Sinai e Palestina/ 1

In esclusiva per Zibaldoni, i diari di viaggio di Ferruccio Antongini, presentati dalla nipote Giovanna Antongini: "Mio zio era un lettore onnivoro, appassionato di musica, viaggiatore come suo fratello maggiore Nino, ambedue curiosi del mondo che si sono spartiti in specie negli anni tra il 1910 e il 1915: a Nino, Egitto, Grecia, Ceylon, India, Birmania, Giava, Isole del Pacifico; a Ferruccio, Medio e Estremo Oriente, Antille e Abissinia. Spiriti irrequieti, così come il cugino Tom, scrittore, editore, finanziatore di D’Annunzio nella vana speranza d’avere in esclusiva le opere del Vate e infine, dal 1909, segretario particolare del poeta... Chi era, o chi immagino fosse, posso solo dedurlo dai suoi diari di viaggio: centinaia di pagine che loro madre Haidé Dubini ha rilegato in quaderni con la copertina di cartone, battuti a macchina su una sorta di carta velina e con un inchiostro così tenue da rendere ancor più lontani quei luoghi remoti".

di in: Timbuctù (0)

PREMESSA

 

Ferruccio Antongini era mio zio; lettore onnivoro, appassionato di musica, viaggiatore come suo fratello maggiore Nino, mio padre. Ambedue curiosi del mondo che si sono spartiti in specie negli anni tra il 1910 e il 1915: a Nino, Egitto, Grecia, Ceylon, India, Birmania, Giava, Isole del Pacifico; a Ferruccio, Medio e Estremo Oriente, Antille e Abissinia, dove dalla Società Geografica Italiana ebbe l’incarico del rilievo del lago Tana nell’ambito del progetto di costruzione di una linea ferroviaria. Spiriti irrequieti, così come il cugino Tom, scrittore, editore, finanziatore di D’Annunzio nella vana speranza d’avere in esclusiva le opere del Vate e infine, dal 1909, segretario particolare del poeta, ruolo che dagli anni ’20 comportò inevitabili rapporti con Mussolini non apprezzati dalla famiglia. Lo spirito d’indipendenza era eredità di nonni e zii protagonisti prima delle Cinque Giornate di Milano, e poi entusiasti sostenitori di Garibaldi, tanto che nel 1860 Alessandro Antongini firmò una cambiale di 510mila lire all’amministratore della compagnia di navigazione Rubattino per il noleggio delle due navi che avrebbero trasportato le 1068 camicie rosse da Quarto a Marsala.

Di zio Ferruccio conservo solo qualche vaga immagine: la distanza tra noi era di quasi due generazioni, quando io nacqui mio padre aveva circa 60 anni. Un’incerta memoria mi riporta a quanto, bambina di 3-4 anni, fossi affascinata da questo personaggio che passeggiava sui sentieri di Selvino con il monocolo e la scimmietta Caterina sulla spalla; ricordo il salotto oscuro della sua casa sul lago Maggiore dove su un cuscino di velluto troneggiava l’amata bassotta Lady imbalsamata.

Chi era, o chi immagino fosse, posso solo dedurlo dai suoi diari di viaggio (sia lui sia  papà morirono negli anni ’40): centinaia di pagine che loro madre Haidé Dubini ha rilegato in quaderni con la copertina di cartone, battuti a macchina su una sorta di carta velina e con un inchiostro così tenue da rendere ancor più lontani quei luoghi remoti.

Difficile definire che tipo di viaggiatore sia stato: s’intuisce una spinta ad andare oltre, ad andare verso altro, ma non necessariamente verso l’Altro che nelle sue descrizioni è sempre solo un dettaglio trascurabile di una natura, al contrario, minuziosamente vivisezionata. Osservatore attento di usi e costumi, non cerca analogie o confronti. Certo, va tenuto conto dell’ understatement tipico  di una data categoria sociale dell’epoca, ma raramente nei suoi scritti manifesta un’emozione: estraneità, timore, stanchezza, delusione, nostalgia; stereotipi dei viaggiatori di ogni tempo. Quasi l’immagine del cavaliere medievale libero e autonomo che definiva la propria identità per mezzo del viaggio; un cammino verso l’esterno delle convenzioni, verso vuoti suscettibili di ridefinizioni: la foresta, il deserto, il mare; di fatto, alle brevi soste in città dedica solo qualche riga distratta e generica. Un turismo dello sguardo che osserva, registra e classifica la cornice entro la quale egli stesso si muove. E, nonostante la precarietà dei mezzi, colpisce la velocità degli spostamenti: da Suez a Karachi in poco più di tre mesi; una fuga in avanti come se il solo essere stato in un luogo bastasse a esaurirne l’attrattiva. [GIOVANNA ANTONGINI]

