Una tessera

Se ti rubano il portafoglio, devi rifare i documenti. E se devi rifare i documenti, cominciano le avventure. Un racconto inedito di Walter Nardon

Devo rifare la tessera del supermercato. Mi manca da mesi, ma la questione è più complicata.

Un anno fa sono stato derubato, a Roma, stazione Ottaviano della metro. Stavo facendo i biglietti giornalieri per tutti, o meglio avrei dovuto farli, visto che ci avevano raggiunti anche i genitori di Marta e che lei mi aveva detto: «Sai che i miei non sanno sbrigarsela».

Dato che lo sportello era chiuso – naturalmente, è sempre chiuso quando ne hai bisogno – avevo provato col distributore automatico. Ho tentato col primo: dopo aver completato le varie schermate per l’acquisto, giunto al momento di pagare ho tirato fuori il portafoglio dallo zaino per usare il bancomat, ma il sistema mi dava “errore”, non mi lasciava procedere. Non accettava neanche i contanti. Così mi sono spostato e ho provato col secondo distributore, e poi col terzo. Sempre la stessa scena: arrivato al momento di pagare, non accettava il bancomat. Ero soprattutto stanco e nervoso, ossia mi trovavo nella condizione migliore per farmi fregare: e in effetti ciò a cui non avevo fatto caso è che evidentemente qualcuno, nel non enorme gruppo di persone presenti, mi stava osservando. Aver cercato di fare per tre volte di fila il biglietto ai distributori, concludendo sempre con lo stesso gesto, ossia togliendo e rimettendo il portafoglio nello zaino nella stessa sede, non è stata la migliore delle mie trovate: era un po’ come se, a chi mi stava osservando, avessi tenuto un corso.

In breve. Poco dopo, con l’arrivo di un gran numero di passeggeri scesi alla fermata, mentre noi – con i genitori di Marta un po’ dispiaciuti di non aver fatto il biglietto giornaliero per l’indomani – cercavamo di affrettarci a uscire in mezzo a quella folla, qualcuno deve aver aperto il mio zaino. Mi ha preso il portafoglio, in cui peraltro, stupidamente, avevo tutto. Proprio io che, specie all’estero, per minimizzare i rischi lascio sempre qualche documento in albergo. Niente da fare, derubato. Ero sfinito e la giornata con i genitori di Marta non mi aveva messo dell’umore giusto.

«Sei proprio sicuro?»

Arrivato in albergo, a Marta ho fatto fare una simulazione. Ero convinto che, tenendo lo zaino sulle spalle, uno di quelli tecnici, da montagna, se qualcuno avesse voluto infilarvi dentro una mano avrei sentito aprirsi la zip. E invece, niente, lei lo ha aperto e ci ha messo subito una mano senza problemi. Incredibile, non è possibile accorgersene. Non me lo aspettavo.

«Hai guardato dappertutto?», mi dice Rita, la madre di Marta.

Tengo gli occhi fissi davanti a me per non guardarla in faccia. Lei è una di quelle persone che si pensano metodiche, mentre in realtà è confusionaria, ma fa pesare la mancanza d’ordine agli altri.

«Eh, forse sarebbe stato meglio non portarsi dietro tutti i documenti», conclude Sandro, guardando a terra.

Cerco di non replicare.

Marta vorrebbe uscire di nuovo, per controllare che i ladri, dopo aver preso i soldi, non abbiano gettato il portafoglio nei bidoni dove si buttano i biglietti. È un controllo che consigliano sempre di fare. In quel caso, i documenti sarebbero salvi. Ha ragione, ma non me la sento: più che altro non ho speranza e sono troppo preoccupato per la carta di credito e il bancomat.

«Andate pure. Intanto blocco le carte».

«Va bene».

Escono tutti.

Alla terza telefonata, riesco finalmente a bloccare la carta di credito e cerco di mettermi al lavoro. Blocco anche il bancomat sul sito della banca. Comincio a scrivere sul portatile un elenco di documenti utile per la denuncia. Che poi, la denuncia, non posso mica farla a Roma, quanto tempo mi porterebbe via? In più l’indomani, nel pomeriggio, dobbiamo anche riprendere il treno. Sono stravolto.

