Il sogno epico della memoria/ 1

Conversazione con Giuliano Scabia.

Sgnaolin Scabia

Sgnaolin: Vorrei partire chiedendo la sua opinione sull’opera di alcuni suoi amici e compagni di percorso: Gianni Celati e Italo Calvino. Nella mia tesi sul modello cavalleresco ho individuato alcune distinzioni fra il loro modo di intendere l’avventura cavalleresca e il suo. Per quanto riguarda Celati, mi è sembrato che si trattasse di un prototipo di eroe “cavaliere” sostanzialmente solitario, chiuso, abbandonato in una deriva che è al tempo stesso liberazione dal “senso” e processo di annichilimento, abbandono dell’affettività e dei legami col mondo. Le sembra un’analisi corretta?

Scabia: Sono d’accordo con lei. Non c’è dubbio. Anche nell’ultimo libro, Vite di pascolanti.

Sgnaolin: Anche in Vite di Pascolanti tornano gli stessi personaggi solitari chiusi in una sorta di borbottio, di lamentazione continua…

Scabia: Viene dal filone di Beckett e di Céline.

Sgnaolin: Infatti, anche se non credo sia una citazione, in un punto di Verso
la foce
Celati inizia a zoppicare, e mi ricordava un personaggio di Beckett, credo della Trilogia.

Scabia: Malone, forse…

 

Sgnaolin: Credo di sì. Celati inizia a zoppicare, a trascinarsi. La solitudine degenera, o progredisce, in deperimento fisico.

Scabia: Sì. È così. È Celati in tutto quello che scrive, anche il testo teatrale [Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto, n.d.r.]. Forse l’uomo contemporaneo è in gran parte così, ma io che c’entro?

Sgnaolin: Mi sembra invece che un’esperienza come quella del Gorilla Quadrumano rappresenti una possibilità differente. Si tratta infatti di una comunità, non di un singolo individuo. Il gruppo universitario da lei guidato si riunisce attorno a qualcosa di concreto, il testo teatrale di stalla, e lo porta nei luoghi in cui è nato, confrontandosi con un’altra comunità, mettendosi alla prova. Ecco, c’è questa volontà di mettersi in gioco che secondo me è assente nel “cavaliere” celatiano, anche se forse questa è una prerogativa più del teatro…

Scabia: Ah, ma il teatro può essere Beckett, può essere…

Sgnaolin: Quindi non è detto?

Scabia: Assolutamente, non è detto per niente.

Sgnaolin: Non che quello che racconta Celati non sia vero. Ricordo d’averlo ascoltato leggere, anni fa, a Mantova, la novella Notizie ai naviganti. Ricordo lo stato d’animo… mi sembrava alla fine di quel racconto di essere immerso nella nebbia. Lì ho scoperto la grande abilità di Celati nel leggere, perché piano piano…

Scabia: Ha fatto venire la nebbia.

Sgnaolin: Ti porta fuori, in quel mondo. Alla fine c’è quest’immagine finale bellissima. Potresti essere su Marte, oppure sulla Terra. A quel punto sei completamente perso…

Scabia: È Celati. Gianni è così. Mi è venuto dietro delle volte, si è entusiasmato, però seguiva sempre il suo sentiero, anche quando ha lavorato con me nei quartieri a Bologna. Ecco, alla fine del diario di decentramento, ho messo un pezzo di  Gombrowicz: “Non piace più e non attira. O infelici! Non vi ama più nessuno! Non piacete più a nessuno! Non piacete a nessuno! Siete soltanto stimati – e nient’altro… Siete la testimonianza della maestosità dello Spirito umano e della grandezza dell’Arte, ma la gente non vi vuole più bene. La situazione è ulteriormente peggiorata dal fatto che la critica contemporanea manca di sufficiente intelligenza, o sufficiente forza, per superare il compito più duro: tornare alle questioni attuali ma eternamente attuali, che sembrano però essere morte tra noi, proprio perché troppo facili e troppo semplici. La critica è soltanto capace di perfezionare – perfezionare fino all’assurdo – quel meccanismo che oggi ci giova e in virtù del quale nascono libri sempre migliori, in quanto letteratura. Questi signori non avranno mai il coraggio di intaccare il sistema, ciò supera del resto le loro possibilità. Questo o quell’altro carattere della letteratura è il risultato delle dipendenze che nascono tra l’artista e altri uomini. Se volete che un cantante canti in maniera diversa, dovete legarlo ad altra gente – farlo innamorare di altri e in un’altra maniera. Le combinazioni stilistiche sono inesauribili, ma tutte sono in realtà combinazioni di persone, sono il risultato del fascino che l’uomo esercita sull’uomo. La letteratura resta purtroppo un romanzo di anziani signori, innamorati gli uni degli altri e ossequiosi gli uni verso gli altri. Coraggio! Rompete questo cerchio magico, andate in cerca di nuove ispirazioni, lasciatevi dominare da un bambino, da un moccioso, da un ebete, legatevi a gente di diversa condizione sociale!” (Diario, 1953-1956).

