Fine di amore

Immagine di Giuliana Tammaro

Immagine di Giuliana Tammaro

Amore non è il dio delle origini. Non sta all’inizio delle cose, ma sempre e solo alla loro fine. È il dio della rovina, non il nume tutelare della nascita o della genesi. Ogni rovina non è che lo stato di tutto ciò che è immagine. Perché immagine – è già l’etimologia latina del termine a indicarlo – non è che ciò che resta di una vita alla sua morte, quanto gli resiste, ciò che testimonia di una vita che è stata attraversata dalla morte. E questo, già per una semplice evidenza: ciò che resta di una vita alla sua morte è innanzitutto la possibilità di essere immaginata. In quanto immagine dunque, ogni cosa vive già ora dopo la sua morte. La vita postuma (Nachleben) di ogni cosa, non è che la vita di tutte le cose in quanto immagini, meglio la vita che ogni cosa ed ogni ente vive in quanto immagine. Ogni volta che ci si trasforma in immagine si vive una vita simultaneamente posteriore a quella propria, si è come proiettati in un tempo che accade dopo la nostra fine e inizia assieme alla nostra rovina. Per questo tutte le immagini – persino quelle di ciò che non è stato – sembrano emanare una indicibile nostalgia. Ogni immagine non è che una rovina, e sembra testimoniare di un passato che l’ha vista esistere come corpo. Il passato, anzi, sembra essere null’altro che il profumo delle immagini, la particolare aura che le circonda. Immagine è sempre testimonianza di una vita che esiste ora allo stato di rovina, come passato assoluto.

Si ama qualcosa solo nella sua consistenza di immagine. Quando è incapace di farsi immagine infatti l’amato diviene invisibile – puro corpo, oggetto, qualcosa che oppone innanzitutto resistenza piuttosto che veicolo, termine e forma del desiderio. Solo nel grado in cui qualcosa è capace di divenire immagine – e di mantenersi in questo stato – essa è infatti capace di risvegliare il nostro amore. Perché il desiderio si nutre di immagini. E di ciò che non è immagine – di quanto non è possibile immaginare — non può darsi amore. Nel grado in cui trasforma il suo oggetto in immagine, ogni amore lavora incessantemente alla rovina ed alla fine dell’amato. Si amano sempre le rovine dell’amato, o si ama in qualcuno ciò che in lui è in rovina, già perso, e quindi impossibile da salvare. Per questo gli dei non possono che amare i mortali: se l’amato è sempre mortalis, è perché solo in quanto rovina qualcosa diviene amabile e desiderabile. Amore è sempre il genio della rovina e l’amore per qualcuno è sempre amore per la sua vita postuma.

Se l’amore «non finisce mai» è perché proietta l’amato in una temporalità del tutto differente da quella dell’attualità, lo esperisce costantemente sin da ora dopo la sua fine. Proprio perché si ama qualcosa in questo momento, cioè dopo la sua fine, a amore sembra negata ogni possibile fine. Amare significa sempre trascinare l’amato verso la sua morte, percepirlo per la prima volta nel suo corpo di resurrezione. Morti attraverso amore, ci risvegliamo infatti in un altro corpo. Ma cosa muore in noi ogni volta che siamo amati? Cosa muore in Beatrice?

ita rapti sunt, ut in se mortui extra se vivirent, non alia morte quam brasicae id est osculi deperisse

Cos’è che rovina, cos’è che si distrugge in noi ogni volta che diveniamo immagini? È la nostra rovina a risvegliarsi dopo la nostra morte. E a vivere non più come uomo, senza la nostra umanità. Nell’essere-amato smettiamo infatti il nostro volto più umano: lo lasciamo morire a poco a poco, sino a che non resti che il suo cadavere. La sua immagine appunto. A morire in noi è poi la specie. È per questo che è solo in quanto amati – in quanto immagini — che siamo fino in fondo individui. Solo in amore una vita si fa davvero singolare, e prende come congedo dalla sua natura comune. Lo spessore più autentico di un individuo, il suo garbo più singolare esiste infatti solo come immagine. Se come vuole la psicologia secentesca non viviamo che quando e nel grado in cui siamo amati (da Dio innanzitutto), è perché non siamo che immagine, e abbiamo bisogno di essere amati per divenire immagine.