Rientrano mesti. Marta mi dice che nei bidoni in effetti c’erano dei documenti, le tessere di un inglese, un certo Rupert, ma non i miei. Niente male, se non avessi altro a cui pensare. Controlla quello che sto facendo e mi conforta:

«Dai, poi cominciamo a stendere la denuncia. Non è detto che te le tengano buona, magari i carabinieri vogliono farla sul momento, ma intanto hai una traccia. Bisogna ricostruire quel che è successo».

Scrivo un paio di pagine in terza persona, come ho visto fare ai carabinieri nei film, ma so che dovrò rivedere il testo.

Il giorno dopo facciamo un giro fino al Quirinale. Nel pomeriggio rientro in treno come un clandestino, privo di documenti di identità. In viaggio riesco a scaricare la tessera sanitaria (non era ancora disponibile in app sul telefono), entrando nel sito con lo Spid.

L’indomani porto tutto ai carabinieri (se penso che ho lasciato scadere il passaporto l’anno prima) e ci devo andare come uno sconosciuto. Quindi, devo fare avanti e indietro dal Municipio dove per fortuna c’è qualcuno che mi conosce. Il maresciallo apprezza il mio testo in Word, mi dà le indicazioni per correggerlo sul portatile. Mi dice che sta frequentando l’università e mi chiede di spedirglielo via e-mail per averlo sul suo computer, soprattutto per l’elenco documenti.

In una settimana il più è rifatto, ma non la tessera del supermercato.

Non ne ho voglia e qui, prima di decidermi, lascio passare i mesi. Poi prendo l’iniziativa.

Mia madre ha fatto parte per tanti anni del consiglio di amministrazione della filiale del nostro paese della grande distribuzione, ricoprendo funzioni di responsabilità: è un po’ il suo vanto, anche se non ne parla spesso, perché nulla la faceva sperare, dato che in gioventù ha lavorato in uno stabilimento tessile e poi come sarta. Le chiedo cosa sia meglio che faccia.

«Il direttore gira fra le filiali, quindi è difficile che lo trovi. Chiedi a Helmut».

Helmut è un nostro parente alla lontana, suo secondo cugino. Alto, taciturno, mette le cose sugli scaffali. Lei lo tiene in gran conto.

In effetti, scopro che questa fama è condivisa. Vado a fare la spesa da solo. Helmut non si vede e prese le solite cose mi metto in coda alla cassa. Ci sarà pur qualcuno in grado di rispondermi. Quando è il mio turno faccio presente la faccenda alla cassiera, Cristina. Tiro fuori dallo zaino una copia della denuncia presentata ai carabinieri, ma lei mi dice che per la tessera non serve. Poi, col microfono, chiama due volte Helmut. L’impianto funziona benissimo.

Ed eccolo, gigantesco, stempiato, in evidente sovrappeso. Porta il gilet scuro della divisa. Proprio come me lo ricordavo: è una di quelle persone che sembrano non invecchiare mai. Mi fa un cenno di saluto, poi si china a guardare il monitor:

«Mmmmm».

Cristina gli dice che volevo darle una copia della denuncia ma che non serve. Poi aggiunge:

«Chiediamo un duplicato?».

Helmut annuisce, continuando a guardare il monitor. Non ho idea di cosa cerchi, forse la spunta da inserire per la richiesta del duplicato, ma la sua preoccupazione sembra avere carattere generale.

«Mmmmm, un duplicato,» mi dice, «fra una settimana».

Poi mi fa un altro cenno e se ne va, preso dai suoi pensieri.

Io pago e ringrazio Cristina, che sorride contenta di aver risolto il problema in poco tempo. In effetti, fra le tre persone in coda dietro di me non c’è nessuno che si lamenti.

2.

La settimana successiva, le cose dovrebbero mettersi a posto. D’altra parte, non è che questa tessera sia dirimente nella serie di documenti che mi porto dietro (e che ora presentano quasi tutti stessa foto) se non fosse per una costante: ogni volta che la vedo, Rita mi raccomanda la raccolta punti; dunque, rientrare in possesso della tessera potrebbe almeno agevolarmi su questo terreno, ossia nel fare il mio presunto dovere, senza stare a sentire per l’ennesima volta la stessa storia, soprattutto ora che il marketing è tanto cambiato e che le raccolte punti non regalano più ad esempio – medaglia d’oro olimpica per la madre di un mio amico – il servizio del Mulino Bianco; ora, con tutti i punti in mano, se vuoi finalmente un premio, te lo devi pagare, almeno in parte. Quindi, non ti regalano più il servizio di piatti, ma il privilegio di comprarlo – comprare quello che hanno scelto loro – a un prezzo simbolico. A quel punto, direi, me ne compro un altro; ma non tutti sono dello stesso avviso, perché con questa soluzione non potrebbero più esibire alle amiche il servizio che testimonia la loro fedeltà, il loro sacrificio, la loro insuperabile tenacia: cosa importa, in fondo, della porcellana, se non ci si può vantare di qualcosa?

