I viaggi di Montaigne

Dopo circa dieci anni, Simona Carretta ridà vita con un nuovo editoriale a L'arte del saggio, una delle rubriche storiche di Zibaldoni.

Ho cominciato a interessarmi per la prima volta alla possibilità di studiare il saggio come un’arte letteraria figlia di Montaigne nel 2007, quando ho letto il numero 50 dell’«Atelier du roman», Roman, essai : affinités électives, e in particolare l’articolo La solitude de l’essayiste, in cui lo scrittore e studioso canadese François Ricard (1947-2022) ha evidenziato le caratteristiche del saggio come arte letteraria mettendole a confronto con quelle del romanzo e della poesia e ipotizzando su questa base di ricostruirne la tradizione. L’articolo che segue inaugura la riapertura de L’arte del saggio, rubrica in omaggio a Ricard.  

È accaduto nel secolo dei grandi viaggiatori. Quando i mezzi di comunicazione non avevano ancora ridotto lo spazio dell’altrove. Ulisse Aldovrandi viaggiava per studiare da vicino flora e fauna dei diversi paesi e al ritorno riproduceva su carta enormi girasoli. Nel settembre del 1580 Montaigne interrompe la stesura degli Essais e in compagnia del fratello minore, del cognato e dell’amico Charles d’Estissac lascia il castello del Périgord per un viaggio in Italia. 17 mesi e 8 giorni. Questa la durata dell’itinerario, percorso a cavallo, che passando per la Svizzera, la Germania e l’Austria, conduce lo scrittore dapprima a Trento e in seguito, attraverso diverse città italiane, fino a Roma per poi di nuovo proseguire al nord in direzione di Pisa, Lucca, Siena e Milano. Ricostruiamo le tappe del viaggio grazie a un diario il cui manoscritto venne ritrovato e dato alle stampe solo due secoli dopo, nel 1774. La redazione è altrettanto incerta della sua ricezione. Il Journal de Voyage si presenta come diario a quattro mani. Il primo dei due volumi in cui è suddiviso risulta redatto da un anonimo che viaggia con la compagnia con le funzioni di segretario. Montaigne vi figura descritto come un personaggio nel duplice ruolo di viaggiatore e paziente in cura (è alla ricerca di acque termali che lo aiutino a liberarsi dei suoi calcoli renali). Abbondano le descrizioni dei paesaggi, dei monumenti visitati – come quella dell’Arena di Verona che Montaigne definisce «le plus beau batimant qu’il eut veu en la vie» («il più bell’edificio che abbia veduto nella sua vita»)[1] – e brevi confronti tra le città di volta in volta incontrate. Poi, il passaggio di mano. Nell’apertura del secondo volume leggiamo che a Roma il segretario-scrittore ha preso congedo dalla compagnia e che a scrivere è ora direttamente Montaigne. La prospettiva panoramica viene abbandonata per dare spazio a un racconto più capillare, che non tralascia la cronaca delle manifestazioni fisiologiche. In viaggio per scopi terapeutici, Montaigne registra la diversa qualità delle acque ingerite così come i loro effetti. Non mancano le sue riflessioni, ricche di aneddoti colti, ricognizioni di carattere storico e geografico sui luoghi visitati (in precedenza già riportate dal segretario), ma a queste si aggiungono numerose osservazioni sui costumi dei popoli – «Le plus commun excercise des Romeins, c’est de promener par les rues, et (…) le plus grand fruit qui s’en retire, cest de voir les Dames aus fenetres»[2] – e la cronaca delle molte conversazioni intrattenute con la gente del posto.

Racconta di un ballo di campagna in Toscana a cui partecipa per non sembrare presuntuoso. Si susseguono le descrizioni degli alloggi, del tempo dedicato alla toilette giornaliera e varie osservazioni sul clima. È l’anti-Grand Tour. Montaigne prosegue il suo racconto senza prefiggersi scopi edificanti. Finché non accade qualcosa. All’altezza dei Bagni di Lucca interviene un’ulteriore svolta nella stesura del diario:

Assaggiamo di parlare un poco questa altra lingua, massime essendo in queste contrade dove mi pare sentire il più perfetto favellare della Toscana, particolarmente tra li paesani che non l’hanno mescolato e alterato con li vicini. Il sabbato la mattina a bona ora andai a tor l’acqua di Bernabò (…).

