Per un ritorno dell’analfabetismo

di in: Circolari (0)
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Io credo che bisogna ripensare a tutta la questione di come
si impara a scrivere quando si è bambini, e a quel passaggio
che compiamo prima di arrivare alla lettura silenziosa,
cioè la lettura sillabando con la voce le parole scritte,
e quindi riflettere su quando si rompe quel filo
che collega la voce alla scrittura”.

Gianni Celati

José Bergamin, fervente filosofo spagnolo, sostiene che la nostra civiltà, votandosi all’alfabetizzazione, si sia votata anche a una sorta di dannazione eterna. Inchiodati ai piedi della “lettera” – e della “letteratura” –, fin da bambini ci viene insegnato a ordinare alfabeticamente il mondo, e quindi a farci estranei a esso, alla sua natura profondamente biologica e divina, in cui le parole e le cose si equivalgono. La “lettera”, tra l’altro, attraverso i meccanismi del controllo sociale, diventa facilmente strumento di potere, e l’”uomo di lettere” è il sacerdote di un impero demoniaco agghiacciante, l’impero delle parole senza voce: “la lettera, che come un ladro viene a rubare la parola viva dell’uomo…”.

Da questo punto di vista, nelle “lettere” e nella “letteratura”, strumenti di astrazione e di potere, può esserci ben poco di poetico, perché la vera poesia è un miracolo “spirituale e razionale” (non sembri una contraddizione) di cui son capaci soltanto i fanciulli finché restano analfabeti. Gli analfabeti sono estranei al mondo di dannazione delle “lettere” perché alla parola mantengono sempre legati inscindibilmente il corpo e l’anima, quindi una certa fantasia e una certa distrazione. Potremmo dire allora, con una sorta di ossimoro, che la scrittura delle persone poco o male alfabetizzate è la scrittura più poetica che esista, perché è la più lontana possibile dalla dannazione astrattiva delle “lettere” – perché è una scrittura che conserva viva, più di qualsiasi altra, la memoria dell’analfabetismo. Per questo motivo, in chi “scrive male”, come i fanciulli ad esempio, è possibile avvertire facilmente i forti legami che intercorrono tra natura umana e poesia.

Io credo che pensasse a questo Bergamin, quando parlava di “analfabetismo”: alla vita “spirituale e razionale” della lingua – anche di quella scritta – non ancora seppellita sotto i canoni delle concettualizzazioni e della grammatica, o quantomeno anteriore a qualsiasi astrazione. In Italia, è con la normalizzazione e canonizzazione di Bembo, e con l’affermazione definitiva e onnipotente della stampa, che le iniezioni di analfabetismo nella nostra cultura subiscono un drastico arresto, per cui certi scambi virtuosi diminuiscono di molto. Mentre la scrittura di Petrarca, Dante e Boccaccio aveva strettissime parentele con quella dei contemporanei “semianalfabeti” – anonimi mercanti e borghesi “illetterati” – la scrittura successiva, dal Cinquecento in poi, è tutta un altro affare: è una questione di ordine e disciplina, di rispetto delle regole e di controllo sociale, ed è innegabile che ad essa manchi ormai la linfa vitale dell’analfabetismo.

 

