Mari critico

di in: Captaplano (0)
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“Colpa di uno scrittore che non ho mai sopportato… Bukowski sta penna… quando uno ne parla bene diffido… tre antipatie americane ci ho, molto ben sviluppate… Fitzgerald, il cazzone… Salinger, l’idolo dei poveretti… e Bukowski!”.

Seguire questa dichiarazione, tratta dal romanzo di Michele Mari Le Rondini sul filo, porterebbe al facile gioco di parole, rispetto al volume I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore 2017), di idiosincritico; vedremo invece che, anche considerando la produzione seconda dell’autore milanese,  bisogna abbandonare aspettative scontate da lettori pigri. Il fatto che si tratti della terza, sempre cresciuta, ristampa del volume (già uscito nel 2004 per Quiritta e nel 2010 con Cavallo di ferro), dimostra l’attenzione dell’autore e degli editori per questo ambito dell’opera di Mari, che proviene in gran parte da pezzi scritti per il «Corriere della Sera», poi per «Repubblica», in parte minore da riviste, da interventi in convegni, da un certo numero di inediti. Tutto ciò si colloca in sette sezioni intitolate Ossessioni, Feticismi, Furori misantropici, Sadismo e Voyeurismo, Atavismo come destino, Estroversioni, La violenza della calligrafia, che riflettono in buona misura la scrittura più propriamente narrativa di Mari e ribadiscono il nesso indissolubile tra vita e scrittura, sia essa stile, narrazione o critica. Per cui, ad esempio, si mette insieme la lunga e certosina preparazione del proiettile fatale, che Jan Potocki ricavò dalla palla d’argento formante il coperchio della sua teiera, con i demoni e fantasmi della sua opera principale “perché, rispondiamo, il Manoscritto trovato a Saragozza non è un romanzo fantastico: è un’autobiografia.”

A conferma di quanto sopra detto si registra a colpo d’occhio la netta prevalenza della narrativa (nessun poeta tranne Campana e Kavafis) specie dell’Ottocento, specie se fantastica, nera, malata, anche dei minori e con continuazioni novecentesche (Meyrink, Kubin etc.), anche di fantascienza. Non troppo di precedente, poco del grande realismo (Balzac, Zola, Steinbeck dispersi qua e là), pochissimi del secondo Novecento, specie di italiani (ma qualcuno in più proprio nella terza edizione); nessun compagno di strada in senso stretto. Qualche rara incursione extraletteraria è andata maturando lungo il versante cinematografico (Kubrik, Greenway, Fellini), grafico (Tullio Pericoli) o musicale (gli ovvi Pink Floyd).

Sempre partendo dai contatti delle scritture, narrativa e critica, segnalerei certi spunti autobiografici legati all’infanzia come Storie di animali di Walter De La Mare o la collana Bompiani il «Pesanervi» che portano alla scoperta del Vathek di William Beckford, Il monaco di Matthew Gregory Lewis e Melmoth, L’uomo errante di Charles Robert Maturin. E di seguito il piacere di ri-raccontare in breve le vite di alcuni autori (vedi il picaro Twain o il tragico Potocki) e le trame di certi romanzi amatissimi – per esempio Gordon Pym, Moby Dick, Il padiglione sulle dune -, soffermandosi sui personaggi e le scene memorabili, cosicché i saggi godono d’un respiro maggiore. Ecco quindi autori forse inaspettati in uno scrittore ritenuto culto quale Mari e che affondano anch’essi le radici in passioni giovanili. Intendo i resoconti sulle antologie di Noir classici, con annesso rimpianto sul mancato inserimento di racconti pulp ad opera di poliziotti, magistrati e altri genuini, semianonimi professionisti del settore. Per postura apparentemente sempre high, Mari non arretra invece di fronte a qualche accostamento pop (Rambo a proposito dei puntigli del Kohlaas di Kleist) come del resto nel suo risentito canzoniere amoroso veniva citato “un uomo chiamato cavallo”, o Wild Bill Hickock, a testimonianza d’un immaginario western che balza alla mente facendo cortocircuito con la lirica dell’amor da lontano, con i nomi altrimenti citati di Cavalcanti, Rilke, e dei poeti beat. L’esplorazione in autori non del tutto emancipati, per lo meno in Italia, dalle strutture del genere tradisce una lunga consuetudine del critico, ma senza rinunciare al vaglio, del resto possibile solo a chi mastica (presunta) paraletteratura e non a chi schifiltosamente se ne ritrae. E’ il caso emblematico di Stephen King, di cui a proposito de Il gioco di Gerald, si segnalano con bella reticenza “le pagine sulla struttura ossea, nervosa e cutanea delle mani”, che “non dovrebbero assolutamente mancare” nel best of dello scrittore di Portland.