Era questa scelta. Nel ’68-’69, quando ho fatto questi primi progetti, c’era questa scelta di andare lungo i margini per incontrare delle comunità possibili, non reali, possibili. Per un momento. Quindi direi che è una differenza radicale con Gianni, proprio totale. Mi sento suo fratello ma abbiamo due visioni diverse.

Sgnaolin: Per quanto riguarda Calvino, invece, ho rilevato una significativa divergenza fra la sua immagine della “foresta” e quella di Scabia. In Calvino, non solo nei testi narrativi ma anche in alcuni saggi, la foresta ha una connotazione quasi esclusivamente negativa. Inoltrandosi nei suoi meandri il “cavaliere” calviniano corre il rischio irreparabile di abdicare alla propria razionalità (penso all’Orlando del Castello dei Destini incrociati). È un processo che Calvino vede come irreversibile, non c’è possibilità di ritorno (penso anche alla fuga di Cosimo sulla mongolfiera nel finale del Barone Rampante). La perdita della facoltà raziocinante sembra significare la perdita della propria identità, la perdita di tutto. In Scabia invece la foresta può significare molte cose: è un luogo concreto, descritto con precisione botanica; è un luogo interiore… Ad ogni modo, il fatto che la foresta, o il bosco, possano essere paurosi o luoghi in cui si annida l’emergere dell’irrazionale, non implica che non le si possa attraversare e tornare indietro, rinascendo diversi, scoprendo nuovi luoghi del sé. Mi sono chiesto più volte, anche in ragione di osservazioni che mi sono state fatte, se non stessi compiendo una forzatura. Che ne pensa?

Scabia: È questo, Calvino. Non avrei dubbi neanche su di lui, neanche uno. Era come se avesse un cerchio in sé, si avviluppava. Pur essendo così curioso, è andato in tante di quelle direzioni, ha aperto tante di quelle strade, poi ne sapeva cento più di me, cose straordinarie…

Ma… era come se l’essenza del suo mythos fosse un viluppo intricato in cui perdersi. Già il suo primo libro, no? Il Sentiero dei nidi di ragno. Forse la causa è la delusione provocata dal vedere un dopoguerra che si ingarbugliava sempre di più. Per lui è stato un trauma il ’56. A voi non dice niente, ma io ero studente universitario. Budapest è stata una cosa! Io guidavo gli studenti laici. Non ero comunista, ma avevo tre comunisti nell’U.G.I. (Unione Goliardica Italiana), di cui ero presidente.

Sgnaolin: Unione Goliardica Italiana?

Scabia: Sì. C’era l’U.G.I., l’A.G.I., INTESA. I cattolici erano l’INTESA. I monarchici, la destra e la destra moderata erano l’A.G.I. Poi c’era il F.U.A.N., i giovani fascisti.  Nel nostro gruppo c’erano liberali e c’erano anche comunisti. Il capo era Pannella, poi c’erano De Michelis, Iannuzzi…

Sgnaolin: E quindi è stata una grossa delusione…

Scabia: Quando ci sono stati i fatti d’Ungheria, noi ci siamo entusiasmati per questi comunisti liberali, Nagy e Maleter. Maleter poi era un uomo bellissimo e guidava
la rivolta. Discussioni a non finire con i tre comunisti, soprattutto con Mario Quaranta, e poi con altri comunisti che non erano studenti! Ma… risse! Loro dicevano che era in atto la controrivoluzione. In un secondo momento, hanno cominciato a far fuori anche alcuni agenti della polizia segreta. Ne hanno fatti fuori parecchi, li hanno macellati. Arrivavano le foto di questi agenti comunisti spiaccicati per terra, linciati. La situazione era in mano a Nagy e Maléter, ma probabilmente c’erano delle spinte che volevano fare uscire dalla Nato l’Ungheria. La cosa tremenda è che quando sono andati a trattare con i sovietici, questi li hanno presi e fucilati! Io ho fatto un manifesto attaccato per tutta Padova contro questa cosa… perché è un delitto che non si può perdonare! Italo è uscito allora dal partito, con Giolitti e altri. Penso sia stata una delusione tremenda. In fondo era circondato da comunisti nella casa editrice. Lui scriveva sull’Unità. È stato uno di quelli che l’avevano fondata a Torino, insieme con l’attore Raf Vallone.

