Frammenti dell’età di mezzo

Nella scrittura di Cossalter, invece, nulla ammicca e tutto è finissimo. La sapienza costruttiva riesce a incastrare con naturalezza la biografia nell’attualità (o viceversa), e si scorre da un frammento all’altro con lo stesso interesse, sia che si tratti di un ritratto familiare che di una nota sarcastica sul giornalismo culturale italiano o messicano.

di in: De libris

La carcassa di una nave abbandonata in una landa desolata, il cielo stellato sullo sfondo e una figura minuscola di spalle che osserva la scena: è l’immagine di copertina di “Frammenti dell’età di mezzo” (Inschibboleth, 2022) di Fabrizio Cossalter. “L’età di mezzo a cui si riferisce il titolo”, spiega l’autore, “è, ovviamente, quella biologica […], e nel contempo allude a una condizione storica più generale”, dalla quale emergono “le idee fisse di un espatriato che ripensa senza tregua alla propria amata-odiata provincia”.

Le “idee fisse” dell’espatriato (che insegna letteratura all’Università di Città del Messico, e precisare di non essere un esterofilo), sistemate in forma di aforismi o brevi note, sono frutto di un’attenta e prolungata osservazione della scena di rovine a cui allude l’immagine di copertina del volume. La scena di rovine, fuor di metafora, è quella che si presenta agli occhi di un letterato che probabilmente sperava tutt’altro destino per quella nave ora semidistrutta dallo scorrere del tempo. Un tempo velocissimo che ha corroso forse da solo, senza bisogno di particolari interventi esterni, tutte le certezze poetiche ed estetiche, che ora possono essere soltanto sognate per un’ultima volta attraverso minime, quasi timide, ma anche corrosive annotazioni.

I “frammenti dell’età di mezzo” di Cossalter, dei quali presentiamo qui un estratto per gentile concessione dell’autore e dell’editore, sono suddivisi in tre sezioni imperniate sull’attualità, sulla sua storia familiare e sul soggiorno messicano che dura ormai da più di un decennio. La loro caratteristica principale, che cozza provocatoriamente con la rovinosa devastazione imperante, è la cura formale, la scolpitezza delle diciture, levigate con estrema acribia: l’esatto opposto, insomma, della sciatteria imperante nel sistema letterario odierno, dove un libro viene accettato a patto che il suo stile sia ammiccante e la grana della sua scrittura tutt’altro che sottile.

Nella scrittura di Cossalter, invece, nulla ammicca e tutto è finissimo. La sapienza costruttiva riesce a incastrare con naturalezza la biografia nell’attualità (o viceversa), e si scorre da un frammento all’altro con lo stesso interesse, sia che si tratti di un ritratto familiare che di una nota sarcastica sul giornalismo culturale italiano o messicano. Con il duplice punto di vista che suggerisce un curioso estraniamento, portando a riflettere sul mondo che è paese dappertutto, e sul nostro tempo che vale ancora la pena di raccontare con meraviglia proprio per il suo comunque estatico rovinare. [Edv]

*

da Tempi di latenza

Al giorno d’oggi non ci si può più fidare nemmeno della stupidità della gente.

Siamo i rissosi reduci di una guerra alla quale abbiamo partecipato in qualità di furieri e di addetti alle salmerie, brandendo con spavalderia e intrepidezza le nostre scacciacani ermeneutiche.

Scrivo dal malanimo e per il malanimo. Chi come me soffre di incontenibili attacchi di atrabile non è in grado di scrivere una sola riga al di sopra o al di sotto del più omeopatico dei sentimenti. Similia similibus curentur.

«Taci, il nemico non ti ascolta» (Piergiorgio Bellocchio).

C’è chi redige le articolesse, c’è chi persegue le commesse, e poi c’è chi avvelena la carta velina delle sue bagattelle, dedicandole invano a un destinatario già mitridatizzato.

L’interminabile sbornia del postmodernismo ci ha condannato, senza possibilità di remissione, agli eterni postumi del relativismo, con le sue verità alternative, le sue idee ricevute e le sue statue demolite.

Il destino della mia generazione si è compiuto, a nostra insaputa, nel momento in cui le forme della tradizione sono state assorbite dal Made in Italy e la letteratura ha abbracciato il prêt-à-porter.

