La materia di Marte

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Alle venti e diciotto di venerdì 16 giugno c’erano quasi trentadue gradi, ma non era tanto il caldo a irritarlo, quanto l’intuizione improvvisa – e ormai improrogabilmente definitiva – che il ritardo di lei non dipendesse in alcun modo dal tempo impiegato a prepararsi, ma da qualche inspiegabile occupazione in cui doveva essersi impegnata fino all’ultimo. Il che, salvo imprevisti, poteva significare che si fidava di sé e di lui al punto da non doversi preparare troppo (perché il tempo da passare assieme avrebbe ricompensato ogni attesa), o che aveva interpretato l’uscita come un’alternativa a una serata da trascorrere in casa seguendo le repliche di una serie tv americana. Costretto a scommettere, lui avrebbe puntato tutto sulla prima ipotesi, ma bisogna dire che per anni aveva sempre puntato sulla prima ipotesi, raccogliendo risultati che tutto sommato si erano rivelati non troppo confortanti. Insomma, erano quasi le otto e venti, lei non si vedeva e dopo due messaggi, mentre cercava di resistere alla tentazione di chiamarla, si era messo a riflettere sull’umidità scesa a coprire la prima serata di un fine settimana che si annunciava molto difficile.

Eppure, a ben vedere, era quasi sereno. Qualche anno prima in una circostanza simile avrebbe colto in ogni singolo aspetto della situazione il segno di una serata che stava andando incontro al fallimento, a cominciare dalle cuffie della sua vicina cinquantacinquenne in scamiciato a righe. Ora invece aveva capito che per raccogliere qualcosa in più doveva tenere la porta aperta, non farsi influenzare da ciò che un aspetto del contesto poteva suggerire (la giovane disperatamente punk che fumava seduta sul marciapiede). In passato si era fermato su ogni particolare negativo, sapendo che ne sarebbe stato interamente assorbito; ora invece era intervenuto un cambiamento: sperava che accadesse qualcosa. Poteva sperarlo, dunque non restava altro che lasciare che il tempo (e lei) facessero la loro parte.

Arrivò il tram, tre vagoni rossi di verniciatura recente. Scesero una decina di persone, per lo più rientranti a fine turno. Salirono gli altri. Dopo un momento il tram si rimise in moto e lui rimase da solo sulla banchina ad osservarlo.

Proprio in quell’istante, dal fondo della strada, arrivò un urlo: «Fermalo, fermalo!».

Era lei, ma il tram si trovava ormai quasi cinquanta metri più avanti. «Fermalo, ti dico!» Tentò lo scatto, fece una ventina di metri: tutto inutile.

«Ecco, l’abbiamo perso» gli disse, mentre lui cercava di recuperare.

«Sei in ritardo».

«No, non capisci. Abbiamo perso il tram. Il prossimo passerà tra venticinque minuti. Sono così arrabbiata che se avessi saputo che l’avremmo perso non sarei neanche uscita di casa». I capelli castani, scarmigliati ad arte, erano in parte raccolti da un fermaglio giallo che le usciva sulla nuca.

«Hai voglia di scherzare?»

«No, non vorrei che equivocassi. Se vuoi possiamo andare anche subito a casa mia, ma perdere il tram mi cambia proprio tutti i piani per la serata».

Non aveva un’idea precisa di ciò che sarebbero andati a fare, ma aveva avvertito in un lampo il modo in cui si sarebbero seduti in un locale, il colore della luce, la voce della cameriera. Era uscita fiduciosa in questa improvvisa successione di immagini. «Dici che non ci credi? No, ti dico. Quando hai di queste intuizioni non puoi che essere sicura. L’ho già sperimentato. E bada bene, il fatto che nelle immagini ci fossi anche tu dovrebbe metterti di buon umore».

In effetti, lui si trovò a chiedersi se questi sussulti di disponibilità da parte di lei, queste sue esternazioni improvvise, non dovessero imboccare qualche scorciatoia che l’avrebbe portato al traguardo in modo imprevedibile, ma infine meravigliosamente confortevole.

Si diressero verso una vecchia tavola calda tinteggiata di verde, ma si fermarono nell’atrio.

