Le Voyage

Charles Baudelaire tradotto da Antonio Prete.

Prete Voyage

A Maxim du Camp

I

Per il ragazzo che ama scrutare carte e stampe
l’universo è a misura del suo sogno profondo.
Il mondo è sconfinato al lume delle lampade!
Agli occhi del ricordo com’è piccolo il mondo!

Un mattino, i pensieri in fiamme, noi partiamo:
ci pungono rancori, e desideri amari.
Ma andiamo: persi nel ritmo dell’onda, culliamo
questo nostro infinito sul finito dei mari.

Gli uni una patria infame fuggono, altri i natali
orribili, altri, astrologhi che hanno fatto naufragio
negli occhi di una donna, della Circe fatale
fuggon la tirannia e il profumo malvagio.

Per non esser mutati in bestie, ecco l’ebbrezza
di spazi e luci e cieli infocati di braci.
Il sole che li strugge, il gelo che li sferza
lentamente cancellano le ferite dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire:
cuori leggeri, come palloni in alto vanno,
il loro corso mai vorrebbero smarrire,
dicono sempre “andiamo!”, ed il perché non sanno.

I loro desideri hanno forma di nuvole.
Come il coscritto sogna il cannone, essi anelano
a voluttà immense, sconosciute e mutevoli,
dal nome che a nessuno davvero si disvela.

II

Imitiamo la trottola che danzando si svolge,
la palla che rimbalza, e persino dormendo,
lei, la Curiosità, ci tormenta e rivolge
come Angelo che in alto sferzi i soli tremendo.

È una sorte ben strana: la meta si disloca,
può essere dovunque, eppure mai si mostra.
L’Uomo, la cui speranza non diviene mai fioca,
chiede riposo e folle gira come una giostra.

È l’anima un naviglio che cerca la sua Icaria.
“Attenzione !” si sente gridare dalla soglia
del ponte, e dalla coffa un grido incendia l’aria:
“Gloria… piacere… amore…!”. Dannazione! uno scoglio!

Ogni isola avvistata da quello ch’è di scolta
pare un verde Eldorado promesso dal Destino,
la Fantasia che già nell’orgia era disciolta
scorge soltanto un banco al lume del mattino.

Povero innamorato di regioni chimeriche!
Ti metteranno ai ferri, ti getteranno in mare,
ubriaco marinaio, inventore d’Americhe,
il cui miraggio rende gli abissi più amari?

Così il vecchio barbone, se la melma calpesta,
sogna, col naso all’aria, paradisiaci cieli,
con lo sguardo stregato una Capua egli avvista
ovunque una candela un tugurio riveli.

III

Viaggiatori mirabili! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi, profondi come mari!
Mostrateci gli scrigni delle vostre memorie,
gioielli d’astri e d’etere, meravigliosi e rari.

Vogliamo navigare senza vapore e vela.
Per ridurre la noia d’una vita murata,
offrite ai nostri spiriti, tesi come una tela,
tutti i vostri ricordi da orizzonti cerchiati.

Dite: che avete visto?

IV

“Abbiamo visto astri,
e poi alti marosi, e deserti, ma sì,
nonostante gli choc, gli improvvisi disastri,
ci siamo anche annoiati, e spesso, come qui.

Sopra il viola del mare la gloria alta del sole,
la gloria delle mura quando il sole è cadente,
nell’anima accendevano un inquieto ardore
d’affondare in un cielo dal riflesso splendente.

Ricchissime città, paesaggi incantevoli,
non raggiungono mai il fascino segreto
dei paesi che il caso disegna con le nuvole.
E il desiderio sempre ci rendeva inquieti.

Il godimento dà al desiderio forza.
Desiderio, vecchio albero, il piacere è concime,
più sul tronco si fa dura e forte la scorza,
più sfiorano i tuoi rami il celeste confine.

Crescerai sempre, grande albero, più vivace
del cipresso? Comunque, con molta cura abbiamo
preso schizzi da dare al vostro album vorace,
fratelli che apprezzate ciò che vien da lontano.

Abbiamo visto idoli dal volto elefantesco,
troni ingemmati con intarsio luminoso,
palazzi lavorati con cesello fiabesco:
per il vostro banchiere un sogno rovinoso.

Costumi che a guardarli t’infondono un’ebbrezza,
donne che si dipingono sia le unghie che i denti,
esperti giocolieri che il serpente carezza”.

V

E poi, e poi ancora?

VI

“O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa capitale
dappertutto abbiam visto, senza averlo cercato,
lungo tutti i gradini della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato:

la donna, schiava vile, stupida ed orgogliosa,
senza ironia amarsi, senz’ombra di vergogna;
l’uomo, tiranno cupido, ghiotto, duro, vizioso,
schiavo della sua schiava, rivoletto di fogna;

e il singulto del martire, del boia l’allegrezza,
la festa che fa sapido il sangue e profumato,
l’amaro del potere che ogni despota spezza,
il popolo che gode se abbrutito e frustato;

più d’una religione che alla nostra è parente
dar la scalata al cielo; e poi la Santità,
come sopra le piume del letto un gaudente,
con i chiodi e i cilici cercar la voluttà;

l’Umanità, ubriaca del suo genio, boriosa,
anche ora come un tempo, folle levare un grido
a Dio rivolta, in una agonia furiosa:
‘Mio signore, mio simile, ecco, ti maledico!’;

e i meno sciocchi, fieri amanti di Demenza,
sottrarsi al grande gregge raccolto dal Destino,
rifugiarsi nell’oppio, dentro la sua potenza.
– Questo è del globo intero l’eterno bollettino”.

VII

Ma è un sapere amaro quel che si trae dai viaggi!
Il mondo è eguale e piccolo, così in tutte le ore,
oggi, ieri, domani, rinvia la nostra immagine:
nel deserto di noia un’oasi di orrore!

Partire? O restare? Resta, se puoi restare,
parti, se devi. Uno va, l’altro si rintana
per ingannare il Tempo, avversario fatale
e vigile. C’è chi mai posa, e s’allontana,

come l’Ebreo errante, o l’Apostolo, al quale
non basta certo il treno e neppure il vascello
per sfuggire all’infame reziario; c’è chi assale
invece il tempo senza uscire dal cancello.

Quando poi la sua zampa sentiremo vicina
al dorso, grideremo “avanti!” con speranza.
Come un tempo ci accadde di partir per la Cina,
con i capelli al vento, lo sguardo in lontananza,

ci imbarcheremo un giorno sul mare delle Tenebre,
avendo il cuor leggero d’un giovane viandante.
Sentite queste voci affascinanti e funebri
che cantano: “Di qui, voi, voi che siete amanti

del Loto profumato: qui si può vendemmiare
il frutto misterioso che il desiderio affina.
Venite, e la dolcezza gustate singolare
di questo pomeriggio che mai non declina”.

Rivela un noto spettro il familiare accento;
laggiù ciascuno ha un Pilade che l’invoca e l’adocchia:
“Alla tua Elettra vieni se vuoi un lenimento!”,
dice quella cui un tempo baciammo le ginocchia.

VIII

Su, Morte, capitano, è tempo di salpare!
Via l’ancora, m’annoia troppo questo paese.
Se neri come inchiostro sono il cielo ed il mare,
le nostre menti, sai, di luce sono accese.

Versaci il tuo veleno: esso ci riconforta!
Vogliamo, tanto forte ci brucia dentro un fuoco,
andar giù nell’abisso: Cielo o Inferno, che importa?
Fino in fondo all’Ignoto per incontrare il nuovo!