Sgnaolin: Calvino ha fatto la seconda guerra mondiale come comunista?

Scabia: Non so se ha fatto in tempo, ha fatto un po’ il partigiano. Non so quando si è iscritto, ma aveva la tessera e alla fine è uscito.

Sgnaolin: Come molti altri nel 1956.

Scabia: Da una parte il dogmatismo del partito comunista, dall’altra i democristiani che andavano peggiorando… Poi ha visto crollare piano piano la casa editrice. Gli ultimi anni di Calvino sono stati terribili. Se n’è andato. Temeva di non riuscire più a pubblicare i libri. L’Einaudi è crollata nel ‘73, mi pare. L’ha salvata dal fallimento Accornero. Il libro di Ferrero l’ha letto?

Sgnaolin: No. Quale libro?

Scabia: I migliori anni della nostra vita. Lì vede com’era la casa editrice. Vede Calvino, vede Primo Levi, vede Natalia.  Un altro mondo. Credo sia stata l’unica casa editrice al mondo così. Fino a quando è fallita. Ora è un’altra cosa, è normale, diciamo, ma prima era anormale. Io li ho conosciuti allora, nel 1967, quando mi hanno invitato a pubblicare Zip. Già spiravano venti nuovi, ma li ho visti chi erano… i Vittorini, i Fortini, i Vivanti, i Mila…

Sgnaolin: Vittorini dev’essere stato una forza della natura, da quello che ho letto, sempre pieno di idee, propositivo. Calvino ne parlava come di un personaggio infaticabile.

Scabia: Ha lavorato tanto per gli altri, sia lui sia Calvino. Ma proprio al servizio degli altri, degli altri scrittori. Ora, se uno non è scrittore di suo si capisce, ma loro… Le lettere che scrivevano, a mano! E poi se a Calvino non piaceva un libro, poteva chiamarsi anche Dante Alighieri, non glielo pubblicava! Lo stesso vale per Vittorini. Tanti che pubblicano adesso, professoroni dell’università, spesso perché sono consulenti, con Calvino non sarebbero passati, mai!

Sgnaolin: Leggendo i saggi di Calvino, e in particolare gli interventi sull’attualità, mi ha colpito la sua onestà intellettuale, la capacità di argomentare sforzandosi di evitare le tirate e le faziosità. Aveva uno sguardo spesso “panoramico” sulle cose, come dall’alto, e il suo giudizio si ispirava a un principio di misura e buon senso rari, lontano dagli “astratti furori” di altri intellettuali.

Scabia: Sia lui sia Vittorini non pubblicavano per amicizia di qualcuno. Quando è uscito il libro di Celati, Narratori delle pianure, Gianni è venuto a dirmi: “Oh, a Calvino non è mica piaciuto sai! Ha detto che è un libro localistico!”. Eppure lui adorava Gianni. Non ha mai elogiato un libro per piaggeria. Nessuno lo faceva in casa editrice. Potevano sbagliarsi, ma il criterio erano delle schede straordinarie, feroci. Quello è fare letteratura! Lo stesso vale per Manganelli, per Sanguineti. Ma ci sono ancora bravi editori. Per esempio questo Casagrande è bravo… Terzaghi, e anche all’Einaudi io ho dei lettori interni ferocissimi. Adesso ci sarebbe Nane oca III, dove ci sarà la rivelazione di tutto quello che lei mi domanda. Ora non le posso anticipare. Si chiamerà Nane oca rivelato, comunque. Dicevo… il patto coi miei lettori interni è che se non va bene non si pubblica.

Gli altri me lo pubblicano subito, ma io che me ne faccio di un libro brutto pubblicato? Dev’essere perfetto! Anch’io sono un editor feroce di me stesso, quindi prima di consegnarlo fa delle trafile di lettura, di tagli, per cui insomma… dovrebbe andare. Ma chiedo quest’ultima lettura, sapendo che possono sbagliarsi, perché non credo che mi abbiano capito sino in fondo. Mi ha capito meglio lei che l’Einaudi secondo me.

