Fra i libri e il mondo. Ricordo di Gianni Celati

Il ricordo dedicato a Gianni Celati da Walter Nardon, suo amico caro e studioso della sua opera: "Nella sollecita attenzione che ha avuto per tanti e anche per me, citerei la condivisione di un assunto inevitabile, ossia che la disciplina non basta, che nella scrittura ci vogliono dedizione e il coraggio di mostrarsi vulnerabili, anche quando non si tratta di una questione puramente emotiva".

In questi giorni mi è tornato in mente più volte Salvazione e silenzio dei significati, uno dei primi saggi che Gianni Celati ha pubblicato sulla rivista «Marcatre» (14/15, 1965). A Trento, in una delle varie occasioni in cui l’ho incontrato a metà degli anni Duemila, commentava quel periodo scrollando la testa. Nel saggio aveva cercato di definire l’attività dello scrittore come il rapporto inevitabilmente conflittuale fra la ricerca di un equilibrio nell’uso dei segni – il modo con cui lo scrittore tenta di dare nome alle cose – e l’imposizione dei significati da parte della società, quelli del mondo già interpretato, che forzano lo scrittore a tradurre la sua attività in un testo genericamente fruibile come «miniera di idee», di norme, come «strada verso la verità». Ecco, l’attività dello scrittore – provo a sintetizzare – dovrebbe cercare di salvare l’espressione mettendo a tacere i significati sociali, favorendo così un processo di significazione di cui il lettore dovrebbe beneficiare.

Nel saggio, scritto in un gergo da cui avrebbe preso le distanze (e, potremmo aggiungere, inquadrato nel filtro di un’opposizione fra parole e langue che allora impegnava un po’ tutti) si coglie una questione che si sarebbe ripresentata più volte nel suo lavoro: come salvare la pratica narrativa senza ridurla a una funzione gregaria, a “letteratura industriale” (definizione sua) o, diremmo oggi, allo storytelling per le imprese? Come salvare qui e ora la libertà di una pratica diffusa in tutte le culture, anche quelle che non producono letteratura? Si potrebbe rispondere brevemente: nella pratica stessa, ma Celati non si accontentava della sola pratica. C’era in lui, accanto una vis narrativa favolosa e mobilissima, anche l’indole dello studioso a suo agio nella vecchia sala circolare della British Library, benché come professore si sia sempre riconosciuto una condizione precaria.

Si sa dove lo abbia portato la risposta a queste domande: da una parte agli studi antropologici, anche ai libri e ai documentari africani, per ritrovare il ritmo della narrazione quotidiana, tentando di rinnovare la funzione che questa svolge in vari gruppi sociali; dall’altra, a ripercorrere gli studi filosofici – Aristotele, Vico, Leopardi – per comprendere il ruolo svolto dall’immaginazione nella conoscenza prima della sistemazione romantica. Spesso, più che i risultati, gli interessava il rituale della narrazione, il modo in cui il narratore prende la parola (nel suo periodo americano si era interessato anche alla sociolinguistica, come si legge in Narrare come attività pratica ora in Conversazioni del vento volatore).

Ospitando l’amico che si fermava sulla strada per le varie trasferte straniere, Calvino si stupiva del numero di libri che Celati riusciva a leggere e a integrare nella sua riflessione. Ma lo stupore era reciproco: come Celati ha raccontato più volte, mentre Calvino la sera leggeva alla moglie, alla figlia e a lui quello che era riuscito a scrivere nel pomeriggio, con una felicità narrativa prossima al risultato finale, quando si trattava invece dei propri libri narrativi, Celati doveva lavorare molto di più per raggiungere il traguardo della “naturalezza”.

