In cuniculum

di in: De libris
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Presentiamo di seguito alcuni estratti da uno dei libri più sorprendenti degli ultimi anni, In cuniculum,di Lapin [Edizioni La Carmelina, 2009], del quale torneremo a parlare presto. Si tratta dei frammenti iniziali, di alcuni testi narrativi e poetici e dei frammenti conclusivi.

 

Frammento primo

Prima di addormentarmi, attraverso la penombra delle palpebre mi sembra di distinguere il tremolio di minuti aghi di paglia contro un’estesa pozzanghera fangosa. Poi alcune bocche di pesce (i corpi dei pesci restano invisibili, si vedono solo le bocche quando escono dal fango) iniziano a inghiottire i fili, passa una canoa, si snodano dei serpenti, appare all’improvviso una vegetazione tropicale, il cielo come un deserto ribaltato, le palpebre scompaiono e il sogno comincia.

Frammento secondo

Come se qualunque cosa su cui poso lo sguardo non fosse che una superficie di fango pronta per essere sbocconcellata dai pesci gatto.

Frammento terzo

Come uno che non riesce né a nuotare né ad affogare, come i torturati nelle vasche dell’Inquisizione, mentre l’interrogante si sforza di strappargli la confessione di amare altri dèi.

Il vero fuoco che l’eretico deve attraversare è il proprio fuoco.

Frammento nono

Una delle cose più spaventose è lo sguardo di un uomo addormentato che apre gli occhi. Il risveglio è terrificante.

Dall’Introduzione a “Frammenti di bestiario”

“La passione che i bambini mostrano di avere per gli animali è la stessa che animò Adamo nel giardino terrestre. Non fu Eva il suo primo amore, ma le fiere; per loro imparò a parlare; solo in seguito, poco prima della cacciata, egli chiese per sé una compagna, e la chiese perché anche lui voleva essere animale tra gli animali. Non fu la parola a dannare l’uomo, infatti egli nell’Eden parlava; fu la conoscenza del bene e del male a rovinarlo. Perciò, la ricerca del Paradiso non potrà che coincidere con la ricerca di una parola ignara di quelle due potenze maledette, ma tutta dedicata alla vita e alle creature di Dio.” Così un giorno Lapin, conversando.

Squalo, scoiattoli

L’ex bibliotecario è stato assunto da un uomo molto ricco,un maniaco dell’ordine che ha da poco acquistato una tenuta in collina. L’ex bibliotecario deve ricopiare per l’uomo molto ricco alcune vecchie pratiche riguardanti la sparizione di due botti di vino pregiato appartenute ai vecchi proprietari della tenuta. Il lavoro procede molto lentamente, e l ’uomo molto ricco è sempre più scontento. L’ex bibliotecario non se ne preoccupa. La noia e l’indifferenza per quello che sta scrivendo lo lasciano libero di fantasticare e, di fantasticheria in fantasticheria, l’ex bibliotecario fa una scoperta sorprendente. Un giorno, ricopiando la frase, “…e da allora abbiamo deciso di attendere, anche se riconosciamo…”, si accorge che il rumore che fa la penna, strisciando sulla carta, gli scatti ritmici per saltare da una parola all’altra e per mettere i puntini sulle i, ricordano una specie di respiro. Concentrandosi,dopo un po’ l’ex bibliotecario riesce a riconoscere, all’interno del rumore della penna contro la carta, non più solamente un respiro, ma delle parole. Quelle parole non parlano di botti di vino. Parlano di uno squalo che dorme.