 

*

 

Le Desert di Pierre Loti: una sinfonia di luci, di colori, di albe e di tramonti, quel libro in cui si agita un potente soffio di vita libera vissuta nello spazio infinito del deserto, l’ansia di un mese di carovana al passo del cammello, le notti stellate e silenziose, fuga dalla città per un mondo lento dove le ore non hanno valore, dove il paesaggio più che imporsi lascia alla fantasia la libertà di immaginare, mi spinse a desiderare la terra calda del Sinai, la leggenda e il mistero che l’avvolge. In poche settimane decisi e organizzai il viaggio come prima parte di una più lunga peregrinazione attraverso l’Arabia.

 

Febbraio 1910

 

Tempo meraviglioso, limpido sereno: un’aria pura, trasparente. Al di là della bianca, piccola Suez disseminata nella sabbia ocra, il deserto rosso del Sinai si sposa con l’azzurro intenso del Mar Rosso; vi si fonde con un degradare di sfumature opaline serpeggianti fino in fondo all’acqua iridescente. Più in là delle sabbie, in lontananza, le prime ondulazioni del Sinai, del grande deserto di El Tih, si delineano molli e incerte in lunghe onde rosse dalle ombre intensamente violacee.

Incanto, pace. Lascio l’ultima città egiziana, l’ultimo hotel (il Grand Hotel du Sinai) per le immense solitudini soleggiate, per il paese del mio sogno, per il solitario biblico Sinai che deve ergersi laggiù in fondo verso sud-est, rigido e immutabile come il tempo. La barca mi ha abbandonato al di là del Canale sulla spiaggia nuda e calda. Una lunga fila di cammelli attendeva il bagaglio, le tende e tutte le cento suppellettili così necessarie per il lungo viaggio sul vasto altipiano arido e ardente.

Beduini dai cenci luridamente pittoreschi, dagli occhi diffidenti, i denti appuntiti, agitavano disperatamente con larghi gesti le loro magre membra e un urlio stridente di suoni concitati e aspri si mescolava ai lamenti orribili dei cammelli. Nulla si può contro le interminabili, incruente risse degli arabi se non sedersi e attenderne filosoficamente la fine. Di tempo in tempo uno di loro sorte dal gruppo vociante e, calmissimo, si siede accanto a noi fumando e ascoltando: si riposa per una nuova battaglia.

Un’ora intera dura l’indescrivibile confusione, poi piano piano le grida si fanno isolate, meno confuse, più deboli, i cammelli lanciano i loro ultimi gemiti e l’intera carovana lascia la sabbia calpestata e coperta di paglia incamminandosi lentamente e ritmicamente sulla terra morbida lasciando dietro a sé un solco netto serpeggiante su per la china delle dune.

Il mio cammello cammina solo, isolato, col suo passo metodico ed elastico, al tintinnio delle conchiglie intrecciate in lunghe file fra le orecchie e le nari. Due ore di sola sabbia, poi lontani appaiono i palmizi di Ayun Musa, morbidi, sfumanti nei vapori della sera. Tramonto meraviglioso, illuminato di luci e fiamme sanguigne. La notte precipita rapida e nera, ma all’orizzonte verso nord una debole fascia di chiarori ci manda l’ultimo saluto di Suez.