Sgnaolin: Grazie. Le letture che fa prima che il libro sia concluso influenzano lo sviluppo della storia? È possibile che un personaggio di secondo piano divenga protagonista, oppure che si aggiungano altre vicende, o la storia prenda altre direzioni in conseguenza della risposta del suo pubblico?

Scabia: Il pubblico non c’entra. È un fatto di musica interna. Io non scrivo per il pubblico. Ciò che lei chiama la cerimonia fra scrittore e pubblico in me non c’è. Anche se, probabilmente, esiste nel profondo, ma a quel livello non è controllabile. La questione è se si capisce oppure no, se sta in piedi o no. Riguarda la macchina narrativa e la ridondanza eventuale. Le foreste sorelle era il doppio!

Sgnaolin: E già è un libro densissimo.

Scabia: Era il doppio! Io amavo tutte le parti, tutte mi piacevano, però erano 400 pagine, esattamente il doppio. Con le letture piano piano, leggendo, sentivo: “Accidenti, qui non va”. C’è la saturazione, no? Come un pranzo con quaranta portate, non lo puoi mangiare.

Sgnaolin: Il rischio è che la ricchezza diventi pletora.

Scabia: Mah… probabilmente, non so, Rabelais è straricco, forse Cervantes ha delle parti in più. Un moderno Cervantes non riesce a leggerlo. Ai suoi tempi quella cerimonialità permetteva che si leggesse perché c’era il tempo di leggerlo, c’era la lettura a voce alta, nelle sere, lunghe, del castello, c’era: “come vedremo nella prossima puntata…”. Non c’era la televisione. C ’era qualche raro spettacolo, ogni tanto… di teatro… ogni tanto. Ogni tanto, non tanti. Bisogna pensare ai castelli, non solo a Madrid, ma sparsi per la campagna. “Cosa c’è da leggere?”, “Leggiamo un libro?”, “Ah, mi leggi questo?”, “Stasera leggiamo”. Era un altro tempo.

Noi oggi leggiamo 5 pagine e il pranzo dura un’ora, domani leggiamo 5 pagine e il pranzo dura un’ora. C’era la lettura del Don Chisciotte. “Ah, ma cosa ha fatto oggi? Ma cosa ha fatto?”. Oppure dell’Orlando o della Gerusalemme oppure Ogieri il Danese, l’Aspramonte. C’era fame.

Sgnaolin: C’era talmente tanta fame che anche le persone non colte conoscevano le gesta dei paladini, diventavano parte del loro immaginario.

Scabia: Ma ce n’era uno su mille che sapeva leggere. Ricordi questo.
La Divina Commedia l’avranno letta in cinque, quando è uscita, perché era manoscritta. L’ha letta Boccaccio, l’ha letta la cerchia di Dante, qualcuno in qualche corte. Quante copie saranno state? Venti copie. È un’altra dimensione, non abbiamo idea, perché noi siamo nella velocità. Con internet puoi sapere il riassunto, la trama, e poi un altro, avanti un altro, avanti un altro. Quindi, cos’è raccontare per me? Sul tempo lungo. La mia felicità è sentire che qualcuno desidera leggere Nane Oca e non lo trova. Spesso mi chiedono, soprattutto quando vengo in Veneto: “ma dove posso trovare Nane Oca?”. “Ma è uscito un mucchio di anni fa!”. E io penso che questo è un segno abbastanza buono di lettura. La lettura si prolunga, prolunga, prolunga, e uno va a leggerselo dopo. “El me xe scampà!”. E sì, ti ve drio a Carlotto, te ve drio a Walter Siti, te ve drio a La Porta, a ‘sti qua! Te perdi tempo, no? E dopo te toca tornare indrio! Ma tornando a Calvino, credo sia giusta la sua descrizione, anche perché avendolo conosciuto lui era così. Si accendeva, era bellissimo parlare con lui. Ma… Pasolini aveva le visioni, Calvino non le aveva. Era striminzito!

Era un grande artigiano, faceva una fatica enorme, ma non gli veniva subito in realtà.

