Il coccodrillo

Jeremias Gotthelf nella traduzione inedita di Mattia Mantovani.

di in: Bazar
Gotthelf Coccodrillo

Nell’anno 1838 ci sono stati grande baccano e molta paura in terra di Svizzera. Non sto parlando della guerra dei baffetti causata da Luigi Napoleone, una guerra nella quale, se anche non si sparò polvere, si spararono comunque molte parole, e nella quale molto si versò, anche se si trattò non tanto di sangue quanto piuttosto di vino, e in Turgovia anche di sidro. No, sto parlando della paura che si è provata precedentemente, in primavera, a causa delle preoccupanti voci provenienti dall’Argovia, secondo le quali vicino ad Entfelden era scappato un coccodrillo che si era sistemato nei pressi di uno stagno e piangeva come un bambino. Non si sapeva cosa avrebbe poi fatto quel coccodrillo. E fu proprio per questo motivo, perché non si sapeva cosa si sarebbe messo a fare quel coccodrillo, che in terra di Svizzera si diffusero grande angoscia e preoccupazione. Le gazzette parlarono molto del coccodrillo, chiedendosi chi fossero mai i suoi genitori e come avesse fatto ad arrivare fino ad Entfelden. Perché, così dissero le gazzette, i coccodrilli si trovano solitamente non già in Svizzera, quanto piuttosto nella torrida Africa. L’unica consolazione, nella zona di Berna, fu che tra la zona di Berna ed Entfelden c’è una regione molto vasta, nella quale si trova in particolare Strengelbach, e che, prima che il coccodrillo avesse fatto fuori tutti quelli di Strengelbach, qualcuno avrebbe ben escogitato un modo per difendersi. Questo fu quanto si pensò nella zona di Berna.

Nel frattempo, più ancora che la paura per il coccodrillo in quanto tale, si diffuse la paura per ciò che il coccodrillo poteva significare. Furono in molti a sostenere, in maniera ferma e decisa, che il coccodrillo era la personificazione di gente che si era spinta fin qui da noi per mangiarsi ciò che non aveva piantato, e da ultimo, quantunque con lacrime di tenerezza negli occhi, per farsi un sol boccone anche di noi. E intanto, una dopo l’altra, le gazzette cominciarono a tacere riguardo alla faccenda, così che ci si immaginò che il coccodrillo, allo scopo di potersi aggirare in incognito tra la gente, si fosse mangiato, uno dopo l’altro, tutti i gazzettieri che avevano scritto sul suo conto.

Fu in questa situazione di tacita angoscia, talmente tacita che nessuno vi badò più, che trascorsero parecchi mesi. Poi, all’improvviso, arrivarono concitate e confuse notizie dalla zona di Silberau, notizie secondo le quali il coccodrillo era giunto in buona salute nelle selve di quella contrada e, in vista di una visita inattesa, faceva toilette tra le paludi e i ruscelli. Ci furono persone ardimentose che pretesero di averlo visto, ma i loro occhi coraggiosi si erano oscurati, un orrore diaccio le aveva come stordite, di modo che le loro descrizioni risultarono confuse. Ne risultò ovviamente grande agitazione nella zona di Silberau. Venne a crearsi una magnifica disposizione d’animo, si parlò con profondo disprezzo di questa potenza straniera e ci si ricordò con orgoglio dei vecchi tempi eroici e delle bocche da fuoco, a tutt’oggi non ancora arrugginite, in onore delle quali nella città svizzera di Burgdorf si organizzano festeggiamenti a base di brodo di pollo. La gioventù cominciò a ribollire di grande ardore e preparò le lance. Quanto alle donne, tutte esaltate, non si limitarono a spingersi fino alle mura delle città, ma anzi incitarono gli uomini e le autorità a compiere rischiose sortite. Ma costoro, gli uomini e le autorità, gente avveduta come si conviene a chi comanda, osservarono che, prima di dar contro al nemico, bisognava pur sapere che aspetto avesse, se somigliava allo stipite di una porta, alla casetta dove si va a cuocere il cibo e a lavare la biancheria, oppure a un vecchio pioppo. Bisognava ben sapere dove lo si doveva attaccare, a seconda di dove si trovava il suo punto debole. Perché anche lui, come ogni altra creatura, doveva pur averne uno, in questo o in quel posto. Se ci si fosse informati per tempo sul punto debole di Achille e su quello del corneo Sigfrido, quei due ragazzacci se la sarebbero vista brutta. Nel frattempo, si potevano quindi fare attente ricerche e poi servirsi in maniera più avveduta delle informazioni ottenute.

