Pensieri di confine

Randaccio PENSIERI

I “pensieri di confine” sono quei pensieri che stanno ai bordi di altri pensieri e che non riescono a entrare all’interno della superficie pensierosa, rimanendo così in una situazione ibrida e collocandosi là dove si possono solo intuire o al massimo intravedere, ma mai cogliere del tutto e fare propri come gli altri. A volte riescono a entrare in parte nella superficie pensierosa, altre riescono solo ad appoggiarsi ad altri pensieri che già ci sono ma che anch’essi fuoriescono un po’ da questi labili confini. Stanno lì, in attesa che si liberi un posto, in attesa che qualcuno o qualcosa li gratifichi con il titolo di pensieri veri, pensieri che si pensano e che si pensano per intero.

Già, perché che ci sia chiaro o no, esiste anche una gerarchia dei pensieri, un ordine non scritto, e perciò non perfettamente documentabile, che permette di classificarli per importanza e dimensione e che fa sì che uno sia un po’ più pensiero dell’altro.
Alla base della piramide ci sono i pensieri che non esistono e che, di conseguenza, non sono pensabili. Sono la maggior parte e in molti pensano che siano infiniti: non senza ragione, visto che sembrano veramente impossibili da contare. Basta pensare alle cose che uno non sa rispetto a quelle che sa: queste ultime, se uno si sforza, riuscirà anche a contarle, ma come si fa a contare qualcosa che non si sa? Per esempio, io non so niente di quello che accade in Nuova Guinea in questo momento: certo, già il solo fatto di preoccuparmi della Nuova Guinea provoca la nascita di questo pensiero, un pensiero impuro e già solo potenziale in partenza: ma pensiamo a tutta la gente di Milano, o anche solo di Cornaredo o di Bovisio Masciago o di Truccazzano: cosa ne sanno costoro di quello che accade in Nuova Guinea? Cosa gliene importa? Ci hanno mai pensato? Ci penseranno mai? Ecco il classico caso di pensiero che non esiste, il pensiero più leggero, quello che aspira a diventare qualcosa ma che rimane un niente, un flebile contorno senza contenuto. Piero Azzalini, commerciante di Cornaredo, non penseràmai alla Nuova Guinea ; così come non penserà mai a Nadia Fustagli , insegnante di Oristano; o all’unghia incarnita di Gregorio, il cartolaio di Precotto, un quartiere neanche tanto distante da casa sua. Queste sono cose che non gli verranno mai in mente e che se anche, per qualche strano caso della vita, gli si presentassero davanti non esisterebbero per un bambino di Calcutta o per un jazzista di New Orleans. Ci sono cose che uno non può pensare, semplicemente perché, in genere, le cose che si pensano anche solo per un po’ ci si presentano in qualche modo. Non è sempre così, ma nella quasi totalità dei casi sì: e siccome la casistica è quasi infinita, una quasi totalità è come se fosse una totalità intera.

Poi ci sono i pensieri che esistono, quelli che sono in cima alla classifica, che regolano la nostra attività cerebrale, i nostri rapporti con noi stessi, con gli altri, con gli sconosciuti, con gli animali, con gli oggetti. Un pensiero che esiste è qualcosa che uno conosce bene, a cui pensa spesso, con il quale deve fare i conti con una certa frequenza. Può anche essere qualcosa che fa star male, che porta all’uso di farmaci e, prima o poi, all’esaurimento nervoso: un pensiero malvagio, cattivo. Ma un pensiero che esiste e che staziona stabilmente all’interno della superficie pensierosa, in quello spazio deputato alla custodia e al sostentamento dei pensieri, in cui stanno tutti attaccati dandosi allo stesso modo le spalle e i baci in bocca, incrociando occhi e calcagni, respirandosi a vicenda. E ogni persona ha i suoi, di pensieri che esistono: Bruno Terraneo pensa sempre alle piante del suo balcone, Giovanni il vigile urbano pensa sempre al traffico e ai semafori, il sindacalista Gutierrez pensa allo sciopero generale. Questi signori non hanno solo questi pensieri, ma nella loro superficie pensierosa sicuramente essi occupano un posto di prim’ordine, venendo prima di altri per un coacervo sempre personale di situazioni diverse. Per i pensieri che esistono, ma anche per gli altri, in verità, non è prevista una regola generale o un prontuario utile al riconoscimento: ognuno ha i suoi, e, nella maggior parte dei casi, un pensiero che esiste per me è un pensiero che non esiste per gran parte della popolazione mondiale.