L’ex bibliotecario, anche se il milionario non lo paga per questo e certamente si arrabbierà ancora di più, scrive la frase sullo squalo che dorme e, mentre scrive, ascolta con attenzione il rumore della penna che striscia sulla carta, e in quel rumore riconosce una nuova frase, e di nuovo la trascrive. Questa volta il rumore della penna ha parlato di un uomo che passa davanti allo specchio. L’ex bibliotecario scrive di nuovo, e di nuovo la trascrizione produce nuove parole: l’uomo che è passato davanti allo specchio, in effetti, è un orologiaio, e passando davanti allo specchio ha notato una specie di movimento furtivo sulla sua guancia sinistra. Con un certo allarme, l’orologiaio ha visto una minuscola ombra nera arrampicarglisi lungo il collo e sparire nella spirale dell’orecchio sinistro. In realtà, il movimento è stato talmente rapido che l’orologiaio non l’avrebbe notato, non fosse che l’ombra si è soffermata per un poco sul bordo dell’orecchio, lasciando pendere una coda; l’orologiaio, totalmente sbalordito, l’ha riconosciuta come la coda di uno scoiattolo,e in questo modo scopre di essere infestato da una popolazione di minuscoli scoiattoli che hanno scavato una serie di gallerie dentro il suo corpo, riempiendolo di noci e altre provviste per l ’inverno, e così ora l’interno dell’orologiaio è molto simile all’interno di un tronco d’abete; gli scoiattoli hanno intagliato con cura una grande caverna-deposito dentro il cranio, e di solito si riuniscono lì, scaldandosi a vicenda; saranno almeno un centinaio; l’orologiaio sente la loro soffice massa pelosa che preme delicatamente dall’interno della sua testa; l’orologiaio in fondo non è troppo dispiaciuto: quel cuscino di scoiattoli che ha dentro la testa gli fa fare sonni tranquilli e ristoratori. Piano piano gli scoiattoli hanno preso il posto del cervello, che giace dimenticato in un angolo, tra la polvere. In realtà, all’insaputa dell’orologiaio stesso, che ormai si è addirittura affezionato agli scoiattoli (talvolta si infila delle nocciole nelle orecchie), il cervello dell’orologiaio sta preparando una rivolta: contraendo i propri lobi grigi è riuscito a emettere alcune creature, che ancora non si riescono a distinguere, dato che sono avvolte in un bozzolo bianco. A volte, in mezzo ai filamenti del bozzolo, quello che sembra un minuscolo braccio si fa strada e indica qualcosa, forse un raggio di luce che passa per le orecchie o per le orbite dell’orologiaio; sembra indugiare, disegnare qualcosa nell’aria, poi ricade scoraggiato, ma ecco, subito da altri bozzoli escono nuove braccia, si alzano, indicano, delineano, ricadono. Alcuni bozzoli usano il braccio lillipuziano per scavarsi una piccola buca dove riposare, altri si avvicinano, si scambiano strette di mano, condolendosi. Gli scoiattoli, alla fine, hanno notato i bozzoli, e si aggirano sopra quella massa setosa, indecisi; talvolta addentano una delle creature, ma finiscono col ritrovarsi la bocca impiastricciata di tessuto. Alcuni degli scoiattoli più ingordi giacciono a terra, soffocati dai fili. Dai bozzoli incastrati tra i loro denti si sentono uscire grida soffocate, imprecazioni, lamenti.

Dopo aver ricopiato le imprecazioni dei bozzoli, l’ex biblioteca rio smette di ascoltare il rumore della penna e si addormenta. Sogna di essere uno dei bozzoli. Non vede nulla, respira a fatica in mezzo a tutta quella seta, e i movimenti sono impediti dall’intrico di fili; allunga un braccio, quando sente i denti di uno scoiattolo che gli tagliano i fianchi.

L’ex bibliotecario si risveglia; il telefono sta trillando. L’ex bibliotecario allunga un braccio attraverso le coperte e raccoglie la cornetta. È il milionario, vuole sapere quando il lavoro sarà pronto. L’ex bibliotecario balbetta frasi sconnesse, cerca di temporeggiare. Il milionario alza la voce. L ’ex bibliotecario si guarda le mani che stringono la cornetta del telefono: sono zampe di scoiattolo. La cornetta gli cade. L’ex bibliotecario scende di corsa le scale, esce di casa passando per la serratura del portone, attraversa la città, arriva fino alla campagna, si arrampica fino alla finestra della tenuta dove vede il milionario, ancora al telefono, furibondo. L’ex bibliotecario si arrampica fin dentro l’orecchio del milionario, attraversa il timpano come se fosse uno specchio d’acqua rossa, corre lungo un corridoio liscio e male illuminato, finché inciampa contro il corpo di qualcuno che dorme.

Lo squalo apre gli occhi.

