berlino, una fototessera di lei com’era dieci anni fa, un ritaglio di giornale marcito del 17 febbraio 1987, la ricetta di un infuso di erbe per l’insonnia, il tesserino scaduto di un cineclub, gli orari di partenza e di arrivo del volo Phoenix-Chicago, Delta Airlines, 11 agosto 1990.

“Il dio delle piccole cose”, il profumo proustiano delle cianfrusaglie, aleggia su queste carte consunte, ammassate sul fondo di un cassetto. Ritrovate per sbaglio, per caso, miracolosamente sfuggite alla razionalizzazione degli spazi domestici, alla clinica ossessione dell’igiene.

 

Talvolta, in momenti imprecisati, senza preavviso, l’intensità dolorosa di un dettaglio può sfocare lo sfondo in lontananze opache.

E’ proprio là, è allora che affiora per un attimo il mondo, sottratto al velo delle abitudini, delle convenzioni rassicuranti.

 

Tutto era lì e al tempo stesso lontano, in un altro mondo, come osservato attraverso un cannocchiale rovesciato, immerso in un alone fossile, come un silenzio laterale che circonda le cose, senza amarle.

 

–  Sei felice? Guarda laggiù, c’è il sole, guarda, non piove più.

 

*          *          *

 

“GIAPPONE. Una bambina con i capelli rossi si è salvata dal terremoto navigando dentro il bidone in cui stava svuotando l’immondizia, quando è arrivato lo Tsunami. Dopo un tempo lungo milioni di anni, quando finalmente la risacca l’ha sputata su un trancio d’asfalto, tra cumuli di detriti, si è tolta gli stivali rossi e li ha stesi ad asciugare sopra il fango.

È rimasta seduta, a gambe nude, per tre giorni, immobile, anche quando i fiocchi le hanno steso un velo di neve sopra gli occhi chiusi. Sarebbe morta così, se un pescatore non l’avesse scoperta per puro caso vicino a un paracarro.

Da due settimane si rifiuta di dire chi è.

Lo sa, ma non si fida.

Come i primitivi, ha paura di rivelare agli altri il segreto del suo nome”.

 

*         *        *

 

C’è un angolo, nell’ippocampo, collegato al nervo ottico, dove persone e cose, diventate immagini, si annidano in letargo, ripiegate su se stesse, sospese tra veglia e sonno, senza dare spiegazioni.

 

L’Occhio Senza Palpebra, che non può chiudersi mai.

L’occhio elettronico dell’obiettivo che inquadra spietatamente ogni frammento di mondo, dalla rete orbitale di satelliti che circondano il pianeta, come una cintura di asteroidi di controllo, che scandiscono ogni battito del cuore, sistole e diastole, ogni pausa del respiro, ogni cadere di foglia, ogni battito di ciglia.

L’occhio impersonale e ubiquo di un “deus absconditus”, invisibile e lontano, inscritto nella geometria perfetta di un triangolo.

L’occhio rosso e pulsante di un computer: HAL 9000, Heurystic Algorythmic, prima di essere disattivato – “Daysy, Daysy, give me your answer do, give me your answer true…” – l’occhio sbarrato di Keir Dullea, ingoiato dai colori e dalle immagini, in una fuga di piani e strati spazio-temporali, verso “Giove e oltre l’infinito”, nel tunnel psichedelico-allucinatorio della “split scan” di Douglas Trumbull. L’occhio sezionato da un rasoio, nella prima inquadratura del primo cortometraggio di Bunuel, 1929, alle 2.30 del mattino. L’attonita imperturbabilità giapponese dell’occhio di Buster Keaton, l’occhio che rimbalza di specchio in specchio, tautologico, autoreferenziale. “Les yeux du chat” crudeli e surreali di Moebius, “occhi di cane azzurro”, Argo dai cento occhi, occhi pesti, assonnati, iniettati di sangue, pupille dilatate dalla droga o dal terrore, occhi e nasi schiacciati contro pareti di vetro antiproiettile, occhi senza sorriso. Sulla faccia di tutti, emozioni liofilizzate, sogni dissanguati, sepolti vivi, in un glaciale presente trasparente.

 

Villaggio di Trang Bang, Vietnam, 8 giugno 1972

Kim Phuc, una bambina vietnamita di nove anni, congelata dall’obiettivo del fotografo dell’Associated Press Nick Ut mentre corre terrorizzata e nuda, urlando e piangendo disperata, insieme ad altri bambini inermi, gravemente ustionata su braccia e schiena dopo un bombardamento al napalm delle forze aeree nemiche che ha raso al suolo il suo villaggio natale.