Torno dunque a fare il giro della spesa, e anche qui Fernando (un altro cassiere), davanti alla mia richiesta della tessera, non mi risponde direttamente, ma prende il microfono e scandisce, un po’ come Kate Hudson in un film di qualche anno fa:

«Helmut alle casse. [pausa] Helmut-alle-casse».

Poco dopo l’esperto arriva, con passo appesantito.

Solito cenno, e «Mmmmm» più prolungato della volta scorsa, quasi interrogativo.

Aspetto in cassa mentre lo vedo scomparire dalla porta riservata al personale.

Fernando, gentile, mi prega di controllare i punti, perché la raccolta scade a fine mese.

Gli rispondo: «Senz’altro».

Poco dopo, Helmut ricompare con un foglio bianco A4 in mano. Arriva in breve alla cassa e me lo consegna «Ecco».

Ecco cosa? Ha semplicemente stampato il codice a barre della mia carta su un foglio. Questo sarebbe il duplicato? Certo, più o meno svolge la stessa funzione della carta, ma allora – penso – avrebbe potuto dirlo e stamparmelo subito, sarebbero bastati cinque minuti, non una settimana in cui mi ha fatto pensare di dover chiedere il badge alla sede centrale.

Guardo il foglio con attenzione, controllo il mio nome e poi ringrazio.

«Mmmm, mmmm», più soddisfatto, mentre se ne va.

Chiedo a Fernando se sia il caso di far plastificare il codice, ma mi risponde che non vale la pena perché tanto a brevissimo arriverà la app per lo smartphone, per cui si controllerà tutto dal telefono. Anzi, mi invita a scaricarla subito: «Non ci vuole niente».

E io, naturalmente, la scarico.

Ma lo faccio a casa, col computer a fianco, perché devo entrare nel portale e autenticarmi, spuntando una serie di “acconsento”. Vedo dunque il QR code, che dovrebbe sostituire il codice a barre. Stupidamente, penso che basti fare uno screenshot per averlo sempre a portata di mano nelle foto, ma poi scopro che un’amica ha detto a Marta che non ha senso, perché viene generato ogni volta in modo da tener conto di tutte le offerte della settimana.

3.

Mi è già capitato di osservare come sull’effettività degli sconti ci sarebbe molto da riflettere ma, detto quello che si potrebbe dire sulle strategie commerciali della grande distribuzione, resta il fatto che non c’è una reale alternativa. Non venitemi a parlare di gruppi d’acquisto o di distribuzioni di associazioni volontarie, perché lì ciò che non sopporto non sono tanto le strategie oculate e sicuramente vantaggiose, quanto proprio i gruppi che inevitabilmente vengono a costituirsi fra gli esseri umani che vi partecipano e che interpretano questa decisione, e in breve la loro condotta, come il comportamento decisivo per la salvezza del genere umano. No, se il prezzo è questo, se devo mettermi con loro, non voglio salvarmi. Ecco perché mi restano solo i supermercati. E, alla terza settimana, una nuova avventura.

Questa volta entro in negozio fiero della mia app (anche se – non ha perso tempo a farmelo sapere – naturalmente Rita mi ha preceduto, fingendo una completa ignoranza digitale per farsi installare l’applicazione e sistemare il telefono dal commesso Fernando, alle otto meno un quarto di mattina, quando non c’è quasi un cliente in giro). Marta mi accompagna, il che rende l’esperienza molto più serena, per quanto lei abbia le sue preferenze in fatto di spesa, ossia si comporti in maniera decisamente più razionale di me, che tendo a comprare sempre le stesse cose. Lei valuta i prodotti, seleziona le offerte, confronta le varie referenze di un bene (ad esempio le olive) senza alcun pregiudizio nei confronti del marchio, che invece per me costituisce ogni volta un’attrattiva a cui non voglio resistere. D’altra parte, visto che il risultato non cambia in modo sostanziale, per quale ragione non dovrei distinguere un prodotto dall’altro secondo un criterio estetico personale? Per il prezzo? Certo, ci sto attento; se però ci perdo solo trenta centesimi, o perfino cinquanta, direi che ne possiamo discutere.