E così, dominando a fatica e di malumore il desiderio di battaglia, vecchi e giovani a sciami si misero a studiare ogni libro, abbecedario e quant’altro, nel quale si potesse leggere o vedere un pezzo di coccodrillo. I primi, che avevano già sentito qualcosa dei coccodrilli, lo fecero allo scopo di completare il proprio sapere con specifico riferimento al caso in questione, visto che ci si poteva imbattere in un coccodrillo da un momento all’altro. Gli altri, per i quali il coccodrillo era un personaggio sconosciuto, lo fecero allo scopo di farsi un’idea di chi mai fosse, se aveva quattro gambe oppure le ali, se lo si doveva cercare sugli alberi come l’allodola oppure sotto gli alberi, come una qualsiasi mucca.

Si scoprì invece, con estremo stupore, che il coccodrillo era addirittura un quadrupede, anche se poi in realtà non era proprio un quadrupede, nel senso che, certo, aveva quattro zampe con le quali si muoveva molto velocemente e poteva perfino superare un cavallo, e che, quando qualche coriaceo pezzo di carne gli si fermava tra i denti, si serviva dei possenti artigli delle zampe posteriori a mo’ di solidi stuzzicadenti. Però lo si annoverava non già tra i quadrupedi, quanto piuttosto tra gli anfibi, dal momento che, invece che mettere al mondo giovani virgulti, deponeva delle uova grandi come quelle delle oche, e per giunta le deponeva a centinaia e anche più sulla sabbia torrida, lasciando al sole la fatica di covare l’infida nidiata. Il buon Dio aveva d’altro canto opposto molti nemici a questa pericolosa e terribile bestia, e la maggior parte dei nemici agiva quando la bestia era ancora piccola e quindi facile da dominare. Lucertole, scimmie, uccelli, negri e serpenti scrutano il coccodrillo mentre depone le uova, poi si avventano contro le uova stesse e se la spassano, anche se dalle uova promana un sentore di muschio che anche il coccodrillo si porta appresso per tutta la vita. È raro che ci si scrolli di dosso il sentore nel quale si è nati. I peggiori nemici del coccodrillo, curioso a dirsi, sono i suoi genitori, in questo avendo il coccodrillo una significativa somiglianza con gli uomini. I genitori tornano dopo un mese dove sono state deposte le uova e spezzano quelle che non sono state ancora mangiate dalle scimmie e che i negri non hanno ancora trasformato in omelette. Dalle uova strisciano fuori dei virgulti della lunghezza di circa quindici centimetri. Il paparino gli si fa subito appresso e divora tutti quelli che non riescono a trovare rifugio sul dorso della mammina. Se poi accade che cadono da questo rifugio, allora è la mammina che li divora, solo per fare in modo che il paparino non se la spassi troppo. Proprio un bel commercio! Il coccodrillo non allatta i piccoli che sopravvivono. È pur vero che ha le lacrime, ma il latte non lo ha, perché tra il latte e le lacrime c’è la differenza che questo è dolce e quelle invece sono amare. E il coccodrillo non ha niente di dolce. È quindi probabile che il coccodrillo proverebbe lo stesso sbigottimento che provò una giovane gallina che, per il tramite di una serva, aveva mendicato presso una distinta signora qualcosa da mangiare per la sua nidiata di pulcini. La distinta signora disse alla gallina che era un animale senza vergogna, e che doveva comportarsi coi suoi piccoli così come facevano gli altri animali, doveva cioè allattarli.

