Sedia con chimera e pubblicità

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SEDIA

Sono amico di un vecchio che già da un pezzo ha superato gli ottant’anni. Lo incontro al bar, dove mi fermo qualche volta a parlargli. Seduti a bere un caffè, gli racconto come mi vanno le cose perché lui mi chiede sempre: “Tutto a posto?”. Poi anch’io chiedo a lui se tutto è a posto, e lui ha un modo curioso di raccontare i fatti suoi, perché quasi subito si dimentica completamente quello che ha detto e riprende daccapo, ripetendo sempre la stessa cosa. Quando lo interrompo e glielo faccio notare, lui, sorpreso, mi chiede: “Davvero l’ho già detto?”. Certo, rispondo io. E a questo punto si fa delle risate sotto i baffi come a dire: sono proprio completamente rimbambito. Qualche volta lo dice veramente: “Sono proprio completamente rimbambito”, sempre ridendo sereno e incantato. Perché è così, lui è rimbambito, a causa dell’età, e questi problemi di memoria è naturale che li abbia, come è naturale che ci scherziamo su senza farne un dramma.

 

*

 

Nei giorni scorsi uno scrittore famoso, tale Raffaele La Capria, ha scritto sul quotidiano Il Foglio una lettera al “lettore italiano”:

 

Vorrei, per favore, trasmettere questa lettera al lettore italiano.
Caro lettore italiano, io e te, per la maggior parte del tempo della mia vita, non ci siamo intesi. Ho scritto almeno una ventina di libri buoni, secondo me, e uno solo, Ferito a morte, ha venduto in modo soddisfacente, qualche centinaio di migliaia. E gli altri? Le copie vendute degli altri miei libri sono per me in gran parte deludenti, poche migliaia o meno. Non ti vergogni? Ti pare bello trattarmi in questo modo dopo tutta la fatica che ho speso per scrivere i miei libri in un linguaggio semplice e accessibile a chiunque, dunque anche a te? E ti pare bella la lista delle tue preferenze, quella dei libri più venduti, che – scusa se te lo dico con franchezza – sembra un documento della tua insipienza? Cerca di evolverti! Fai qualche sforzo! Certi libri che basta leggerne due righe per capire che non valgono niente, tu li compri a centinaia di migliaia e in certi casi raggiungi il milione. Vergognati! Impara a leggere! Se penso a quanto tempo ho impiegato per scegliere la parola giusta, l’aggettivo giusto, il periodo giusto, a tutto il tempo impiegato per crearmi uno stile mio, riconoscibile, e tutto per chi?

Per uno come te, che di queste cose non capisce niente. Sai che ti dico? A novant’anni mi ritiro, non vale la pena, il mio diventa un mestiere stupido con lettori come te. Non ti sei accorto come sono belli e interessanti i miei venti libri che ho scritto in questi novant’anni, perciò ho deciso – un po’ tardi, lo so – che non scriverò più. Ho chiuso con quest’ultimi due libri: [TITOLO DEL LIBRO e EDITORE] e [TITOLO DEL LIBRO e EDITORE], appena usciti, che per punizione e giusta riparazione dovresti affrettarti a leggere. Addio. Raffaele La Capria.

 

La Capria ha novant’anni, quasi la stessa età del mio vecchio amico del bar, ma non sembra avere problemi di memoria. Questa lettera, però, denota tutta un’altra serie di problemi, a mio avviso molto più preoccupanti.

La prima cosa da annotare è il particolare uso dell’ironia che fa La Capria. Non si tratta di un’ironia fine a se stessa, come negli esercizi scolastici, ma nemmeno di un’ironia funzionale a un discorso letterario: qui l’ironia è un nudo e crudo strumento pubblicitario. Un “lettore” che cominci a leggere la lettera di La Capria, attratto dal discorso ironico comunque interessante sul pubblico della letteratura contemporanea, si aspetterebbe che andasse a parare in qualcosa di consistente. Altrimenti che “lettore” sarebbe? Se si accontentasse dell’ironia fine a se stessa, gli basterebbe frequentare qualche scuola di scrittura creativa. E invece La Capria conclude il suo discorso facendo pubblicità ai suoi ultimi due libri, mettendo allo scoperto così la sua commerciale strategia letteraria. Insomma, per invitare alla lettura delle sue opere, il novantenne scrittore non sa ideare niente di meglio di uno sketch pubblicitario, pensando forse così di scampare alla vecchiaia o addirittura alla morte, ovvero di rimanere al passo coi tempi – anche se l’impressione è che rimanga al passo soltanto con il marketing, non coi tempi, men che meno con la letteratura.