Così abbiamo preso coscienza del fatto che alcuni pensieri esistono e che altri non esistono. Ognuno ha dei pensieri propri che sono necessariamente diversi da quelli di qualcun altro, anche quando magari l’oggetto del pensiero è lo stesso. Io penso all’Inter in maniera molto diversa da quella di un milanista. Entrambi pensiamo la stessa cosa, ma lo facciamo con risvolti diversi, addirittura inconciliabili e opposti, che se si vedessero si prenderebbero a pugni. Però pensiamo alla stessa cosa: anzi, pensiamo lo stesso pensiero, un pensiero che esiste, che è pensabile e che, addirittura, per me interista, risulta essere un pensiero dominante, un pensiero che c’è e di cui non metto in dubbio l’esistenza, in nessun modo. È facile, così, intuire come un pensiero, sempre lo stesso, possa esistere o meno a seconda delle persone e a seconda delle situazioni: o meglio, come un pensiero possa assumere differenti contorni, dimensioni e sfumature dovute alla sua collocazione nello spazio, nel tempo e, soprattutto, nella testa delle persone. L’incredibile bellezza del cimitero di Crespi d’Adda per me è un pensiero che esiste, che è bello e che mi piace pensare; lo stesso cimitero di Crespi d’Adda per James Concerness di Liverpool è un pensiero che non esiste, perché James sa cos’è un cimitero, ma non sa nemmeno che cosa sia Crespi d’Adda e che razza di cimitero ci possa essere in un posto di cui non sospetta nemmeno l’esistenza. Di qui il differente peso e la diversa collocazione gerarchica del cimitero di Crespi d’Adda.

Ogni pensiero, perciò, è diverso da un altro e, anche in presenza di pensieri potenzialmente simili, non si può mai essere sicuri di avere pensieri esattamente uguali. Tutto dipende da qualcos’altro. Anche i pensieri di confine. Ogni persona ha i suoi pensieri di confine che sono diversi da quelli di un’altra persona e che, a loro volta, cambiano nel corso del tempo, dissolvendosi in pensieri che non esistono oppure diventando improvvisamente pensieri che esistono. E creando confusioni che possono portare anche al rincretinimento, se non ci si è preparati.

