Versi verdi

La nota introduttiva di Alberto Volpi a un'antologia di "ecopoesia" che raccoglie testi della letteratura italiana del Novecento variamente ispirati alla natura e al rapporto dell'uomo con essa.

di in: Captaplano (0)

La natura è stata da sempre, insieme all’amore e alla guerra, un tema centrale della poesia. In tutta la tradizione poetica, a partire dalle origini religiose, la si è considerata la madre che nutre l’umanità in modo spontaneo o attraverso i pazienti sforzi del lavoro. Si ricorderanno le Georgiche di Virgilio, anticipate da Le opere e i giorni di Esiodo, dalla poesia greco-ellenistica sul tema, che racconta delle tenaci fatiche dell’aratore come dell’incessante operosità delle api in una prospettiva, decisamente politica, di una natura piegata alle necessità dell’uomo, il cui sforzo va sempre più alleggerendosi, ripagato dal benessere e dalla pace rurale. Sacralità, lavoro e compenso, ordine e salvezza, sanità corporale e morale, dominazione rispettosa della natura da parte dell’uomo che modella il paesaggio, sono i valori fissati per sempre dal poema virgiliano in relazione alla terra genitrice.

L’altra faccia della medaglia consiste nella visione di una natura generosa dispensatrice di vita in mitiche età dell’oro. Per tutto il tardo impero, transitando quindi al Medioevo anche volgare, sono continuate le varie storie naturali sul modello enciclopedico di Plinio il Vecchio, contenenti tra l’altro indicazioni sull’agricoltura, nonché molteplici canzonieri (per esempio l’Anthològia Latina del VI secolo) in cui l’idealizzazione della natura resta centrale. Dante ci offre, al culmine della salita sul monte del Purgatorio, il ristoro verdeggiante e ricco d’acque trasparentissime del Paradiso terrestre, dove, mondato dai suoi peccati e ristorato dal sonno, vedrà Beatrice per prepararsi al decisivo salto nelle sfere celesti. Nell’hortus conclusus, che ci ricorda l’iconografia successivamente fissata dai più eccellenti artisti del Rinascimento, si colloca «la bella donna», la cortese e ridente Matelda che raccogli fiori, di cui si ricorderà certamente Petrarca per tratteggiare la suadente figura di Laura. Con la seconda corona di Toscana, autore anche delle dodici egloghe del Bucolicum Carmen, e poi di seguito con il cosiddetto Petrarchismo, si rifonda infatti in volgare un codice dell’ambientazione virgiliana di lunghissima fortuna: al linguaggio selezionato e assoluto corrispondono alcune poesie decisive per tramandare la miniatura amorosa degli attributi femminili nel contesto naturalistico.

Alle soglie del Novecento, nelle Odi barbare, Carducci ancora dedicava una poesia al poeta mantovano, al suo verso agreste, sollecito e pacificatore, che come «tra i grandi arbor la fresca aura sospira»; e se la sua Maremma è soprattutto selvatica e accesa, più volte celebra la terra che custodisce «i germi della vita». Ne La madre si sbozza il ritratto di una giovane contadina che riecheggia in chiusa la santa mercede virgiliana per il popolo delle campagne («la giustizia pia del lavoro»); ne Il bove eterna il più tradizionale animale da lavoro, «solenne come un monumento», che gli ispira «un sentimento di vigore e pace» tra «i campi liberi e fecondi».  L’allievo Pascoli, che certo immetterà nelle scene campestri di Myricae una nuova e maggiormente inquieta sensibilità simbolista, non rinuncia allo sfondo del lavoro in una natura all’apparenza immutabile, dove il racconto di tempi lontani de Il vecchio dei campi non stride con la vita di tutti i giorni. O ancora nel 1907 con Nei campi, raffigura «il capoccio» che, preoccupato per i temporali, non chiude occhio e gli par di sentire il «gridìo – Seminate! Seminate!» e quindi si accinge all’opera «con savia mano» e l’aiuto dei figli.