Sgnaolin: Celati parlava di una grande facilità di scrittura di Calvino…

Scabia: Sì, gli veniva subito, però come quello che fa il mobile facendo fatica, sbuffando. Si accendeva, però… volare… non volava nella visione. Anche Cosimo [
il Barone Cosimo di Rondò, protagonista del Barone Rampante, n.d.r.] se la mena sempre lì sull’albero…

Sgnaolin: Infatti la costruzione e lo sviluppo della vicenda di Cosimo mi sembra riflettere il fascino esercitato su Calvino dalle logiche binarie e combinatorie.
Il Barone Rampante inizia con uno zero, ovvero la negazione della civiltà da parte di Cosimo, che sale su un albero. Poi abbiamo un uno: inizia a adattarsi, a vivere lì sopra. Poi ancora zero e uno, zero e uno, ma è una ramificazione progressiva che, pur complicandosi sempre più, obbedisce sempre alla stessa regola binaria.

Scabia: Non c’è la vera avventura, che non sa dove va a finire. Per me Calvino non ha la vera quête. E va in crisi nel finale, con Palomar. Sente il profumo del formaggio, prova sensazioni…

Sgnaolin: Ma alla fine Palomar muore…

Scabia: Eh, ma nei Cinque sensi, nel racconto cannibalico con la Esther, dove parlano di cannibalismo mangiando, lì si vede, secondo me, il grande scrittore. [Si tratta del racconto Sotto il sole Giaguaro, incluso nel libro postumo dal titolo omonimo, pubblicato nel 1986. Il libro comprende tre racconti.
Il progetto iniziale era di scrivere un racconto per ogni senso, ma è stato interrotto dalla morte dell’autore, n.d.r].

Sgnaolin: Me ne aveva parlato anche Palandri, negli stessi termini.

Scabia: Ne abbiamo parlato a Bologna, di quel racconto lì. Perché lì vedo il grande scrittore, non quelle robe noiosissime che ha scritto, quelle robe strutturalistiche.

Sgnaolin: Io ho letto tutti i libri di Calvino, ma Se
una notte d’inverno un viaggiatore
è veramente un libro sbagliato, secondo me, un brutto libro.

Scabia: E chi glielo dice, a Calvino?! Bisogna essere postumi, se no ti fregano!

Sgnaolin: La Benedetti dice che a un certo punto della sua carriera letteraria sembrava che Calvino scrivesse per la critica, che giocasse a rimpiattino con i suoi critici.

Scabia: Come anche è capitato un po’ a Zanzotto. Folena ha pesato, secondo me. La critica è molto avvolgente, io ci son stato, me ne sono reso conto. Se si vuole l’applauso del proprio critico, è finita, perché il bello del poeta è che non sa dove va, perché sta lì ad ascoltare il “misterioso concerto” di cui parla Rebora in una poesia straordinaria. Se non fa questo, è inutile. Il poeta può fare una rivelazione sul logos. L’unico compito a cui è tenuto è di non sapere dove va. Se invece si atteggia “secondo cui”, ha tradito il mandato.

Sgnaolin: Il gioco è: la critica ha un’idea di te, e tu fai qualcosa per sganciarti. Ma quel fare qualcosa per sganciarti non è seguire la tua voce. Tempo fa, ad una cena, ho sentito Vitaliano Trevisan raccontare dei suoi esordi. Mozzi è stato il primo o comunque uno dei più importanti lettori di Trevisan. Dopo le prime prove, ha cominciato a avvertire qualcosa di ripetitivo, di prevedibile, e ha detto a Trevisan: “Ma tu mi devi stupire, sorprendere!”. E Trevisan ha risposto qualcosa come: “Ma io non devo stupire te, non devo stupire nessuno!”. Ricordo che mi ha colpito la sicurezza di Trevisan, c’era sottotraccia una sorta di severità. Dunque non è un gioco a sorprendere, perché poi tutto viene consumato molto velocemente, e per sorprendere si fanno le stesse cose, solo, appunto, con questa polarità: uno-zero, più-meno. Credo ci sia molta difficoltà per voi scrittori a sentire la voce…

Scabia: Io so che molti testi mi sono stati chiesti, specialmente teatrali. Sono nati da occasioni. Quindi con che criterio li ho scritti? Ogni volta diverso, perché le domande erano diverse. Io avevo un’idea di teatro ben precisa, però, che si sviluppava. Un testo che non si conosce, Diario italiano, l’ho fatto per Nono, nel ‘63, ‘64…

Sgnaolin: Prima della Fabbrica Illuminata?