Oggi, per la verità, la situazione è molto diversa. Sovrana incontrastata è la lingua inglese globale, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: la maggior parte delle cose scritte non ha più sapore, tutti i discorsi sono uguali e carichi di tecnicismi di ogni sorta, con cadenze standard, costruite su un ritmo estraneo all’italiano (e alle altre lingue): il ritmo secco del “beat” e delle frasi asciutte delle parlate anglosassoni. Dovunque guardiate, la scrittura non ha più vivacità, perché non è più creata da uno spirito popolare analfabeta, ma da un grande elaboratore di dati uguali per tutti, imposti dalla massificazione e dal profitto di piombo. Dov’è più qualcosa di leggibile? Dove si trova qualcosa di profondamente divino, di profondamente analfabeta, di non dannato dall’utilitarismo mercantile? Dove è più consentito leggere qualcosa di umano, cioè di assolutamente razionale? Possibile che nessuno scriva più per la propria vita, per decifrare le indicazioni del proprio destino, e tutti invece scrivano solo per mettere in mostra un pensiero bacato dalle astrazioni o per un qualche guadagno?
Forse no, forse qualcosa da leggere ancora si trova. Io insegno italiano alle scuole medie, e devo confessare che mi nutro di scritture profondamente ispirate dall’analfabetismo, le scritture dei miei alunni. Leggendo i testi di ragazzini tra i 10 e i 14 anni – testi che spesso chiedo loro fuori da qualsiasi programmazione ufficiale – mi sento sempre sollevato, perché vi scorgo il germe dell’umanità creativa e spirituale che non ha smesso di essere se stessa, che non ha smesso di trattare le parole (“che sono anche cose…”, diceva Bergamin) con una certa distrazione e con un certo affetto, facendole cadere sulla carta sempre senza boria, a comporre racconti meravigliosi o a formulare pensieri arditissimi. Scorgo, in questi testi infantili, una lingua italiana capace ancora di sentirsi viva e in perenne trasformazione (non mortificata, a causa dell’oppressione anglo-barbara), e un sogno di comunità che non ha nulla a che vedere con desideri di dominio.

Si tratta di racconti con una grande forza espressiva, che per il lettore moderno di quotidiani e di pubblicità, di best sellers e di dispacci ministeriali o aziendali, dovrebbero costituire un ottimo farmaco ipotensivo e una grande occasione di ritorno alla natura analfabeta del suo essere “spirituale e razionale”. Gianni Celati mi parlava, qualche anno fa, di una zona franca in cui, a suo avviso, questi racconti, queste scritture infantili avevano origine: è la zona franca in cui la “lettera” è ancora sospesa alla sua origine orecchiabile, in cui l’analfabetismo detta il suo ritmo parlato senza essere rimosso da una coscienza linguistica strutturata a posteriori sui libri di grammatica o di teoria letteraria. “Io dico”, spiegava Celati, “che tra parlare e scrivere non c’è un salto netto, c’è una zona intermedia, che è quella dell’orecchio, e i bambini si installano lì scrivendo (mentre gli adulti educati hanno dimenticato o rigettato questo spazio intermedio – e per quello quasi sempre scrivono da “stonati”). Io credo che bisogna ripensare a tutta la questione di come si impara a scrivere quando si è bambini, e a quel passaggio che compiamo prima di arrivare alla lettura silenziosa, cioè la lettura sillabando con la voce le parole scritte (una volta nelle classi popolari quasi tutti leggevano così), e quindi riflettere su quando si rompe quel filo che collega la voce alla scrittura. Per me questa rottura del rapporto tra voce (tono-timbro-cadenza) e sintassi-lessico delle cose scritte, è più che altro una forma di anestesia che porta con sé un’amnesia generale (quello che ogni individuo ha nei propri programmi nel parlare, nel tono-timbro-cadenza, e non esistono due individui al mondo che possono enunciare le stesse frasi nello stesso modo)”.

Racconti impensati, definimmo allora le scritture dei ragazzini, che raccogliemmo in un libro. Adesso “impensati” credo che significhi anche analfabeti, e perciò poetici nel senso che ho detto, e aggraziati come quasi nessuna scrittura moderna sa ormai essere più.

 

È con l’intenzione di offrire alcune testimonianze della potenza poetica dell’analfabetismo, che pubblico qui sotto alcuni testi di ragazzini di scuola media ispirati all’uccisione del maiale.