«Vedi ad esempio anche questo posto: l’ordine delle cose, gli specchi all’entrata, perfino l’unto alle pareti non è male. C’è tutta una serie di dettagli che lo rende familiare, lo rende accogliente, no? Dai, che va bene anche qui. Non so per quale motivo, ma questa sera mi ero proprio messa in testa di andare al ristorante cinese. Sai quel cinese in centro, vicino al teatro, quello piccolo…, solo che aspettare mezz’ora il tram e poi fare altri dieci minuti a piedi…; non lo so, mi piacerebbe, ma tu che dici? Siamo ancora in tempo?»

«Andiamo al cinese».

Era la soluzione migliore. Ora avrebbero percorso la distanza che li separava dal centro in una processione festosa (e lui badava a non perdere di vista il porto cui quella sera sarebbero dovuti tornare).

«Possiamo anche fare un pezzo di strada a piedi» propose lui, «senza dover per forza restare seduti alla fermata».

«Ottimo. Una passeggiata tonificante».

Aveva perso il lavoro in uno studio legale cinque mesi prima. Per un po’ aveva cercato un posto nello stesso settore, poi aveva cominciato a lavorare come cameriera. Ora da un mese e mezzo coordinava una squadra in un’azienda di pulizie che operava in una casa di riposo: organizzava i turni, faceva ruotare le tre persone che le erano state affidate. Naturalmente, anche lei puliva le scale.

 

2.

«Sono proprio stanca. Avevo tre quarti d’ora e mi sono messa a riordinare una scatola piena di foto che mi aveva dato mia madre. Ce ne sono proprio di ogni tipo. Sembra impossibile che in questi anni le foto siano cambiate così tanto: mi pareva di sfogliare quelle dei miei antenati. Ma è lo stesso anche per quelle a colori, quelle dei miei, scattate nei primi anni Ottanta, con tonalità così acide. Ti dirò, per quanto possa sembrarti paradossale forse le più strane sono proprio quelle scattate in montagna durante le loro gite. A prima vista, dato che la montagna sulle cime non è così cambiata, dovrebbero essere le più riconoscibili, invece quel che è successo è quasi incredibile: sembra che siano state scattate in un altro ambiente, in un altro pianeta. Hanno colori mai visti. Quelle rocce, che sono lì da millenni e dunque erano lì molto prima che loro nascessero, nelle foto appaiono diverse, violacee, misteriose, fatte di una materia con una consistenza del tutto nuova. Qualcosa di incredibile, la materia di Marte. Così ho pensato che i miei devono davvero aver vissuto un altro tempo, un’altra era; anche la materia era diversa, sconosciuta, piena di segreti. Forse perfino la terra era un’altra. Lo so che la pellicola e la carta fotografica possono fare scherzi, ma è davvero un’impressione profonda, che resta a lungo dentro di te, come se quelle rocce dai colori irreali fossero un testimone del nostro passaggio sulla terra. Guardi il sorriso delle persone nelle foto e lo trovi lontano. Sarà per l’espressione, per il loro atteggiamento, per l’abbigliamento da montagna che oggi è molto cambiato, saranno altri dettagli, ma non so, non credo che questo basti a spiegare l’impressione. Naturalmente, ho anche cercato di identificare le persone nelle foto. C’erano alcuni amici intimi dei miei, ma purtroppo degli altri, per quanto mi sforzassi di ricordare, ne ho riconosciuti pochissimi. C’è una cosa, soprattutto, che mi ha fatto fermare a metà con una foto in mano, come se fossi davanti a una domanda fondamentale, come se non potessi andare avanti prima di aver risposto seriamente a questa domanda, una domanda decisiva per la mia giornata. Mi sono chiesta: i nostri desideri sono migliori dei loro? Dico sul serio, credi che ci meritiamo di più? Sono rimasta a pensarci e non ho finito di fare quello che mi ero proposta. Dovevo prepararmi per uscire, ma non riuscivo a decidermi, a rimettere a posto le foto, a rialzarmi. Continuavo a ripetermi che tanto avremmo preso il tram, che ci avrebbe portati subito in centro, ma restavo sovrappensiero. È stato lì che mi è venuto in mente che questa sera saremmo andati al ristorante cinese».

Lui camminava guardando a terra, mentre lei era ancora tutta presa dal discorso.

«E di noi, cosa pensi? Che se ci meritiamo di meno, tutto quello che ci può succedere deve per forza andar bene?»

