Abracadabra Maradona

La prima volta che ho visto il Maradona reale è stato nella semifinale dei mondiali di Italia ’90, Italia contro Argentina: ed è stato, per me giovine italico, un brivido di terrore: contro chi c’eravamo messi? Contro di noi giocava non un uomo ma un grido di guerra, non un essere in carne ed ossa ma una parola magica. Avevamo le stesse possibilità di Marsia contro Apollo. E già il terrore rivelava la sua segreta sorellanza con l’estasi.

Per lungo tempo, da bambino, ho creduto che Maradona! fosse un grido di guerra calcistico: “Maradona! Maradona!” gridavano gli altri bambini nel cortile per incitarsi durante il dribbling, ma io non seguivo il calcio (trovavano più educativo raccontarmi fiabe terrificanti, che davano vita alle ombre dei miei giocattoli la notte e che molto più tardi, con uno spavento indescrivibile, avrei riconosciuto nelle Metamorfosi di Ovidio): e non capivo: pensavo quelle sillabe, ma ra do na, fossero, per un giocatore, come il banzai per i guerrieri giapponesi, o l’abracadabra per i maghi.

Maradona, mi dicevo: ecco il suono segreto che fa la palla quando sguscia tra le gambe dell’avversario, quando rotola in rete come in un gioco di prestigio. Maradona: ecco la parola magica che si bilancia tra l’imprecazione del dribblato e lo sberleffo del dribblatore (così avevo teorizzato, etimologizzando una sorta di ibridazione tra madonna e marameo).

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Maradona: ecco il suono dei cortili dei bambini.

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La prima volta che ho visto il Maradona reale è stato nella semifinale dei mondiali di Italia ’90, Italia contro Argentina: ed è stato, per me giovine italico, un brivido di terrore: contro chi c’eravamo messi? Contro di noi giocava non un uomo ma un grido di guerra, non un essere in carne ed ossa ma una parola magica. Avevamo le stesse possibilità di Marsia contro Apollo. E già il terrore rivelava la sua segreta sorellanza con l’estasi.

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“Terroni di merda”, aveva sibilato una donna di cui non voglio ricordare il nome, seduta sul divano vicino a me bambino. Quella semifinale si giocava a Napoli, e quando Maradona toccava la palla si sentiva lo stadio gridare di gioia incontrollabile: tifavano Italia, ma Maradona era Maradona.

“Perché terroni di merda?”

“Perché Maradona gioca per il Napoli. Ma l’Italia è più importante.”

“Cosa sono i terroni?”

“I terroni sono i napoletani, ma tu non glielo dire.”

Ogni nostra azione incontrollata andrebbe sempre raccolta e custodita come un tesoro. Quell’urlo di gioia dei tifosi napoletani era qualcosa che trascendeva la torva e obbligatoria felicità del patriottismo. Era radicalmente diverso da tutti gli urli di tifosi che avevo sentito fino a quel momento. Quelli non erano terroni di merda: erano anime fuse in un trasporto panico.

Davvero non dimenticherò mai il suono di quel grido. Anche attraverso lo scatolotto in bianco e nero attorno al quale era ammucchiato mezzo condominio del paesino del nord Italia in cui vivevo, avevo percepito, con l’implacabile magnetismo dei bambini, la purezza di quel grido, che era di meraviglia per una gioia meglio ancora che inattesa: ritrovata. In quella che è stata la più bella partita di calcio che io abbia mai visto (bella per la sua romanzesca quadridimensionalità, che la ustiona sopra ogni altro ricordo calcistico) capivo che i napoletani erano più felici: erano felici quando vinceva l’Italia, erano felici quando vinceva Maradona; ed erano (capivo, capivo) più tristi: tristi perché l’Italia perdeva, e perché era stato proprio Maradona ad averla sconfitta. Erano, in una parola, più belli. In quel grido si mescolavano, finalmente in armonia, la gioia del vincitore e il pianto del vinto.

È stato nel suono di quel grido che ho cominciato davvero a capire cosa sia l’amore.

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È possibile dribblare l’anima?

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Maradona!

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