Literaturistan

Questo testo è stato pubblicato nel numero 39 di Nuova prosa

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Noi tutti che viviamo nella “superpotenza mondo” siamo diventati molto sensibili al richiamo delle differenze.

Il Far West planetario della produzione e del consumo rende uniformi tutte le civiltà. Tuttavia si creano verdi praterie dove si lasciano scorrazzare piccoli gruppi di indiani affinché possano compiere sacrosante razzie e, grazie ad intermittenti ululati, rivendicarne tutto il diritto.

La nostra epoca non è poi così stupida: l’adesione alle ragioni del mercato è saggiamente compensata dall’entusiasmo per le ragioni dei meno “fortunati”: bambini, donne, omosessuali, clochards, minoranze etniche, sadomasochisti: tutti hanno il diritto di conservarsi e di riprodursi. Ma nelle loro sacrosante riserve.

Il Far West del XXI secolo è la logica del mercato ammantata dalla ratio della riserva. Ciò fa sì che tutti si sentano allo stesso tempo cow-boy e indiani, reazionari e progressisti, protagonisti ed esclusi: sempre al centro del mondo, e sempre eccentrici.

Così vanno le cose anche nella ex Repubblica delle Lettere. Nel paese di Literaturistan.
Nessuno scrittore al mondo che non abbia almeno settantacinque anni può rivendicare oggi un grammo di autorità spirituale e letteraria. Perché? Perché il peso della gerarchia è diventato insostenibile. E che cosa resta dell’arte, una volta scomparse le gerarchie? L’anarchia di un potere illimitato e senza appello. Ciò che caratterizza, infatti, i sudditi di Literaturistan è la loro “libertà” da ogni autorità e il loro sacrosanto diritto alla letteratura. Di conseguenza, ciascuno scorazza nelle verdi praterie della propria differenza.

Nano-scrittura

I nani non salgono più sulle spalle dei giganti! Essi non arrivano neppure a solleticare loro i coglioni: la nano-atomizzazione della letteratura non produce che marginali senza futuro o specialisti di best-sellers internazionali. Si riproduce qui la dialettica tra la logica del mercato e la ratio della riserva, dove non c’è spazio per i non-specialisti che tentano di superare le frontiere dei saperi umani alla ricerca di una novità comune a tutti gli uomini. In altri termini: nel paese di Literaturistan non c’è più posto per gli artisti.

Certo, quando si parla di arte, la quantità non distruggerà mai la qualità. Nel corso del XX secolo ci sono stati eccellenti romanzieri che sono stati in grado di toccare le anime ostili di milioni di persone: Thomas Mann, Ernest Hemingway, Gabriel García Márquez. Ma io non nego, oggi, la possibilità del talento. Io affermo la fine della Repubblica delle Lettere e dell’opera letteraria come luogo di apprendimento per la vita. Io affermo la fine della percezione letteraria del mondo. Io affermo la fine delle élites letterarie – parola fin troppo sacra e fin troppo ricoperta di vergogna – capaci un tempo di assumere, fuori da tutti i protezionismi etnici, una funzione mediatrice tra le culture, le letterature, le opere. Io affermo la grottesca possibilità che i nano-scrittori di oggi diventino nel futuro dei giganti agli occhi dei giovani talenti assunti a tempo pieno dai nano-scrittori-managers nelle loro scuole di scrittura.

Eredi

Ogni dialogo, se aspira ad essere un vero dialogo, ha bisogno di luoghi rappresentativi. Lungo tutto il corso della storia europea questo compito è stato esercitato da uno strumento concreto e imprevedibile, artigianale e spesso clandestino: la rivista. Rivista-manifesto, rivista-passe-partout per il presente, rivista-casa del pensiero…

Oso perfino dire che l’Europa, erede di Atene, di Roma, di Firenze, di Parigi, di Vienna e Praga, fecondatrice della democrazia, ha avuto nella rivista uno dei suoi pilastri. Se un capolavoro può sempre prodursi al di fuori di ogni legame apparente con una società, una rivista letteraria, concepita come polis, forum, atelier, laboratorio di competenze e parlamento di idee, non può nascere né svilupparsi se viene privata di un humus di esperienze storiche e sociali, se essa non rappresenta gli interessi di un gruppo di persone e se, soprattutto, queste persone non accettano la sua funzione mediatrice di tertium necessario tra le aspirazioni individuali e le possibilità immense di aprirsi a un sapere comune.

