La prima volta che sono stata nella terra degli Amish

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Fotografia di Francesca Andreini

Fotografia di Francesca Andreini

Ho attraversato, con la mia famiglia, campi su colline dolci e lavorate con amorosa cura. Arature fresche e raccolti pronti allineati su geometrie colorate di gialli e marroni intensi, verdi rigogliosi e promettenti.

Ho visto le fattorie dipinte di bianco, grandi e ordinate, con silos enormi e altissimi a contenere il mais, accanto. E file interminabili di panni appesi fra queste e quelli. Vesti scure, serie, degli stessi colori dei campi e dei raccolti, inframmezzate da qualche abito viola, come punta di trasgressione. Gli abiti piccoli per i bambini come repliche di quelle degli adulti: stesse forme e stesse tinte.

Gli Amish non li ho incontrati, quasi, ma li ho visti chini sui campi, coi cappelli di paglia in testa e le maniche delle camicie arrotolate sugli avambracci, sotto i panciotti abbottonati.

Le donne scalze a portare fuori ceste di panni, con le facce incorniciate da cuffiette bianche.

E bambini indaffarati a giocare con la palla e con le ruote, le altalene, le rincorse.

 

“Mamma, davvero non hanno videogiochi, loro?”

 

“Davvero.”

 

E i grandi non hanno televisore, né telefono, né computer. Non hanno automobili perché non c’è bisogno di andar lontano, nella vita. Basta un calesse tirato da un cavallo, per andare a trovare i vicini, e riunirsi a turno a casa ora di uno ora dell’altro la domenica per la messa. Quando le donne di casa cucinano giorni e giorni per ospitare tutta la comunità. Che si ritrova e prega per quattro ore di fila, poi mangia e si rilassa.

 

Passando la vediamo, una di queste riunioni, appena terminata. Tutti se ne stanno nel giardino della casa e gli uomini parlano seri e sereni, vicino ai loro calessi. Le donne chiacchierano e sorridono, i ragazzi grandi e piccoli giocano a pallavolo, scalzi e con un gran vociare.

 

Ci arrivano le parole strane di quel loro dialetto mezzo olandese. Che si sono tirati dietro dalla terra da cui sono dovuti fuggire, anni fa, perché a nessuno andava giù che loro si volessero battezzare solo a diciotto anni.

Solo quando erano sicuri di avere la consapevolezza di cosa significa essere cristiano, e la serietà per prendere la decisione di vivere nella comunità abbracciandone le regole. Fino a quell’età tutto è lecito anche andarsene senza disonore. E molti lo fanno, restando per lo più a vivere nei dintorni e facendo a volte da commessi nei negozi di souvenir, o da guida nel villaggio tipico Amish, che è una ricostruzione ben fatta per i turisti. Tutto bianco e ordinato e piccolo e spazioso al tempo stesso. Con spazi pensati per stare tutti insieme, perché spesso gli Amish stanno tutti insieme. Già la famiglia è enorme, composta da tutti i figli dei quali il signore vuole benedire la coppia. E poi si ritrova spesso con le altre, come per la messa, come per le feste religiose, come per costruire un nuovo edificio. Tradizionalmente, tutti insieme si riuniscono e lavorano fianco a fianco, finché il nuovo fienile è tirato su e completo, in poche ore.

Tutti carpentieri, tutti uomini manuali, da queste parti. Perché i lavori permessi sono quelli che sono utili per tutti, quelli pratici che aiutano la comunità. Le cose superflue come l’arte e l’educazione sono bandite, da queste parti. Unica decorazione dentro le case sono i calendari. Unico percorso scolastico quello inferiore all’università, che insegna cose pratiche.

Tutto all’insegna della serietà, della parsimonia, della moderazione. Le biciclette senza pedali per faticare di più negli spostamenti. Il vestito delle spose, appena un poco meno austero dell’unico abito da portare tutti i giorni, che se ne sta chiuso in un baule ad attendere il giorno del trapasso, in cui la donna lo indosserà di nuovo per unirsi al nulla.

Non hanno fotografie, non hanno quadri, non hanno memorie fisiche della loro vita e dei suoi cambiamenti. Tutto si svolge, evolve e passa così come deve accadere.

 

E il tono pacato, le facce adulte dei bambini che non si perdono dietro frivolezze come i loro coetanei nel resto degli Stati Uniti. Questi hanno una missione importante, che è quella di vivere secondo dettami severi, chiari e inderogabili.

 

“Però non sono tristi.”

 

“Non mi sembrano affannati.”

 

“Non hanno l’aria depressa…”

 

Almeno così sembra, ad osservarli da fuori.

A vederli chini sulle incombenze quotidiane o riuniti tutti insieme a far festa sembrano molto sani, e rispettosi. Miti. Lunghi e magri, con i colori più chiari della media sulla pelle e sui capelli. Che denota il loro isolamento, nella ricerca della purezza. La scelta di una vita tanto dura e anacronistica da metterli al riparo da ogni contaminazione.

 

“Eppure non fanno tristezza.”

 

Anzi, ci rilassano.

Attraversiamo i paesaggi lavorati dalle loro mani in forme tonde e belle. Mangiamo il loro cibo preparato senza chimica e senza conservazione. Fresco, genuino, saporito cibo al quale non siamo più abituati.

Ci godiamo un silenzio che permette di ascoltare il vento e l’abbaiare dei cani e le voci dei bambini.

Ci sentiamo eccessivi, intrusivi, inquinatori. Fragili.

Questi hanno il corpo temprato dalle stagioni e dal rifiuto di curarsi. Se ne prendono cura gli altri, dell’Amish malato. I medici esterni non li vedono quasi mai e l’ospedale, poi, solo in casi gravi e spesso quando ormai è troppo tardi.

 

Piacevole perché ci passiamo nel mezzo? Osservando e non vivendo? Perché ci parliamo solo per chiedere prezzi e informazioni, senza confrontaci su nessun argomento, senza bisogno di entrare in contrasto?

Può darsi. Anzi, è probabile.

 

Eppure andandosene dalla terra degli Amish rimane come una sensazione struggente di perdita. Alle spalle il silenzio e le vite miti, i tempi lunghi, i paesaggi dolci.

Alle spalle la visione sfuggente di una vita in comune, condividendo credo e abitudini, tempo, riti.

L’auto ci porta troppo veloci, e dopo poche curve siamo di nuovo in America.

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