Giardino, sera

"Quando, dopo un’altra notte, nel primo chiarore dell’alba vennero a prenderci, sentivo solo voci rincorrersi concitate come in un sogno, gli occhi erano velati, e nelle orecchie il vento s’era fatta una sua casa e ruggiva e gridava e nella mente non c’era nulla, solo una distesa di sabbia, eguale, infinita, senza cielo, senza orme nella sabbia, senza luce, perfino". Un racconto di Antonio Prete dedicato ad Assia Djebar.

di in: Bazar (0)
Prete pirata barbaresco

per Assia Djebar

 

Un pomeriggio domenicale.  Una piazza con giardino pubblico in un paese della Grecìa salentina. Dinanzi a un’aiuola che ha un roseto  fiorito, c’è una panchina. Una cerchia di acacie circonda la piazza. Voci di donne salgono dalla panchina, una d’esse ha l’accento straniero.

Intorno i profumi delle rose.

Da un’altra panchina, dove siedono ragazzi e ragazze,  giunge il suono di una canzone in gricu che dice:

 

Aremo, rindinedda,

pea tálassa se guáddi,

pu putte ste ce ftazi

ma to calò cerò.

 

Il canto copre a tratti le voci di donne che vengono dalla panchina, così si mescolano ai miei pensieri, quelle voci, si distendono nei miei pensieri, nella mia stessa voce che prende suono nei miei pensieri, e ha, ogni volta, l’eco di un’altra voce, una voce di donna che racconta.

 

Non racconto, dice la prima voce, non racconto la mia storia,  racconto la storia che mia madre ascoltò da sua madre e lei ancora da sua madre, e così via, racconto la storia di Alì, non so se la sapete, la storia del ragazzo turco che giunse qui, nella nostra terra, sono passati più di cinque secoli da quella storia, giunse qui dopo avere attraversato il mare  con le galee dell’assedio. Era sbarcato, Alì, con la turba degli assedianti sulle coste di Alimini e tenendosi lungo le sabbie e le scogliere, evitando le paludi, aveva poi seguito  le strade di polvere salendo verso le mura di Otranto.

Nella striscia di mare, in lontananza, le galee scintillavano al sole, allineate a difendere l’assalto. Nei vicoli bianchi della città presto si insediò il  furore, che fu inseguimento e sangue, grido di madri e lamento d’animali.  L’albero a mosaico, che nel pavimento della Cattedrale narra le storie meravigliose di profeti e di cavalieri, fu subito coperto da pietre e da travi in rovina.

Molti giorni durò l’assedio. E fu urlo e ferita, fu strazio di corpi. Prigionia del cielo sopra gli orti che ancora continuavano a mandare, di là dai muri di cinta, i profumi di limoni e di aranci.

L’assedio fu strage di uomini e donne, fu urlo di sangue, preghiera levata nel sangue.

Alì, dentro quel furore, guardava stralunato l’eccidio, ad ogni sguardo una pena dentro cercava una lingua per dirsi. Un giorno che un turco aveva levato la scimitarra sul capo di una ragazza, la pena di Alì affiorò sulla pelle, nei pensieri. Gli occhi della ragazza mostravano, sotto il lampo della scimitarra,  un abbaglio che non era furore e non era rassegnazione, era una luce azzurra su una tenda di velluto che s’apriva  :  di là dal varco, lo zampillare di una fontana  e tutt’intorno tra le ombre  cespugli infiorati, e voci di donne nella quiete della sera.

Alì vide, di là dagli occhi della ragazza, la campagna che si spalancava fino all’orizzonte,  vide la terra rossa, ondulata, vide la nostra terra aspra, aspra di pietre e di cardi. Nella macchia, le mura delle masserie, bianche.

E Alì rispose al richiamo correndo fuori dalle mura, correndo  lungo i muretti di pietra viva, finché non si perse nella foresta degli ulivi.

Le cornacchie lo inseguivano ridendo.

Alì camminava nel giorno e si riposava la notte ai piedi di un menhir. All’alba prendeva il flauto e si metteva a gareggiare con la voce del vento e con la voce degli uccelli.  Entrava poi nei paesi bianchi di povertà e di silenzio, si sedeva sui sagrati delle chiese, richiamando col flauto canzoni della sua terra lontana, poi riprendeva il cammino lungo cigli  di malve e mortelle, di ulivi e gigli selvatici.

Alì divenne pellegrino nei paesi, l’orizzonte era l’aria dei suoi pensieri.