Senza riviste non c’è società e, senza riviste letterarie, se ci possono essere ancora dei capolavori, non c’è letteratura, non ci sono vere élites e, di conseguenza, non c’è vero dialogo democratico. E ancora: senza riviste l’arte e la letteratura, benché appartenenti alla “superpotenza-mondo”, dove tutto ci sembra al centro e allo stesso tempo eccentrico, sono condannate a rivendicare la loro esclusione, ad essere dimenticate in aride riserve o in luminosi siti informatici.

Catacombe

Agli inizi di giugno del 2001 ho avuto la fortuna di incontrare Keith Botsford, di passaggio in Italia. Nel 1997, dopo circa cinquant’anni di febbrile attività come scrittore, giornalista, traduttore, storico, professore universitario, e quattro matrimoni, ha fondato a Boston con il suo grande amico Saul Bellow una rivista che si chiama The Republic of Letters. Si tratta di una rivista cosmopolita che, sprovvista di ogni forma di pubblicità e interamente finanziata dai due direttori, esce in modo irregolare (ad oggi ne esistono 12 numeri) e conta qualche migliaio di lettori. Keith Botsford mi spiegava, quando sono andato a trovarlo a Boston dove abita, che il loro scopo essenziale è di dare qualche speranza ai giovani scrittori di qualità che non riescono a pubblicare. Saul Bellow, che oggi ha 89 anni, fino a tre anni fa consacrava molto del suo tempo a leggere manoscritti inediti e definiva questa sua attività come una missione, “un dovere e un’utopia” in un mondo dove l’attenzione per l’arte diventa sempre più un patrimonio di circoli molto ristretti. Negli Stati Uniti la letteratura di valore è pubblicata quasi esclusivamente dalle case editrici universitarie. Ciò significa che la letteratura tende a diventare un soggetto accademico. È per combattere questa deriva che The Republic of Letters è nata. Durante la loro avventura Saul Bellow e Keith Botsford hanno visto confermato ciò che pensavano: negli Stati Uniti esistono eccellenti romanzieri che hanno pochissimi riconoscimenti (Dennis Johnson, Betty Howland).

Di fronte al mio pessimismo di giovane europeo di provincia, questo gigante di settantacinque anni, sorridente, fumatore accanito e pieno di energia americana sbottò: “Ti ricordi i primi cristiani? L’arte oggi vive nelle catacombe ed è nelle catacombe che la fede conserva con più forza la speranza di rivedere la luce. Un giorno di dieci anni fa chiesi a Saul se conoscesse un modo sicuro per formare la nostra sensibilità. Mi rispose di no, a parte forse essere in grado di accogliere dentro di sé alcuni capolavori letterari come se fossero delle ostie consacrate”.

Esegesi e turismo

Nel 2001, due mesi dopo aver incontrato a Venezia Keith Botsford, mi trovavo a Lisbona. Alloggiavo in un piccolo hotel del Chiado, un quartiere storico della città. Era agosto. Non c’erano che turisti. Ero solo e trascorrevo quasi tutto il tempo nella mia camera a leggere. Sfogliavo molte riviste portoghesi dell’inizio del XX secolo. Non c’è niente di più istruttivo e melanconico che sfogliare delle riviste letterarie del secolo passato. Ci si rende conto di come tutte le grandi correnti del pensiero, tutte le rivoluzioni politiche e gli anatemi dell’arte moderna si siano diffusi ed imposti grazie alle riviste. Al punto che la storia culturale dell’Europa potrebbe essere raccontata, come ha detto una volta Milan Kundera, attraverso la storia delle sue riviste. Mi domandavo: perché oggi la rivista letteraria è così snobbata da tutti? Ma ammettiamo che sia sempre stato così. Perché anche la marginalità dell’arte ha oggi perso la sua aura?