Pianura monotona, brulla, sole cocente, suolo cosparso di innumerevoli pietre luccicanti. Sui pendii delle dune sabbiose, la mica forma cascate di diamanti dall’abbagliante tremulo folgorio. Cielo purissimo, implacabilmente sereno. A sinistra le lunghe ondulazioni del Jabal al Tih ci seguono sorgendo nettamente dalla piana brulla. A mezzodì l’aria s’impregna subitamente di un profumo aromatico penetrante e dolcissimo: si crederebbe di essere nel Bazar delle essenze a Costantinopoli. Il mio cammello alza ancor di più verso il cielo il suo collo flessibile e aspira con voluttà le ondate balsamiche che il deserto ci manda. Sorridendo con i suoi denti aguzzi, il beduino che mi scorta raccoglie un piccolo arboscello verde privo di foglie che chiama beitaran. La sera, la tenda ne è impregnata. Continua la lenta ritmica avanzata della carovana sulla sabbia rosea verso una meta invisibile. Un’ora di riposo e di ristoro a mezzogiorno sotto la canicola. Verso le diciotto, un’ombra grigia spegne rapidamente l’ardente riverbero della sabbia. Le lontane montagne dell’Africa si fanno uniformemente cupe coronandosi di fuoco: alla loro base la linea luminosa del mare le taglia nettamente e la luce degrada in mille toni sfumati e tenui. Il Jabal el Tih non è più che una linea viola serpeggiante in lunghe volute contro un cielo di un blu irreale. Si spegne il sole e un forte brivido attraversa l’aria repentinamente gelida: la festa delle luci impallidisce, Venere sola splende viva nel firmamento. Lontano, su una piccola duna la mia tenda ospitale appare col tricolore spiegato al soffio del deserto.

Ci desta all’alba la voce di Chantecler, superbo galletto signore e padrone delle sue numerose compagne. La mattina è pura e nel deserto passa un soffio gelido irrespirato. Sull’orizzonte bianco brilla il fuoco dei beduini intirizziti e tremanti nei loro neri caftani in brandelli. Hanno passato l’intera notte fumando, intenti a un narratore che contava loro non so quali grandi gesta di un possente sceicco della loro tribù. Nelle prime ore della notte ho ascoltato la sua voce cadenzata leggermente cantante; il suono gutturale, aspro delle sue parole esaltate, talvolta di tono così basso da parere un sussurro.

Tutto il giorno camminiamo, camminiamo lungamente sempre nel deserto di Sur. La luce sfolgorante del sole accieca: non un filo d’aria, i raggi piombano dall’alto infuocando uomini e cose. Cullato dal passo all’ambio del cammello, i miei nervi, la mia volontà, se ne vanno senza che io voglia trattenerli: un pesante sopore invade le membra. Non so quanto rimasi così; solo fissavo la sabbia che lentamente scorreva sotto di me. Un grido rauco del cammello mi ridesta e sullo sfondo del deserto appare qualcosa di indecisamente lontano: un lago bianco, ondeggiante nel vuoto, un lago di sogno circondato da palme fronzute, cineree; il tutto è vago, dai contorni danzanti e sfumati, eppure tanto desiderabile. È il miraggio, il miraggio ingannevole e fuggente che tanto può sulla fantasia araba così propensa al soprannaturale, ai fantasmi. La visione si confonde, si dilegua e il deserto torna a imperare in tutto il suo squallore, la sua immensità. Al di là del mare pallido e scintillante appaiono all’orizzonte le ultime ramificazioni del Jabal Atakah. Numerosi wadi attraversano il cammino, ma non una goccia d’acqua: sterilità, aridità ovunque. A destra, in lontananza, si drizzano le tre punte caratteristiche del Jabal Bireh da cui Palmer nel 1880 fu precipitato nell’abisso da beduini in furore. Scintille di fuoco precipitano in torrenti dalle dune, un tappeto di mica infuocata copre la sabbia. Il mare è ora una lontana fascia di zaffiro dai riflessi verdi. Le irreali, fantastiche luci della sera si spengono al wadi Amarah dove è stato installato il campo. Mentre siamo riuniti per la nostra modesta cena, Murad Habuba, il dragomanno, introduce un inglese, primo europeo che incontriamo. È un contrattatore di miniere di petrolio e vive nel deserto da sei mesi cercandone le sorgenti; ci saluta come vecchi amici: si sente così solo, così lontano dal mondo.

Un vento furioso, gelido ha scosso tutta la notte la tenda: ne sentivo il sibilo attraverso le cuciture; la sabbia in mulinelli si abbatteva sul tetto con un forte crepitio e la povera bandiera sbatteva disperatamente nella tempesta. L’aurora si annuncia smorta, cinerea nell’atmosfera torbida.