Questa piccola bestiola di quindici centimetri si trasforma poi in un bestione di dimensioni spropositate: raggiunge i nove metri di lunghezza, diventa grosso come un cavallo, sul dorso gli si forma una corazza che nessuna palla può forare e nessuna spada trapassare. Quanto alla bocca, riceve in dotazione trentaquattro terribili denti e un appetito di carne che spinge ininterrottamente all’uccisione e all’omicidio. E così, portandosi appresso il loro sudicio corpo verde-giallastro, che li fa somigliare a tronchi d’albero caduti, i coccodrilli se ne vanno in giro in cerca di cibo, soprattutto di notte, sia in acqua che sull’asciutto, e si accontentano di qualsiasi cosa, basta che sia carne. Ma la loro carne preferita è la carne umana, e tra le varietà di carne umana quella che preferiscono è quella dei negri, ricca di sangue e rivestita di nero. Quando fiutano la selvaggina, stanno in agguato lungo le rive dei fiumi e si spingono nell’entroterra. Fanno la posta alla selvaggina, le corrono e le nuotano appresso, si sforzano di trascinare in acqua ciò che hanno catturato allo scopo di provocarne l’annegamento, ma poi vanno a mangiare all’asciutto. Pare che siano particolarmente abili nel far finire i pesci non già nelle reti, quanto direttamente nelle proprie fauci. Accade così: alcuni di loro, in silenzio, creano uno sbarramento nella parte bassa del fiume, mentre altri, nella parte alta, prendono a fare un baccano d’inferno al fine di spaventare i pesci, i quali cominciano a fuggire lungo la corrente del fiume finché, poveri loro, finiscono presi in mezzo tra gli scaltri compagni di quelli della parte alta. I pesci, presi in questa stretta, non trovano alcuna via d’uscita se non quella rappresentata dalle fauci stritolanti di quelle terribili bestie. Però sono pesci stupidi. È molto strano a dirsi, infatti, ma questi pesci sono talmente stupidi da non trarre alcun ammaestramento, così che i coccodrilli, di volta in volta, possono servirsi sempre dello stesso stratagemma e sempre con buon successo. Queste bestie che non risparmiano nessuno hanno però anche loro, com’è giusto che sia, i propri nemici, perché altrimenti sulla terra non ci sarebbe senza dubbio più nessuno, a parte i coccodrilli. Fu pressappoco questo che trovarono scritto nei libri quelli della zona di Silberau.

Così come i genitori sono i peggiori nemici dei figli, allo stesso modo i giovani sono ciascuno nemico dell’altro. I giovani, infatti, sono arsi dalle vampe della gelosia e si ammazzano l’un l’altro nel corso di terribili combattimenti, e in numero tale che per una mezza dozzina di femmine rimane un solo maschio. Di conseguenza, le femmine hanno da comportarsi in maniera particolarmente tenera e delicata nei confronti dei maschi. E un simile bestione, che mangia le proprie creature, che uccide i propri simili senza rimorsi di coscienza, che divora senza scrupolo qualsiasi tipo di carne, preferendo per giunta quella che manda un acre sentore, ebbene, un simile bestione viene perfino considerato sacro, e in suo nome si elevano preghiere. Se non si sapesse che cose simili sono accadute in terra d’Egitto, in Europa non le si potrebbe comprendere. Quante belle cose si imparano, davvero!