Amore è la luce che trasforma la nostra carne, la nostra sostanza più viva nell’essere cangiante delle immagini. E solo in quanto immagine siamo capaci di essere questo uomo e non genericamente un uomo. Di più: chi riesce a portare sino in fondo il proprio divenire immagine, chi saprà risolversi interamente in immagine cesserà di essere uomo e si libererà nell’indicibile beatitudine di un questo che non si riferisce più a nulla. Non più uomini, ma individui privi di genere o specie, singolarità senza più un briciolo di umanità. L’amore popola il mondo di vite anumane. Di rovine ultraumane o subumane. Essere una pura ecceità, un puro esser-questo, un hoc-esse: è questo il paradiso che le nostre immagini assieme costruiscono ed incarnano. V’è al fondo di ognuno di noi un segreto desiderio di costituirci come immagini. È lo stesso desiderio che ci spinge a esibirci, o a guardarci allo specchio. Perché in questi istanti muore in noi tutto ciò che è umano, tutto ciò che ci restituisce a un genere, a una specie, a delle categorie. Ma ogni vivente desidera liberarsi degli universali che lo lasciano confondere con mille altre cose, per non lasciare di sé che la propria ecceitàOgni volta che ci guardiamo allo specchio, proviamo a sostare per un attimo inquesta postura. Ogni specchio non è che la soglia di questo paradiso.

Quia moritur quisquis amat

L’amore apre al vivente una vita postuma – postuma non solo a se stessa ma alla storia, all’umanità. La vita delle immagini. La medesima vita dei risorti. L’immagine è la sopravvivenza delle cose: la vita che esse vivono ora, ma nel grado in cui sono già sfuggite o sopravvissute alla propria fine, nel grado in cui sono la rovina di sé. La vita postuma, il nostro stesso essere immagini, è come «una vida de segundo grado» che emana da tutti i nostri gesti e che pervade tutto ciò su cui le nostre immagini si posano. Perché ogni corpo vive solo nel grado in cui è capace di disfarsi in immagini. Questa vita si definisce come una peculiare intensità temporale. Essa è il tempo in cui si vive di sole immagini – e in cui si vive come sole immagini – senza poter lasciare traccia e senza alcun ricordo. Perché si è integralmente ciò che si è stati e nulla può più o deve essere salvato. Questo shabbat assoluto della storia, il tempo di tutte le immagini, il tempo della rovina, vive negli interstizi delle nostre vite, nei frattempi, nei vuoti che si aprono tra un’azione e l’altra, nell’agio che separa il sogno e la veglia. Il tempo dell’amore è questo tempo carsico. È il tempo in cui tutte le cose rovinano. Non che le cose effettivamente si distruggano; rovina è per definizione ciò che sopravvive alla propria fine – e alla fine del proprio tempo.

In ogni rovina, ha scritto Simmel, qualcosa dell’umano arriva a costituirsi come natura. In questo senso essere amati significa smettere l’uomo che è in noi, risorgere dall’umanità che è in noi per scoprire che non abbiamo altra natura che quella di un’immagine. La vita si fa natura in noi solo nelle nostre immagini. L’esperienza dell’amore così come quella dellessere amati produce ogni volta questa strana ebbrezza: in essa ci si riscopre per un attimo consistere di una natura che non è descrivibile né in termini di anima né in termine di corpo. Essere-amati significa soprattutto consistere per un attimo come pura immagine, non come corpo o come psiche, mente o soggetto. E amare significa apprendere a cogliere in una vita non l’immagine di un corpo, ma dare corpo alla sua immagine, arrivare a vedere nell’amato il suo corpo immaginale.