Il nostro sceicco è un personaggio molto interessante: magro e nero, le membra secche, continuamente gesticolante corre attorno urlando contro tutto e tutti; i suoi piccoli occhi belluini brillano sul volto rugoso dall’espressione mefistofelica accentuata da un pizzo grigiastro. La lunga fila degli altezzosi, apatici animali del deserto è in moto al levar del sole fra turbini di sabbia. Si attraversa un immenso letto di un fiume disseccato: sabbia finissima, rosea, disseminata di selci nere, traslucide e taglienti, qualche minimo cespuglio di tarfah, tamerice. Il deserto si fa sempre più ondulato, grandi masse sabbiose ne increspano la superficie: montagne dai contorni morbidi e dai cui fianchi il vento strappa dense nubi che si alzano gialle nel cielo. Le larghe zampe del cammello sprofondano nella finissima polvere rendendo la marcia dolcemente oscillante. Al di là di una vasta breccia appare un imponente banano, solo, cupo e scapigliato, sotto le sue radici cova una pozza d’acqua verde, stagnante e salmastra: è Wadi Amarah. A sinistra, grandi masse di creta in parte cristallizzate ed enormi blocchi di selenite risplendenti di mille sfaccettature.

La strada s’incassa tra i monti; ad una brusca voltata appare da lungi una macchia verde olivo dilagante per tutta la valle, poi, vaghi riflessi d’acqua e sullo sfondo un canneto ondeggiante al vento di un delizioso verde di prato, così delicato, così soffice, così riposante per i miei occhi bruciati dalla sabbia. È l’Elim della Bibbia, chiamato dai beduini Wadi Garandel, custodito gelosamente per l’inestimabile tesoro che contiene: un tenue filo d’acqua dolce, perenne. Arabi nomadi avvolti in mantelli neri con accanto i loro cammelli ci guardano indifferenti. Una piccola rondine dello stesso grigio della sabbia segue la mia ombra lanciando il suo grido; un soffio fresco, profumato mi accarezza, tutto questo verde è così dolce così tentatore… Ma il deserto ci riprende all’uscita dalla valle, spoglio, desolato; un’ultima palma sembra volermi trattenere con le sue lunghe braccia fronzute; la carovana si snoda lenta lenta tra le dune sotto le raffiche di vento. Tramonto triste e calmo: il vento è cessato, dinnanzi a noi un anfiteatro di terra grigia coronato da lunghe, molli ondulazioni calcaree gialle. È Wadi Etah, la nostra tappa: si respira un’aria tiepida e calma, tutt’attorno è pace e  e lo spirito riposa nel solenne denso silenzio del deserto.

All’alba, sotto il cielo implacabilmente sereno, la carovana si rimette in moto verso il cerchio aranciato che cinge l’orizzonte. Il mio cammello si lamenta delle pietre troppo dure e taglienti emettendo un lungo gemito di protesta contro l’improvvida natura e avanza ritmicamente ondeggiando il suo collo flessibile, fendendo l’aria come la prua di un vascello. Il sentiero sale, sale sempre fra massi enormi stranamente ammonticchiati e frantumati nella caduta: i monti sventrati e corrosi mostrano le loro viscere striate orizzontalmente di nero e rosso. Le valli si fanno scoscese e anguste, soffocate dalle rocce granitiche che le rinserrano piombanti a picco.

Una verdissima fresca oasi (Taybeh, “valle deliziosa”): giallo delicato delle canne, grandi banani dalle forme soffici, arrotondate; l’acqua limpida scorre tra le loro radici, s’insinua tra i canneti, indugia e poi si divide in cento minimi ruscelli limpidi, cristallini. I cammelli passano sdegnosi sollevando mote di fango, intorbidando le pozze chiare, sanno che quell’acqua ingannatrice, tentante è salata.

