Umanissime illusioni.
Su Miti personali di Matteo Marchesini

Per Marchesini il mito, nelle sue inesauribili variazioni, è ancora il racconto di una verità esprimibile solo in forma narrativa; ritorna così a raccontare di Achille, di Ettore, di Edipo, ma anche di Giobbe e di Gesù fra i dottori.

I Miti personali di Matteo Marchesini (Voland, 2021), riprendono in sedici racconti alcuni episodi della tradizione greca, del cristianesimo e della filosofia occidentale per concludersi poi con narrazioni più recenti. Non si tratta di una parodia o di una riscrittura vera e propria, ossia di operazioni già viste che nell’ironia postmoderna riportavano sulla terra i personaggi mitici abbassando il registro e inserendoli nelle vicende quotidiane di un contesto contemporaneo. Dunque, nessuno sguardo fugace di Atalanta che si gira allacciandosi il casco sullo scooter acceso, o l’espressione seccata di Ermes davanti all’impazienza dei suoi pari che non si sognano di aspettarlo mentre è alle prese con la complicata chiusura dei lacci delle sue particolari sneakers. Questo riuso, che pure potrebbe dare ancora qualche frutto, oggi strappa più che altro un sorriso.

Per Marchesini il mito, nelle sue inesauribili variazioni, è ancora il racconto di una verità esprimibile solo in forma narrativa; ritorna così a raccontare di Achille, di Ettore, di Edipo, ma anche di Giobbe e di Gesù fra i dottori. Lo fa però esaurendo fino in fondo una variazione inattesa: in Fine dell’epica, la corsa del duello fra Achille ed Ettore attorno alle mura di Troia trasforma progressivamente il famoso domatore di cavalli in una tartaruga. Nel lungo inseguimento, mentre la tradizione occidentale compie la sua storia sofferta, l’epica si trasforma in un paradosso di Zenone, ma il tono non è quello di un enigma borgesiano (a cui forse deve qualcosa) bensì quello di una prospettiva senza riscatto. Prendiamo un altro esempio. Davanti alla rivelazione tragica del suo destino, Giocasta muta intenzioni, ripone la corda e induce Edipo a restare con lei, ricacciando oltre le mura del palazzo il dolore e la responsabilità. Fatta esperienza di uno dei limiti più atroci della condizione umana, Edipo si chiude fra le braccia della madre e moglie, cerca di illudere la paura e lentamente regredisce. Fuori, intanto, come scrive Marchesini, «la pestilenza miete rioni in un mattino». Nel racconto di Narciso, la scoperta della paura e della vulnerabilità confonde il ragazzo, prodigioso imitatore privo di conoscenza del mondo: messo di fronte alla scoperta dei propri limiti, preferisce l’incanto del riflesso nel lago.

In questi racconti, come in quello di un Odisseo dall’identità incerta, o ancora meglio in quello di Giobbe, sembra farsi largo una considerazione: il mito è inaffidabile senza il nostro deferente rispetto. Quando lo serviamo, si ripete; se ce ne discostiamo, affrontando la fatica di vivere senza un destino – ossia la prospettiva della modernità – dobbiamo attraversare una metamorfosi che ci lascia smarriti (anche questo, si sa, è un orizzonte su cui la letteratura ci ha informati). Sopravvissuto al male e risarcito nella sua fedeltà a Dio di tanto dolore e di tante prove, Giobbe scopre che ogni gesto è irredimibile, che i figli vivi di oggi non possono sostituire quelli morti di ieri. Nessun rito e nessuna rappresentazione tragica può riscattarli; il racconto sembra collocare i gesti nell’ordine del tempo, ma ciò che li riscatta è fuori dal tempo, in un cielo chiuso che, dopo le parole udite durante la prova più dura, parla solo per segni ed è di nuovo muto.

Marchesini racconta con stile di concentrata disinvoltura, lontano dalla frase sontuosa di certi suoi saggi; predilige il sommario, con evidente economia narrativa. Le vicende mitiche, sia per tono che per soluzioni, sembrano raccontate da un narratore cechoviano che si apre ogni tanto alla notazione memorabile, alla quale non è estranea l’esperienza della poesia.

Un’attenzione particolare merita il racconto di Gesù fra i dottori. Quando i genitori entrano nella sinagoga quasi temendo di trovarlo in un luogo simile, il ragazzo assorto nella discussione dotta li guarda svelando la loro povertà e l’incapacità di comprendere non solo ciò che sta facendo, ma anche la necessità di occuparsi delle cose celesti. Solo la madre intuisce nel corpo quello che non riesce a conoscere. In quell’istante il figlio, nella sua grandezza, ha umiliato i genitori. Ed è questo, sulla croce, il suo rimorso di uomo.