Inutile dire che si tratta di testi nei quali non ho messo le mani e non ho corretto nulla, per il semplice motivo che qui non svolgo il ruolo di prof di italiano (o di “lettere”?), bensì quello di cultore appassionato di analfabetismo, attento alle vibrazioni minime della lingua, ai piccoli sussulti della sintassi e del lessico, agli scarti del pensiero rispetto agli standard ai quali siamo abituati. La lingua di chi scrive sentendosi sempre almeno un po’ analfabeta tende al vero, alla superficie assoluta che si trasfigura sorprendentemente in abissale profondità, allo sguardo sul particolare che illumina e chiarisce, con austera semplicità, i più arcani e ambigui misteri dell’esistere. Scrive una ragazzina in uno dei testi che presento qui di seguito: “Infine le due parti del maiale vengono prese e portate dove vengono fatte salsicce, porchetta, salame ecc… Anche se a me queste cose piacciono molto, ma vedere ammazzare questi animali non mi piace affatto perché penso che è una vita che finisce”.

Ogni popolo ha un suo proprio analfabetismo da riscoprire e da vivificare, nonché da utilizzare per infondere linfa vitale alla propria lingua, che altrimenti sarebbe presto “morta” sotto il dominio esclusivo della “lettera”. È un’idea, questa, della quale mi vado convincendo sempre di più. Oggi i popoli meno globalizzati o civilizzati del pianeta, i luoghi di periferia, le città di frontiera, forse hanno un ulteriore vantaggio, rispetto alle morenti, civilissime culture “letterate” dominanti: hanno una vicinanza più stretta con le radici del loro specifico analfabetismo, che potrebbero, se avessero la forza e la volontà giuste, cogliere facilmente e utilizzare come un vero e proprio elisir.

Basta capire che esiste un altro mondo, più vivo e vegeto di quello globalcatodico e astratto di cui a volte sentiamo di essere prigionieri: è il mondo dell’analfabetismo che sta fuori di noi, fuori da questa lingua rinsecchita dei giornali e dei libri inutili, fuori dalle nostre case ipertecnologiche – nelle strade, nei paesi sperduti, in tanti altri luoghi insospettati. Farvi ritorno senza paura potrebbe essere forse una intuizione geniale. La cultura “letterale” è apparentemente la più forte e invincibile, la più generalizzata: “ma non lo è stata ieri, né lo sarà domani” – come chiosava non senza disincanto Bergamin, e come si può ben capire anche semplicemente navigando in internet, tra la marea di illetterati analfabetizzati che ormai ci circondano, ma che forse alludono in maniera esplicita alla soluzione finale cui è giunta la nostra storia, ovvero a all’ultima occasione per mettersi in salvo.

 

L’uccisione del maiale

 

1.

Di solito il maiale viene ucciso di venerdì e sempre a gennaio io ricordo quando ero piccolo che i miei zii lo prendevano dal casolaio e coprendogli il muso con una fune perché poteva essere pericoloso veniva portato con un ferro attaccato ad un piede e messo in aria, mantenuto con funi da ben quattro persone e il più coraggioso andava a ficcargli una coltellata nel collo e facendogli uscire quasi tutto il sangue che dopo veniva versato in una pentola per poi friggerlo e fare il sanguinaccio. Poi dopo due o tre ore dall’uccisione si spacca in due parti sempre con un coltello e si cava tutto quello che si può mangiare come cuore, fegato e la vescica per metterci dentro la sugna, così viene portato su una tavola, così l’indomani cioè di sabato vengono fatti i salami, i prosciutti, e si può dire che il maiale è paesano perché è stato cresciuto da noi fin da quando era piccolo. Poi ricordo che c’erano gli intestini in cui si poggiavano vicino ad una macchinetta e riempiendola di carne si potevano fare altri salami, prosciutti, capicollo. Mentre a chi piaceva mangiare la testa, la lingua e le orecchie se li portava sopra nella propria abitazione e a chi no si buttavano. Ricordo molto bene che con i miei cugini Leopoldo e Domenico prendevamo gli occhi del maiale e li lanciavamo e incollavamo sotto ad un qualsiasi balcone facendoli prima volare da una parte all’altra. Di solito rimanevano incollati sotto ad un balcone per circa un mese o due mesi, e poi dopo un po’ di tempo marcivano.

Agostino Ferrajuolo

2.

Nel nostro paese c’è l’usanza di uccidere il maiale il giorno prima del Santo Patrono Antonio Abate. Io, ho visto uccidere un maiale tanti anni fa, e mi ricordo questo.