Montagne diroccate, spezzate da immani sforzi plutonici ci stringono sempre più tra le loro mura striate; un’enorme massa smantellata di colore cupo, indefinibile, si direbbe turchina con riflessi d’acciaio,ha qualcosa di funebre per la nera veste di ombra che tutta la avvolge, e in quell’ombra pare che l’aria senta di sepolcro. Più avanti, una vasta laceratura nel colosso svela pareti verticali striate di sanguigno; una folata fresca, umida, dal sentore salino attraversa l’afa pesante passando da quella breccia e il mare appare, il meraviglioso mare tinto di turchino iridescente, irreale. Migliaia di conchiglie scricchiolano, si frantumano sotto le larghe zampe dei cammelli incuranti di tanta bellezza. Grandi dune gialle dalle forme coniche assediano la spiaggia e dietro a queste troneggia un enorme masso di basalto, il Jabal el Taybeh, la cui nera cresta si staglia contro il cielo; sotto il sole la roccia sembra irradiare vaghi riflessi azzurrognoli sull’ocra della sabbia che la cinge. La marea monta, monta rapida e presto lambisce i piedi dei cammelli che camminano in lunga fila strisciando contro le pareti del monte; il flutto azzurro ci insegue, ormai marciamo tra le onde e gli arabi rialzano le vesti sguazzando nell’acqua sino alla cintola. I cammelli urlano, sulla sponda opposta della baia ci accoglie un’imponente, ciclopica gradinata che gli animali scalano con sorprendente agilità tra i massi scomposti. Al di là, un’imponente montagna di colore rosa pallido rizza le sue torri striate, i suoi pinnacoli, slanciandosi nello spazio; si direbbe una fantastica, colossale rovina ibrida di tempio braminico e di pagoda birmana sposata alla massiccia rudezza di torrioni medievali. Quale sforzo plutonico, quale lento secolare lavorio del vento e dell’acqua hanno potuto plasmare, scolpire minutamente, erodere quella meraviglia nei blocchi di granito rosa? Come sembrano infinitamente piccoli, pari a strani scarabei dalle lunghe gambe, i nostri cammelli mentre sfilano sotto il roseo riverbero dell’immane rocca! Le montagne africane al di là del mare danno inizio alla luminosa fantasmagoria della sera e la pace, la pace suprema cala sul deserto.

Grida dei cammelli, lunghi muggiti furibondi, rauchi, proteste anticipate contro un previsto carico eccessivo; beduini urlanti nella loro lingua aspra e sonora, insulti. Tende, letti da campo, valigie,il tutto alla rinfusa, disseminato sulla sabbia: disordine e confusione indescrivibile fra i vapori azzurri del mattino, sotto la sferza dell’aria gelida, purissima. Tale è il levar del campo nel deserto. Passiamo il Wadi Bonderah, al di là della vetta ci attende un panorama di cime dentellate, aguzze, tutte a torre e a guglia; verso sera entriamo in una valle oscura: il Wadi Maghara, la valle delle turchesi e delle caverne. Nelle montagne sanguigne che ci rinserrano, profonde gallerie ne esplorano le viscere: tremila anno or sono i Faraoni inviavano orde di prigionieri per estrarre dalla roccia ribelle le meravigliose piccole pietre turchine, ora solo alcuni miseri e laceri beduini vivono nelle caverne cercando, cercando sempre nelle miniere esauste.

Oasi di Feiran, la perla del Sinai come qui viene chiamato questo incantevole angolo di paradiso. Nulla ne fa prevedere l’esistenza nella lunghissima vallata oscura che vi conduce: appare come un miracolo, un fuggente miraggio, freschissima, colma di verde e di mormorii d’acqua sorgente. I Romani vi avevano fondato la città di Faran al principio della nostra era, e sulle vette circostanti ancora spiccano sull’azzurro fortezze smantellate, rovine dalle forme strane, sconvolte e corrose. Un ruscello limpido e dolce scorre silenzioso nella sabbia d’oro tappezzando di un sottile velo di muschio il proprio letto. Campi di grano di un verde irreale, intenso ne bevono l’acqua. Tutt’attorno la nera enorme muraglia sconvolta del Serbal, centinaia di palme scapigliate dalle chiome bluastre: s’allarga il cuore dopo tante rocce, tante opprimenti pietre ammucchiate da secoli, tanti riflessi cocenti, tanto squallore; gli occhi riposano sul dolce incarnato della morbida vegetazione. Una croce bianca segnala la modesta casetta del monaco greco che vive quassù, sepolto tra le montagne e il verde delle palme; due aquile nere macchiate di bianco si librano in aria in larghe volute. L’oasi di Feiran si snoda come un serpente di smeraldo fra le pareti basaltiche del wadi, i cammelli avanzano penosamente, nelle acque verdi non vi è traccia alcuna di sentiero, poi un agglomerato di calcare roseo sforacchiato da nere celle come un favo d’api: sono tombe preistoriche in cui gruppi di beduini vivono rintanati nell’oscurità. Uno dei trogloditi viene a me conducendo per mano una ragazza di una diecina d’anni, già donna nelle forme dissimulate da un ampio mantello nero; sul petto, una cascata di perle variopinte tintinnano ad ogni suo passo. La voce è corsa che tra i Bianchi vi è un dottore e fino dai primi giorni sono giunti da lungi al campo dei poveri esseri piagati chiedendomi di sanarli: quei sventurati avevano una vera fede nella mia piccola lucente farmacia, ammirandola quale talismano con timoroso rispetto. Con gesto pudico la fanciulla si scopre il seno: due orribili escrescenze lo macchiano; coi suoi occhi neri dipinti mi sorride riconoscente mentre le incido e medico le piaghe.