Prima del rincretinimento, però, è meglio parlare della superficie pensierosa, questo misterioso e impalpabile contenitore che regola l’afflusso, la presenza e la classificazione di tutti i pensieri esistenti. Bisogna immaginare la superficie pensierosa come un’ellisse, una forma ovoidale che ha peso e superficie ben precisi, e nella quale c’è posto solo per un numero determinato di pensieri. All’interno di questa superficie stazionano i pensieri che pensiamo; quelli che non pensiamo non ci sono, appena vengono anche solo intravisti vengono cacciati con maleparole, a volte anche con gesti osceni, di modo che non gli torni la voglia di presentarsi senza essere invitati. Non esiste una porta d’ingresso, ogni pensiero entra da dove vuole, in genere chiedendo permesso. Il problema è che, fin dalla nascita, la superficie è piena di pensieri, talmente colma che non c’è posto per l’arrivo di altri, a meno che qualcuno non se ne vada, per qualunque motivo. Cosicché a volte capita di assistere a delle lotte furibonde fra i pensieri che stanno dentro e quelli che sono fuori e che vogliono entrare, ritenendo di avere i requisiti necessari per stare nella superficie pensierosa e di avere tutto il diritto di trovarsi un’abitazione. Questi litigi avvengono con i pensieri più sfortunati, quelli che sostano ai bordi della superficie dando verso l’esterno e guardando in fuori, proprio dove si ammassano i pensieri che vogliono entrare ma non possono. I pensieri che sono nelle zone più interne se ne stanno lì tutti contenti, che tanto non vengono quasi mai disturbati; a volte non vengono nemmeno visti anche se magari sono grossi e ingombranti: anzi, proprio per queste loro dimensioni esorbitanti, hanno un trattamento preferenziale atto a proteggerli e a coccolarli in maniera particolare. All’interno della superficie, in genere, c’è un gran movimento, un’agitazione che spesso provoca quello che, volgarmente, viene definito “mal di testa”: che non è, in realtà, altro che un movimento intenso e disordinato di pensieri, che provoca sommosse e lotte interne che rimbombano per tutta la scatola cranica, originando quel fastidioso dolore altrimenti detto emicrania. Questo, a grandi linee, il funzionamento della superficie pensierosa: ci sono dei pensieri che vogliono entrare e altri che non vogliono uscire. Molto in sintesi.

E si capisce come la scoperta di questa agitazione, di questa intensa dinamica che regola la vita dei pensieri abbia portato a interrogarsi sulla natura dei pensieri, e a intuire che al di là dei pensieri che esistono e di quelli che non esistono ce ne devono essere per forza degli altri. Precisamente quei pensieri che stazionano fuori dalla superficie pensierosa, aspettando di entrare dal primo pertugio che trovano. I pensieri di confine sono quei pensieri che scalpitano più di altri. Sono quelli che già sono a contatto con i pensieri più esterni della superficie pensierosa, le cui estremità non sono protette da muri o fili spinati di nessun genere. Sono pensieri che, in sintesi, sono al confine con altri pensieri. Bisogna immaginare i pensieri più o meno come delle bolle, che si schiacciano ma non scoppiano, che cambiano forma e si modellano in continuazione; che quando stanno vicine tendono a unirsi e a mettere in comune una buona parte della loro superficie, sfregandosi e appoggiandosi l’una all’altra, unendo un confine a un altro confine. I pensieri sono così, all’interno come all’esterno della superficie pensierosa. E i pensieri di confine stanno ai bordi, in posizione perifericamente defilata, pronti a entrare alla prima occasione, a uscire dallo sfregamento con gli altri pensieri all’interno della superficie per entrare essi stessi nella superficie. L’unico modo che hanno per farlo, però, è che si liberi un po’ di posto. Già, perché la superficie pensierosa ha dimensioni ben precise e se è piena è piena, non è possibile per nessuno avere deroghe: c’è bisogno che qualcuno se ne vada, o, al massimo, che si rimpicciolisca, liberando un po’ di spazio. Carlo Tursoli aveva un pensiero che lo tormentava, quello dell’affitto. Viveva solo e aveva un lavoro precario, per cui lavorava per qualche mese e poi smetteva, per poi ricominciare e rismettere di nuovo, in un’alternanza che lo sfibrava non poco e che non gli permetteva di pagare regolarmente l’affitto. Quello dell’affitto, dunque, era il pensiero più grande all’interno della sua superficie pensierosa: occupava molto spazio e non lasciava che altri riuscissero a entrare. Poi è successo che la mamma di Carlo è deceduta improvvisamente a seguito di una polmonite fulminante: Carlo ha così ereditato la sua casa e un po’ di soldi in contanti, oltre al dolore e allo sfinimento per l’eccessiva tristezza. In un momento il pensiero dell’affitto è svanito, dissolvendosi nel nulla della sua scatola cranica, lasciando spazio a una moltitudine di pensieri di confine che erano pronti da mesi a entrare, sgomitando e facendo la voce grossa. Così è entrato nella superficie pensierosa il pensiero di un televisore nuovo; poi quello di una zia che non vedeva da anni e che si è ripresentata il giorno del funerale; poi quello di Maria , un’amica di Carlo a cui lui precedentemente non pensava perché troppo tormentato dal pensiero dell’affitto; e poi ancora un numero imprecisato di pensieri di minore entità, tutti pronti a infilarsi nel primo pertugio che hanno trovato. Alcuni, addirittura, sono nati all’improvviso, materializzandosi vicino ai pensieri di confine e approfittando del sommovimento creato dalla morte della signora Tursoli: non hanno ancora un nome perché, in genere, i pensieri di confine sono contraddistinti da un’età minima, da un’attesa di almeno qualche giorno ai bordi della superficie pensierosa, da un rapporto anche minimo con la testa del pensante; questi, invece, nascono improvvisamente, entrando fin da subito nella superficie pensierosa: hanno una natura diversa. Per esempio il pensiero del cimitero e dei fiori da portare sulla tomba della madre è arrivato solo con il trapasso della stessa e perciò non può essere considerato come un vero e proprio pensiero di confine. Al massimo può essere un pensiero improvviso, o un pensiero subitaneo.

