Inafferrabile

Già, con te non posso fare come con il mio editore (come si chiamava?) quando venne a trovarmi. Lui non mi conosceva e io lo ricevetti compunto, offrendogli una tazza di tè, spacciandomi per il servo di Walser. Poi feci un inchino e sparii nella stanza accanto. Per ritornare qualche minuto dopo, senza l’uniforme del servo, sorridente, un po’ stordito dal sonno, e presentarmi: “Piacere. Sono Robert Walser”. L’editore si inquietò, il mio scherzo lo offese, uscì a rotta di collo dalla mia stanzetta, non volle pubblicare il mio bellissimo libro. Poverino!

Qui, a Herisau, non posso fare lo stesso. Tu sai che io sono Robert Walser.

Ma questo non ti aiuterà. Pronunciare il mio nome potrebbe rendermi ancora più inafferrabile. Certi innocui vecchini senza nome passeggiano per ripidi sentieri svizzeri e canticchiano felici: ma, se li scontri, possono agitare il bastone e romperti un osso del piede come se tu fossi un arcaico nemico. O d’improvviso smettere di mangiare la minestra e piantarti un cucchiaio in gola.

 

Lottare

Non ho nessuna voglia di lottare. Avessi una malattia incurabile, non seguirei nessun protocollo medico. Mi denuderei, durante un passeggiata, e mi farei sferzare dal vento freddo. Vorrei aiutarla, la morte. Perché avere con lei, che comunque vincerà, un rapporto di opposizione, di innaturale dilazione? Io sarei dell’idea di facilitarle il compito, una volta che so di essere diventato il suo bersaglio. Seguire, con semplicità, le sette regole del Silenzio: prudenza, segretezza, simulazione, sogno, fantasticheria, metamorfosi, malinconia.

 

Estraneo

Una bella dose di misconoscimento è utile. Aiuta a respirare meglio. Ti fa sentire un estraneo perfetto. Quando ti addormenti sei più libero. Nessuno si aspetta niente da te. Domani, sei libero di scrivere, di dipingere, di tacere. Una fortuna insperata non essere in balìa del mondo. Se poi, alla fine di tutto, riuscirai a perdere il nome, dovrai ringraziare (non so chi) e sorridere (non so a chi). Anche scrivere, caro Weiss, è utile quando la parola scorre come acqua fra le dita, non quando è mattone che aggiungi a mattone per costruire chissà quale casa. Le case crollano. Poi, certo, ogni acqua vuole il suo alveo, il suo ruscello. (Domani, sì. Domani leggerai. Guarda sotto il mio cuscino alle cinque del pomeriggio, io sarò a camminare con Carl).

 

Burattini

Cosa potevi trovare? Nulla. Ieri non ho lasciato nulla sotto il cuscino. Ieri ho pensato ai burattini di Klee, al Fantasma Spaventapasseri, al Signore a alla Signora Morte, al Poeta Coronato. Li aveva fatti con la stoffa, il grande pittore, per il figlio Felix. Oh, come avrei desiderato per te il bello spettacolo delle mie prosette gentili e dei suoi ironici pupazzi! Ma Klee è così lontano da me. Abita nell’elevato mondo dell’arte dove le mie piccole frasi sono inutili pantomime, sciocche buffonerie. Ah, caro Weiss, se fossi Cenerentola non andrei a nessun ballo e sognerei le sue magiche luci lì, accano alla cenere, serva silenziosa, sapendo che i sogni non devono esaudirsi. La mia cenere è personale, la reggia del principe un luogo pubblico, una carriera di felicità, una vana sazietà. Meglio avere sempre fame. Se avessi gli Stivali delle Sette Leghe, me ne starei gioiosamente fermo. Fossi Cappuccetto Rosso, incontrerei il Lupo con un sorriso. Fossi la Bella Addormentata, mi sveglierei al bacio del principe ma senza aprire gli occhi, simulando il sonno, lasciando che il banale desiderio, la logica vita si allontani nel suo pianto inconsolabile.

 

Se ci ami

Trattare con noi è difficile, se ci ami. Se ci detesti, semplicissimo: docce fredde, farmaci, corde, chiavi, porte chiuse. E percosse, quando nessuno ti vede. O, a notte alta, il bavaglio stretto sulle nostre bocche, stupri silenziosi.

Se non ci ami tutto va bene, il manicomio funziona, e la tua vita fila liscia, verso l’irreparabile disastro delle tue anime. Vedi, non le nostre. Le tue. Ci sono viaggi che non puoi ancora immaginare. Lo possono i bambini, i vecchi, quelli che non riparano la loro mente. Oh le vite! Sono solo ombrelli contro gli acquazzoni! Ma ci sono mancanze che non posso colmare. Elisa, mia madre, non mi guardava mai. Oh mi avesse guardato! Forse avrei buttato via tutti gli ombrelli esplodendo in risa felici!