Postilla sui bozzoli

A volte, mi chino e allungo una mano verso il pavimento, e sempre c’è qualche bozzolo che allunga il suo braccio lillipuziano e si attacca al mio dito indice. Amano molto restare appesi così, lasciarsi dondolare… a volte sono talmente felici che li si sente cantare con voci infantili attraverso i filamenti. Quando si appendono bado sempre a tenere una mano sotto di loro, pronto a prenderli al volo, perché quasi sempre, non so se per stanchezza o troppa felicità, nel mezzo del canto mollano la presa lasciandosi cadere. In ogni caso, anche se non ci fosse la mano sotto di loro, credo che il bozzolo li riparerebbe a sufficienza. Quando cadono, restano per un po’ tramortiti sul mio palmo. Sento il loro respiro e il loro tenue calore attraverso il bozzolo. Non appena uno scoiattolo o un ratto fanno per avvicinarsi, però, si riprendono immediatamente e cercano di nascondersi infilandosi sotto i polsini del mio maglione. Una volta, ne ho pestato uno per sbaglio. Il bozzolo si è subito inzuppato di sangue. L’ho gettato via così, senza osare aprirlo.

Anti-Esopo

Il topo dell’esperimento chimico. Gli rimuovono un pezzetto di cervello e lo liberano in un labirinto. È la versione moderna della favola esopica, sicché ora le bestie parlano e insegnano davvero, e parallelamente esistono luoghi in cui all’uomo viene tolta la parola per farlo tornare ad essere cane, scimmia, leone, insetto.

Il progresso della medicina avviene sempre grazie a un minimo di due persone: chi patisce e chi osserva. Spesso chi osserva è anche chi ha inflitto i patimenti. Il lavoro con i topi e le altre cavie non è che una preparazione: come un Esopo infernale, il buon medico cerca nel topo solo ciò che è umano, ne sorveglia la guarigione e lo stermino in una prospettiva umana. Nell’immaginazione di un buon scienziato medico, il topo sotto i ferri è un paziente umano. Non fare al prossimo tuo…La medicina è progredita grazie alla sistematica violazione del più puro tra i comandamenti.

In margine a Pirandello

La novella di Pirandello in cui un notaio rispettabilissimo si chiude nel proprio studio per far fare la carriola al proprio barboncino è la mitologia dell’uomo di oggi. La sfiducia in chi comanda è arrivata a tal punto, ovvero è scesa in zone dell’animo tanto lontane dalla volontà, che sentiamo di poter credere realmente solo alle parole scritte in segreto e tenute celate a tutti. Per un diario privato di Buddha, sarei disposto a mandare in cenere la sua intera impraticabile dottrina. Eppure, proprio come per quel notaio, il segreto in fondo non è che un luogo in cui si ha la libertà di essere stupidi. Tutto ciò che è contenuto nei documenti top secret non è ciò che è troppo complesso perché i più lo sappiano, ma ciò che è troppo stupido per farlo sapere a chicchessia. Per una serata insieme a Buddha ubriachi fradici, non so nemmeno dire cosa sarei disposto a dare.

Quarta Consolazione

(seventh nonsense)

Ti vesti di gioia

Ma le cose del cielo

Quaggiù gioia non han,

Terra non han.

Non si è mai troppo confidenti

Con il buon Dio.

Io farò cadere

Una pioggia di rose.

Dialogo sulle ginocchia

Quando ero bambino, Pulcinella mi veniva a trovare. Mi prendeva in braccio, e io volevo piangere, perché aveva la maschera tutta nera e rugosa, e puzzava di burro sciolto e di vino; ma avevo paura, e me ne stavo buono buono. Pulcinella aveva un mezzo sorriso, e era strano vedere il suo sorriso così da vicino, e sentire il suo fiato quando mi parlava; mi faceva sempre lo stesso gioco:

PULCINELLA: “Allora, sei stato a scuola?”.

IO: “Sì”.

PULCINELLA: “E hai fatto tutto?”.

IO: “Sì”.

PULCINELLA: “Hai fatto errori?”.

IO: “No”.

PULCINELLA: “E allora lo vedi che non hai fatto tutto?”.

