Commento, opera, mondo

Mi piace allora ulteriormente riaffermare questa mia convinzione che il commento sia (ma lo sapevano già gli Alessandrini) una forma seria e matura di scrittura.

di in: Bazar

GIE4878047 Portrait of Cristina Campo (1923-1977), Italian writer. Private photo. Giovannetti collection.; (add.info.: Portrait of Cristina Campo (1923-1977), Italian writer. Private photo. Giovannetti collection.); Photo © Effigie.

per Cristina Campo e Nadia Campana

1.

L’universo testuale sembra illimitato e capace di contenere il testo (i testi) nelle sue forme più diversificate, articolate e ramificate.

Pensiamo, per esempio, a John Donne Poesie amorose Poesie teologiche a cura di Cristina Campo (Einaudi, Torino 1971): prendiamo in considerazione non i testi di Donne (dati nella lingua e nella versione originale), ma la traduzione e (è questo quello che qui m’interessa) l’Introduzione di Cristina Campo e le sue Note – prendiamo la sua scelta che non vuole offrire una qualche panoramica del poeta inglese in lingua italiana, ma, come sempre per Campo, è tappa fondante della sua ricerca intellettuale e interiore trattandosi di una scelta per empatia e condotta lungo un sentiero personale: non è dunque solo un atto (pur altissimo) di carattere culturale, ma affonda nel pensiero e nell’inquieto movimento del pensiero di Cristina Campo, si dà come opera integralmente campiana, come manifestazione di una scrittura che si concerta in testo superando (da parte mia direi: ignorando) campi d’azione accademicamente separati e individuati per darsi come creazione personale nel mentre vengono attraversati i testi di Donne, vengono trascelti e tradotti, ma: seguendo e rinnovando la luminosa prassi del commento il quale è capace di accamparsi a sua volta come ammirevole itinerario che nello stesso tempo è al servizio del testo originario e si guadagna la dignità di testo autonomo, anche a sua volta originario e originale.

Perché traduzione e commento (sento l’impulso di scriverlo alla maniera antica: comento affinché la mens che ne è la radice etimologica meglio risalti) conoscono un moto loro peculiare che li obbliga a risalire verso la sorgente, a cercare e a trovare l’origine del testo che si va traducendo e chiosando (già la traduzione nel suo farsi e nel suo diramarsi, nelle sue scelte e nelle sue esclusioni, nel suo discendere alle radici etimologiche e storiche e culturali del testo è chiosa).

La fine, sapientissima tessitura linguistica e concettuale di Cristina Campo risplende nel commento al suo John Donne, dischiude connessioni e suggestioni, si squaderna all’ombra del testo inglese, e, appunto, essendo capace di squadernarsi (di uscire, ma senza presunzione, dall’ombra) e di esistere entro un moto oscillatorio tra testo e chiosa, tra chiosa e apertura a ventaglio di rapporti anche inaspettati con altri testi, con altri autori, con fatti e pensieri, tra apertura a ventaglio e incedere del pensiero personale, tra nuovo testo che va formandosi e testo originario, accede allo stato di testo autonomo.

Esiste un titolo bellissimo ed estremamente chiarificatore: Escolios a un texto implícito il cui autore è Nicolás Gómez Dávila; da un certo punto di vista Cristina Campo e Gómez Dávila si muovono in maniera affine dedicandosi a commentare un testo mastodontico e labirintico, estremamente diversificato e complesso: il mondo. L’intuizione del pensatore colombiano consiste nell’ipotizzare un testo non esplicitato in forma di testo stesso, ma comunque dotato di un’energia concettuale e di una presenza capaci di spingere il pensiero a commentarlo; nel caso di Gómez Dávila il commento a quell’enorme, sfuggente testo che è l’esistere-nel-mondo raggiunge un’affermazione radicale di sé, è il commento definitivamente attestatosi come opera a sé stante, non come apparato di servizio, come tessitura originale in possesso della medesima dignità del testo già riconosciuto come tale.

Il commento conferma così le proprietà creatrici del testo se è vero che quest’ultimo provoca il rampollare di testi ulteriori, di commenti, come nel caso di Cristina Campo, che si possono leggere (e amare) per sé stessi – il commento come ala dispiegata di un dittico: il testo originario e il suo commento.