 

Oleg

Io lo ricordo bene, quel sogno. L’ho sognato per tre notti di seguito. Un uomo enorme  volteggiava fra le panchine del parco, come se avesse scambiato il giardino per il ponte di una nave e le panchine per scialuppe. Diceva di chiamarsi Oleg, di essere stato un baleniere, ma tutti pensavano fosse solo un matto stravagante che contava storie. Oleg gridava spesso: “Io sì, mi sono salvato”. E volava di panchina in panchina, come un orso delicato. Io lo vidi e piansi. Perché nessuno gli diceva una parola buona? Oleg si voltò verso di me, era immenso. “Quanti anni hai?” mi domandò. Io balbettai, non ricordavo. “Sette, forse otto”. Il gigante fece un enorme sorriso. “L’hai mai vista la coda di una balena?” gridò. Io scossi la testa. Allora Oleg, con la punta di un coltello, scavò un rametto d’albero e vi incise con forza qualcosa. Io, non so perché, chiusi gli occhi di colpo. Quando li riaprii, Oleg non c’era più e molti bambini ridevano di me, mi buttavano addosso pezzetti di carta, barattoli, spaghi. E anche un ramo secco di faggio, dove distinsi, snella come una lancia, la coda di un pesce. Afferrai quel ramo, lo strinsi, scappai via. In quel momento mi svegliai, nel mio letto, la mano vuota. Ma vedi, Weiss, no. Non completamente vuota. Nel mio palmo c’era un piccolo segno.

 

Sopore

Se essere adulti è rinunciare a questo bel sopore, nel mezzo della giornata, allora ci rinuncio: io voglio un mondo fatto tutto di bambini che mi accolgano a braccia aperte, bello addormentato, senza farmi del male, senza badare alla mia faccia vecchia e ai miei abiti stropicciati. Essere adulti è una stupida rigidità, uno spasmo dei muscoli e della mente, una polizia delle emozioni. Non un bel bazar o una colorata drogheria, con le spezie e le caramelle che attirano i bimbi meravigliati nel loro universo infinito. Io resto qui, tu lo sai, perché non c’è niente di più bello che rinunciare alla corruzione dei sentimenti.

 

Bisogno

Ho bisogno solo di due piedi e di due mani. Ho bisogno di coricarmi nella neve per morire di freddo come un bambino. Solo tu sai che potrei passeggiare per un interminabile numero di giorni senza mai muovermi. Ma preferisco spostare anche il corpo: è più naturale, da’ meno sospetti di viaggi interiori. Capisci la mia incredibile felicità? Io non possiedo il terreno dove appoggio le scarpe perché non ho bisogno di lui come lui non ha bisogno di me: mi ospita, preferibilmente nei giorni di pioggia, quando con le scarpe inzaccherate affondo i piedi nella terra e apro l’ombrello per ripararmi la testa. Ma una stecca è sempre rotta e mi sbatte sulla faccia, come una carezza eccessiva. Ah quella carezza! È come un segno del mondo. Mi schiaffeggiano appena ma vorrebbero uccidermi. Sono salvo per miracolo. Io non sono fatto per il mondo. Lui non è fatto per me. Ci sopportiamo appena, io sono un bottone scucito, lui è la Grande Giacca. Poi però facciamo pace. Di solito mentre cantano degli uccelli, vicino a un ruscello. Mentre tutto scorre.

 

Quasi

Non mi allontano mai troppo a lungo. Non voglio fare la parte del privilegiato. Io devo tornare agli orari prefissati. Mangiare e dormire tutti insieme. Alla stessa ora. È questo il contratto con Herisau. Tu avrai letto la mia cartella clinica. Io immagino che non ci sia scritto quasi nulla. Tipo: “R.W. Passeggiatore. Sente le voci. Vorrebbe essere meno visibile”.

Quasi è il termine giusto. Appartiene a due regni diversi. È quasi bello, quasi brutto, quasi sano, quasi folle. Ma non è mai o l’una o l’altra cosa. Vedi, le favole sono finite. Cammino per i boschi ma è come se non ci fossero più gli alberi. Neppure gli uccelli cantano più. I sentieri sono vuoti. Mi sento libero. Non quasi libero. Ma libero.

 

Achàb

Ah stravaganti destini! Adoro Bartleby lo scrivano, che fa deflagrare Moby Dick! La Balena è il sogno che Bartleby non si permette più di sognare. Raggiungere il bianco irraggiungibile, il Grande Mostro, perdere la vita per arpionarlo. Bartleby lo ha sostituito con una stanza bianca dove agire è solo copiare, dove l’arpione rimane la povera penna sul minuscolo foglio, ma poi anche la penna tace, si nega, non vuole confrontare le copie, non copia più. Bartleby, immobile negli uffici come un’ostrica attaccata ai muri, viene accusato di vagabondaggio e muore in carcere, dove preferisce non mangiare. Lui, un vagabondo. Lui, l’uomo più immobile della terra. Ma il suo no è devastante come una traversata oceanica della mente. Disperato, esile, inflessibile. Disperso in tutti i punti dell’aria.

Rimpiango di non scrivere più solo quando c’è una certa luce di ottobre che viene dai boschi e non scotta la pelle; soffia un vento delicato e tu scriveresti senza sapere neppure cosa, e il tuo segreto sarebbe il vuoto perfetto della pagina, fitta di parole come un alveare.

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