La Capria è l’ultimo arrivato nel circo della pubblicità, e forse anche per questo è il più goffo e maldestro. La sua goffaggine è il sintomo evidente che ormai nella cosiddetta letteratura non c’è più scampo, nemmeno a sentir parlare uno scrittore di novant’anni, dal quale ci si aspetterebbe una lucidità anacronistica e sanamente inadeguata ai tempi.

Ma la vicenda di questa lettera non finisce qui. Uno dei due editori degli ultimi due libri di La Capria, minimum fax, l’ha postata sul suo blog, chiamando un altro dei suoi scrittori a imbastire un discorso che in qualche modo nobiliti la bassezza pubblicitaria dell’operazione di marketing. Nicola Lagioia scrive così il seguente cappelletto introduttivo alla lettera, che a questo punto il lettore italiano non ancora lobotomizzato non ha alcuna difficoltà a definire capzioso e ulteriormente pubblicitario:

 

Lo scorso sabato 19 ottobre, Raffaele La Capria ha scritto una lettera al quotidiano «Il Foglio» in cui annuncia che abbandona la scrittura. Non senza ironia, polemizza con il lettore italiano. Proprio quest’estate sono stato di nuovo alle prese con Ferito a morte. Per l’ennesima volta, l’ho trovato un libro splendido. Lo consiglio a chiunque non l’abbia letto. Da una parte, leggendo l’addio di La Capria, non si può fare a meno di pensare a quanto sia diverso nelle motivazioni da quelli di Philip Roth o Alice Munro. Dall’altra, è inevitabile pensare alla recente ricerca dell’Ocse secondo cui – su ventiquattro paesi censiti – l’Italia sarebbe all’ultimo posto per ciò che riguarda le competenze alfabetiche, linguistiche ed espressive (dunque, anche nella capacità di comprendere un testo scritto) della sua popolazione adulta.

 

Cominciano a fioccare i commenti nel blog, dove si prende a disquisire di tutto, perfino – come da abile indicazione di Lagioia – dell’analfabetismo degli italiani secondo l’OCSE (argomento furbamente stralciato all’uopo dall’attualità più recente, come i riferimenti alle chiacchiere sul Nobel). Nel frattempo, il lettore italiano non ancora lobotomizzato s’immagina, con scarsissimo stupore, l’editore minimum fax che si sfrega le mani dietro le quinte.

Gli si potrebbe obiettare, al lettore italiano non ancora lobotomizzato: il sistema editoriale funziona così, non lo sai? Che cosa vuoi fare, protestare per la pubblicità? No, il lettore italiano non ancora lobotomizzato non ama protestare, pensa semplicemente che ormai a lui quasi più nessuno si prende la briga di scrivere non dico una “lettera”, ma almeno un bigliettino di condoglianze. Perché la letteratura, quella chimera che lui ancora insegue con fatica districandosi nei meandri pubblicitari, con questi stratagemmi così disarmanti rischia sempre più di soccombere, di non farcela, di stramazzare, prima o poi, una volta per tutte.

 

*

 

Vado al bar dal mio amico quasi coetaneo di La Capria che mi fa: “Tutto a posto?”. Comincio a sottoporgli le lagnanze del lettore italiano non ancora lobotomizzato. Lui mi ascolta con attenzione bevendo il caffè, poi comincia uno dei suoi racconti: “Ieri ho spostato una sedia dalla stanza da pranzo alla cucina. Era la stessa sedia che spostavo sempre fino a qualche anno fa senza fatica, ma adesso avresti dovuto vedere come era diventata pesante!”.

Rimango perplesso, ma lui subito riprende: “Ti devo dire una cosa: ieri ho spostato una sedia dalla stanza da pranzo alla cucina. Era la stessa sedia che spostavo sempre fino a qualche anno fa senza fatica, ma adesso avresti dovuto vedere come era diventata pesante!”.

Lo guardo sempre più perplesso. Allora lui mi fa sorridendo: “L’avevo già detto, vero?”.

È proprio completamente rimbambito.

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