Ci sono però anche uomini coraggiosi che, per quel che possono, vanno a caccia di coccodrilli, in estate e in inverno, sull’asciutto e in acqua. La più comoda caccia al coccodrillo è quella che si svolge d’inverno, quando i coccodrilli dormono così profondamente che li si può tagliare a pezzi senza che neanche si sveglino. Quando invece si trovano in stato di veglia, la forma di caccia più corretta è quella che si svolge cercando di attirarli con qualche esca e poi, facendo leva su questa loro attrazione per l’esca, li si ammazza a proprio piacimento. È in questo modo, servendosi di un’esca, che l’uomo cattura le bestie, perché sa che c’è un’esca specifica per ogni bestia. È raro, però, che un uomo conosca le proprie voglie e l’esca che gli altri uomini usano per catturarlo (questo però non c’era scritto nei libri che si leggevano per saperne di più a proposito dei coccodrilli). I coccodrilli hanno una particolare predilezione per i maiali. Si fissa quindi un maiale a una canna, lo si cala in acqua e si tiene sulla riva un maialino per attirare l’attenzione del coccodrillo. Il coccodrillo si avvicina a nuoto, incontra sul proprio cammino la carne di maiale, non può opporvi resistenza, ed ecco che ha abboccato. Non può fare a meno di abboccare. Sono cose che da un coccodrillo non si possono davvero pretendere.

I più ardimentosi sono ad ogni modo quelli che rincorrono il coccodrillo e gli legano attorno un cappio. Costoro inseguono il coccodrillo sull’acqua, in quattro e quattr’otto gli balzano sul dorso e poi, quando il coccodrillo solleva il capo per morsicarli, gli ficcano in bocca una trave, gli tengono la bocca serrata con entrambe le mani a mo’ di briglia, e infine, per così dire cavalcandolo, lo conducono sulla terraferma. Probabilmente costoro hanno ancora gli speroni attaccati ai piedi. Il coccodrillo lo si può anche uccidere con un colpo di fucile, a patto che si colpisca il punto giusto, vale a dire le orecchie o gli occhi, e se poi si riesce a piantargli in bocca una bella palla di pece, che quello comincia subito a masticare, allora lo si può colpire a morte, sempre però prestando attenzione alla coda, con la quale il coccodrillo vi può sbattere a terra in modo tale che poi non vi alzate più.

Eppure perfino questo bestione possiede un amico, che gli vuol bene e al quale il coccodrillo vuol bene. Beninteso, per motivi di interesse. Tu aiuti me e io aiuto te: un simile detto è valido anche per il coccodrillo e il suo amico. Il coccodrillo dorme sull’asciutto e, simile in questo a molti di quelli che russano o non riescono a respirare sufficientemente col naso, tiene la bocca aperta. Anzi, la tiene spalancata. Taluni sostengono che in questa bocca spalancata si infilino subito delle sanguisughe, mentre altri sono dell’opinione che si tratti semplicemente di insetti, che succhiano con avidità il sangue dalle gengive e dalle fauci di questo bestione, e questo bestione, il quale divora uomini e mucche, non può muovere la lingua, e quindi le lascia fare quelle bestiole, perché è del tutto impotente contro di loro. I denti e la coda, in questo caso, non gli servono a nulla, e lo stesso vale per la corazza. Ma fortunatamente c’è un uccellino che è goloso di questi insetti succhiasangue: in passato lo si chiamava trochilo, mentre i nostri dotti, con espressione popolare, lo chiamano piviere. Costui si infila timidamente nelle orribili fauci e, una volta che vi si è ben stabilito, spazza via in tutta tranquillità gli insetti, e quando poi se li è mangiati tutti, allora va a posizionarsi su un dente affilato, dove c’è un vuoto, e lì si dà ad intonare un canto del quale il coccodrillo, in segno di riconoscenza, batte il tempo con le palpebre. Per quanto mi riguarda, posso affermare che a cantare in un posto del genere non mi porterà mai nessuno, foss’anche un giudice o un re che batte il tempo con la spada e lo scettro. Preferisco finire nel più fondo degli abissi piuttosto che cantare su quel posto appuntito.

