Le vacanze dello scrittore

Fotografia di Andrea Repetto

Fotografia di Andrea Repetto

L’amico scrittore venuto qui a riposare dalle beghe cittadine, dalle polemiche, dai livori della metropoli si aggira i primi giorni con il sorriso beato, le narici dilatate a inspirare l’aria che lui reputa fresca e incontaminata, le orecchie tese a cogliere il silenzio. Lo conduco apposta in quartierini tranquilli, per compiacerlo, lontano dal traffico che ingombra le vie da mattina a sera, lontano dai negozi di moda o di telefonia da cui escono profumi artificiali e techno a palla (ma dov’è finita la musique d’ameublement d’una volta, lo sapete voi? che fine ha fatto la cara vecchia musichetta da ascensore o da supermercato, che invogliava all’acquisto e leniva le tensioni?), lontano dai dehors in cui nervosissimi perdigiorno fumano bevono e parlano a voce troppo alta. Esistono ancora, per fortuna, certe viuzze appartate, ombrose, maleodoranti il giusto, in cui al massimo si può incontrare un cane, un gatto, una vecchia. Lassù, tra le cimase dei tetti, il cielo. L’amico scrittore mi è subito grato, e si fa tutto naso, in quelle viuzze, che immediatamente collega a mille altre viuzze letterarie che la sua memoria (prodigiosa nelle connessioni letterarie) ha assiepato e inscatolato nella sua mente. Ecco, ecco! ripete come incantato, questo volevo, quest’ombra, quest’odore, questo nulla!

Vuole fare come me, in tutto. Una volta rideva come un matto, quando gli raccontavo che qui si pranza a mezzogiorno, si cena alle sette (anzi, si finisce di cenare alle sette) e non è raro che si vada a letto alle dieci, perché il giorno dopo ci si alza presto. Io alle sette comincio a pensare a dove andare per l’aperitivo, rideva, io alle dieci comincio a pensare non alla cena, ma al bis di olive! Ora dice di voler fare come me, per disintossicarsi dalle cattive abitudini. E i primi giorni in effetti si mette d’impegno a seguire i nostri orari, docile, divertito, si dà alle minestre, dice che tenere in mano il cucchiaio lo fa tornare bambino.

In città (la sua città), si lamenta poi, non si può più vivere. È infestata dagli scrittori. Se si affaccia a sbadigliare alla finestra, si trova dinanzi il dirimpettaio premio Strega; se va in edicola a prendere inserti letterari (i quotidiani li butta quasi subito) incrocia il blogger polemista che lo prende a braccetto e gli attacca un bottone di quelli, mentre sul blog si diverte a distruggerlo. Se va a comprare, che so, scatolette di tonno o buste di insalatina non può fare a meno di strusciare l’epa del tal critico, o del tale editor. E c’è sempre, appartato in attesa dietro un angolo, uno scrittore meno fortunato di lui, che balza fuori al suo passaggio e fa questua di favori.

Ma è vita quella? si lamenta l’amico scrittore, mentre lo invito a guardarsi attorno e dimenticare. Tu, tu sì che sei fortunato! dice poi convinto, qui non c’è nessuno, nessuno! Non potrei incontrare nessuno, potrei camminare per ore senza essere riconosciuto, e non troverei un collega nemmeno se lo volessi!