Mio zio andava a prendere il maiale dal porcile, gli legavano le zampe posteriori e anteriori, per poi mantenerlo, quando uno di loro gli ficcava il coltello nella gola.

Mia zia prendeva una bacinella per far scorrere il sangue che usciva dalla gola del maiale, per poi farci la cioccolata. Dopo averlo ucciso, lo stendevano su un tavolo, dove gli versavano l’acqua bollente per la rasatura dei peli. Una volta eliminati i peli, lo rimettevano di nuovo appeso al palo, per poi dividerlo a metà. Una volta diviso a metà gli estrassero gli intestini per farci le salsicce e i salami. Poi gli veniva tolto il grasso per poi farci la sugna. Mia nonna usa la sugna nei pasti per farli venire più buoni. Poi con le cicole (dette da noi “’e sc-frittole”) faceva il casatiello. Poi mi ricordo anche che mio zio buttava gli occhi del maiale sotto alla parete della cantina, che oggi abbiamo ancora.

Maria Rosaria Chiavazzo

3.

Ogni anno la mia famiglia si riunisce per l’ uccisione del maiale.

La mia curiosità spesso mi porta a parteciparvi: come prima cosa il maiale viene preso dal porcile e viene appeso su un ferro a testa in giù.

Di conseguenza gli viene tagliata la gola e il sangue viene fatto scendere in una bacinella. Poi viene messo su di una tavola dove viene spellato.

Dopo la spellatura viene fatto in due parti e viene tolto l’intestino e da qui escono varie parti di carne.

La carne rimasta vicino alle ossa viene macinata e da lì ricaviamo le salsicce, mentre il grasso viene fatto a pezzi e fatto bollire e si ricava la sugna che viene messa in barattoli di vetro dove da liquido passa a solido.

Giusy Sicignano

4.

Il maiale si alza su un macchinario detta forchetta. Poi si taglia la gola e si mette una bacinella sotto il maiale per far scorrere il sangue, poi si taglia la pancia, si fa in due parti e si tolgono tutti gli organi. La testa e i piedi vengono usati per fare il piede e il muso tagliato a pezzetti con il limone e il sale. Poi gli viene tolto il lardo e viene tagliato a pezzetti e cotto in pentola finchè non diventa malleabile poi diventa un po’ duro e così si fa la sugna. Gli intestini vengono presi per metterci dentro la carne di maiale tritata con pepe e il sale, e così si fanno le salsicce i salami i prosciutti e le pancette. Il sangue viene cotto nella pentola e viene chiamato sanguinaccio.

Nicola Fattoruso

5.

Nel mio paese il 17 gennaio in ricorrenza del Santo patrono Sant’Antonio Abate viene organizzata una fiera con la sagra della porchetta. Per questa sagra, in questo periodo vengono ammazzati molti maiali. Molte volte mi è capitato di vedere ammazzare questi animali anche se dentro di me mi sento un po’ triste perché mi facevano pena quando li sentivo urlare.
Ho visto che per uccidere un maiale si uniscono quattro-cinque uomini che lo legano in alto con le zampe posteriori poi un uomo gli fa un taglio nel collo, mentre gli altri lo mantengono fermo; dalla ferita esce tanto sangue che viene messo in un recipiente. Quando il maiale è morto viene messo su un tavolo, poi con dei recipienti viene versata molta acqua caldissima su tutto il corpo e con dei coltelli bene affilati viene rasato di tutto il suo pelo. Poi viene messo di nuovo appeso e lavato con acqua corrente, dopo viene tagliato in due parti dalla testa fino ai piedi solo il lato della pancia e viene tolto tutto il suo interno, poi viene lavato dentro la pancia per togliere tutto il sangue rimasto e poi viene diviso in due anche il lato della schiena. Infine le due parti del maiale vengono prese e portate dove vengono fatte salsicce, porchetta, salame ecc….
Anche se a me queste cose piacciono molto, ma vedere ammazzare questi animali non mi piace affatto perché penso che è una vita che finisce.

Rosanna Borrello

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