Sogno di un sogno

Esperimento di scrittura apocrifa dedicato a Marco Ercolani e a Lucetta Frisa, ricordando Antonio Tabucchi.

di in: Bazar (0)
tabicchi

Tra le carte di Antonio Tabucchi è stato rinvenuto il seguente frammento contenuto in una cartella recante la titolazione di mano dello stesso scrittore: Sogni di sogni, parte seconda. Ne riportiamo fedelmente il contenuto, anche con le apparenti incongruenze e digressioni.

 

(Su fogli sciolti, ma da un quaderno a quadretti, in inchiostro stilografico azzurro:) A. T. , scrittore italo-portoghese, durante il consueto sonno pomeridiano nella sua casa di Lisbona sognò che era il pomeriggio del 25 aprile 2011 e che tutta la Baixa era imbandierata a festa per celebrare la Rivoluzione dei Garofani. Il sole dolce, quel sole che solo Lisbona sa inventare colorandolo con le facciate e le finestre dei suoi palazzi e con l’azzurro dolce del Tago, spinse A. T. a fermarsi ad un tavolino di caffé e a guardare la gente allegra che passeggiava. Vide allora avvicinarglisi tre persone che gli si rivolsero in un perfetto italiano venato dalla bella cadenza portoghese: “Possiamo invitarLa, gentile Signore, ad una breve passeggiata in nostra compagnia?” Stupito ed emozionato A. T. seppe subito senza che glielo dicessero che stava parlando con Maria Helena Vieira da Silva, la pittrice, con Arpad Szenes, anche lui pittore e marito di Maria Helena e con la poetessa Sophia de Mello Breyner Andresen. Non si stupì del fatto che sapesse già che tutti e tre erano morti: nei sogni questo accade spesso e lui stesso, da tempo, aveva smesso di aver paura dei  morti.

S’incamminarono dunque verso la piazza del Rossio. (Cancellature nel testo)

 

(In inchiostro di biro nera:) Scaletta per Sogni di sogni, parte seconda: Elvira Sellerio, editrice e siciliana; Henri Cartier-Bresson, fotografo; Maria Helena Vieira da Silva, pittrice e libertaria;  Sophia de Mello Breyner Andresen, poetessa e libertaria; Costantino Kavafis, poeta e alessandrino; Nicholas de Stael, pittore e gabbiano; Walter Benjamin, filosofo e profugo; Jannis Ritsos, poeta e rivoluzionario.

 

(A matita:) Molti, e forse a ragione, se mai questo racconto sarà pubblicato, identificheranno A. T. con me, Antonio Tabucchi. È il giuoco bellissimo della letteratura mescolare un po’ di se stessi con la finzione narrativa e mi piace poter dire di  A. T. quello che pochi, pochissimi, sanno dire di Antonio Tabucchi: che è uno scrittore italo-portoghese. Sembra banale, ma non è proprio così: si nasce in una terra e può capitare di sentirsi figlio anche di un’altra nazione. Provenire dal centro del Mediterraneo e sentirsi pure figlio dell’Atlantico, veder nascere in sé e coltivare due anime è quanto mi accade ogni giorno e le due lingue che si rigirano con gusto e con amore in bocca nutrono una vita che si moltiplica in altre vite, che nelle innumeri finzioni possibili e nei suoni così diversi eppure affini, nelle coniugazioni verbali così complesse e belle, nella varietà infinita dei sostantivi e delle loro terminazioni trova gioia e senso.

 

(Frammento incollato, battuto a macchina per scrivere:) Maria Helena indossava un grande foulard sul quale dominavano gli azzurri in numerose tonalità e Arpad le teneva la mano, con tenerezza. Di quella città A. T. amava il numero incalcolabile di finestre i cui vetri restituivano bagliori di sole a seconda dell’angolazione da cui si guardava ed è forse corretto dire che, per capire Lisbona, bisognerebbe farsi solo sguardo, totalmente sguardo. Non lo disse ad alta voce A. T., ma la pittrice sussurrò: “Così è, gentile Signore, totalmente sguardo, soltanto sguardo” “E soltanto orecchio”, aggiunse la poetessa. Il frusciare delicatissimo dei garofani rossi nei vasi dei fioristi e nei mazzi adagiati sulle bancarelle si percepiva, ora che A. T. era stato reso più attento, s’intuiva leggerissimo  nella piazza. Salirono a bordo di una Bugatti del ’27 (ovvio, pensò lo scrittore, più che ovvio) ed un autista, che aveva il volto di Marcello Mastroianni, appoggiò le dita sulla chiave d’accensione e partì.

“Sto sognando le cose e le persone che amo”, riflettè A. T., “sto sognando gli istanti che amo”. Adesso era la strada di Sintra, sinuosa nel verde lussureggiante, lunga e sinuosa e l’auto si fermò a raccogliere una giovane ciclista evidentemente affaticata dalle dure salite: sua moglie da giovane, quando ancora non si erano incontrati, la riconobbe immediatamente A. T.

 

(Su altro foglio di quaderno, in inchiostro stilografico azzurro:) O poema me levará no tempo

Quando eu já não for a habitação do tempo

E passarei sozinha

Entre as mãos de quem lê

 

La poesia mi condurrà nel tempo

Quando non sarò più l’abitazione del tempo

E passerò solitaria

Dentro le mani di chi legge

 

Tradurre assolutamente Sophia! (Sottolineato due volte con tratto deciso) (subito dopo, a matita:) condividere anche la scrittura con la donna che si ama: quale felicità! Quando ci si fidanza (quant’è bella quest’ormai inusuale parola…) ci si fidanza con la vita e con le sue promesse; la vedo ancora adesso nel sole di Arles, nel chiostro di Saint Trophime e poi a Pisa, mentre guarda la Cattedrale e la vedo affacciata dal ponte della nave che entra al Pireo. Sophia e Maria Helena ed anche Ophélia de Queiroz sono sempre lei, lei nei miei sogni. E c’è Parigi, la città più europea di tutte. La sala di lettura della Bibliothèque Nationale e tutto un pomeriggio passeggiando lentamente lungo la Senna, perché la scrittura si generi e rigeneri e lei accanto a me.

 

(Di nuovo con inchiostro stilografico azzurro:) Affaticata, ma sorridente, la giovane entrò in macchina ringraziando ed A. T. si accorse che tutti gli altri erano scomparsi e che la graziosa ragazza aveva con sé una scimmietta dagli occhi intelligenti e che davanti all’automobile ricompariva lentamente Lisbona. A. T. teneva il volante tra le mani cambiando marcia con scioltezza. E sfavillava Lisbona in quel pomeriggio del 25 aprile, come A. T. immaginava avesse sfavillato Vecchiano, dov’era nato, mentre le brigate partigiane entravano nel paese liberato e la guerra finiva. Fu in quel momento che A. T. si svegliò e vide il profilo di sua moglie staccarsi dalla finestra leggermente aperta per venirgli incontro: gli porgeva una tazza di tè dentro la quale si rifletteva ancora il sole del tardo pomeriggio del 25 aprile 2011.

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