Dice di tenere spento lo smartphone, ma in realtà, quando si crede non osservato, cerca nella tasca, e furtivamente dà un’occhiatina, che nessuno lo cerchi dalla grande città. Qui non c’è nessuno, nessuno! insiste. Tranne te, aggiunge poi, anche se non ce n’è bisogno. Ti affacci e i tuoi dirimpettai nemmeno sanno che scrivi; e magari loro non sanno proprio scrivere. Entri in un caffè e nessuno ti coinvolge in una diatriba letteraria. Dalle mie parti, si lamenta, non posso nemmeno più entrare a prendere un caffè perché becco subito Tizio e Caio che stanno lì, appostati, come in quelle vecchie foto degli anni cinquanta, hai presente? Quelle con Palazzeschi, Tobino, Orson Welles, Pasolini, che so, Cecchi D’Amico, Penna, Vedova, Guttuso, mettici chi vuoi, colti in un momento di pausa? Ecco, con quell’aria lì, l’aria di chi vorrebbe ricreare quell’ambiente, quel ricircolo di idee. Hai notato, tra parentesi, che nessuno rideva mai in quelle foto? Hanno tutti l’aria di volersene andare, di aspirare all’aria aperta, alla luce, ma nessuno si muove per primo, rimangono affondati in quei divanetti scomodi, e soffrono, perché la scomodità e la sofferenza fanno parte della condizione dell’intellettuale, eccetera.

L’amico gira beato, nel silenzio, nell’inconsapevolezza dei luoghi in cui sono nato. Dopo un po’, quando si accorge che potrei sentirmi depresso alle sue parole, comincia a esaltarmi come un astro, anzi l’unico, di questi luoghi, ed esagera fino a imbarazzarmi.

 

Dopo qualche giorno, però, il famoso scrittore comincia ad aggirarsi come un animale in gabbia. Ha dimenticato gli orari della provincia, anzi sostiene di non averli mai saputi, e ormai pranza per conto suo, all’ora della merenda, e cena nei pub verso l’ora di chiusura, lamentandosi che non ha ancora appetito. Sospetta che gli abbiamo fatto uno scherzo, a proporgli di cenare con noi alle sette, e per un po’ ci tiene il muso. Delle viuzze ombrose non gli importa più nulla; lo vedo ronzare attorno ai dehors, mentre cerca di coinvolgere i perdigiorno in polemiche sui TQ o sui semifinalisti Campiello e Viareggio; visto che gli avventori non reagiscono, prova a planare su temi meno d’attualità e forse ancora consolidati in provincia, come il new italian epic, ma quelli, i perdigiorno, nemmeno lo guardano più. Ormai consulta furiosamente lo smartphone senza nemmeno nascondersi, e parla con tutti, a lungo, dagli amici ai faux amis fino a certi parenti, si informa su tutto, fa domande capziose su argomenti oziosi, sembra non accontentarsi di nessuna spiegazione. Gira con lo smartphone davanti al naso, e nemmeno guarda più le facciate storiche, di certo non leva più lo sguardo a bearsi della striscia di cielo tra le cimase dei tetti.

Ma come fai, come fai? mi dice adesso, intendendo: come fai a vivere qui? Gli manca il fragore della metropoli, è offeso che manco un cane lo abbia riconosciuto in tanti giorni. Nel bed and breakfast che lo ospita riesce ad addormentarsi verso l’alba solo se capta un’autoradio fracassona dalla strada o le auto accese tutte assieme dagli impiegati che si recano in ufficio, o se i vicini litigano e si spaccano le stoviglie in testa. In questi ultimi giorni ha messo su certi tic che non gli avevo mai visto, è diventato insofferente per tutto, e ha pustole sul collo e un principio di psoriasi sui gomiti. Qui non c’è niente, non succede niente! si lamenta.

Be’, non proprio, lo correggo io. In primavera, per esempio, c’è un interessantissimo mercatino del libro usato che…

Finisce che parte prima del previsto, di fretta, una mattina presto, e quasi non saluta, perché è come se mi imputasse lo stato generale in cui vivo. Certo, mi invita frettolosamente e senza convinzione a passarlo a trovare, che mi potrebbe far conoscere il dirimpettaio premio Strega, l’amico che sfiora il Nobel da una vita, il potente editor, l’ufficio stampa (inteso come persona, non come mobilio, presumo), il giornalistone. Ma temo che la sua sia solo una malinconica ostentazione di influenza, fatta d’ufficio. Dopo che se n’è andato, mi sembra davvero che le vie siano più larghe, più azzurro il cielo tra le cimase dei tetti, più dolce il silenzio.

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