Amore infatti non è solamente una passione che nasce nelle anime, ma un demone
(un monon en tais psuchais egginomrnon e’tnol’nenon ti pathos einai alla kai daimona)

L’immagine non è la somiglianza della cosa. Al contrario essa definisce il luogo in cui ogni cosa cessa di somigliare a qualcosa, persino a se stessa: persa ogni qualità essa diviene rovina della propria irriconoscibilità. Immagine è il senza-somiglianza di ogni cosa. Per questo essa costituisce il corpo mistico di ogni amore. E se essere amati significa sempre fare l’esperienza di una perdita della propria specie e del proprio genere, la gelosia non è che la paura che chi ci ama ami in noi ciò che accomuna il nostro volto a quelli da cui amore dovrebbe separarci. Possiamo essere amati da qualcuno solo nel grado in cui abbiamo definitivamente espulso da noi ogni somiglianza possibile con il resto dell’umanità. Per questo Amore non ha natura angelica. Angelo è infatti, secondo la teologia medievale, ogni individuo che raccoglie in sé tutta la materia possibile della specie. Si chiama invece demone, lindividuo che la respinge da sé, la espelle. Gli angeli mediano e scolorano il volto del singolo nell’universale, i demoni dividono e distinguono, impediscono di riconoscere in questo individuo la marca ed il carattere dell’umano.Eros è un demone, ed è solo grazie ai propri demoni che una vita entra in amore: si ama sempre l’individuo assoluto e mai il genere; e si amano in ogni uomo i suoi vezzi, i suoi capricci, le sue vite minori, tutto ciò che lo separa dal resto dei viventi. Per questo non si potrà mai amare un popolo, una razza, una comunità. Se si ama solo – demonicamente – il questo assoluto e l’ecceità priva di specie, Amore ci libera da ogni somiglianza. Fuori dall’influsso di Amore ogni vita tornerà a divenire generica, a riprendere i suoi caratteri di ovvia universalità, perderà la sua natura demonica e tornerà umana, angelicamente comune. Ogni angelo è la fine dell’amore, il luogo in cui la rovina amata torna a riassumere un volto, il momento in cui il suo corpo a riacquistare lo spessore della somiglianza opaca dei mille altri corpi. Ogni uomo è infinitamente e genericamente sostituibile, la rovina è senza somiglianze. Angelo è tutto ciò che, trattenendoci dalla rovina, ci impedisce di risorgere e di risolverci nelle nostre stesse immagini. Ogni amore è lotta con l’angelo, col nostro proprio angelo, custode e guardiano della nostra identità.

Se l’amore non ha fine è perché esso è la fine di tutte le cose. La sua fisiologia è la segreta apocalissi in cui il mondo della veglia abdica alle sue rovine ipnotiche.

Un giorno le nostre immagini risusciteranno. O piuttosto esse sono la nostra perpetua resurrezione. Il nostro corpo, in questi giorni, sarà solo il profumo che emaniamo, il nostro stesso riflesso negli altri corpi, le immagini che non cessano di sfuggire da noi, le esperienze in cui non smettiamo di duplicarci, di distrarci, di perderci in altro da noi. E in questo tempo – che traversa e intreccia perennemente il tempo storico e ne è quasi il suo verso – Amore avrà integralmente distrutto la nostra forma. Saremo fatti allora della stessa pasta di cui si materiano i sogni che ogni notte visitano l’umanità. Le nostre veglie non saranno che un sogno perpetuo, i nostri sogni un’unica incessante veglia. E forse i nostri sogni e le nostre veglie attuali non sono che l’immagine di quei giorni – la loro rovina. Quanto ci separa da essi, non è un tempo o un’epoca, ma la nostra stessa forma, il grado e l’intensità della resistenza che essa continua a opporre all’opera distruttrice di Amore. La storia non è che questa resistenza alla rovina delle cose, alla loro corruzione perpetua, il katechon che l’uomo prova a opporre all’inferno di Amore.

Il giorno del Giudizio, l’ultimo dei nostri giorni, è il tempo che ogni cosa vive nella propria immagine. In quegli istanti sono le nostre immagini a giudicarci. Nel tribunale del Sogno, Amore condannerà in noi tutto ciò che non ha saputo trasformarsi in immagine, tutto ciò che ha voluto mantenersi intatto, tutto ciò che non ha saputo rovinare.

L’immagine che illustra questo testo è di Giuliana Tammaro.
Questo testo è apparso in forma leggermente diversa nel n. 31 de “Il Caffè illustrato” del maggio 2006.

 

Un commento su “Fine di amore

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