Intorno a Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser 1954-1956

Robert Walser. La grazia e l’abisso/ 4 - Nel corso di un convegno svoltosi a Genova il 24 aprile 2015, quattro critici e scrittori contemporanei si sono interrogati sull’enigma degli ultimi anni di vita di un classico sommerso della letteratura del primo novecento, Robert Walser (Bien, 1878-Herisau, 1956), dal 1933 fino alla morte, mentre era ospite volontario del manicomio di Herisau. Autore di alcuni capolavori della letteratura tedesca, da La passeggiata a Jakob von Gunthen, da I Fratelli Tanner a Il Brigante, Walser (al quale Zibaldoni ha dedicato uno ZiBook scaricabile gratis qui sul nostro sito) ci appare oggi come uno scrittore estremo e appartato, che ha tentato di sottrarsi alle leggi dell’io e del mondo, scegliendo il mite silenzio della follia invece del vano rumore della ragione. Con l’intervento di Marco Ercolani concludiamo la pubblicazione degli Atti del convegno genovese. Il prossimo 25 dicembre, nell'anniversario della morte dello scrittore svizzero, pubblicheremo una traduzione inedita in italiano di un suo pezzo.

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Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser 1954-1956 è l’ideale conclusione di una trilogia dell’immaginazione apocrifa che ho iniziato con Alexsandr Blok: taccuini 1902-1921 (pubblicato nel 1992 e dedicato al celebre poeta russo) e continuato con Il mese dopo l’ultimo (pubblicato nel 1999 e ispirato allo scrittore polacco Bruno Schulz)

Robert Walser ha richiesto da me qualcosa di più del semplice atto della lettura: leggerlo è stato un atto di identificazione con l’ininterrotto mormorio delle sue frasi; di una parola che chiacchiera all’infinito sull’orlo del precipizio, “grazia” del dicibile sopra l’”abisso” del non detto.

Il lettore ha il compito di restituire allo scrittore di cui legge i testi qualcosa di essenziale: deve parlare con lui. È la conversazione del vivo, viva, con un morto che è ancora vivo insieme a lui: è l’illusione che non sia ancora accaduta nessuna morte, che tutto sia sempre co-possibile, fra noi e chi non esiste più. Lo scrittore che ti ha smosso/commosso è ancora vivente, accanto a te. E per un attimo tu sei lui, nel tempo della finzione narrativa.

È questa ininterrotta conversazione che vorrei evocare con il mio libro.

Da un lato Karl Weiss (giovane dottore, psichiatra dell’ospedale di Herisau dove Walser era internato; il suo nome evoca Ernst Weiss, che fu psicoanalista di Umberto Saba, ma il personaggio è totalmente inventato).

Dall’altro lato, Robert Walser (la sua parola, non scritta, detta a voce alta, pronunciata durante le passeggiata, trascritta negli appunti di Weiss, non ancora consegnata a un testo preciso).

Su questa conversazione-monologo, che io immagino accada negli ultimi anni di vita di Robert Walser (anche in omaggio al bellissimo Passeggiate con Robert Walser di Carl Seelig che fece conoscere a un pubblico più vasto l’opera dello scrittore di Bienne), aleggia il mistero dei microgrammi: si tratta di cinquecentoventisei fogli scritti sopra buste, lettere, biglietti da visita, attestati, fogli vergati con una grafia miniaturizzata e apparentemente illeggibile, fitta di testi che occupano l’intero spazio libero del foglio, senza correzioni o cancellature: e i testi sono prose brevi, poesie, dialoghi, e un intero romanzo, Il Brigante. Questa scrittura, quasi illeggibile e indecifrabile, sembra una forma altra del silenzio tanto cercato, quasi a dire, ma non apertamente, attraverso la dissimulazione della calligrafia: «Io scrivo, ma non voglio essere letto».

Walser internato a Herisau, scrittore clinicamente folle, scriveva ancora?

Questa domanda aleggia sul libro come un enigma.

Il mio romanzo-monologo si pone anche questa domanda, sulla scrittura e la sua persistenza. Esiste sempre una qualche luce, nelle tenebre della non-ragione: occorre intravederla. Dove c’è solo buio non si parla nessuna parola: domina un corpo che soffre e il suo silenzio prolungato, la noiosa ripetizione di una ostinata visione del mondo.

Invece, la parola articola, svolge, inventa, dipana. Compie un atto potente, sovversivo: rompe accomodanti silenzi, disubbidisce.