Tra le ultime palme dell’oasi appare all’improvviso un soldato egiziano sul suo cammello corridore; mette piede a terra e mi stringe con effusione la mano porgendomi una lettera sigillata con le armi del governo. Ahimè la via dal Sinai a Petraci è preclusa dalla Porta. Interrogo il soldato, un bel giovane dai tratti nobili e dai gesti rispettosi: noto che si mette sull’attenti ogni volta che gli rivolgo la parola. Non voglio tornare sui miei passi verso Suez; conciliaboli, trattative con il soldato, indecisioni… alla fine tutto è stabilito: partendo dal Convento ci dirigeremo verso l’oasi di Kalaat el Neckhel a nord, perduta al centro del deserto di El Tih, poi di là prenderemo la via di Kusseimah, Berseba, Hebron, Gerusalemme: se Dio e il governo ce ne daranno facoltà.

Seguiamo il letto sabbioso del wadi El Sheikh che in larghe spire sale verso il grande Sinai. Piove, vento gelido, i cammelli soffrono e mugghiano. Alla sommità del wadi, appaiono lontani e indecisi i primi contrafforti del massiccio sinaitico. Masse viola cupo smantellate, diroccate, spezzate dal gelo, dal vento, dall’acqua. Imponenti montagne in un grandioso decoro coronate da leggere nebbie fluttuanti sullo sfondo di intenso turchino. La sera scende rigida, aria di burrasca: per un istante il cielo s’infiamma verso occidente accendendo le cime di porpora e oro; nubi ardenti trascinano nel cielo cirri in fiamme tenui come veli. Gli ultimi guizzi si spengono repentinamente dietro una nube enorme, nera, minacciosa, e la mezza luna dell’islam delinea vagamente le rocce tormentate avvolgendole nel suo debole riflesso glaciale.

Le tende sono ricoperte da fiori di mandorli: è primavera sul Sinai e tutti gli alberi sono in fiore; un’orgia di candore, masse soffici di bambagia che come nubi immobili aleggiano su nodosi tronchi neri. È notte, e le corolle bianche emanano un profumo sottile, snervante che dilaga nell’aria umida come un balsamo. Dopo tanta sabbia nuda, dopo la desolazione del deserto, quanto riposante e dolce è questo verde, il sentore dei fiori freschi che respirano nella notte.

È il decimo giorno, arriviamo all’ultima nostra tappa nella notte gelida, stellata, e cerchiamo invano di scoprire nell’oscurità qualche linea, qualche profilo del convento. Nulla, soltanto all’alba la muraglia quadrilatera che lo racchiude ci appare nuda, enorme, come un solo blocco massiccio sepolto nell’ombra del Jabal Musa e Caterin che l’opprimono ai due lati.

Solo, tra monti selvaggi, distante dieci giorni di carovana dal più vicino villaggio, si erge massiccio, indistruttibile come le rocce che lo rinserrano. Da quindici secoli le sue rosse muraglie sfidano il tempo e gli uomini; rannicchiato nel suo covo, l’enorme mostro di granito sembra stare in agguato dominando la valle nera; dentro le sue porte vive una religione che oppone la sua croce alla luna falcata di Maometto. Una sola bassa apertura rompe le mura: tre porte in ferro, l’una dopo l’altra, pesanti, arrugginite si aprono stridendo sui cardini rodenti la pietra; porte di ostile rudezza, quasi più solide delle mura che le contengono; seguiamo il monaco che muto ci guida nella frescura umida del sotterraneo e quando rivediamo la luce siamo nel mezzo del convento. Un inestricabile aggrovigliamento di costruzioni disparate, senza epoca, sorte secondo il capriccio e i bisogni dei monaci: nidi appollaiati fin sulle cornici delle mura, altri bassi, umili, schiacciati da nuove celle costruite sul loro tetto; antri neri che si perdono nei sotterranei, nicchie abbandonate che cadono in polvere sotto al sole, corridoi che s’insinuano inquietanti, scale a chiocciola, a pioli. L’eremo è abitato da una trentina di monaci greci, pochi ne incontriamo; i nostri passi soli risvegliano l’eco sonora del granito. Pellegrini russi dai visi rudi, lunghe barbe, occhi dolci, azzurri. Il convento li nutre e alloggia da sette giorni; sono giunti dalle steppe desolate con le loro donne attraverso il deserto rovente, attratti dalla misteriosa solitudine di questo luogo sacro.