ScabiaLa Fabbrica Illuminata è un frammento della prima scena. È un testo per un’opera. Ci è stato commissionato dalla Scala. Nella discussione che abbiamo avuto per due anni, testimoniata in un carteggio bellissimo, c’è tutto il teatro futuro, tutta l’avanguardia teatrale: lo spazio, il tempo, la forma, la forma del teatro, la rottura dello spazio, la cronaca, l’emergere della cronaca, l’impegno, c’è tutto. Poi ho incontrato Quartucci a Genova, dopo un suo spettacolo che mi avevano segnalato Lisetta Carmi e Giannino Galloni. Lui sapeva di me, aveva visto la mostra che avevo fatto con Lisetta Carmi. Abbiamo camminato tutta una notte in giro per Milano. Sono andato a casa e ho scritto All’Improvviso. Mi aveva svegliato discorrere con lui: si può fare così… ma questo si può fare… si poteva! Io ho scritto questo testo, che forse si può solo raccontare, perché ne succedono tante. Poi è venuto Zip. Ho cominciato a intravedere i suoi attori. Quanti sono? Dieci. Allora, per dieci attori. E come sono? Allora ha cominciato a descrivermeli: Leo è così, Rino è cosà, poi la Maria grazia è così. Poi li ho conosciuti e su di loro ho rimodellato quello che avevo scritto. Rimodellato, proprio ho fatto i personaggi tirandogli fuori il fiato. E così per tutti gli altri testi, erano occasioni. Non è che io scrivo testi teatrali. Se si presenta l’occasione mi scateno e viene fuori.

Sgnaolin: Ha un rapporto diverso con la narrativa, o sono gli stessi meccanismi a innescarsi?

Scabia: Sotto sotto sono gli stessi. Il teatro ha questa parte misteriosa, che è il vuoto da riempire.

Sgnaolin: Che tipo di vuoto?

Scabia: Chi impersonerà, chi sarà in scena. C’è una parte che non si sa. Il testo è una macchina, ma poi c’è il teatro, c’è una terza dimensione. La poesia e la narrativa non ce l’hanno. È un luogo di mistero, un mistero moderno: non si sa cosa succede a un testo teatrale. Quando un testo teatrale viene incorporato da una compagnia, a un certo punto succede una cosa impressionante. Quando lo hanno “buttato dentro”, lo sanno a memoria perfettamente, e sono riusciti a mettere in piedi una macchina logica, una logica dell’immagine che funziona, di colpo succede, un certo giorno… un fruscio… e questa cosa cambia aspetto. I corpi degli attori si impadroniscono del testo. Non è che lo modificano, ma diventa vivente, e questa è una cosa misterica. È come un mistero eleusino. Un momento impressionante, perché è come assistere alla nascita di un vitello, di una dea. Tutti capiscono e in quel momento sono tranquilli. Prima no, ma poi… si crea quest’armonia. È successo tantissime volte. Gente che si mette a volare, parte, ed è un fatto che riguarda il logos, l’incarnazione – diciamo. Il verbo si fa carne. È il teatro il logos. È una roba fantastica.

Sgnaolin: Nel suo ultimo libro [Il tremito. Che cos’è la poesia? N.d.r.] dice: “So che il teatro funziona – per me prima di tutto – quando è vicino al naturale”.

Scabia: È un omaggio a Ruzante. Lo “snaturae”. Questo naturale è il corpo, il corpo nella sua naturalezza. Che non vuol dire “così com’è”, vuol dire “pieno di”. Se non si tocca questa centralità armonica, questa “intonazione” diciamo tra testo e carnalità, è falso. In genere gli attori lo sanno questo, specialmente gli attori di cinema. Gli attori inglesi, ma anche gli americani. Perché ci crediamo così? Ci crediamo perché c’è una scuola che li ha portati a questa vicinanza. Lì ha lavorato bene Stanislasvskji, su tutto il cinema americano. Poi il cinema non perdona perché si vede subito se un attore è falso. È una cosa terribile, no?

Sgnaolin: Recentemente ho visto, in televisione, Quel pomeriggio di un giorno da cani, con Al Pacino. È una storia pazzesca.

Scabia: Lui è grandissimo.