Frammenti da “Cuniculum in cuniculum”

212.

L’uscita dall’inferno passa per un altro inferno. Aggrappato alla penna come a un ramoscello che si sporge sopra un abisso, aggrappato con tutte le forze, addirittura accartocciato attorno al rametto come un orribile insetto da collezione. Ogni mio movimento adesso è per iscritto, come per i faraoni, come se ciascuno dei miei muscoli e delle mie ossa fosse un formidabile insetto tropicale che insegue il proprio segreto disegno con movimenti fragilissimi e velenosi. Sarebbe persino piacevole, non fosse per i pappagalli che mi si avventano contro, affondando gli artigli colorati nella mia schiena e girandomi intorno come farfalle notturne intorno a una candela.

216. L’uomo conosce ogni via e ogni sentiero per giungere da un paese all’altro e fino in capo al mondo sulle vette dei monti più alti, ma gli animali che abitano la terra hanno loro vie che l’uomo non conosce, e nessuno può sapere dove si dirigerà un’edera, poiché essa serpeggia in tutte le direzioni.

272.Certe volte il paziente immagina la propria morte improvvisa, e arrossisce al pensiero che i suoi taccuini, che se avesse vissuto di più avrebbero dovuto rappresentare non più che il laboratorio, la fucina dei futuri capolavori, questi soli aborti, a causa della sua sciagurata morte prematura, verrebbero accolti come il suo unico e definitivo risultato nel campo delle belle lettere, mentre per lui non rappresentano che uno slancio verso qualcosa di diverso e complesso.

Grottesco

Cara mamma,

stamane mi è caduta la testa nel minestrone.

La prima cosa che ho pensato è stata: “Qualche cretino deve aver buttato delle fette di carota in piscina”: certo dovevo essere ancora sotto shock per l’incidente, per non rendermi cotno di essrere in un petnolone invece che in una vasca; a ciò si aggungia il fatto che non è afftato falice ebituarsi ad avere le dimesnioni di una testa. Mi sentvio compleatmente avvolto dll’acuqa.

Ho crecato di attirare l’attenzione del mio corpo: impssoibile: ero a afccia in giù (ma tatno non mi poteva vedere), e non potveo muovrmi; ptoevo solo aprire e chiudere la bocca, come un pesce. Cmonuque il minstreone è venuto ottmio, anhe se la cpiolla mi fa lacrimare.

Fortuatanemte, non ho ancroa emsso il sale.

(Nel pentolone, senza l’impaccio del mio corpo (lo vedo attraverso l’acqua del minestrone, in piedi accanto ai fornelli, che muove le braccia come se stesse nuotando; crede di essere in acqua insieme a me, poveretto), rotolo come un pescepalla, sono felice. Vedo sirene, cattedrali marine, gallerie e cunicoli (ma sono troppo stretti perché la mia testa possa rotolarci dentro), marchingegni disancorati che vanno alla deriva, una squadra di ingegneri lillipuziani che si fa strada tra le patate e i chicchi di riso, cercando di prendere le misure del pentolone, capanne orientali col tetto sfasciato (dai buchi piove minestrone freddo; gli abitanti delle capanne vengono da me a lamentarsi; io cerco di balbettare delle scuse, ma vengono fuori solo smorfie afone), pianeti, panorami, battaglie. Le sirene, chi l’avrebbe creduto, sono molto piccole e viscide, come lumachine o sanguisughe; mi scendono sulle palpebre e mi stampano baci contro le pupille, e mi entrano nel naso (tanto senza polmoni non mi serve respirare); il loro argomento di conversazione favorito è la teologia, o meglio, dato che sono incredibilmente bigotte, il catechismo. Apro e chiudo la bocca e dico “Mamma”, rotolo come un pescepalla; forse è tipico dei pescepalla chiamare la mamma e vedere le cose che vedo. Dev’essere così, perché l’ultima persona a cui chiedere aiuto in situazioni come questa è proprio mia madre.)