Una volta raggiunta la mezza età, i giovani scrittori cominciano a perdere i capelli ma imparano a trapiantare gli stili. I più fortunati superano senza strascichi l’angoscia dell’influenza e vincono una bottiglia di liquore.

Quel che ci ostiniamo a chiamare società letteraria altro non è se non una rumorosa sagrestia nella quale svolazzano sciami di arcipreti, di perpetue e di novizi, per nulla disposti a porgere l’altra guancia e sempre bramosi di esporre le proprie frigide reliquie alla venerazione dei fedeli.

Non appena ho abbassato la guardia del buon gusto, mi sono scoperto inerme di fronte ai venditori all’incanto di carta riciclata e ai poligrafi da una bozza e via.

L’«originalità» è diventata il rifugio degli inetti e dei conformisti, laddove il plagio e il silenzio sono le uniche virtù demiurgiche di cui noi, piccoli lettori di provincia, possiamo ancora menar vanto.

«Perché scrive certa gente? Perché non ha abbastanza carattere per non scrivere» (Karl Kraus).

Fummo trascinati al lardo della critica da un inarrestabile riflusso di grasso letterario.

Le imposture intellettuali e i disinganni accademici mi hanno insegnato a diffidare meno della menzogna che della verità.

Damnosa hereditas: non sappiamo neppure come dobbiamo spendere il legato dei nostri antenati, che siamo soliti sperperare con malcelata indolenza. Incatenati alle rovine di una civiltà letargica e residuale, che di prometeico non ha più nulla, abbiamo rinunciato financo all’arte della dissipazione spirituale.

Siamo, a tutti gli effetti, i risibili vinti della macabra illusione della «fine della Storia».

Ho una tempra da moralista fiacco, da pensatore astenico.

«L’incredulità è un lusso terribile» (Antoine de Rivarol).

Gli uomini in carriera verso il nulla coltivano un’eccessiva nostalgia di se stessi.

Credeva di essere servizievole, nell’amore come nelle altre passioni, e invece era soltanto servile.

Aveva ereditato un po’ di patrimonio

e fatto un buon matrimonio;

quando poi cercò di far da sé,

finì col fallire per tre.

*

da Ricordi randagi

Il mio lessico famigliare: Contadini e Luigini.

Che cosa può significare, da così lontano, far parte di una storia tanto più grande di me? Di una prosopografia minore, scritta in una lingua che ancora mi parla, ma che io non so più parlare?

Forse anch’io esalerò l’ultimo respiro nominando una Rosebud ormai scomparsa, la casetta sull’albero che mio padre costruì tra le fronde della magnolia per i lieti pomeriggi estivi di ciliegie e romanzi d’avventura.

Non c’è scrittura senza passeggiata, anche se le passeggiate con i miei cani sono meglio di qualsiasi scrittura.

Di tanto in tanto, quando la lontananza si fa meno sopportabile, mi chiedo dove siano finiti i pattini da ghiaccio di cuoio rosso e nero che i miei genitori mi regalarono per Natale nel 1978 o ’79…

In seguito all’insorgere della malattia, la mia nonna paterna – che si chiamava Giovanetta perché era l’ultimogenita di una famiglia molto numerosa – cominciò a perdere la memoria: a volte mi scambiava per suo padre, a volte per suo figlio, ma non dimenticava mai di darmi la parola d’ordine di un’intera esistenza: «Come va il lavoro? Stai lavorando? Nella vita bisogna lavorare!».

Quand’ero bambino, a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, abitavo all’Arcella, il popoloso quartiere di Padova che aveva dato i natali a Toni Negri e che all’epoca era una delle roccaforti della cosiddetta «Autonomia organizzata». I muri erano disseminati di slogan e di scritte inneggianti ai compagni caduti, incarcerati o latitanti. Un pomeriggio d’autunno, mentre compravo le sigarette per mia madre, vidi persino un giovane autonomo alzare al cielo una pistola (la famigerata P38, immagino) durante un corteo improvvisato sul cavalcavia della stazione ferroviaria. Altro che laboratorio politico dell’«autovalorizzazione proletaria»… Si trattava, più sinistramente, della patavina Scuola dei devianti, un’opera buffa non priva di esiti tragicomici.