All’interno di tale blocco tematico si trova una dorsale storica, che parte da Ada Negri (Terra) e appunto con Pascoli rappresenta, bifronte, la chiusura di un’epoca secolare e contemporaneamente un modello duraturo per molti poeti che, per lo meno nel primo cinquantennio del Novecento, potevano vivere o comunque subire il fascino della natura italica, antropizzata ma ancora protetta. Ciò a fronte dell’urto primario del Futurismo che, dirompente ed enfatico, canta invece le grandi industrie con Paolo Buzzi (Il canto di Mannheim), la mobilità meccanica (Battute di automobile di Auro D’Alba), l’energia che muove tutto ciò (Al carbone di Luciano Folgore). La mutazione produttiva e quindi territoriale dell’Italia, cominciata con l’industrializzazione a cavallo tra XIX e XX secolo, trova la sua accelerazione definitiva nel decennio del boom, ma restano ovviamente molte resistenze alla scomparsa di un paesaggio fisico e in definitiva anche morale: ecco quindi le numerose visioni idilliche o mitiche che recuperano presenze pastorali e magiche della tradizione, partendo da un Ungaretti piuttosto eccentrico (L’isola), per arrivare fino ai nostri giorni (Umberto Piersanti con La fata). Più concreta, e talvolta traumatica, la mutazione registrata nel mondo contadino da Guerra (I bu), o da Volponi (L’Appennino contadino) e Scotellaro (La mia bella patria), allorché raffigurano le migrazioni forzate verso il nuovo mondo del lavoro lontano. Nelo Risi con Tutta polvere e Ripellino con Il croco arrivò puntualmente s’incaricano invece di gettare una luce dissacrante ed ironica sugli orticelli, anche poetici, chiusi e difensivi. Seguono le parti, più legate agli anni Sessanta e Settanta, cioè all’urbanesimo e all’industrializzazione, con la presenza di alcuni dei tanti autori (per esempio  Pasolini con Il lamento della scavatrice), che fanno i conti, con alternanza di sentimenti, con la crescita orizzontale della città (e pure verticale in Erba: Abito a trenta metri dal suolo), nonché con l’affermarsi della fabbrica, affrontando un tema caro anche alla narrativa coeva. Più di recente Pusterla riprende l’ambigua utopia della fabbrica-città (Crespi d’Adda); Fortini con L’officina, che rappresenta i primordi dell’industria, e Sereni con Visita in fabbrica, che ne mostra invece il pieno dispiegamento, sono accomunati da lucidità e ideologia ma pure distanza, mentre Luigi Di Ruscio (Le ore sei sono l’inizio della nostra giornata) scrive dal di dentro, avendo lavorato una vita da operaio. Chiude la parte dedicata a città e campagna, motivo di raccordo tra i due poli precedenti e di lunga durata per l’intero Novecento: Rebora con Cielo, per albe e meriggi e tramonti tra le tante possibili del gusto temperamentoso per i contrasti espressionisti, Sbarbaro (Talora nell’arsura cittadina) più sommessamente, con ironia amara o disincanto Tessa (Primavera) e Giudici (Se sia opportuno trasferirsi in campagna).

La seconda sezione risulta maggiormente compatta. Da un lato a causa della forte impronta dannunziana (si veda come agisce sul giovanissimo Michelstaedter di Alba. Il canto del gallo), dall’altra perché il panismo pagano o cristiano si sviluppa in fondo senza troppe variazioni verso l’annientamento dell’uomo nella natura per citare il testo di Ungaretti. Può essere uno slancio entusiasta o un ripiegamento nostalgico, talora assumere valenze apertamente regressive (Pierro con ‘A jaramme), oppure mutare di scenario: non la campagna ma il bosco, il mare, i monti (il Rebora di Marzo lucendo nell’aria, la Pozzi di Dolomiti), le plaghe esotiche come in certo Conte. Ancora tale atteggiamento sentimentale ed intellettuale può avere un’impronta spiritualista o materialista, addirittura per così dire biologistica come per Arminio (Un poco ci riguarda). Di qui una sequenza temporale sostanzialmente cronologica nel posizionamento dei testi, che nella terza sezione, dedicata alla natura distruttiva, va invece spiegata.