I saggi di Finzioni occidentali, a partire dal primo, pongono questioni di grande rilievo nello sviluppo del romanzo europeo, in piena autonomia e consonanza – se non nella soluzione, sicuramente nella definizione del problema – con la riflessione critica di scrittori come Kundera: per entrambi l’Ottocento rappresenta una magnifica eccezione nella storia di questo genere, il secolo in cui «ciò che è serio diventa realistico», che Celati aveva visto nascere già nel Settecento inglese nel passaggio dalla modalità narrativa “raccontata” a quella “drammatizzata” (da telling a showing). Fra gli esiti più riusciti della sua attività di saggista, ricordo l’intervento sullo sviluppo del racconto americano, che aveva premesso all’antologia Storie di solitari americani uscita da Rizzoli e tradotta con Daniele Benati, ma come è noto la sua produzione corre da Céline a Joyce, su cui si era laureato e a cui ha dedicato, già settantenne, faticosi anni di lavoro nella nuova traduzione dell’Ulysses. Andrebbero menzionati anche Angelica che fugge su Ariosto e il saggio sulla novella. Le raccolte dai titoli singolari e tirati un po’ troppo verso il basso, come Conversazioni del vento volatore o Studi d’affezione per amici e altri sono diseguali, ma ricche di intuizioni come, nel primo volume, L’avventura verso la fine del XX secolo, oppure, come dicevo, Narrare come attività pratica.

Per il suo noto lavoro di traduttore, cito un caso esemplare. Nell’Introduzionea Bartleby lo scrivano di Melville, uscita da Feltrinelli nel 1991, Celati spiegava le ragioni che lo avevano indotto a tradurre con «Avrei preferenza di no» «I would prefer not to», la famosa frase un po’ manierata con cui Bartleby declina ogni invito, conservando quell’aria di «sbiadita altezzosità», descritta nel racconto dall’avvocato narratore. Celati non si è accontentato di offrire la sua interpretazione opponendo la visione dell’avvocato, tutta nutrita di intenzioni, alla sovrana indifferenza di Bartleby, ma in un’appendice, Interpretazioni di Bartleby (1928-1990), ha costruito un regesto di ben ottantotto (88) interpretazioni offerte da altrettanti autori, con riferimenti bibliografici e un breve riassunto di ciascuna posizione, aggiungendone poi ancora qualcuna nella nota finale. Mi chiedo quanti altri scrittori lo abbiano fatto.

Per uno dei numerosi paradossi che lo riguardano, sembra più facile dire qualcosa della sua attività di saggista che delle sue prove narrative. Certo si può parlare dei riferimenti, ripetere che nelle prime prove ha prevalso l’intrecciarsi di più influenze, dagli scritti dei malati psichici a Beckett, dal parlato come codice letterario (Céline) alla slapstick comedy del muto, o al cinema di Buster Keaton, ma resta difficile dire quale sia il libro di Celati incontestabilmente approvato dall’opinione della critica. I più citeranno Narratori delle pianure, ma c’è chi ai racconti di osservazione scritti camminando con Luigi Ghirri, preferisce i Parlamenti buffi. In troppi, forse, hanno prediletto Lunario del Paradiso, che Celati aveva riscritto. Io sceglierei Le avventure di Guizzardi, il più riuscito, a mio parere, della prima trilogia, Narratori delle pianure e Fata Morgana, romanzo di etnografia immaginaria, uno dei libri in cui ha curato maggiormente l’aspetto compositivo.

Di fronte alla questione, naturalmente, Celati esprimerebbe tutta la sua perplessità, tanto era prepotente la sua necessità di fuggire dalla forma monumentale della letteratura e da ciò che l’istituzione letteraria era diventata. Poco più di dieci anni fa, in un convegno trentino, rispondendo a un giovane e documentato dottorando preoccupato del realismo e della storia politica italiana – con cui mi sarei trovato a lungo a discutere – Celati gli disse che gli ricordava i suoi genitori negli ultimi anni di vita, sempre occupati a parlare di malattie. Se il realismo può diventarlo, una malattia, non si può negare che anche le soluzioni narrative di Celati si prestassero alla cristallizzazione in una formula e quindi potessero favorire la nascita di una maniera e dell’epigonismo, peraltro mai incoraggiato, anzi liquidato con un gesto di stanchezza. Il suo insistere sulla necessità di un referente esterno all’attività narrativa, il “sentito dire” da cui sono nati i racconti degli anni Ottanta, in mani altrui è caduto nella semplice aneddotica. Il suo insegnamento ha influenzato un’intera generazione di narratori italiani, di cadenza emiliana e non (e non è poi tanto il caso di ricordare ancora una volta Bologna, il DAMS e il suo corso su Alice disambientata). In effetti, l’incanto lirico di un’atmosfera linguistica municipale, i personaggi spostati e marginali, la pianura indefinita sono diventati presenze immediatamente riconoscibili, che però nel suo caso rispondevano all’esigenza di salvare, appunto, una possibilità narrativa altrimenti compromessa da troppe abitudini letterarie ed editoriali. Che sia riuscito o meno a risolvere la sintesi in un’opera definitiva, è una questione destinata ai critici.