(Ma devo ammettere – rammentando la mia adolescenza borghese e «ribelle», intrisa di spleen e insoddisfazione – che anch’io, se fossi nato un decennio prima, avrei potuto essere uno di loro).

Il bisnonno Dante, padre della mia nonna materna, non avrebbe sfigurato fra le pagine del De profundis di Salvatore Satta, visto che all’indomani del 25 luglio gettò nel campo dietro casa il busto del Duce che aveva ostentato per un ventennio.

Diversamente dal consuocero, il bisnonno Cesare si rifiutò di tradire i suoi bellicosi ideali di ex ardito e di camicia nera della prima ora, che aveva trasmesso intatti ai due figli maschi, Nestore ed Ezio. Ma le loro mani non si macchiarono di sangue nel biennio 1943-45 – e non è una consolazione da poco.

Il fragore della storia sfiorò la mia nonna materna ai primi di maggio del 1938: chi può dire se fu «una giornata particolare» per Augusta Vivaldi, attorniata – nella fotografia – dalle sue compagne di collegio e morta – nella realtà – da oltre vent’anni?

Lo studium svelerebbe, indefettibilmente, l’esecrabile normalità di un gruppo di ragazze reclutate per ricevere e acclamare Adolf Hitler alla stazione di Verona. A me interessa, piuttosto, l’indimostrabile punctum: la bandierina che mia nonna (la seconda, in alto, da sinistra) non sventola…

È lecito riconoscere in quell’atteggiamento la timidezza congenita e la bontà riservata di colei che mi veniva a prendere a scuola e mi preparava la merenda? O è solo un altro miraggio, innocuo e indulgente come una torta di mele appassite?

*

da Notturno messicano

La storia del Messico contemporaneo è la storia delle mortifere recidive di una rivoluzione extrauterina affogata nell’eccidio e nel mezcal.

Le più grandi sventure del mio paese d’adozione derivano dalla pertinace, gattopardesca identità tra omonimia e merito. Quel che altrove è colposa o dolosa confusione qui da noi è schietto riflesso biologico.

La bruttezza zdanoviana dei murales post-coloniali del XX secolo (dipinti, di norma, da artisti di vaglia) mostra con nitida evidenza come il populismo, per trionfare, non debba mai farsi ostacolare da preoccupazioni di ordine estetico.

L’attuale regime politico messicano è una sorta di dittatura logorroica che calpesta e conculca quotidianamente i più elementari diritti della lingua spagnola.

In America Latina, per una serie di circostanze fortuite e al tempo stesso perfettamente intelligibili, le persone di spirito non possono che essere reazionarie.

Vivo oltreoceano da più di dieci anni, eppure continua a stupirmi il fatto che l’arrivare in orario a un pranzo o a una cena sia considerato dai padroni di casa alla stregua di un imperdonabile atto di mala creanza.

A Città del Messico il successo di un ristorante o di un locale si misura dalla quantità di guardie del corpo che pasturano nei dintorni.

La maggior parte degli homeless di questa ingrata metropoli sono malati mentali di cui nessuno ha voluto o potuto farsi carico.

Le prime pagine dei tabloids che occhieggio di sguincio ogni mattina all’edicola, mentre compro il giornale, offrono al mio sguardo, con perseverante indecenza, due tipi di pornografia distinti ma affini: la fotografia a colori di una ragazza seminuda, procace e volgare, è affiancata da quella di un morto ammazzato, sanguinante e patetico nella sua irredimibile nudità biologica.

Abbiamo serializzato i corpi e normalizzato le stragi; quali altre peripezie biopolitiche ci attendono, nella stolta furia dell’inferno a venire?

La cosiddetta «narco-letteratura» intrattiene il lettore cittadino con i dilemmi manichei di un’(in)offensiva violenza di carta. I suoi prodotti – abitualmente confezionati e sterilizzati altrove, in qualche laboratorio di scrittura creativa – hanno ben poco a che vedere con le agghiaccianti vicissitudini di coloro che arrancano, rassegnati e indifesi, tra le spoglie di un conflitto che non dà tregua.