Montaigne abbandona il francese e decide di cimentarsi con l’italiano, che da quel momento sarà la lingua del suo diario, fino al rientro in terra francese, al varco del Moncenisio, quando riascolterà intorno a sé parlare la sua lingua madre. È un italiano che Montaigne padroneggia più o meno bene, frutto di conoscenze pregresse. Ma curioso è il termine che sceglie per annunciare la svolta linguistica: «Assaggiamo», inteso come traduzione di «Essayons», tentiamo. L’esordio di Montaigne nella lingua italiana reca l’impronta degli Essais, i cui primi due libri lo scrittore aveva dato alle stampe poco prima di mettersi in viaggio. Probabilmente un caso, una divertente coincidenza verbale, però rivelatrice dell’attitudine “saggistica” che Montaigne dimostra anche nel raccontare il suo viaggio. “Assaggio” ha la stessa etimologia di “Saggio”: da “exagium”, “bilancia”, che indica nell’inclinazione al confronto diretto, al “soppesare”, una componente irrinunciabile all’indagine saggistica.

Quando Montaigne si sostituisce al suo segretario come redattore del diario, non si verifica solo un cambiamento relativo ai temi trattati, a cui in seguito si associa quello della lingua. Diventa preponderante l’impiego della prima persona. O meglio entra in scena sul palcoscenico dell’arte l’io saggistico. Per la seconda volta; la prima era stata negli Essais: «Lecteur, je suis moi-même la matière de mon livre» («Lettore, sono io la materia del mio libro»). Se in Montaigne si riconosce l’inventore di una nuova arte letteraria è per la presenza di questo io, affine ma diverso dall’io lirico e dall’io romanzesco. A differenza del primo, l’io saggistico non crede nella sua unicità singolare e non vede nel mondo una sua estensione. Il suo è sempre uno sguardo relazionale, simile in questo a quello del romanziere, con cui condivide l’espressione in prosa. Ma al contrario di questo, la cui voce in un romanzo, quando presente, è solo una fra le tante ossia non ha maggior peso di quelle corrispondenti ai vari personaggi, il saggista è un osservatore solitario dei suoi temi. Ma si potrebbe spiegare anche così: forse il saggio è un romanzo con un solo personaggio, che «assaggia» il mondo.

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«Assaggiamo». Con questo lapsus verbale Montaigne introduce lo spirito del saggio in Italia, nella lingua italiana. Proviamo allora a immaginare di continuare il suo viaggio seguendo gli sviluppi contemporanei della sua arte, nata nel Périgord nel 1580, su una rivista in lingua italiana, Zibaldoni e altre meraviglie. La seconda serie della rubrica L’arte del saggio che con questo editoriale inauguriamo presenterà un tragitto altrettanto irregolare del viaggio di Montaigne: potranno esserci andirivieni e ritorni ad autori già affrontati, traduzioni o testi inediti, “confessioni” di saggisti invitati ad interrogarsi sul loro lavoro o letture di opere in qualche modo riconducibili al saggio come arte. Sprovvisti di particolari mezzi, senza destrieri e privi di servitù, raggiungeremo senza fretta le nostre tappe: almeno una nel periodo autunnale (su un saggista universalmente rinomato, un classico) e una in primavera (su un saggista da far conoscere). Del saggio saranno esaminate le varie possibilità strutturali: dalla forma dialogica a quella epistolare, o a quella delle memorie, che a volte possono assumere un assetto saggistico (i Diari di Gombrowicz, ad esempio, costituiscono un vero e proprio saggio di critica letteraria). Oppure il saggio potrà essere considerato attraverso i rapporti di scambio reciproco che allaccia con il romanzo. Al centro vi sarà la messa a fuoco dei caratteri che qualificano l’arte del saggio come un discorso che alla maniera di Montaigne non ricerca un fine dimostrativo ma alla cui espressione collabora l’invenzione della forma. Saggio, quindi, come pratica (di scrittura e di pensiero), ma qui soprattutto inteso come oggetto di discussione: come tema.


[1] Tutte le citazioni del diario sono tratte dall’originale edizione in francese del 1774, Montaigne Michel (de)., Journal de Voyage en Italie, par la Suisse et l’Allemagne en 1580 et 1581, Parigi.

[2] «L’abitudine più comune dei romani è di passeggiare per strada, e (…) il miglior frutto che se ne ricava è di vedere le dame alla finestra». Trad. mia.

Un commento su “I viaggi di Montaigne

  1. Antonio Devicienti

    Saluto con gioia ed entusiasmo questo ritorno; e ricominciare con Montaigne, col suo viaggio in Italia e con i suoi rapporti con la lingua italiana mi sembra estremamente stimolante e di buon augurio.