Nella zona di Silberau, quando gli uomini di tanto in tanto alzavano la testa dai libri, nascevano molte dispute. Alcuni parlavano infatti di un coccodrillo, ma altri obiettavano: “No, guarda che stai parlando di una cosa completamente diversa, di un caimano!”. A quel punto intervenivano altri ancora, che dicevano: “Ma che caimano e caimano! Si tratta di un alligatore!”. La disputa si era fatta accesa, e chissà come sarebbe andata a finire se ad appianarla non fosse intervenuto un dotto, il quale spiegò che si trattava di animali pressoché simili, e cioè della stessa razza, i cui segni distintivi erano di poca importanza per l’uomo comune europeo. Lungo il Nilo li si chiamava coccodrilli, nell’America centrale li si chiamava caimani, mentre nell’America settentrionale e in quella meridionale li si chiamava alligatori. Lungo il Gange e i suoi affluenti li si chiamava invece gaviali. Quest’ultima cosa, però, nessuno l’aveva letta, e quindi non vi si prestò fede.

Nel mentre dunque si discuteva accanitamente – gli uni preparando le armi e studiando stratagemmi per combattere i caimani, altri invece per combattere gli alligatori – continuarono a giungere sempre nuove notizie. Nel giro di breve tempo, il bestione era passato da un metro e mezzo a tre metri di lunghezza. E, quanto a larghezza, era passato da sessanta centimetri a un metro e ottanta. Evidentemente si trovava bene in quella zona. Ci fu da ultimo un ardimentoso esploratore che raccolse gli escrementi (la cacca, per dirla giusta) del bestione, i quali vennero sottoposti ad attento esame. Vi si rinvennero lische di pesce e ossa di animali. Si andò subito a controllare in tutti i libri possibili, per vedere se la cosa corrispondeva al vero. Ma di solito, è proprio così, i libri non contengono ciò che vi si cerca, e quindi non si trovò nemmeno un accenno agli escrementi, al loro aspetto e al loro sentore. Un tale, che aveva letto qualcosa in cui si parlava di muschio, cominciò a nutrire gravi sospetti nei confronti della figlia del suo vicino: forse l’alligatore, sotto mentite spoglie, era lei, perché mandava un sentore di muschio che si sentiva a cento metri di distanza. Altri, memori del fatto che questi animali hanno una preferenza per i negri e in generale per la carne umana, esaminarono gli escrementi in maniera accuratissima, in cerca di qualcosa di umano, un brandello di pelle di negro o qualche ossicino. Ma non trovarono nulla, assolutamente nulla di umano, neanche qualcosa di uno di Strengelbach.

Questa circostanza confuse un po’ gli uomini e abbassò il loro livello di cautela, di modo che ci si azzardò sempre più spesso a compiere sortite in cerca del coccodrillo o perlomeno dei suoi escrementi. Eppure, quanto più frequenti si fecero le sortite, tanto meno si riuscì a vedere. Ci furono donne coraggiose che andarono in cerca del coccodrillo in ogni angolo, mentre ogni signora in viaggio di piacere tremava di curiosità al pensiero di poterlo scorgere. Beninteso, da lontano. Già, alle donne piace proprio stare ad osservare! Da lontano, però. Ma nessuna riuscì a vederlo, nemmeno da lontano. Si diffuse allora il convincimento che al coccodrillo piacesse muoversi lungo il corso del fiume. Così come era salito fino ad Entfelden, era poi sceso lungo il corso del Silber in cerca di carne, non importa se nera o bianca. E così adesso si cercavano in tutta la regione le tracce del coccodrillo, con grande timore. Passarono intere settimane: nessun sentore arrivò alle narici degli esploratori, il coccodrillo non lo si vide da nessuna parte, e non se ne trovarono neanche gli escrementi.