Il monaco che ci guida parla con amore del suo convento esprimendosi in un italiano leggermente ellenico ma con perfetta pronuncia; al centro del vasto quadrilatero, pacificamente contigua a una piccola moschea in rovina, sorge la chiesa della Trasfigurazione, l’orgoglio del convento; la chiudono porte di noce millenarie intagliate in larghi arabeschi: davanti ai battenti aperti, nella dolce penombra che regna nella basilica, sospese sulle nostre teste centinaia di lampade pendenti da fili invisibili tutte alla medesima altezza. Lampade di ogni forma e epoca: bizantine pazientemente traforate, greche dalle lunghe braccia esili e contorte, occidentali in argento massiccio; i riflessi dorati e argentati si fondono in un solo sfolgorio d’oro verde dalle delicate, pallide sfumature. Nel fondo brilla il tabernacolo come un enorme gioiello diffondendo sotto le volte del tempio una fioca luce gialla. L’occhio riposa sulle bianche colonne di granito dai pesanti capitelli in malachite azzurrognola. Marmi preziosi e porfiri coprono il pavimento qua e là corroso; di marmo dorato è anche il pulpito gotico sospeso a una delle colonne. Tra mosaici d’oro settecenteschi, riposa il corpo di S. Caterina, patrona del convento. Da un pesante sarcofago, il monaco estrae un piccolo scrigno coperto d’oro e di smalti e appare la mano della santa: una mano delicata, leggermente rattrappita, con le piccole dita mummificate coperte di pietre: dalla macabra reliquia sale acutissimo un profumo di cosa morta. Sempre silenziosamente, il monaco toglie da nicchie oscure cento cose preziose, tesoro accumulato nei secoli: reliquiari coperti di gemme, croci ortodosse dai sottili ceselli persiani intersecati da smalti turchini, tiare da vescovo incastonate di rubini, turchesi, smeraldi; poi, candelabri d’oro massiccio, incensiere, turiboli. E tutte queste meraviglie escono dal buio, scintillano un istante ai nostri occhi e scompaiono di nuovo nelle tenebre per mesi, anni.

Nella parete sinistra della basilica si apre una piccola porta: i nostri piedi scalzi, intirizziti dal marmo gelido, riposano ora su morbidi tappeti persiani. Siamo in una piccola cappella, una luce crepuscolare penetra da tre profonde lucarne praticate nella volta; le pareti sono tappezzate da sacre icone il cui oro smorto luccica fiocamente al tremulo fuoco delle lampade votive. Il luogo è santo: qui apparve Dio a Mosè ingiungendogli di liberare il suo popolo. L’abside è profonda e oscura, la luce del sole illumina la nicchia soltanto una volta l’anno: verso il 27 di marzo un raggio vi penetra dall’ogiva centrale concedendo un istante di vita agli ori del sepolcro.

Tre giorni nella pace mistica del convento, tre dolci notti nella tenda aperta al soffio profumato dei mille calici di mandorlo. Le campane della chiesa suonano a festa, il sinedrion sospeso sulle mura rimbomba sotto i colpi di martello. La messa oggi si celebra in una piccola cappella bianca sepolta tra gli olivi: qui da secoli s’accumulano le ossa dei monaci morti nel convento; dal vano della porta sogghigna un teschio dalle orbite cave, lo scheletro è coperto da una tonaca e tra le dita scarnificate tiene dei fiori di mandorlo olezzanti; nel mezzo della navata, una montagna di crani terrosi dai denti spezzati, cataste di ossa da cui penzolano inerti i minuti scheletri delle mani. Sotto l’alta volta si spande il dolce lamento di un inno religioso russo lungo e straziante; il canto s’innalza e decresce in ondate melodiose che ricordano il Boris Godunov di Mussorgsky; è l’addio, i russi baciano la terra, il convento si è spopolato e ricade nella sua quiete secolare. Ce ne andiamo con grande rammarico, ancora una volta abbiamo davanti lunghe giornate di deserto attraverso una strada nuova mai percorsa da viaggiatori; riprendiamo con entusiasmo la fascinante vita di nomadi, i sonni nelle tende, le ore di sole e di sonnolento torpore, i miraggi, le luci, i colori delle grandi solitudini morte.