Dal giudizio balza spesso il valore critico: vediamone dunque qualcuno a puro gusto di chi scrive. Precisi posizionamenti: “Bierce è questo, all’intersezione tra Poe e Borges”; piccole attenuazioni come a proposito dell’algido geometrismo visuale di Giro di vite: “A Henry James sarebbe convenuto lasciarsi sedurre e corrompere dalla tenebra”; viceversa accreditamenti di presunti minori fin dalla prima riga del saggio: “Chi è Leo Perutz? Uno dei più bravi scrittori del Novecento, verrebbe da rispondere immediatamente”; la rivalutazione di Cain, posto sullo stesso livello di Hammett e Chandler, grande creatore di archetipi anche cinematografici. Ancora ribaltamenti gerarchici sul valore delle opere dentro al canone di singoli scrittori, per esempio giù le note poesie omosessuali di Kavafis e su la “straordinaria attitudine ad erotizzare la Storia”, in un tripudio di lapidi, bassorilievi, imbalsamazioni del tempo, che è ovviamente pure di Mari per interposto oggetto critico, “morbosamente sensibile alle date”. Ed ancora, seguendo cerchi concentrici sempre più stretti dentro una stessa opera quali i romanzi di avventura di Twain, il peso qualitativo delle pagine “(e sono decine e decine) in cui non succede assolutamente nulla, nulla che non sia il tonfo di un remo nell’acqua, il frullo di un uccellino tra le canne, il guizzo di un pesce, il tremolio delle stelle”. Non manca qualche stroncatura: i Racconti crudeli di Villiers de L’Isle-Adam: “la brillantezza, quando il nemico è una società frivola e gaudente, non è un’arma: è il segno del tradimento”. Oppure, direi in modo più umorale, contro il Savinio di Maupassant e l’altro la difesa dello scrittore francese; i racconti di Cortázar che alla prova paiono riecheggiare atmosfere di un Hemingway o di un Fitzgerald provinciale, ellissi alla James, “diligenti applicazioni dei modelli oulipiens”. Infine una sola di quelle clausole che stringono le opere considerate e la memoria del lettore, per esempio sui racconti della grande Flannery O’ Connor: “Quanto al lettore non cattolico, difficilmente richiuderà questi due volumi senza apprezzare un po’ di più la morte”.

Chi cercasse o, al contrario, temesse, lo stile di Mari, potrebbe sentirsi deluso o sollevato, verificando una scrittura lucida ma piana e chiara, adatta al lettore colto di quotidiani. Data la spiccata sensibilità linguistica del critico-scrittore, sarà comunque interessante mettere in luce alcuni giudizi legati allo stile e quindi al dichiarato amore per la filiera Landolfi, Gadda, Manganelli. Il terzo, “concentrato nell’operazione alchemica di cavare inchiostro dorato dal sangue”, il primo con la sua “preoccupazione d’inattualità” e Gadda alla cui comicità, nata da “tensione spastica”, viene dedicato un saggio piuttosto ampio nella convinzione che nasca come risvolto del tragico, specie biografico. Ad essi si aggiunge Bufalino, la cui “ostentazione libresca e inattuale”, analizzata soprattutto dal punto di vista lessicale e sintattico, delle citazioni nascoste provenienti da tutto l’arco della civiltà letteraria italiana, è però “funzionale, suggestiva e precisa”, necessaria al tema del dissidio (proprio e del reale) che caratterizza Le menzogne della notte.

Se nella prima parte di questo nostro resoconto, necessariamente breve rispetto agli spunti offerti, siamo stati più sui saggi della prima edizione, per poi toccare sopra la seconda con i maestri di stile, veniamo alle nuove entrate: significativa la presenza di pezzi, talvolta più lunghi della semplice recensione, contrassegnata da titoli non nominalistici: Mostri francesi e Mostri del nord, Sopravvissuti, Isole letterarie, Circoli letterari, Letteratura e generazioni. E particolarmente illuminante in retrospettiva, come lo era Fantasmagonia per l’omonima raccolta, Beneficio dell’influenza, che ribalta l’angoscia teorizzata da Harold Bloom in un polemico elogio del passato letterario e financo d’un ormai rivendicato manierismo (“come se l’alessandrinismo non avesse una sua perversa necessità”). Mari nota il trionfo nella narrativa corrente di un appiattimento sul presente, che dribba con noncuranza il confonto con la tradizione, “non più gloriosamente attraversata né drammaticamente subita ma semplicemente evitata se non rimossa”, a favore dell’imitazione dei pur grandi Foster Wallace o Bolaño, di un esangue minimalismo, ormai più che della corsa avanguardista al nuovo, o della replica, più o meno engagé del mondo. “E invece bisogna abitarla, la fastosa casa-letteratura, bisogna auscultarla, muoversi al suo interno non come turisti occasionali o come tecnici (leggi: accademia) ma come legittimi inquilini”. A dire che la tradizione vivifica la sensibilità del lettore, che può vivere molte vite tramite i testi, rinnova gli oggetti (“certe cose si possono dire solo perché già state dette”, come la luna leopardiana o gli arredi proustiani), spinge gli autori a ridire, a gareggiare, ad inserire il proprio anello originale nella solida e social catena. Il manierismo allora sarà introiezione esistenziale e rilancio, obbligata componente della vera arte, come il bambino che giocando imita ciò che ha visto e così lo reiventa; Mari racconta infatti che ha potuto dar forma alla “materia scabrosa” di Rondini sul filo solo utilizzando i puntini di Céline, perché da un lato protetto e dall’altro stimolato a dire di più, a scavare nella carne.

Insomma il panorama è vasto e come sempre in questi casi ottimo per chi ama l’autore in questione e ne vuol meglio capire il carattere o la poetica, ma pure di gran gusto per chi voglia confrontarsi su tanti autori con un’intelligenza critica affilata da una necessità vitale, non da mestiere o ideologia.

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