Montale con Giunge a volte, repente, funge da preambolo filosofico, segue un ricordo della morte di Pompei (Primo Levi, Plinio), che ha da sempre rappresentato uno dei più tradizionali esempi di natura maligna, a cui s’accosta per somiglianza la tarda poesia di Quasimodo A mio padre, testimonianza del terremoto di inizio Novecento a Messina; più recente è quello dell’Irpinia spesso messo a tema da Arminio (qui in Ci sono giorni in cui si muore in molti). Giotti richiama il fulmine caduto su una casetta e la sua modesta pace domestica, mentre Maria Luisa Spaziani (La burrasca di mare si accanisce), Roversi (L’alluvione, Iconografia ufficiale), Erri De Luca (Diga), Delfini (Per l’inondazione), Magrelli (Tracimazione) si concentrano sui disastri naturali, o provocati dall’uomo, riconducibili all’acqua: una tempesta, la piena dell’Arno, i disastri del Polesine e del Vajont. Di Ruscio (D’estate la pioggia fa bene ai granturchi) riprende la pioggia quale elemento naturale ora benefico ora decisamente ostile al lavoro agricolo; Betocchi ne prende spunto per aprire alla riflessione cristiana su Dio e sul male con Nei giorni della piena. Campana rientra in questa sezione, ma fa intravedere anche in Salgo (nello spazio, fuori del tempo) un possibile accordo tra uomo e natura. 

L’ultima sezione, «Versi verdi», che non a caso dà il titolo all’antologia, dovrebbe essere il culmine del percorso: tutti autori del secondo Novecento in cui si insiste sulla messa in pericolo di una natura indebolita da parte dell’uomo. Anche in questo caso apre Montale, ma attraverso il deciso abbassamento tipico della sua produzione finale, con Il trionfo della spazzatura che non ha bisogno di troppe spiegazioni; sulla stessa linea, fuoriuscito dal suo ambiente verso anonime aree della periferia cittadina, incontriamo Il gabbiano di Settimo di Primo Levi, richiamato dalle discariche, ed il Paesaggio di Pusterla centrato su detriti e scarti. Più vasti inquinamenti, specie chimici o radioattivi, legati anche a precise tragedie come quella di Seveso o di Chernobyl, animano i testi di viaggio di Giorgio Orelli (Verso Basilea) e di Cucchi (Il penitente di Pryp’jat), o quello di Carlo Villa La panna radioattiva. Un’ampia parte è dedicata agli alberi, quale sineddoche della natura stessa, assediata e resistente: sono maltrattati come in Ripellino (Perché così cattivi con gli alberi?) o in Fortini (La prossima abolizione della natura), quasi enigmatici da interrogare (Majorino, L’albero e le sue virtù) o distrutti dal fuoco (Maria Luisa Spaziani con Il diavolo incendia le foreste). Un paio di poesie, tra le molte da poter scegliere le più ecologiche, appartengono alla produzione di Zanzotto, forse l’autore che si è maggiormente dedicato al tema del paesaggio, letterario e reale, in progressiva scomparsa: la struggente difesa del caratteristico ambiente dei Palù e la riflessione sulla tenuta del concetto stesso di natura (Dirti “natura”). Oldani ne Il sorpasso rappresenta un breve tratto terminale di linea lombarda, che con un po’ di aggressiva ironia si concentra sui corsi d’acqua di oggi e di un tempo. Significativamente corposa infine la scelta che sta dentro l’area apocalittica, con sensibilità e quindi modalità diverse anche sul piano stilistico da parte degli autori presentati: quella riflessiva e rabbiosa di Lino Angiuli (Un giorno l’altro), la postura accorata di Crovi in La terra muore, ironica e distanziante quanto a Scarpa (Terra) o a Nelo Risi in particolare riguardo all’Italia (Il giardino d’Europa); polemica, insistita e paradossale in Zeichen (Mandato, Apocalisse per acqua). Chiude con leggerezza il Caproni dei Versicoli quasi ecologici, che prefigurano, con pacificata disperazione, una natura finalmente libera dalla presenza umana. Non vorremmo arrenderci a tale prospettiva, abbracciata anche dal fatalismo di qualche scienziato di fronte all’incomprensibile (o forse comprensibilissima) inerzia politica a livello globale, che non trova adeguato sprone in un’opinione pubblica davvero vasta; e fare nostro invece Il grido di Antonio Moresco e l’appello agli scrittori di Ghosh contro la Grande cecità, pensando di poter aggiungere la voce, oggi marginale, ma chiara e talvolta profetica, della poesia. 

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