I nostri cammellieri sono meno servili, più fieri degli ultimi lasciati al convento: i loro gesti hanno una certa maestà calma e solenne; il mio Abdallah sorride coi suoi denti scintillanti ma gli occhi rimangono duri, selvaggi. Nella mandria urlante, ho scelto il mio cammello, piccolo, dalle lunghe gambe sottili e nervose. Non ha il grido sgradevole degli altri quando si piega per prendermi in groppa: si lamenta dolcemente, rassegnato alla sua sorte, con un leggero gorgoglio.

Murad il dragomanno giura che saremo noi i primi europei ad attraversare da sud a nord tutto il deserto di El Tih. La povera vegetazione degli wadi si fa sempre più scarsa, si sente il grande deserto vicino: vento gelido: di notte la temperatura è scesa a -5 e stamane ho tolto dalla brocca un pezzo di ghiaccio; a mezzodì, 37° all’ombra. I cammelli s’insinuano tra pareti di granito roseo bizzarramente corrosi dall’acqua, i pochi arbusti sembrano fare la gioia dei nostri animali che con un rumore secco frantumano le lunghe spine bianche tra le forti mandibole. Le pareti si fanno sempre più alte e più strette, enormi massi si tengono in equilibrio sulle loro creste: un’ombra minacciosa dove si tace come oppressi da un incubo, solo i cammelli procedono indifferenti. Domani supereremo la barriera che ci separa dal grande mare di sabbia El Tih, il sole cala dietro il Sinai: è l’ora triste e solenne in cui si sente il brivido di essere soli, infinitamente lontani. Raggiungeremo il deserto attraverso il passo di Naqb el Mreshi di cui nulla ci appare: la linea dei monti dinnanzi a noi si presenta massiccia, bianca, senza breccia alcuna; ostile baluardo che pare voglia precluderci la via verso il deserto. Con il loro passo esatto e franco, la lunga fila dei cammelli inizia la scalata calpestando uno strato di piccole selci con tintinnio metallico. Tenendo conto dei dislivelli superati, penso si sia a 1400 metri: i cammelli gemono, l’assalto alla montagna dura quattro ore. Presso la sommità, da una breccia nel granito sbocchiamo in una vasta pianura ondulata cerchiata all’orizzonte da una diafana striscia d’azzurro; alla destra, la catena del Jabal Ojimeh striata da pareti bianche e ombre viola; laggiù lontano le nostre tende spiccano come minime candide piramidi sulla sabbia che ha riflessi argentati.

Il nostro viaggio si presenta a tinte rosee, fra tre giorni saremo a Kalaat el Neckhel ma là giunti potrebbe attenderci una delusione: il Mudir, governatore del Sinai, che vi risiede ha la facoltà d’intercettarci la via di Gerusalemme infliggendoci l’amara umiliazione di un ritorno a Suez attraverso il deserto. Murad pronostica bel tempo, dunque pioverà. Violente raffiche di sabbia gialla si levano in turbini, i cammelli gemono lamentosamente; il vento cresce, fischia rabbioso tra le corde tese tentando di spezzarle, nel buio assicuriamo i picchetti delle tende. Le prime gocce crepitano come pietre sul suolo assetato sollevando nubi di polvere; poi, piove a scrosci e i nostri poveri beduini stanno rannicchiati attorno al fuoco, immersi nella mota e accecati dal fumo. Alle nove il rombo del vicino wadi si fa repentinamente più forte, le acute urla dello sceicco invocante Allah fanno presagire qualche spiacevole sorpresa; il suolo sotto la tenda è coperto da 30 cm. d’acqua, tutti i nostri effetti: macchina fotografica, borracce, borse guazzano nell’acqua limacciosa, l’esterno è un pantano di fango giallo, opaco. Lo sceicco accovacciato su un cumulo di mota prega silenzioso battendo i denti, l’acqua cresce e la tempesta continua, le ore passano nell’ansia di essere troppo vicini al torrente straripante che rumoreggia nel buio.

 

[I – continua]

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