A creare le condizioni affinché un pensiero di confine trovi lo spazio necessario a inserirsi nella superficie pensierosa, in genere, è un evento improvviso, inaspettato e catastrofico: si va dalla morte di un parente o di un amico alla perdita di un lavoro; da una forte delusione amorosa a qualche malattia sconosciuta e incurabile. Ma sono previste anche delle occasioni più allegre, fonti di maggiore allegria e spensieratezza: una promozione inaspettata, una forte vincita al gioco, magari un viaggio in un posto in cui si voleva andare da tempo. A seconda della causa scatenante dell’ingresso cambiano anche le modalità dello stesso: nei primi casi c’è un ingresso detto per “sottrazione”, perché si assiste a una sostituzione, a un cambio forzato per la scomparsa di qualche pensiero fino ad allora preponderante. Nei casi successivi, invece, quelli lieti e felici, assistiamo a delle “addizioni”, perché i pensieri che riescono a entrare nella superficie pensierosa si aggiungono ad altri che solo successivamente potranno magari uscire, a causa dell’ingresso di pensieri che hanno stravolto l’equilibrio e la densità stessa della superficie. Anche le conseguenze saranno diverse, perché le modalità dell’ingresso influenzano poi tutte le disposizioni e i movimenti successivi, dando un’impronta fondamentale alla vita stessa della superficie.
Ma non sono solo gli eventi improvvisi a provocare l’ingresso dei pensieri di confine nella superficie pensierosa: a volte capita che i pensieri si dissolvano lentamente, perdendo i loro connotati in un percorso lungo e accidentato che si porta a compimento con la scomparsa e l’allontanamento dalla superficie pensierosa. Un litigio o una discussione sono quasi sempre provocati da frizioni e incomprensioni che si alimentano con il tempo, e che esplodono solo quando le condizioni di convivenza sono giunte al livello minimo di sopportazione. Lo scoppio, l’urto che ne può derivare può essere sì improvviso e potente ma affonda le sue radici nel tempo e non si concretizza dal nulla. E poi a volte l’esplosione non c’è nemmeno: un pensiero si consuma lentamente e muore nell’anonimato, nel silenzio più assoluto. Ci si accorge che è mancato solo tempo dopo, magari a causa di circostanze casuali e imprevedibili, non ricollegabili a niente che sia razionale e matematico. Sono le cose più tristi, queste morti di pensieri sfilacciati e instabili, dimenticati da tutto e da tutti.