Il suo insegnamento però non si è ridotto solo a questi elementi, irrigiditi ormai nello schema di un luogo comune legato al suo nome. Ricordo la sua insistenza nel raccomandare di trattare i generi come forme verbali in divenire e di non tematizzarli, ma di scrivere muovendosi dall’interno. E la sua convinzione che in epoca moderna, a differenza di quanto accadeva con la novella, il genere diventi lo sfondo per la rappresentazione di un conflitto (morale, filosofico, letterario, a volte anche nei confronti di un altro genere); e così quella di porsi nella linea del tale non della short story, nella quale amava scorgere anche Delfini e Gadda. Non incoraggiava a prendere la sua strada. Nella sollecita attenzione che ha avuto per tanti e anche per me, citerei la condivisione di un assunto inevitabile, ossia che la disciplina non basta, che nella scrittura ci vogliono dedizione e il coraggio di mostrarsi vulnerabili, anche quando non si tratta di una questione puramente emotiva. Temeva che il lavoro ben fatto, privo di questa difficoltà, si risolvesse in esercizio e censurava ironicamente, ma senza pietà, la posa dell’autore del momento. Forse sull’interpretazione del suo lavoro grava una serie di inquadramenti critici, ma anche per questo va dato merito a Ermanno Cavazzoni, che di Celati è stato amico tutta la vita, di aver riproposto i volumi di saggi nella collana «Compagnia Extra» di Quodlibet. In effetti, solo nella considerazione di questa parte del suo lavoro – posta accanto al Meridiano di Romanzi, cronache e racconti curato da Marco Belpoliti e Nunzia Palmieri – si riesce a cogliere appieno l’immagine di uno scrittore che, per così dire, si nutriva costantemente da ambo i forni, e che, al di là del personaggio che ha incarnato e che ha amato recitare, era tutt’altro che un narratore girovago e puro, senza riferimenti. Era semmai un professore sceso dalla cattedra e uscito in strada per raccontare in mezzo agli altri le cose di ogni giorno.

Scrivendo questo pezzo per «Zibaldoni», una rivista che Celati ha promosso e a cui ha contribuito a lungo, non posso non aggiungere qualche parola. Celati ha pubblicato i Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna nel 2010; il frontespizio riportava: «con il contributo di Enrico De Vivo». Lo rileggo sulla prima edizione, che Celati mi aveva spedito con dedica. «Zibaldoni» ha una rubrica che raccoglie tutti i contributi di Celati pubblicati in questa sede. I rapporti umani, si sa, hanno il loro corso, tuttavia credo opportuno – e spero che accada anche in termini ufficiali – colmare una lacuna e ricordare un rapporto di amicizia che ha dato molti frutti.

Chiusi i libri, e testimoniato il mio debito di gratitudine, vorrei ricordarlo nella sua curiosità e nelle accensioni improvvise, come quando, camminando verso la periferia trentina nel marzo 2012 – aveva già tradotto l’Ulisse – nel mezzo di un altro discorso d’un tratto si fermava, mi prendeva per un braccio e mi chiedeva di promettergli che nella vita non avrei mai messo al primo posto l’affermazione sociale.

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