«Preferirei di no», obietta Bartleby lo scrivano, l’antieroe di Melville.

«Preferisco sparire»  osserva il mio Walser.

Oggi chi, di noi, non preferisce, a modo suo, sparire?

Un verso della grande poetessa rumena del Secondo Novecento, Nina Cassian, commenta: “C’è modo e modo di sparire”.

Scrive il mio Walser:

 

«Certo, potevo scegliere un convento per chiudermici dentro e pregare, rispettato dalla chiesa e dai potenti. Ma è meglio il manicomio. Ci sono meno idee su Dio qui dentro, meno preghiere incomprensibili, meno riti da accettare. Qui si sopravvive calmi. Qui  si è sicuramente malati. Certificazioni, esami, firme, diagnosi. Perché bisogna avere sempre la testa inquieta? Il mondo non è già abbastanza agitato? Almeno opponiamoci al furore. Qui deve esserci la quiete».

 

Ho scritto Preferisco sparire perché Robert Walser, pur essendo un classico della letteratura tedesca, resta un autore poco letto e misconosciuto; e il gentile pudore della sua vita di vagabondo, copista, servitore, commesso, bibliotecario, fattorino, assistente, ragazzo “fallito alla vita” e inoperoso perdigiorno che scrisse migliaia e migliaia di pagine per commentare il suo discreto assentarsi dalla vita, mi ha permesso una doppia identificazione: quella con il giovane dottor Weiss, che tace e non pone domande, e quella con il vecchio Walser, che continua a parlare, a voce alta, delle sue letture, delle sue emozioni, della sua idea di mondo. Sembra che durante la narrazione non accada nulla, ma alla fine del libro tutto sembra più fluttuante e instabile, come sospeso su un precipizio. Come accade a me, nella vita di tutti i giorni, quando svolgo la professione di psichiatra che ascolta e di scrittore che trascrive le follie, mai restandone del tutto immune.

Io ho amato Walser per il tipo di follia che incarna: non il violento delirio che, come il tripudio di colori e contrasti di Van Gogh, si oppone al mondo frontalmente, ma il silenzio triste che vuole, obliquamente, dissolverlo. Per l’aura di mistero che non smette di emanare dal suo lungo silenzio nell’internamento manicomiale. Perché non si sa ancora se, negli ultimi anni, Walser abbia realmente smesso di scrivere, come ha spesso dichiarato con irritazione, o invece abbia affidato ai suoi microgrammi un qualche testamento postumo. Il libro si pone queste domande ma senza volerle né poterle risolvere.

 

In una lettera a Romana Halpern del 5 dicembre 1936 Bruno Schulz, lo scrittore intorno al quale ho scritto più di dieci anni fa Il mese dopo l’ultimo, scrive, a commento di un volumetto di poesie di uno sconosciuto autore polacco: «Al di là di questo libro vedo i contorni di un altro libro che io stesso vorrei scrivere, così che in verità non so se leggo questo o anche quell’altro, potenziale e irrealizzato. Proprio così si legge nel modo migliore, quando fra le righe si legge se stessi, il proprio libro. Così leggevamo ai tempi dell’infanzia, perciò poi gli stessi libri, un tempo così ricchi e carichi di sostanza – più tardi, nell’età adulta, sono come alberi spogliati del fogliame – delle nostre proiezioni, con le quali colmavamo le loro lacune. Non ci sono più da nessuna parte i libri che avevamo letto allora sono svaniti – sono divenuti nudi scheletri. Colui che avesse ancora in sé il ricordo e il contenuto dell’infanzia – dovrebbe riscriverli di nuovo, così come erano allora. Nascerebbero un vero Robinson e un vero Gulliver».

Chi non prova il desiderio inconfessato di leggere il libro che allora Schulz stava leggendo? Chi non vorrebbe leggere adesso le frasi che i suoi occhi leggevano allora e, con la forza della fantasia, reimmaginarle? È come un sogno infantile: “aggiungere” ai libri la nostra visione, in modo che quei libri non siano più gli stessi; ma diventino nuovi, mutati, trasformati, “toccati” dai nostri sensi. Altri da sé. Alla fine, “apocrifi”. Nel senso etimologico del termine: “segreti”, perché appartengono solo in parte all’autore che li crea e li reinventa.

Così io ho scritto questo libro sulla scia di Walser, reinventando un monologo che un testimone fissa in frammenti di scrittura.