Sgnaolin: È grandissimo. Interpreta un personaggio che rapina una banca. Tutto va a finire abbastanza in farsa. Lui è sposato con figli, ma ha un amante uomo. I soldi del furto devono servire per pagare al suo amante l’intervento chirurgico per cambiare sesso. Pacino recita un lungo monologo finale, una specie di testamento, in cui descrive i suoi sentimenti per la moglie, per i figli e per il suo uomo. Riesce a rendere tutto naturale. Io dico: ma come ha fatto? C’è anche la regia asciutta di Lumet. Se fosse stato fatto in Italia, questo film, sarebbe diventato una barzelletta. Ma lui…

Scabia: Questi sono gli attori! È stato molto importante per me Stanislasvskji: il trattato, il lavoro dell’attore su se stesso.

Sgnaolin: Però è un aspetto presente anche nel suo modo di raccontare e di leggere. Alla fine è stato travasato nel romanzo, no? E si sente, mi sembra, anche in Celati, la lettura, il racconto…

Scabia: Solo che Gianni è meno attore di me. È più l’autore che legge con una raffinatezza rara. Quando sono arrivato a Bologna, nel ‘72, lui mi si è attaccato, perché non aveva esperienza di teatro. Mi è venuto dietro, durante tutta la fase del Gorilla, poi nei quartieri. Abbiamo fatto tanto insieme. Avevamo progettato uno spettacolo insieme…

Sgnaolin: Quello della discesa con le barche lungo il Po?

Scabia: No, quello è mio, ed è precedente la mia andata a Bologna. I giganti del Po è precedente. È del ‘72, non conoscevo Celati. Nel ‘72 io non ero a Bologna, sono andato alla fine del ‘72. Nel 1972, me n’ero completamente dimenticato, ma c’era un contratto della RAI per fare un film.Un contratto che mi è stato pagato dalla RAI. Uno è matto, dice. Io mi son dimenticato di aver fatto questo contratto. Avevo già parlato col produttore per fare il film… mi sono veramente dimenticato. Mi han dato i soldi e poi non ho proseguito, ma c’è tutto lo schema e la sceneggiatura…

Sgnaolin: Infatti lei ha fatto tantissime cose, ma c’è una cosa che manca: un film!

Scabia: Eh, perché mi son dimenticato! Lo può scrivere, perché credo che sia un caso unico, anche di follia. Hai il contratto, il produttore ti sta cercando… e poi mi son dimenticato. E non ci sarebbe credo Narratori delle pianure senza questo. Questo sta all’inizio, perché io ho cominciato a parlarne a Bologna, poi ho detto ai ragazzi: facciamo la discesa del Po… C’è tutta la sceneggiatura. Doveva essere un film che si faceva facendolo. Volevo tre troupe. [Mi mostra una fascicolo rilegato, n.d.r.] Sceneggiatura… ’73… non l’ho neanche copiato a mano. [legge] Appunti per la scelta degli attori: un nano, Satta Flores, Domenicaccio il servo, Jinny Gazzolo, Franco Passatore, Il Vecchio e la morte, Marco Romizi, Otello Sarzi, un grande burattinaio,
Mariano Dolci, un altro burattinaio.

Sgnaolin: [leggo dal copione] Cinque giganti che emigrano…

Scabia: Che salgono. Dovevano arrivare in barca dal mare e naufragare sulla spiaggia. Poi cominciare a risalire lungo le rive per cercare speranza, per vedere cosa succedeva apparendo nei paesi e filmando l’apparizione, senza dire niente a nessuno. I cinque giganti avrebbero avuto dei piccoli dialoghi fra loro. Ci sono piccoli dialoghi tracciati… ma andando molto a braccio, infatti cercavo un certo tipo di attori. Questo invece l’abbiamo fatto dopo con Gianni [mi mostra un altro fascicolo, titolato Comèdie des italiens]. Dopo che eravamo stati col Gorilla al festival di Nancy, Jack Lang si era innamorato del Gorilla e mi aveva invitato al Palais de Chaillot, a Parigi. Questo l’abbiamo fatto insieme con Gianni. Julien sono io e Zane è lui. Infatti adesso quando ci scriviamo, firmiamo sempre Zane e Julien.

[legge dal fascicolo] Io sono Zane, figlio di Zane…

Questa qui era la commedia di Zane e Julien che dovevamo metter su per andare a conquistare Parigi a tappe circondando la città con delle tende, arrivando al Palais de Chaillot. E quando siamo andati a dire a Lang questa cosa, ci guardava come due matti.

Sgnaolin: Quindi dovevate farla lei e Celati questa azione teatrale?