Andò per tutti i villaggi del Salento, fermandosi alle fontane e nelle piazze, traversando viottoli di pietre e di erbe, e dappertutto col suo flauto suonava melodie dell’Oriente, poi, quando tutt’intorno si radunavano gruppi di ragazzi, prendeva a raccontare storie di draghi e di angeli, di ladroni e di donne profumate che vivevano nei giardini e nelle corti.

E un giorno Alì, così si dice, giunse a Gallipoli e s’imbarcò su un veliero che andava verso l’Africa, nessuno più lo vide in giro nei paesi, ma le storie che raccontava passarono di bocca in bocca e anche oggi molti di quei racconti circolano nei vicoli dei paesi bianchi e nei porti, circolano nelle strade del Salento.

 

La mia barca, dice la voce dall’accento straniero, la barca con la quale sono giunta qui, nel Salento, era un rottame sul quale ci avevano fatti salire spingendoci tra gli urli in una notte di maggio : la nebbiolina faceva biancastra e diffusa la luce del faro, e la striscia di terra che lasciavamo scomparve presto nel nulla. Eravamo un centinaio su quelle assi che scricchiolavano, qualcuno cercava di stendersi ma restava rannicchiato e contorto, qualcun altro era sceso nella stiva, da cui saliva una puzza di nafta mescolata all’odore di salsedine e di pece, ci tenevamo stretti per difenderci dal freddo della notte. Leila, dove sei, sentivo la voce di mia sorella impaurita in mezzo alla voce del mare e al singhiozzo del motore, e la rassicuravo, sono qui, dicevo, vicino a te, e in mezzo, tra me e lei, corpi affastellati come sacchi, ginocchia, pance, gomiti si scostavano e premevano, cercavano posizioni di sollievo e si ritrovavano spezzati, corpi spezzati erano, corpi in frantumi, mentre gli occhi si chiudevano e si aprivano, con le palpebre che pesavano come pietre, e il sonno che non poteva arrivare, nel vento che saliva strepitando, nel vento che gonfiava il mare. Le parole sembravano anch’esse vento, un vento che parlava albanese o arabo o turco, e si mescolavano, si inseguivano le une con le altre, le parole, erano parole di lamento e qualche volta di riso, erano parole-vento nella notte che era sempre più fredda, sopra il mare che era sempre più nero. Una donna al mio fianco teneva stretto nella coperta il bambino di due anni e provava, quando il vento era più forte, a cantare una canzone nella sua lingua, che non era la mia lingua, ma era in quel momento più dolce della mia lingua, e di ogni altra lingua, era una musica che sembrava potesse calmare il vento e far giungere presto la luce sul mare. Ma quando davvero all’orizzonte scorgemmo il primo filo di luce grigia e nebbiosa il barcone si fermò e prese a becchettare nelle onde, il motore non singhiozzava più, anche il vento sembrava abbassare la sua voce. Si intravide il profilo di un motoscafo che  veniva verso di noi, ci raggiunse, si accostò e tre uomini vi saltarono dentro, ci fu un’improvvisa virata e il mezzo ripartì nella schiuma alta e rombando. Restammo alla deriva, privi di guida, i motori spenti, che l’alba già mostrava i volti delle ragazze bianchi di afflizione e i volti degli uomini chiusi nella loro ansia. Mi apparivano sparivano nella mente i profili di quelli che erano partiti prima di me, lasciando il villaggio, lasciando gli spari nel villaggio, e la polvere, e la fame del villaggio. Vedevo Anìla e i il suo velo azzurro, vedevo al suo fianco Tàhir, con il giubbotto in mano e gli occhiali da sole, vedevo Sari e i suoi lunghi capelli neri, e come in corteo Salim e  Khalil e Suzana e Tania che era tornata dopo un mese, e Jasmine con i suoi due bambini, vedevo Yaqub con il berretto da marinaio, e Mohamed il fabbro che aveva sprangato la vecchia bottega ed era partito, vedevo la bella figlia di Galib, che vestiva sempre di rosso, e aveva gli occhi che mandavano lampi, quando traversava la piazza del paese.  Il sole salendo faceva luccicare le onde e nel barcone distinguevo già tutti i colori, poi uno gridò  laggiù, si vede la riva, non siamo lontani, disse un altro. E fu dappertutto un abbaglio di luce e il giorno infuocava ogni cosa sul barcone e i nostri pensieri furono come l’acqua delle pozze che il sole si mette a prosciugare lasciando il biancore arido del sale, e ogni ora sembrava fatta di mille ore, finché la luce nell’aria si fece di malta e di cemento, e nella gola la saliva era la sola acqua che ci inumidiva le labbra e tutto il corpo, labbra seni cosce polmoni, diventava soltanto sete, una sete infinita.