Io, da lettore, frequento quotidianamente destini marginali, sommersi. E spesso immagino, oltre la reale presenza di un autore e di un libro, un’altra sua opera ipotetica; voglio oltrepassare i testi esistenti e canonici, consegnati alla storia della letteratura, per arrivare a quelli possibili, sognati, virtuali.

Ogni libro apocrifo, in questo senso, è la scommessa di un “libro impossibile”, che non può esistere, perché è composto di testi immaginati oggi ma che tuttavia esiste, e Preferisco sparire è una scommessa della mia poetica personale: riscrivere un libro-conversazione, emulo delle Passeggiate con Robert Walser di Carl Seelig, sapendo che il libro è il risultato della mia immaginazione ma non è mai solo questo: sapendo che, alla fine, qualcosa di ciò che sono andato sognando resterà presente – la scommessa di un libro infinito, interminabile, che non può mai concludersi e che sarà sempre di più e sempre di meno del libro finito, classificabile, giudicabile da critici e filologi. Un libro come racconto fantastico, appunto diaristico, lettera personale, frammento. Un libro instabile, ancora e sempre progettuale. Che in questo caso è il monologo di Robert Walser, come in altri casi sono stati i Taccuini di Blok o gli appunti preparatori del Messia di Schulz.

 

George Steiner accenna, in un suo saggio, al concetto di “futurità” – all’idea che ogni passato non sia mai solo “passato” ma celi dentro di sé la sua possibile metamorfosi, un cambiamento ipotetico, una “perturbazione” della sua logica. Niente è stabile. Tutto è radicato nelle diverse “verità” delle diverse visioni, prospettive, sogni, pensieri, di uomini diversi, nel presente, nel passato e nel futuro.

Entrare nel laboratorio di Robert Walser è stata la mia utopia, il desiderio di reinventare la storia anche contro la realtà degli eventi compiuti.

In un capitoletto del libro (poi espunto dalla versione finale) io scrivo, con la voce di Walser:

 

Lei, caro Weiss, con il suo silenzio, mi insegna che esiste una bella lentezza, nel parlare, che spesso non trova neppure le parole. D’altronde, va bene così. Le parole sono bugiarde, e questo per me è un periodo di verità: quindi è meglio tacere. Stare sotto la luna e tacere. Bellissimo. Respirare come se non fosse più necessario respirare. Ma non torno più su questi temi, già tante volte ne ho parlato. Ora è meglio il bianco del foglio. Senza nessuna parola. Quel bianco potrebbe cancellarlo solo la neve. Se cadesse adesso. Ma vedo che il cielo è pulito e brilla un bel sole. E allora, di cosa stiamo parlando?

 

Di cosa stiamo parlando?

Del volto intimo dell’autore che, fino all’ultimo giorno di vita, non ha smesso di dichiarare di voler tacere. Tutto, alla fine, è irreparabile silenzio. Neppure la scrittura trattiene e salva. Come si può combattere l’irreparabile vita che sfugge? Un modo, a volte, lo immagino: una fantasia che capovolga, reimmmagini e ricrei quello che è accaduto, perché così come è andata, la vita non va affatto bene, e l’arte, la metafora dell’arte, ci ricorda sempre che alla vita non si può soggiacere: occorre reinventarla e trasformarla perché  «si vive per uno scopo altro da noi» (Novalis).

L’esercizio dell’apocrifo mi consente questa finzione: essere, per la durata del libro, “come se” fossi l’altro, immaginare i suoi pensieri, i suoi appunti, i suoi progetti; vivere come se; usare la mia identità come specchio in cui far rivivere le emozioni dell’altro e uscire così dai limiti del mio io, senza lasciarlo del tutto ma prendendone temporaneamente congedo, in una identificazione che assomiglia a una misurata allucinazione. Scrive Stanislaw Lec, nei suoi Pensieri spettinati: «Mi piacciono le persone che avrebbero potuto esistere anche se non fossero mai nate».

 

Esistono delle persone che subiscono dal destino offese incancellabili. I loro nomi sono sottratti al registro dei vivi come se non avessero mai vissuto. Soffrono pene che nessuno conosce e conoscerà. Scrivono opere che nessuno vede o ha visto o vedrà. Anonimi individui nel cui destino c’è qualcosa di “increato”, di non messo a punto, di non “con-forme”. Uomini di una razza “a parte”, lunatica, stravagante, bizzarra, dominata da un temperamento saturnino, dove sono facili le connessioni tra genio, pazzia e malinconia. Vittime predestinate, il cui destino è legato a un fragile filo.