Scabia: Ma io ho tirato dentro Gianni. “Guarda, ho avuto questo invito, dai vieni anche tu, la facciamo insieme!”. Questo andrebbe pubblicato, è un documento pubblico.

[legge]

Giuliano Scabia con dentro le Comiche di Gianni Celati, 1975, dove si udirà la commedia disperata e tutta da ridere di Julien, Zane e Can da l’Ostia, dove si udrà la storia di Angelica muta e smemorata in viaggio per la Francia verso Parigi alla ricerca della sua famiglia perduta, dove si faranno canzoni, canti liberi, rime, parlate, chiacchiere, discussioni, smorfie, sberleffi, fandonie, balle, battimani, musica, capriole, e tante altre cose riprese sui posti del viaggio dal nastro magico che i moderni lo chiamano videotape! Dove ci saranno ancora giganti e gigantesse, farabutti e arlecchini, sandroni, ruzanti, scaramouche, pulcinelli, pierrot, portati in giro per le città fatti vedere come sono dai comici italiani. Dove ci sarà anche la grande vendita di tutte le cose più desiderate e manchevoli, come un portafoglio di ricco, il peto del morto, la bava portafortuna, il cuore del burattino, il guanto del ministro, dove ancorché si regalerà il romanzo di Julien, Zane e Can da l’Ostia gratis a chi paga tre
franchi per consegna, dove ancorché si venderanno le canzoni d’Angelica un tanto al foglio con musica a parte già suonata e tutto, dove poi ci sarà il celebre gioco del Mercante in fiera, ossia la lotteria di Cuccagna con in Palio Angelica che chi vince la guadagna, dove ancorché si sentirà sovente la voce del signor Ministro che telefona per sapere cosa fanno questi comici in Francia, se rigano dritto, se imparano la lingua, se alla patria ci fanno onore, dove si inviterà tutta la gente dei posti che ne ha voglia a partecipare alle azioni dei comici e anche aiutarli a costruire i giganti, a farci i balli intorno e a trovarci le storie, dove si farà domanda a tutte le persone del cuor gentile di guidare Angelica nella sua ingrata ricerca del padre della madre del marito del figlio della sorella del nonno che chissà dove sono se poi ci sono, dove dopo un gran viaggio per la Francia sempre scappando dal farabutto Can da l’Ostia  assassino e macrò e portandoci in salvo Angelica la bella che lui non ci metta le mani sopra, i comici arriveranno alla città di Parigi. Dove poi nella città di Parigi, una volta arrivati, allora chissà cosa succede, se Angelica ritrova la sua famiglia, se i comici diventano ricchi o vanno in galera, se i giganti riconosceranno Angelica, se Angelica riconoscerà i giganti, se la festa grande piacerà al signor Ministro, se il figlio d’Angelica in fine nascerà. Io sono Zane, figlio di Zane nato in un paese senza nome, mio padre è una persona onesta perché rispettava sempre la proprietà degli altri dopo che se l’era portata casa sua. Nel mio paese nascono tutti ladri, studiano da briganti, da grandi fanno il mestiere di farabutti…

È una tipica tirata…

Sgnaolin: Da mondo alla rovescia.

Scabia: [continua a leggere] Io sono Julien, capocomico celeste, reduce dai successi strepitosi del teatro ridicolo metropolitano all’opera del Piccolo Ambiguo di Milano in tutte le fiere regionali con la mia celebre Commedia del cielo e dell’inferno io mi presento eccomi qua, Julien.

Mai sentito parlare di me?

Zane: Mai.

Julien: Però qualcosa l’ha spinto a cercarmi, un’attrazione interna, il desiderio di conoscermi, una forza oscura, un potere, la voce del maestro. Zane: No, no, io cerco lavoro.

Scrivevamo una battuta lui e una battuta io. Dovevamo fare tanti dialoghi, ma poi l’abbiamo lasciata lì. Questa è la lettera con cui ho chiuso perché non mi piaceva questa parte troppo “commedia dell’arte”. Io ho cominciato con un manifesto contro la commedia dell’arte, perché è uno stereotipo per me, ci fregano. Io ho fatto teatro d’avanguardia, non una commedia dell’arte. È un pericolo, specialmente per noi veneti. Sono pesantissimi Goldoni, Ruzante e la commedia dell’arte. Io sono una lama nelle cose. Quando sento che il sentiero svia verso cose già successe…

 

(I – continua QUI)