La bambina vagò per tre giorni come un cagnolino randagio prima di riuscire a ritrovare la madre. Impiegò 14 mesi e 17 operazioni chirurgiche per riprendersi dalle gravi ustioni causate dal napalm.

Kim Phuc in lingua vietnamita significa “felicità dorata”.

 

Dall’immagine sembrerebbe che stia fuggendo in preda al panico dai bombardamenti.

Ma forse sta solo correndo, come la nostra migliore gioventù, a iscriversi ai “Team della Libertà”, voluti personalmente dal Presidente, famoso in tutto il mondo per il suo Sorriso Digitale Via-Satellite  che, come il sole di Carlo V, non-tramonta-mai.

 

Qualcuno, sorridente e abbronzato, uscì dalla banca con passo spedito, per entrare in un film senza ombre, dove gli altri, tutti gli altri sarebbero stati come noi, inappuntabili e telegenici, dove la vita ci correva incontro a braccia aperte, prevedibile fin nei dettagli, immunizzata da pensieri tristi, felicemente pre-registrata.

Come in uno spot del Mulino Bianco o in un “Truman Show”.

 

C’era una volta…C’era una volta un luogo nel quale i vicini salutavano i vicini nella quieta luce del tramonto. Dove i bambini inseguivano le lucciole. E le sedie a dondolo nelle verande fornivano un rifugio sicuro ai problemi della giornata. Il cinema proiettava cartoni animati la domenica. Il droghiere faceva servizio di consegna a domicilio. E c’era una maestra che sapeva sempre che c’era qualcosa di speciale in te. Te lo ricordi? Un luogo di mele caramellate e di zucchero filato, di fortini segreti e di gioco della campana giocato per strada.

Quel luogo è di nuovo qui, in una nuova cittadina chiamataCELEBRATION.

Celebration. Una nuova cittadina americana di 20.000 abitanti, serena, pulita, tranquilla, per voi che amate le cose semplici e autentiche di una volta, dalla Disney Development Company vicino Orlando, Florida.

A due passi dall’ingresso del fantastico parco di Disney World”.

 

*          *          *

 

Un altro luogo, in un altro giorno.

In in condominio del Centro, torri di vetro e cemento, nella Città Sopraelevata,

sulle sabbie mobili del traffico soffocante e sudato di un lunedì, all’ora di punta.

33° piano, accanto all’ascensore.

La tessera magnetica nella fessura della serratura.

Apri la porta ed entri.

Il Tempo appeso alla parete, come un quadro d’autore, un trofeo di caccia.

Mentre il dolore scorre, sotto i vestiti, gocciola sulla punta dei piedi.

Pochi secondi per sentire le finestre tremare al fragore dei treni – un segnale acustico arrestare la lancetta delle ore, l’allarme che scatta.

Il ticchettìo monotono e intermittente di un timer. Le cifre digitali che scorrono all’indietro, nessuno può fermarle: cinque, quattro, tre, due, uno…zero.

Poi il lampo accecante, il rombo assordante dell’esplosione.

 

*          *          *

 

La bocca si bloccò. Restò senza parole.

Mentre intorno a lui, nella cucina bianca, bianchissima, appena accesa la luce, le cose cominciarono a muoversi, a spostarsi senza che nessuna mano le toccasse, a levitare liberamente nell’aria come misteriose macchine volanti. Il tavolo con l’incerata gialla, le sedie di alluminio anodizzato, i bicchieri, le tazze, le posate, i coltelli, volteggiavano nell’aria come fossero su una navicella spaziale, in assenza di gravità.

Fece un passo indietro, inorridito, coprendosi la bocca col dorso della mano. Sbatteva le palpebre e sgranava gli occhi, come se non credesse a quello che stava vedendo, come se volesse disperatamente svegliarsi da un brutto sogno.

Invece era tutto reale, per quanto il termine gli suonasse paradossale riferito allo spettacolo stupefacente che stava osservando.

Non poteva esserci alcun dubbio: era in atto una Congiura degli Oggetti, una vera e propria insurrezione contro il buon senso e tutte le leggi della fisica.

 

“Per avvicinarti alla realtà hai bisogno di uno schermo che possa rendertela sopportabile. Se ti avvicini troppo, la realtà esplode”.

 

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