Walser, e i personaggi che ha inventato, sono esseri di questa specie.

 

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E allora, mi ripeto la domanda:

«Perché ho scritto il mio libro?».

Non ne sono del tutto cosciente. Credo di non avere scelto solo io. Credo di “essere stato scelto”. Non ho voluto né imitare né prevaricare ma solo mettermi a sognare. E si sogna avendo bisogno di un complice, di uno specchio. Robert Walser lo è stato. Io mi sono riflesso in lui (tutti i brani del libro, esclusi due microgrammi, sono miei, e non ho fatto troppa fatica a mantenere la leggerezza della scrittura walseriana, per sua natura immune dall’enfasi autoriale).

Essere Walser e non esserlo, essere un io che evoca le parole dell’altro per dire, con maggiore autenticità, le proprie, attraverso quella maschera: qui inizia e finisce la mia “rapsodia fantastica”.

D’altronde, come scrive Bruno Schulz, «I libri iniziano in un secolo, poi terminano in un altro, chissà dove». E, a proposito di un volume di poesie di Boleslaw Lesmian, Il filtro ombroso, lo stesso Schulz ricorda: «Solo per caso il tuo libro è fatto di parole. In realtà è aria che si appoggia sull’aria delle cose, e tutto diventa canto…».

Nessun libro è solo un libro. Neppure questo lo è. E’ un battito cardiaco, un destino umano fantasticato. La mia scelta di scrittura parte anche da un dettaglio non marginale: io lavoro come psichiatra e sono a contatto quotidiano con destini anomali, che tutti i giorni mi regalano sguardi spiazzanti e deliranti sulla natura umana, mettendo in discussione tutte le certezze umane e sociali. In fondo, la malattia psichica è la reazione a una perdita terribile (di sé, dell’amore, dell’identità, della volontà) e si esprime in due forme sostanzialmente opposte: la ripetizione di quel clima di perdita (depressione, autismo) o la negazione maniacale della stessa, la netta opposizione a quello status quo (disforia, delirio).

Inventarmi un Robert Walser che chiacchiera con uno psichiatra è anche il desiderio di ri-sognare il passato per renderlo ancora presente: è il desiderio di portare alla luce la voce del folle e il silenzio dello psichiatra che lo ascolta.

Walser, proprio per le evidenti offese subite dal destino, per l’intollerabile tristezza delle mancanze affettive, per la palese incompletezza dell’opera, mi ha come chiamato a riscrivere, in modo fantastico, certe parti perdute di sé. Non si tratta, naturalmente, di voler “completare” nulla, ma, al contrario, di ampliare i confini dell’incompletezza, sottolineando l’intensità e la suggestione di una polifonia psichica.

Ci sono delle somiglianze, delle consonanze, delle combinazioni, fra il mio pensiero e il reale pensiero di Walser. Ma niente di eccezionale, di sorprendente. L’avventura apocrifa, lo scambio delle identità, non è un gioco intellettuale o parodico o imitativo: è l’esperienza di uno sciamanesimo naturale. È un colloquio non terminabile, che porta il vivo oltre il regno dei vivi e sottrae il morto al silenzio dei morti. È la consonanza con un’anima, il rapporto con un passato che continua a parlare.

La necessità di parlare. La lotta contro il silenzio, il lutto, l’ingiustizia. Poter reimmaginare Robert Walser che parla ad alta voce: una gioia da ricreare. Occupare il suo silenzio con un’altra opera. Scrivere un notes magico che, poi, domani, sarà a sua volta dimenticato. Creare una scrittura che, nell’intrecciarsi di ipotesi e di possibilità, è potenzialmente infinita. Ogni scrittura in fondo è questo palinsesto. Ogni libro autentico è processo di rigenerazione e di catastrofe, atto di onnipotenza demiurgica e suo necessario fallimento.

Nel libro, nella mia vivente conversazione con Walser, sperimento entrambi i momenti: la ricostruzione di un processo creativo e la consapevolezza del suo dissolvimento. So di stare scrivendo un sogno, una fantasia che non corrisponderà a niente di vero, anche se lo evoca. Quindi, alla fine, fallirò – ma dopo l’esplosione e la fioritura di molte metafore che fanno pensare a una felice onnipotenza, a una magica ri-costruzione di testi perduti.

