Le possibilità di un’ecologia sociale

Gli autori passano in rassegna i cambiamenti dei paradigmi culturali, con peculiare attenzione a quanto emerso dal pensiero geopolitico nel periodo successivo alle riflessioni di Carl Schmitt e Martin Heidegger, superata quindi la definizione di terra come sacro rifugio della/nell'identità perduta.

di in: De libris (0)

Nella collana Melusine, Meltemi pubblica l’originale testo, a quattro mani, Di chi è la terra? Dalla giustizia sociale alla giustizia ecologica, firmato da Irene Guida e Paolo Groppo.

Il volume nasce da una conferenza presentata dagli autori presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, nell’ambito degli incontri a corollario della mostra documentaria, dagli archivi della Fondazione, “900: la stagione dei diritti – Quando la piazza faceva la storia”.

Lo scritto, rispondendo alla domanda posta sulla evoluzione dei diritti civili, cerca di indicare dei propositi utili alla conservazione di tali diritti, suggerendo una sorta di “appello a un attivismo della conoscenza” (p.8), a partire dalla constatazione che l’idea che la terra fertile sia un bene comune, fondante della ricchezza non è sempre stata condivisa e non è sempre stata una priorità per chi si sia occupato di giustizia sociale.

Gli autori passano in rassegna i cambiamenti dei paradigmi culturali, con peculiare attenzione a quanto emerso dal pensiero geopolitico nel periodo successivo alle riflessioni di Carl Schmitt e Martin Heidegger, superata quindi la definizione di terra come sacro rifugio della/nell’identità perduta, intraprendendo una disamina volta ad evidenziare, sul lungo periodo, quanto derivato dalla crisi petrolifera – ed energetica – degli anni settanta, “una macchina che sembrava destinata a un incremento progressivo e lineare, con indicatori di produzione e popolazione in crescita illimitata” (p.13).

A partire dalla crisi di tale modello, popolazione e produzione risultano in crescita esponenziale, mentre le risorse biologiche risultano, drammaticamente, insufficienti al fabbisogno, tanto da indurre a chiedersi se la specie umana risulterà capace di sancire una nuova amicizia con la terra, o se tale proposito sia stato definitivamente abbandonato a favore del mero profitto.

Da questa constatazione, inizia il saggio di Paolo Groppo, Di chi è la terra. Dal land grabbing all’Indio bond, consapevole dell’assunto iniziale, ossia dell’ “unicità dello spazio in cui dobbiamo vivere” (p.21). Groppo mette in luce la crisi del cosiddetto “modello americano”, a partire dal secondo dopoguerra, con la caduta del tasso di profitto e l’emergere del neoliberismo (pp. 26 e ss.), sino all’affermazione delle nuove dottrine neoliberiste, nei termini del legame con la questione fondiaria, le cui radici vengono individuate nell’articolo di Hardin sulla Tragedia dei Commons, e nell’affermazione della scuola dei cosiddetti Property Rights. I tre sistemi caratterizzanti un sistema efficiente di diritti di proprietà, per queste dottrine, risultano essere l’universalità, l’esclusività e la trasferibilità.

Ne consegue, nel tempo, la crisi dell’agricoltura contadina, causata dal fenomeno descritto come Land Grabbing, intrecciato, a partire dagli anni novanta, a tre nuove dimensioni, quali “la questione di genere, il tema dei diritti umani (e l’approccio basato sui diritti) e la questione ambientale” (p.47), sino ai tentativi della FAO, per la quale Groppo ha lavorato, di costituire un nuovo approccio, non esclusivamente definibile come “politico”, a favore delle agricolture contadine, delineato come “sviluppo territoriale negoziato”, atto a istituire una “buona governanza”.

Groppo suggerisce una posizione a favore dell’agricoltura e della biodiversità, incompatibile con i progetti – e le ambizioni – delle multinazionali finanziarie.

Il saggio di Guida, Il suolo fertile e il progetto della città al tempo della produzione di merci per mezzo delle merci, si connota per un approccio rizomatico, capace di includere visioni cinefile quanto iconografiche, a partire da precedenti ricerche dell’autrice, iniziate nel 2008, sorte dalla constatazione di come “le retoriche della rete di fatto rendessero la vita di ciascuno di noi un corridoio, uno spazio disciplinare rigidamente governato  dalle strutture di accesso, in parte anticipando lo sguardo sui movimenti regressivi in atto” (p.18).

In tal senso, risulta interessante la riflessione dedicata al “villaggio dei non viventi” (p.80), accostando l’immaginario dei morti che non muoiono e dei vivi che non vivono, mutuato dalla pellicola di Jim Jarmusch Deads don’t die! (p.81), al modello economico in essere, fatto di pura virtualità e di un tempo che si rinnova, senza fine.

A titolo di esempio per la modalità di repressione dei diritti dei lavoratori, quanto della limitazione dell’accesso alle risorse, peculiare attenzione viene rivolta al volume di Alessandro Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio nei nuovi schiavi nelle campagne del Sud (2016), dedicato alla situazione di schiavitù dei raccoglitori di pomodori nel Tavoliere delle Puglie (pp.84 e ss.).

L’autrice delinea le questioni principali del dibattito, individuandole nella disparità di genere, nel conflitto sociale, nelle migrazioni, nel pendolarismo città-campagna, nell’imposizione dell’ordine con la forza (p.87).

Agganciandosi alle considerazioni del saggio di Groppo, Guida mette in luce la necessità di “metodi nuovi e diversi di osservazione, che tengano conto dello statuto scientifico del progetto di territorio” (p.93), evidenziando la contrapposizione fra la coppia lavoro/terra e quella definita finanziarizzazione/performatività (p.99), nell’ottica della conservazione della specie.

Le riflessioni di Guida si concludono osservando un trittico di Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, conservato a Madrid, inteso come metafora della terra, descritta fra catastrofi ambientali e sviluppo sostenibile, divisa da un lato fra i parchi – “aria condizionata, le foreste artificiali, gli orti urbani – dall’altro la fame, la carestia, le migrazioni” (p.147), consapevoli del fatto che “la terra non è piatta e la vita di miliardi di persone dipende proprio dai tre quarti del terreno coltivabile più trascurato” (p.15).  Contraltare contemporaneo dell’inferno è invece il celebre servizio di Michael Buerk, per la BBC, risalente al 1984, che descrive la migrazione delle popolazioni dal Nord Est dell’Etiopia alle campagne a Sud Ovest, una crisi migratoria che negli anni ottanta pareva impossibile.

A corredo dei saggi, un’ampia bibliografia e sitografia.

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