Devo dirglielo a Enrico De Vivo

divagazioni stanziali

Devo dirglielo a Enrico De Vivo che il suo libro è molto diverso dai libri che si scrivono e pubblicano con grande sfarzo di elogi pubblicitari. Devo dirglielo perché adesso le cose vanno così, e magari non si considera il garbo delle sue frasi.

 

Devo dirglielo che nel suo libro è come se uno mi invitasse a casa sua, per offrirmi qualcosa da bere o da mangiare, con aria rilassata, senza pressioni, e io mangio o bevo di gusto quel tanto che mi pare, poi saluto e vado via.

 

Il motivo del fenomeno che ho detto è il seguente. Perché nei pezzi del suo libro si sente che scrivere può essere una specie di atarassia, che ti toglie dalla testa i cattivi pensieri, con un senso di contentezza – contentezza di scappar via dai cattivi pensieri scrivendo, oppure di smontarli, ribaltarli, svuotarli di senso.

 

Devo dirglielo che va bene così, anche se non scriverà mai Sodoma 1 o Gomorra 2. Ma ci sono gli altri che lo faranno, quelli con tutte le giustificazioni e le carte in regola. Neanche io ho le carte propriamente in regola, dunque Enrico De Vivo può capire il mio apprezzamento per i suoi pezzi di roba scritta – scritta con una passione per le parole come quella dei grandi napoletani barocchi, tipo Imbriani e Basile.

 

Sì, e io lo vedo l’autore di questi pezzi: figura grassoccia, pacifica, che arrossisce facilmente e ti sorride volentieri, ma ha sempre qualcosa da scrivere che gli passa per la testa, e lo macina dentro di sé parlando con gli altri. Ed è piacevole parlare con lui, perché in questo modo non è mai il tipo aggressivo. Lo vedo che è a scuola, o in altri posti, mentre si prefigura la soddisfazione di tornare a casa e mettersi a scrivere. E io trovo questa soddisfazione rinfrescante anche per me, come suo lettore.

 

Sui monti, nelle valli, nelle paludi, nei deserti di sabbia o nei deserti delle città, lontano da quelli che non vogliono sentirsi sbagliati, e che per non sentirsi sbagliati stanno sempre a calcolare la mossa vincente… noi cerchiamo qualcosa che somigli al libro di Enrico De Vivo – scritto per le delizie del divagare, del riscrivere storie e tentare strade senza obbligo, in uno stato di atarassia napoletana, o dei paraggi.

 

E dove mettiamo la modestia che abbassa il tono e ci riporta al vivere quotidiano, sempre per divagazioni? Finalmente qualcuno che ama il niente di speciale. Questa è la cosa da imparare, e devo dirglielo a De Vivo, che mi congratulo con lui – mentre io arranco come un granchio, un po’ di traverso per scansare il vento che tira.

Questo testo costituisce la prefazione a Divagazioni stanziali di Enrico De Vivo, QuiEdit 2009