Così compro i miei soliti beni-rifugio, lasciando a Marta la responsabilità di andare al banco e di scegliere tra le offerte migliori. Alcune nel cartellino riportano la scritta «solo con la app». Potrei sentirmi soddisfatto, ma in realtà penso a quelli per cui la procedura non è così semplice: anche se non me la sento di incoraggiarli a trovare la soluzione di Rita, qualcuno dovrà pur spiegare loro i passaggi. Forse, per favorire questa transizione, i responsabili avrebbero dovuto prevedere un servizio clienti in loco, almeno per la prima settimana. In rete non è tutto chiarissimo. D’altra parte, benché la tessera materiale non sia uscita di corso, ormai serve solo per i punti; gli sconti riservati ai semplici detentori della tessera, infatti, sono ormai pochi, quasi irrilevanti. Per maggior sicurezza Marta mi chiede se con la app sia tutto a posto. Annuisco.

Poi Marta mi richiama all’osservanza dello stretto indispensabile, mentre invece io, vagando fra gli scaffali, tendo a farmi attrarre da quella che è diventata l’esperienza centrale della nostra vita e che ci rende cacciatori-raccoglitori orgogliosi dell’offerta guadagnata con destrezza. Lei si ferma a lungo nel grande frigo verticale dei surgelati, che in genere io salto per intero in modo da non accrescere la già invidiabile raccolta che conserviamo nel congelatore. Marta conosce l’andamento dei prezzi di quei prodotti. Potrei parlarne anch’io, limitatamente ai miei beni-rifugio: fette biscottate, tonno, salsa di pomodoro, pasta, insalata (lavata, tagliata e messa in busta), scottex.

In breve, siamo in cassa. E qui, a metà della lettura ottica dei beni acquistati, porgo il telefono con la schermata aperta sul QR code che ho generato poco prima. Benissimo, letto subito.

«Alcuni sconti valgono solo con la app, lo sai», mi fa Alice, di turno questa mattina. La conosco da tempo, è – come si dice – degna di fiducia.

«Mi sembra sia tutto a posto».

«Beh, basta controllare se li prende», aggiunge Marta.

«Certo, controlliamo».

Al termine della scansione, Alice guarda con attenzione sul monitor.

«C’è qualcosa che non va. Il tonno non l’ha preso».

«Che vuol dire, scusa?» interviene Marta.

«Non lo so. Forse quando ti sei registrato non hai barrato tutte le spunte necessarie».

«Ma scusa,» a quel punto devo difendermi, «se non fossi arrivato in fondo alla procedura, non mi genererebbe ogni volta il QR code; quindi direi che la app va bene».

«Capisco, ma non so che farci, non la prende».

Ci guardiamo un istante in silenzio, poi Alice procede:

«Helmut alle casse. Helmut alle casse».

Un minuto dopo Helmut è di nuovo a scrutare il monitor: «Mmmmmmm, non la prende».

Alice la fa breve: «Secondo me non hai attivato tutte le promozioni sull’app».

«Mi sembrava di aver risposto a tutto quello che chiedeva».

«Mmmmmm. Non va. Non la prende», conferma Helmut.

«Controllerò».

«Intanto cosa fai, prendi tutto?»

«No, scusa», fa Marta, «questo [il tonno] lo lasciamo un po’ per principio. Non è possibile che la faccenda sia così complicata, specie se poi il QR code lo legge».

«Ti capisco, ma io non posso farci niente».

Alice chiude il conto e io pago.

Helmut mi fa un cenno interlocutorio, un «Mmmmmm» molto prolungato e, ciondolando la testa, le braccia lungo i fianchi, torna alle sue cose.

Mentre lo guardo allontanarsi, mi dico che in certi casi conoscere qualcuno è fondamentale. Questo racconto è opera di fantasia. Il riferimento a persone o cose è puramente casuale. (wn)

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