Un bel giorno, nell’oscurità della sera, e precisamente nell’ora in cui la beccaccia si alza in volo e la lepre va in cerca di cibo, due amici stavano salendo su un monte della zona. Si raccontavano l’un l’altro cose di ogni genere a proposito delle sortite degli uomini e delle rispettive mogli, ma al coccodrillo non pensavano per niente. All’improvviso, uno dei due diede di gomito all’altro e disse: “Ehi, Sami, hai sentito?”. “Oh, mio Dio, e che cos’è?”, disse Sami. C’era qualcosa, lì nei pressi, che stava scendendo dal monte. Pareva talora che ciondolasse e talora, invece, che strisciasse e serpeggiasse, emettendo nel frattempo stranissimi suoni che non avevano nulla a che vedere né con quelli di una scrofa selvatica, né con quelli di una scrofa addomesticata. Erano suoni che quei due non avevano mai udito. Fu in quel momento che pensarono al coccodrillo, e le loro membra cominciarono a tremare in modo convulso. Quello strano fruscio sul terreno e quegli strani suoni non potevano che provenire dal coccodrillo, il quale aveva fiutato la loro carne e già si rallegrava al pensiero del lauto pasto. I due si sentirono venir meno la forza nelle gambe. A cosa serve, così pensarono, mettersi a scappare davanti a un coccodrillo, che è più veloce di un cavallo? Si arrampicarono allora il più in fretta possibile su due piccoli faggi, non pensando che il coccodrillo, coi suoi occhi, era in grado di stregare tutti gli animali che vedeva, così che questi, cadendo dagli alberi sui quali lui non poteva arrampicarsi, gli cadevano dritti dritti nelle fauci. Il gorgoglio e lo strascichio si fecero sempre più vicini. Gli alberi sui quali i due avevano trovato rifugio cominciarono a oscillare sotto il peso della loro angoscia. Ed ecco che all’improvviso il bestione arrivò strisciando fin sotto gli alberi sui quali i due continuavano a tremare, e lì rimase disteso, per un istante, quasi a volerli stregare. E i due, lo volessero o meno, furono costretti ad osservarlo, e in quel momento ebbero l’impressione che la pelle del bestione fosse non tanto cornea e di colore giallo sporco, quanto piuttosto in puro misto lana. Ebbero inoltre l’impressione che non fosse poi così lungo. Però era più largo di come se lo erano immaginato. Ahi ahi, pensarono, questo qui ha già mangiato qualcuno e ha indossato i suoi vestiti, così può ingannare meglio la gente e divorarla senza fatica. In quel momento, il bestione cominciò a muoversi e sospirò, proprio come un uomo che abbia intenzione di alzarsi in piedi. I due che si trovavano sugli alberi si videro proprio messi male, perché cominciarono a nutrire la convinzione che il coccodrillo, contrariamente a quanto si diceva, fosse invece capace di arrampicare. Allora chiusero gli occhi e pensarono di esser messi sempre peggio, soprattutto quando si accorsero che il bestione si era sollevato in tutta l’altezza ed evidentemente si era appoggiato a uno dei due faggi. Ecco, adesso sale sull’albero! I loro cuori battevano all’impazzata. Ma poi udirono il bestione che si sdraiava nuovamente per terra, dove rimase per un po’ in silenzio, e infine udirono uno schiocco, come quando si stappa una bottiglia. Questo ben noto rumore risvegliò come per miracolo il coraggio nell’animo di uno dei due amici, il quale socchiuse un occhio e… ecco, lo vide! Sì, era proprio lui! Il coccodrillo si stava bevendo una lunga sorsata da una bottiglietta di acquavite. Infine posò la bottiglietta, trasse un profondo sospiro, si asciugò la bocca con la manica e disse forte e chiaro, portandosi la bottiglietta al petto: “Ah, che bellezza, che bellezza!”. Poi, proprio come un essere umano, si alzò in piedi e si incamminò giù per il monte barcollando un po’, e infine arrivò a valle e scomparve alla vista dei due. Da quel momento non si è saputo più nulla del coccodrillo. È come se, da quando lo si è visto trincare acquavite, sia scomparso del tutto da quella zona.

Chissà, se quelli di Entfelden avessero osservato bene, magari anche loro avrebbero visto una bottiglietta di acquavite e uno che diceva: “Ah, che bellezza, che bellezza!”.

 

(1839)