Ogni libro autentico è un compromesso fra l’intenzione dell’autore e l’interpretazione del lettore, che crea il libro leggendolo: nel mio caso ho aggiunto una complessità in più. Il lettore di Robert Walser – io – diventa a sua volta autore, interprete che decide di rimettere in movimento un processo creativo, di dare forma al suo sogno, e così riscrivere a frammenti il suo monologo invaso dalle voci, identificarsi con Walser che parla, mostrare la scrittura di questo sogno. Ogni lingua cerca da sempre i suoi auctores, non è mai proprietà di un solo scrittore, ma di chi l’ha preceduto e di chi lo seguirà, dei lettori che la attraversano.

Io mi sono impossessato di un sogno intorno alla figura e alle opere dello scrittore di Bienne. Ho parlato di questa “figura-Walser”, terra di confine attraversata da due autori, Ercolani e Walser, entrambi reali e irreali abitanti della terra del “come se”. Il “come se” è quella terra di confine, quella zona borderline, in cui le nostre identità si guardano, si rispecchiano, si frantumano, si parlano. Il “come se” di questo libro è un colloquio critico, partecipe, empatico, con le anime dei morti. In questo caso l’anima è quella di Walser: un’anima riluttante alla vita in cui le parole vivono nelle rifrazioni della loro superficie per evitare di vedere l’abisso sottostante; e le strategie verbali del monologo, in questo caso, sono le sole che possano sfiorare una ipotetica ma profonda verità umana, quella amata da William Blake quando sosteneva che “solo l’immaginazione è fonte di verità”.

Lo scopo dell’autore apocrifo è redigere il libro impossibile, non-finibile, non-terminabile. Quello che Danilo Kis, in Giardino, cenere, descrive come il mitico Libro del padre, la grande Bibbia apocrifa – insieme orario ferroviario, trattato filosofico della genesi del mondo, Aleph assoluto, summa che ripara le ingiustizie divine. Anche in Bruno Schulz è già presente l’ossessione di questo Libro. Scrive Bruno nel racconto Il Libro: «Chino su quel Libro, il volto acceso di colori come un arcobaleno, andavo silenziosamente passando di estasi in estasi. Immerso nella lettura, mi dimenticai del pranzo. Il presentimento non mi aveva ingannato. Quello era l’Autentico, benché in tale stato di profondo scadimento e degradazione […]. Come mi erano diventati indifferenti tutti i libri! Perché i libri comuni sono come meteore. Ognuno di essi ha un unico istante, un momento come quello, quando con un grido si invola come una fenice, prendendo fuoco con tutte le sue pagine. Per quell’unico istante, per quell’unico momento li amiamo poi, sebbene allora siano soltanto cenere […]. Gli esegeti del Libro ritengono che tutti i libri abbiano come meta l’Autentico. Essi vivono soltanto di una vita presa a prestito, che nel momento di prendere il volo torna alla sua fonte antica. Ciò significa che i libri diminuiscono, mentre l’Autentico cresce».

Walser non voleva scrivere nessun mitico Libro, come il maniacale e immaginoso Schulz. Forse, addirittura, riga dopo riga, tentava di cancellare, con i suoi nuovi scritti, i libri precedenti. Per raggiungere alla fine il Grande Silenzio. Quello che il suo corpo troverà, morendo nella neve, il 25 dicembre del 1956. Grande Silenzio che già nei Fratelli Tanner aveva descritto, scrivendo in anticipo la sua stessa morte, come ci ricorda Luigi Sasso nel suo saggio «Herisau», in Fuori dal paradiso.

 

Mi piace pensare che debba esistere sempre, per alcuni misteri della letteratura, la necessaria custodia dell’inaccessibilità, il fatale prolungarsi del silenzio e del non-detto. Non a caso è stato proprio questo segreto, questo non-detto, a commuovere, ad ispirare, in critici e scrittori, un interesse inesauribile per uno scrittore inattuale e sommerso come Robert Walser. Mi piace credere che ci siano dei morti pacificati, soddisfatti dalla loro vita regolare e tranquilla, e dei morti mai pacificati, che vorrebbero ancora tornare, per un attimo, sul palcoscenico della vita a parlare di sé. La mia scrittura sostiene la resurrezione fantastica di questa altra parte. E Walser, “classico sommerso”, non mi sembra un morto mite, silenzioso, sereno, nonostante la grazia del suo silenzio: il suo abisso continua a parlarci con i suoi libri in viaggio – “ meteore”  ma anche “semi di vita” – e a stimolare un dialogo ininterrotto con il giovane adolescente che abita le sue opere.