Quando, dopo un’altra notte, nel primo chiarore dell’alba vennero a prenderci, sentivo solo voci rincorrersi concitate come in un sogno, gli occhi erano velati, e nelle orecchie il vento s’era fatta una sua casa e ruggiva e gridava e nella mente non c’era nulla, solo una distesa di sabbia, eguale, infinita, senza cielo, senza orme nella sabbia, senza luce, perfino.

 

Dalla panchina che è di fronte giungono i versi di un’altra canzone:

 

Ce mila, mila dodeca,

citogna decatria

ta diùme u pediummu

na ta pari ‘sti fsenia

 

Il treno, dice un’altra voce, della mia partenza ricordo soprattutto il treno, il treno nella notte che era scesa sul mare, quando solo qualche luce di lampara appariva lontano, e tutto il  resto era nero, nero e nebbia sull’acqua e nei pensieri. Ricordo il rumore del treno che sbuffava e tremava e scendeva nelle viscere, uguale, insistente, eterno, e le parole che volavano nel corridoio, tra le valigie e i corpi seduti sulle valigie, erano parole che cercavano di far dimenticare l’affanno della partenza. Ma quell’affanno se lo prendeva tutto il rumore del treno, lo macerava e vomitava, ed era fatto di altre parole, quel rumore, parole che si perdevano, prive ormai di senso, voci di amiche, di parenti, voci di ragazzi nella festa del paese, o all’uscita dalla scuola. Tutto si mangiava e vomitava quel rumore, i ricordi che cercavo di portarmi dietro, la luce della campagna, le canzoni e i balli nelle sere d’estate, quando i tamburelli ti portavano nella loro musica che  cresceva come una tempesta e ti prendeva nel suo vortice, quel rumore del treno che ti portava lontano diceva sono qui, e finché non ti affezioni anche a me entro nella tua anima urlando come lo scirocco sul mare, per questo piano piano ti abituavi a quel rumore e cominciavi a pensare con la sua compagnia, col suo ritmo, mentre dal finestrino vedevi la prima striscia di luce sul mare, dal finestrino distinguevi nell’alba i massi frangionde, il passaggio veloce di alberi  e case, ma tutto era nebbioso, e subito era già lontano, era come se tutto corresse lontano da me, e io col treno, e tutti noi che eravamo sul treno andassimo verso un luogo dove mai saremmo arrivati, un luogo che forse non esisteva.

Quella notte e quell’alba in treno non la posso dimenticare, con tutto quell’affollarsi di figure e di voci che mi riempivano l’anima e chiedevano di parlare, era come se mi stessi allontanando in poche ore da un mondo al quale mai sarei tornata. Il treno lasciò la costa marina ed entrò in una grande pianura, con pioppi e cascinali e ancora nebbia e nebbia sulle sparse case, sui pali dell’elettricità, sui viottoli bianchi che apparivano e subito sparivano. E si videro le prime case di Milano, capannoni, embrici ondulati e lamiere, baracche e fabbriche nella nebbia, e  anche una chiesa rossa, le scritte annunciavano l’arrivo, Milano Rogoredo, Milano Lambrate, Milano Centrale, una pioggerella fitta ci accolse, fastidiosa, pareva sporca, bagnava le nostre valigie di cartone, i nostri pacchi, i nostri pensieri. Qualcuno era aspettato sul marciapiede da parenti e amici, anch’io era attesa da un’amica di mia madre,  che mi abbracciò e mi portò su un tram giallo, non avevo mai visto un tram, mi portò alla sua casa nella periferia, con  grandi palazzi tutto intorno e gru e cantieri aperti e canali dove scorrevano acque color marrone, all’indomani mi accompagnò al Centro Immigrazione, dove mi diedero la destinazione, che era  Stoccarda, in  Germania.

 

* Ecco, in traduzione, i versi delle due canzoni in lingua grica:

 

Chissà, rondinella

quale mare ti porta,

da dove arrivi ora

insieme col bel tempo.

 

E mele, mele dodici,

cotogne tredici,

le diamo a mio figlio

perché le porti in terra straniera.

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