Importante è accennare alla condizione di perenne insicurezza nella quale un pensiero di confine è costretto a vivere, destinata a minare dal profondo la sua stessa esistenza. La possibilità, anche solo intravista, di riuscire a entrare nella superficie pensierosa è uno stimolo fondamentale e imprescindibile, che dona vitalità e freschezza al pensiero di confine che, altrimenti, può abbandonarsi a una fine tristissima, lontano dalla superficie pensierosa e da ogni qualsivoglia considerazione da parte della mente umana, anche la più stupida e incarognita. Infatti lo scopo di ogni pensiero di confine è, inevitabilmente, quello di entrare nella superficie pensierosa: solo lì un pensiero acquisisce forza e carisma; solo lì il suo peso specifico aumenta e si solidifica, vivendo in una beata pienezza e con una enorme consapevolezza della propria importanza. Mano a mano che un pensiero di confine rimane tale esso si affievolisce, perde consistenza, si sfilaccia e si disperde, al di fuori di ogni possibile e immaginabile recupero. Diventa in breve un pensiero che non esiste, un nulla senza bordi e confini, confuso nell’aria e nella nebbia vaporosa dell’atmosfera esterna alla scatola cranica.

La cosa più incredibile è che i pensieri di confine sono, nella maggior parte dei casi, completamente invisibili. Cioè, fino a quando rimangono tali uno non si accorge della loro esistenza, è come se non ci fossero: l’ipotetico occhio del nostro cervello non riesce a localizzarli, a prendere coscienza del fatto che, appena oltre i bordi della superficie pensierosa ci possa essere tutta questa cagnara così silenziosa. Al massimo arriva a un’intuizione, a una percezione istintiva e non comprovata di qualcosa che gira senza grande logica al suo interno: ma è solo un flebile avvertire, un filo di materia che ci appare per poi ripiombare nel buio dei pensieri che non appartengono alla superficie pensierosa. Solo successivamente, quando c’è un sommovimento che riusciamo a distinguere e catalogare, che porta all’entrata nella superficie di alcuni pensieri, ci si accorge che qualcosa è cambiato e che qualcosa che prima non c’era adesso c’è. E che questo qualcosa da qualche parte deve pur essere arrivato. E anche se di preciso non c’è niente, nessuno oggi sembra più avere dubbi sull’esistenza dei pensieri di confine. E nemmeno dell’esistenza dei confini.

L’attività cerebrale umana, dunque, è contraddistinta da questo continuo movimento di pensieri che, alterando spesso il loro stato, contribuiscono a far sì che il cervello funzioni; che quelle che in gergo vengono chiamate “rotelle”, girino sempre e girino bene, senza che qualcuna vada per i fatti suoi o esca dal complicato meccanismo di ingranaggi che regola tutto l’ambaradan. O meglio: a volte accade che qualcuno prenda e se ne vada, oppure che scompaia senza lasciare traccia di sé: ma queste sparizioni fanno parte di quella complicata macchina che è la mente umana e con il loro andare e venire un po’ sconclusionato contribuiscono a creare nuovi ordini più che a scombussolare la tranquillità cerebrale. E tutto sembra avere un proprio senso, come se un’etica del sommovimento governasse tutti questi spostamenti: così la tristezza che spesso accompagna il dissolvimento dei pensieri che finiscono per non esistere ben si bilancia all’entusiasmo che provoca l’inserimento di un pensiero nella superficie pensierosa.

I pensieri di confine sono solo una parte di questa instabile macchina, ma rappresentano un passaggio fondamentale nell’evoluzione di ogni pensiero, un passaggio temporaneo in cui si decide molto del destino di ogni singolo pensiero e, perché no, anche dell’intera entità cerebrale. Questo scritto vuole stimolare un dibattito, smuovere l’ opinione pubblica, in modo che dai pensieri di confine si parta per arrivare alla conoscenza di tutti i pensieri, magari anche a quelli che non esistono: non si sa mai, magari si scopre che in qualche modo pure loro esistono, e nessuno ancora ne sa niente.