Ho voluto dare forma di libro a questo mio personale dialogo con una vita andata storta nella “bancarotta della realtà”, una vita piena di lacune e di buchi ma anche, nella sua imperfezione, programmatico capolavoro di inadeguatezza, storia del fannullone inoperoso e inutile che ha scritto cose decisive nella letteratura destrutturandone la potente e superba perfezione.

Combinando e ri-combinando il mio io con quello di Walser, consapevole della sua follia ma anche della mia (questo libro è anche, volutamente e programmaticamente, un atto di confessione della mia disubbidienza, della mia silenziosa sovversione alle leggi del mondo), ho scritto un testo che potrebbe essere definito una “fantasia”: una fantasia intorno al destino di Robert Walser. Identificarmi con destini altrui è il mio costante esercizio, di terapeuta e di scrittore: un paradossale modo, da flâneur, di mescolare critica e narrativa, contaminando i generi letterari per non essere mai completamente riconoscibile. D’altronde, ogni scrittore ha il dovere di essere almeno duplice per non arrendersi a un unico senso.

Il mio piacere maggiore, scrivendolo, è stato usare in modo consapevole una lingua limpida, neutra, leggera, avvicinandomi al sentimento di suprema ironia che pervade lo spirito di Walser. Ho spesso avuto la sensazione, capitolo dopo capitolo, che l’esercizio della scrittura fosse come un atto di liberazione dal peso delle parole. In un magnifico testo sullo scrittore di Bienne, Il passeggiatore solitario, W.G.Sebald annota: «Con la precisione di un sismografo Walser registra le minime scosse che si verificano ai margini della sua coscienza, prende nota delle fenditure e dei corrugamenti che vengono a prodursi sul terreno del pensiero e delle sue emozioni – qualcosa che ancora oggi la scienza psichiatrica è lontana dall’immaginarsi». Sperando che la psichiatria, oggi, abbia ancora il potere di immaginare e non solo di classificare.

Concluderò questo mio intervento senza parole “apocrife” ma con le vere parole di Walser, tratte da Lo scrittore, pubblicato sul «Berliner Tageblatt» il 21 settembre 1907 (la traduzione è di Mattia Mantovani in Il fior fiore di Zibaldoni e altre meraviglie, a cura di Enrico de Vivo e Gianluca Virgilio).

 

«Lo scrittore, così come deve essere, è uno che fa la posta, un cacciatore, un predatore, uno che cerca e trova: insomma, una specie di essere vestito di cuoio che sta sempre a caccia. Fa la posta alle cose che succedono, si mette a caccia delle stranezze del mondo, cerca lo straordinario e il vero, e aguzza le orecchie quando crede di udire dei suoni».

 

Ma, se è vero che ogni scrittore inventa, borgesianamente, i suoi precursori, offro al lettore anche questa breve pagina, tratta dal Moby Dick di Hermann Melville, dove scopro immagini che anticipano alcuni temi di Walser (la grazia che nasconde l’abisso) e mi convincono che la letteratura sia sempre come un’unica casa, composta da innumerevoli stanze, nel passato, nel presente, nel futuro, dove continuano a scorrere gli stessi venti, anche se da secoli o luoghi diversi:

 

«È in simili momenti, sotto un sole addolcito, tutto il giorno su ondate lente e lisce, stando seduto sulla lancia leggera come una canoa di  betulla e mescolata con tanta socievolezza ai moli flutti che come gatti di casa fanno le fusa intorno al capo di banda: è in questi momenti di sognante quiete che, contemplando la bellezza e lo splendore tranquilli della pelle dell’oceano,uno dimentica il cuore di tigre che vi palpita sotto e non vorrebbe di sua volontà ricordare che quella zampa velata nasconde solo un artiglio spietato. È in questi momenti che, nella sua imbarcazione, il vagabondo prova sommessamente verso il mare un sentimento filiale e fiducioso, come di terra; lo considera altrettanto suolo fiorito; e la nave lontana, che mostra soltanto le coffe degli alberi, pare avanzare a fatica non attraverso gonfie ondate ma attraverso l’erba alta di una prateria ondeggiante…».

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