Spesso nei racconti si tratta di un passaggio dalla giovinezza all’età adulta: riuscito o non riuscito, come nei casi già visti di Narciso o della regressione di Edipo; ma il segno del tempo si avverte anche in Artemide, che lo scopre nel ricordo della dismisura di ciò che ha fatto ad Atteone, venerato poi come in un culto totemico. Se la scoperta della paura indica l’ingresso nell’età adulta, un altro tema centrale dei racconti è dato dal rapporto tra la vulnerabilità e la dote personale, tra la ferita umiliante di Filottete e la sua fama di arciere invincibile (il rapporto fra la ferita e l’arco, che lo stesso autore ha ricondotto al famoso saggio di Edmund Wilson). Non importa che Filottete guarisca, se sbaglia anche un solo colpo, subito l’opinione pubblica è pronta a giudicarlo fallibile, anzi, con un riflesso oggi fin troppo noto, a dubitare che la sua fama sia mai stata meritata. Leopardi è colto sulla soglia, prima della sua fama, nella necessità di lasciare il palazzo di famiglia a Recanati e nella possibilità di spegnersi inascoltato; Kant invece rivive nelle sue ultime ore, quando la perdita delle sue facoltà lo tramuta nel delirio finale di Nietzsche.

Concludono la prima parte due racconti di ambientazione più recente. Segnalo soprattutto il brevissimo Prosa, dove un ragazzo conquista il suo primo successo narrativo raccontando avventure immaginarie in una visita al compagno straniero nel quartiere del Pilastro, fra senso di colpa per l’impostura e gratificazione per le doti finalmente riconosciute.

La seconda parte del libro è composta da un unico racconto intitolato Conoscersi, nel corso del quale in un episodio si condensa l’intero arco descritto da una vicenda amorosa: dall’attrazione erotica all’euforia dell’intimità, dall’ipotesi di convivenza alla stanchezza della routine in cui si affida ad altri ciò che si è raccolto insieme (in questo caso il cane salvato dalla strada) fino alla separazione, a un incrocio inatteso e all’incontro mancato. Se in apparenza qui le figure del mito non trovano spazio, è il tempo, invece, a curvarsi e a ripetere l’antica storia, come se l’illusione amorosa di oggi nel suo distendersi non arrivasse molto più lontana di quanto faceva in un’altra epoca – quasi a rinverdire il detto per cui il frutto non cade mai lontano dal ramo – mettendo in evidenza un intervallo che non è poi tanto diverso da quello descritto da Zenone: anche oggi, nella rincorsa fra ciò che si è e ciò che si insegue, l’intervallo può solo diminuire infinitamente, rendendo più viva l’amarezza di non sentirlo mai colmato per intero. Nel riprendere il mito qui l’ironia è meno scoperta, ma non è strutturalmente diversa da quella di chi cerca di tornare a Itaca camminando per le vie di Dublino. Marchesini sembra concludere che l’identità incerta del personaggio, ma in fondo anche la nostra, sono l’unica risorsa per riempire un tempo che non si è certo fatto meno rapace.

Questo breve libro sta giustamente facendo parlare di sé. Mi ha ricordato, per contrasto e con la forza di un’intuizione insopprimibile, l’atrio di una sede universitaria con le porte vetrate chiuse dalle cornici di legno e sul pavimento un linoleum verde militare sul quale si alzavano, in funzione antiscivolo, degli stretti rilievi circolari. Lì, in una stagione tanto lontana da quella odierna, ho partecipato anch’io a infinite discussioni agonistiche sulla correttezza della prassi letteraria, come se quest’ultima fosse – e attraverso le lenti di una posizione teorica poteva davvero sembrarlo – l’unico oggetto di giudizio, che sostituiva dunque al risultato di un’opera tutta a venire la confortante sicurezza delle buone intenzioni. Ecco, questa lettura mi ha confermato quello che da tempo, sia pure confusamente, mi sembra di aver compreso, ossia che, soprattutto in quest’ambito, le cose vanno più semplicemente; in altre parole, che il risultato si costruisce ogni giorno e che, come ha scritto Kierkegaard in modo definitivo: «nel regno dello spirito non si riesce a farla franca».

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