«Ma no, non voglio mica dire questo. Ma è che in quelle foto mi sembrava ci fosse un’armonia, una serenità che noi non troviamo; ecco, o che almeno io non ho mai sperimentato».

«Una volta si rassegnavano prima di noi davanti alle grandi aspirazioni, quelle cui uno vorrebbe dedicare la vita: erano sogni e rimanevano sogni. Per questo, poi, quando cedevano ai loro piccoli desideri quotidiani erano così indulgenti con se stessi, soddisfatti. A me sembra proprio che i miei si divertissero più di noi davanti a un gelato, a una pizza, o anche una gita; ma poi, pensando alla loro vita nel complesso e fatta la somma di tutto, non saprei proprio che dire».

Lei lo guardava con soddisfazione. Si stava levando un filo d’aria. Era contenta di sentirlo parlare in modo così diretto: pensò che avevano fatto bene a uscire.

«Ero lì per terra e mi dicevo che ci sono momenti che sembrano sereni, come se si riuscisse a mettere da parte tutto il resto. Forse in quelle foto la serenità era solo un’intenzione: avevano lasciato quello che stavano facendo per mettersi in posa (certo non capitava tanto spesso quanto capita ora). Eppure, anche ammettendo che fosse solo un proposito, mi è sembrato che in loro ci fosse più attenzione, più rispetto per ciò che li circondava, molto più di quel che vediamo adesso».

Camminavano affiancati sul marciapiede. Lui le cinse la spalla con un braccio ma poi, visto che il fondo era dissestato e che faticavano a camminare uniti, fu costretto con dispiacere a ritirarlo.

«Del resto, va sempre a finire così quando ci si occupa troppo del passato. Non si sa mai cosa dire. Ti resta in mano veramente poco».

«Ma qui non si tratta del passato. È normale. Sono i tuoi genitori».

«È così con tutto ciò che si perde. Se penso a questi ultimi mesi, mi accorgo che tutto ciò che mi sono lasciata alle spalle sembra sgretolarsi e scomparire. Forse per questo quelle rocce mi hanno colpito, perché hanno resistito così a lungo. Ho pensato che potremmo andare in cima a quella montagna per fare una verifica, per capire se le cose sono cambiate o se invece c’è ancora speranza che qualcosa duri più a lungo di noi, qualcosa che sappia restituirsi trasformato, ma sempre solido, affidabile, qualcosa che vada oltre le nostre vicende di poco conto. Una gita avventurosa: cosa dici? Ti andrebbe?»

 

3.

Ordinarono in fretta. Lui si informò se ci fosse da attendere e fu contento quando vide che la cameriera cinese scuoteva la testa con tanta insistenza.

Lei stava rimettendo a posto la borsa: «Scusa, hai più parlato con Miriam? Dice che è incredibile che Anna si sia intestardita a voler provare l’esame di diritto amministrativo in questo semestre, senza aver frequentato il corso e dopo essere stata respinta al primo appello».

«No, dovrei vederla martedì sera, credo».

«A me sembra davvero assurdo, soprattutto per una che non è mai stata molto portata per lo studio. Certo, con gli studenti di oggi se ne vedono davvero di tutti i colori. Poi, naturalmente, non è che nella vita una laurea serva davvero a qualcosa».

Doveva essere onesto, non poteva intervenire per sviare il corso della conversazione.

«Un mese e mezzo fa, quando ho cominciato con l’impresa di pulizie, mi sono messa a studiare. Credevo che questo lavoro, limitato com’è allo sforzo fisico, mi avrebbe lasciato molto tempo per pensare alle mie cose, più tempo per lo studio. E in effetti ogni mattina andavo al lavoro sforzandomi di dedicare la giornata a un argomento diverso, arrivando perfino ad approfondire cose che quando lavoravo nello studio legale avevo sempre lasciato da parte. E devo dire che questo mi ha aiutata molto, all’inizio. Se ci pensi, è una condizione assurda: sei caduta in questo settore e pensi di essere precipitata in una commedia americana, salvo che hai meno fiducia nelle opportunità di riscatto che ti si potrebbero offrire. Comunque, senti che ci devi provare. E così ci ho provato davvero, seriamente, portando le mie riflessioni nei colloqui in varie aziende; ma quando vedi che oltre i titoli di studio anche i risultati che raggiungi con i tuoi sforzi non servono a niente, che non hai davvero alcuna possibilità di metterli a frutto nella tua vita quotidiana, pian piano ti passa anche la voglia. Cominci a sperare in un concorso – io lo spero ancora – o in un incontro professionale. Non è tanto la rassegnazione che ti piega, è la stanchezza che accumuli ogni giorno a far sì che le tue aspirazioni ritornino irreali, ritornino sogni. Ti accorgi di non riuscire più a incidere nel presente, ti inventi qualche storia per giustificare la tua situazione perché sai che in fondo basta poco per cadere. E non so neanche se si possa dire che le cose sono sempre andate così, che anche un tempo andavano in questo modo: a me sembra di no, mi sembra che pur con meno mezzi avessero qualche possibilità in più. Più che altro, quando coglievano una buona occasione, non sentivano poi il bisogno di continuare a tentare, di passare ad altro. Almeno, parlo per i miei. Non erano ossessionati dal lavoro, pensavano alla loro vita, alla casa, ad andare avanti».