2.

Mi piace allora ulteriormente riaffermare questa mia convinzione che il commento sia (ma lo sapevano già gli Alessandrini) una forma seria e matura di scrittura, prendendo tra le mani un altro libro: Le stanze d’alabastro (Feltrinelli, Milano 1983), 140 poesie (nell’anno di pubblicazione del volumetto ancora inedite in Italia) di Emily Dickinson, curate e tradotte da una poetessa e studiosa che non raramente potrebbe far pensare a Cristina Campo, e cioè Nadia Campana.

Campana articola la sua Introduzione in paragrafi: 1. Vita di Emily Dickinson, 2. Le edizioni delle poesie di Emily Dickinson: primi giudizi critici e problemi testuali, 3. Emily Dickinson e la critica attuale – e con stile chiaro e sobrio scrive un testo colmo di risonanze (non esplicitate, ma ben avvertibili) con il proprio sentire e con la propria scrittura; nella brevissima biografia Nadia Campana, ponendo l’accento sulla consapevole e serena scelta ascetica da parte di Dickinson di dedicarsi esclusivamente allo studio e alla poesia, implicitamente respinge la gran parte delle interpretazioni che legano tale decisione alla vita sentimentale della “reclusa di Amherst” e che ne subordinano la scrittura poetica a supposte delusioni amorose; illuminante è quanto Campana scrive nel paragrafo successivo: «Emily Dickinson fu […] al centro di quell’equivoco che spesso si crea intorno alla personalità di poeti donne e consistente principalmente nello sforzo di rintracciare nella loro poesia i supposti elementi di un’espressione tipicamente “femminile”, cioè la tematica dei “sentimenti”, l’“intuizione”, la proiezione romantica e fantastica di idee nevrotiche sulla realtà – la quale quindi verrebbe assunta in modo fondamentalmente sublimato – l’attenzione alle piccole cose ecc. E, una volta ravvisata, una tale attitudine diventa oggetto di discussione critica fine a se stessa, si va cioè alla ricerca di “disastri” emotivi ed esistenziali che costituirebbero l’origine di quella poesia, invece di analizzare come essi si siano distillati nel linguaggio o a quale intensità simbolica siano stati condotti.

Ma se nella donna spesso la scrittura è una scrittura per l’amore, dall’amore, d’amore, equivalente all’irreparabilità di un gesto di offerta di sé, occorre guardare ai modi con cui quell’offerta accede al linguaggio poetico, registro che quando è realizzato scioglie il testo da ogni dovere di giustificazione verso la storia rendendolo autonomo, e dalla trappola nevrotica originaria, invalidando con ogni critica troppo autobiografica, troppo notomizzante» (pp. 8 e 9).

Ai miei occhi questo splendido passaggio campaniano è, contemporaneamente, commento a Dickinson e commento alla propria poesia non senza che, da lettore di entrambe, intraveda echi da Cristina Campo: Nadia Campana possiede una visione chiarissima della propria scrittura, con sobria consapevolezza critica fa piazza pulita di tutti i pregiudizi e delle idiozie che circolano intorno alla cosiddetta “poesia femminile” (o “al femminile”, come recita un’espressione tanto diffusa quanto beota) e s’accosta ai testi dickinsoniani (cui lavora da anni con devota acribia) con gli strumenti affilatissimi della propria preparazione filologica e linguistica, della propria sensibilità.

Quello di Nadia Campana è un avvicinamento a Emily Dickinson tale da costituire parte integrante e significativa dell’opera campaniana stessa, un atto di studio e di fedeltà nei confronti di una poesia molto amata al punto che la soglia tra la propria scrittura e quella dickinsoniana diventa indistinguibile o sottilissima e che l’atteggiamento critico nei confronti della poetessa americana è il medesimo rivolto a sé stessa.

Il commento coincide col farsi della propria scrittura, osservazione (non narcisistica, ma critica e consapevole) del proprio scrivere, atto dell’allieva mentre s’accosta all’opera magistrale.