Alla fine, mi sono adagitao sul fodno della pentola; era come quando ero bambnio, e così per gioco ho provato a chiamare “Mamma”; niente suoni, ma ho sputao fuori dlle bolle d’aria (ho forse le sptuavano le sriene che ho in bocca? ho forse ho stputao sriene?). E allora ho penstao di svrcierti una elttera: con un poca concetranzione ho etrato in conttato con il corpo, elo fattto sepgnere il gaz e e e e lo madnato aaaaaaaaaaaaaaaaaa e ti svcriverti pre chdiere agiuto, ma è dfficle e nno so se vreamente kjevoiunb owohwowefroviun èoimwe rop òl,sdvlmk pojbplkm qpjn wponwefokj piwnew p pkjwefvkjn pokwergpoi pkmfewvlpkmdwvkojnweorkgjn powefplkm pokmwpknwbpij òladkfg poi ao aerg bèpo rth poas d.-n.,m srethoie r,lmzxc. iquhfoqoq o lergi oliweurf oiubefgbo oiubwo oweroiuybweoiub oi weviu 24h24gh oiu 4g9h249h h4g0923409y23409823t87 h90g82’9g8u9’4g8u98 98 ’g ’45g2’4g 4g eopih weghwe ghwepihg wepi gphg 2p3iv2g oir2g2hg 94 i24ug 24uhg 045gh 9hg 9428 4g 948g 94g pobndfklwdj vlkwbdc jkercegcviurgehncvioruehglkwjehgfrugho4y g9485y98457t0945876940586749035 67348 9 8 67 95867 4905867 3940 ’96 ’ 45’96 456 29 6mmaamm98 3298 y 349586 72 54267 59 823756 8273 2 026 29067 205 40568 0567 06 20 35202376 26 6 i 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3 1 2 3

Nella pancia

Quando avevo poco più di tre anni, chiesi a mia madre: “Mamma, ma io dove ero prima di nascere?” e lei mi rispose: “Eri dentro la mia pancia”.

Ricordo che rimasi terribilmente affascinato da questa risposta, e subito implorai mia madre perché mi lasciasse tornare dentro la sua pancia. “Non si può”, mi rispose lei, poi mi mostrò delle vecchie fotografie, dove la si poteva vedere con il pancione. “Ero qui dentro?”, chiesi, incredulo. “Sì”, mi rispose lei, e io tornai ad insistere, perché mi sembrava che la mamma in realtà avrebbe potuto tenermi di nuovo nella pancia, solo che non voleva; ma la mamma disse di nuovo che non si poteva, e però sempre in un modo che a me sembrava strano, come se in realtà si potesse, solo che era lei a non volerlo.

Più tardi, a cena, tornai a chiedere a mia madre di ritornare nella pancia, pensando che forse davanti al papà si sarebbe vergognata a dire di no. E invece mio padre si mise a ridere, e mi disse, “Vieni, vieni, ti prendo io nella mia pancia, per la mamma ormai sei troppo grosso!” Mi prese in braccio e poi mi infilò tra il maglione e la camicia.

Ricordo che, nascosto là dentro, ero felicissimo. Mi feci piccolo piccolo, per sparire dentro la pancia del papà, dove era così caldo e così comodo, e si sentiva dappertutto il buon odore del papà, e dappertutto era come essere a letto sotto le coperte, solo che sentivo anche il respiro del papà, e la pancia che si sollevava e abbassava.

Ricordo che più di tutto mi piaceva l’idea che là dentro nessuno mi avrebbe mai trovato,e sarei stato sicuro e invisibile, come se non fossi mai esistito.

Ricordo che stavo così bene che avrei voluto rimanere là dentro per sempre.

Le ultime righe di In cuniculum

A volte, le ossa della mia testa cambiano leggermente di posto, come le assi di una barca. Anche i denti, la stessa cosa; non fa male, però per esempio sono lì che sto per addormentarmi, e CRIC CRIC, un molare si sposta, o CRAC CRAC, la nuca si sistema, e io mi risveglio.

 

Le foto che illustrano il volume sono del fotografo Marco Belli, i disegni di Hannes Pasqualini. La maschera di Lapin è opera della regista Viviana Piccolo, e Lapin partecipa a un suo progetto teatrale.
Testo tratto da: Lapin, In cuniculum, Edizioni La Carmelina, Ferrara 2009