Tirò fuori dalla borsa una piccola foto quadrata, la gamma cromatica dominata da un verde e da un giallo del tutto irrealistici. Gliela porse. Ritraeva in primo piano i suoi genitori, giovani, forse non ancora trentenni, abbracciati e sorridenti davanti a una fontana che si intravedeva sullo sfondo, completamente sfocata.

«Bella», disse lui, guardando la composizione «tua madre è venuta molto bene, ma i colori, soprattutto, sono magnifici. Dicono tanto di quel periodo».

«Sì. Sai cosa penso? Che si volevano bene» soggiunse lei, soffiandosi il naso.

La cameriera servì il piatto degli involtini.

Lui si accostò a lei, la baciò e poi sorrise guardandola risistemarsi contro la parete di legno nero.

«È una delle loro tante gite, in estate. Hai riconosciuto la fontana? Mi sembra che siano a Rimini, che sia la fontana della Pigna».

Lui fece un cenno di assenso. Avrebbe voluto portarla via.

«Mi piacciono questi vecchi monumenti, ma non per l’intenzione di chi li ha costruiti, o per ciò che celebrano. Niente interessi culturali. Mi piacciono così, materialmente, perché sono vecchi, perché la pietra, anche se erosa, è rimasta fedele a se stessa, un po’ come se fosse riuscita a sopravvivere all’uso che gli uomini ne hanno fatto».

La guardò come se da ogni gesto di lei dovesse aspettarsi una traiettoria inedita, una rivelazione di ciò che la sua vita poteva diventare e che stava diventando. Pensò che tutto ciò che si trovava sul tavolo davanti a loro non era che il corredo accidentale del modo di lei di essere al mondo, un modo che conquistava di giorno in giorno maggior estensione e forza, e che ormai trovava necessario.

«Ne hanno scattate tante, ogni gita?»

«Sì. Erano fissati. Era un po’ come se la foto dovesse garantire che anche loro avevano visto qualcosa, che avevano fatto il proprio dovere. E sono sempre andati avanti così». Riprese di nuovo a frugare nella borsa e ne tirò fuori uno specchietto di metallo: «Ma sai che alla fine non ho neanche avuto tempo di vedere come sono messa?»

«Stai benissimo», disse lui. Ed era vero, sembrava illuminarsi mentre correggeva una sbavatura del trucco.

Chiuse lo specchietto. «Era di mia madre. Non so neanche di cosa sia fatto, ma non credo che valga granché» disse, mostrandoglielo.

«Beh, non si può mai dire».

Lo prese in mano e si mise a osservarlo, un po’ per curiosità e un po’ per far piacere a lei, che intanto finiva il suo piatto. C’era qualcosa di inedito nel gesto con cui glielo aveva porto, il segno di un’intimità accogliente, fiduciosa. E con fiducia, infatti, avvertì che lei lo stava guardando. Si fermò un attimo ad osservare il retro dello specchietto: era liscio, senza marcature o iscrizioni. Lo pose nella mano di lei.

«Secondo me contiene la mappa di un tesoro nascosto. Tu che dici?».

«Sì» rise lei, divertita.

«Allora, cosa dici? siamo d’accordo?» le chiese, come se tutto fosse già stato deciso e fossero pronti ad imbarcarsi per un’isola remota.

«Sì, siamo d’accordo».

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