Proprio sotto il mio albergo, sulla terrazza della “A Brasileira”, uno dei caffè letterari più celebri della Lisbona modernista, c’è una statua di Fernando Pessoa. Seduto, le gambe accavallate, sembra attendere uno dei suoi amici immaginari. Al suo fianco lo scultore ha collocato una sedia vuota, regolarmente occupata da un turista che sorride al suo fotografo: un parente o un amico. Durante il mio non lungo soggiorno ho visto due, tre persone alla volta prendere posto su quella sedia. Perfino un’intera famiglia: la mamma seduta con il proprio bebè di tre mesi tra le braccia e tre bambini un po’ più grandicelli che, avvinghiati con tutte le loro forze al mito letterario, formavano un commovente grappolo umano. Papà fotografava.

Ecco, mi sono detto, le due forze che cospirano contro l’arte: l’esegesi che trasforma tutto in un monumento e il turismo che trasforma ogni monumento in un parco per l’infanzia. L’arte muore per troppa ammirazione, ma non sopravvive neppure se sottoposta ad un eccesso di innocenza. Tutto ciò che Pessoa ha pubblicato da vivo si trova nelle riviste (“A Renascença, “Eh Real”, “Orpheu”, “Centauro”, “Exilio”, “Contemporanea”, “Athena”, “Presença”), intoccabile per gli esegeti, dimenticato dai turisti. La sua arte non può sopravvivere se non in quanto décor. È l’aura di un’arte decorativa che si è sostituita al mistero dell’Eucarestia! “Dei primitivi che non si meravigliano più di fronte a niente”, come aveva detto Saul Bellow.

Il mio stupore raggiunse il suo culmine quando, dopo il solito circo quotidiano, vidi un gruppo di giovani cieche americane accompagnate dai loro assistenti che si avvicinavano brancolando alla statua per consegnarsi anima e corpo all’immancabile rito.

Vana curiositas e follia

La storia europea che fino a ieri poteva essere raccontata attraverso le sue riviste si è, dunque, per sempre chiusa? Lo ignoro.

Ciò che vedo è che le nuove tecnologie informatiche sono al servizio della memoria, della capacità di conservazione e trasmissione del sapere umano, ma la loro strategia di conoscenza è enciclopedica. Che cos’è una rivista in rete? Nel migliore dei casi è un’antologia potenzialmente infinita di articoli, saggi, immagini, suoni che possiamo stoccare nel cervello, ma non veramente scegliere. La curiosità che questo sapere enciclopedico – un sapere enciclopedico che non discende dall’Encyclopédie – stimola non è critica, non è sottomessa al gioco del tempo interiore. Siamo molto lontani dalla ricerca nel presente e nel passato di ciò che è vivo, che segna la riflessione e quasi la forma della rivista letteraria. Al contrario, si tratta di una curiositas infantile da turista diventato esegeta o da esegeta diventato turista che non tiene in conto – non ne ha materialmente il tempo – delle possibilità e dei limiti individuali, che si fa delle illusioni sul potere essere dovunque a casa sua. La vana curiositas di Agostino, diceva Keith Botsford all’epoca del nostro secondo incontro: la curiosità con la quale l’uomo cerca per cercare al di fuori dei propri temi, fuori di sé. Esegesi sofisticata, turismo, curiosità informatica: tutti i nomi della distrazione contemporanea, cioè dell’eterno desiderio umano di essere sempre altrove credendosi dovunque a casa propria.

Proprio perché non mi faccio alcuna illusione sul fatto di poter essere dovunque a casa mia, ogni volta che apro The Republic of Letters sono molto lontano dal paese di Literaturistan. In ogni rivista letteraria degna di questo nome io ritrovo sempre la stessa aspirazione ad abbracciare la Weltliteratur. Un’aspirazione infinita e che tale deve rimanere. Una “follia”, come Goethe stesso talvolta la definiva. Una follia, e forse una fede: una follia e una fede che si levano dalle catacombe.

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