L’illusione e l’evidenza. Note sulla narrazione

di in: La Z di Zibaldoni (0)
Francesco Lauretta, Come un vaso rotto, olio e pigmenti su tela, cm. 245x180, 2010

Francesco Lauretta, Come un vaso rotto, olio e pigmenti su tela, cm. 245x180, 2010

Una premessa. Nel corso dell’ultimo decennio le riviste letterarie on line hanno superato le riviste tradizionali e contribuito ad aggravarne la crisi; è probabile – e per molti versi auspicabile – che entro pochi anni si possa assistere alla migrazione in rete anche di buona parte di quelle accademiche. Non si tratta, di per sé, di un processo negativo. La difficoltà di individuare un luogo di rappresentazione del dialogo, un luogo in cui sentirsi a casa, da materiale che era – visto che un tempo non si sapeva a che santo votarsi – si è rovesciata nel disorientamento causato dall’eccesso di offerta. Si è passati dalla necessità di decifrare un panorama desolato a quella di trovare la propria strada in mezzo a un affollarsi di espressioni di varia natura e articolazione, tutte istantaneamente reperibili. Negli ultimi anni alcune delle maggiori riviste on line si sono affermate con un profilo riconoscibile, mentre si è attenuata la tendenza al commento, che aveva fatto la fortuna dei blog.

Per quanto sia in corso un passaggio epocale – almeno dal punto di vista del supporto fisico della scrittura – mi sembra che le dinamiche interne alle riviste on line siano rimaste relativamente analoghe a quelle dei periodici tradizionali, tranne forse che per due elementi. Il primo, favorito dal mezzo elettronico, è appunto la propensione al commento, che in passato nei blog si è manifestato in innumerevoli catene di discussioni. Potremmo descrivere la tendenza in questo modo: nello schema della comunicazione il linguaggio dei blog mette in rilievo la cosiddetta funzione fàtica, quella che sottolinea il mezzo, il canale della comunicazione e che in sostanza dice “restiamo in contatto”. Spinta all’eccesso, questa tendenza rappresenta un sintomo dell’isolamento in cui si vive e del modo con cui si cerca di farvi fronte (ha anticipato le relazioni “di gruppo”, che sono poi cresciute a dismisura nei social network).

Il secondo elemento di novità delle riviste on line è dato dal dilagare delle opinioni. La facilità di pubblicazione e la frequenza con cui le riviste elettroniche pubblicano nuovo materiale spingono molti collaboratori a intervenire su numerosi argomenti. Autori colti si esprimono su questioni disparate mettendo in gioco la loro preparazione, le doti analitiche e la capacità di formulare un’opinione argomentata molto al di là del loro tradizionale campo di osservazione. Questo secondo elemento di per sé potrebbe contribuire alla costruzione di un dibattito civile (in una terra e in una contingenza storica che non sembrano propense a favorirlo), ma arriva a sovrastimare la pratica della scrittura giornalistica, tanto da proporla come espressione significativa anche in letteratura. Sembra infatti suggerire che l’articolo d’opinione sia l’espressione più adeguata per raccontare la realtà; mentre il saggio autobiografico e il non-fiction novel – che partono da un terreno comune – rimangono lontani. Un modello recente della tendenza al saggio autobiografico potrebbe essere colto in alcune prove di David Foster Wallace, ma andrebbe notato che in questo autore americano ciò che lo rende significativo è il non-detto – il non-detto di un autore a volte torrenziale – che non è riducibile all’osservazione critica, ma che rimanda a questioni dolorose, di ordine esistenziale.

 

2.

Mentre l’espressione di un’opinione per affermarsi tende a una definizione che possa valere al di là del momento, la narrativa gioca sul filo del tempo e dà forma a qualcosa che cambia, che segue lo scorrere del tempo e che in qualche modo lo asseconda. In altre parole, mentre l’espressione pubblica di un’opinione tende al generale, o addirittura all’universale, la narrazione rimane legata a una vicenda particolare e mira a una rappresentazione compiuta. Un racconto o un romanzo non hanno molto a che vedere con l’espressione diretta di un’opinione, a meno che questa non sia un terreno nel quale esercitare l’ironia: vale per le narrazioni in prima persona (Sterne), per il saggismo romanzesco e per i saggi personali.

In modo molto perentorio, Danilo Kiš ha detto che si diventa scrittori:

 

“solo quando crollano tutte le illusioni sulla scrittura come azione, sulla scrittura come esistenza, sulla scrittura come obiettivo superiore, come impegno, ecc.” […] “colui che vuole smuovere le masse, regnare, ‘dire al mondo certe cose’ è un giornalista d’opinione, un pubblicista, e molto spesso non ha nulla a che vedere con la prosa. Sartre lo sa meglio di chiunque altro. Quando lui vuole dire ‘certe cose’, diventa giornalista, politico, agitatore. La prosa comincia là dove finisce il messaggio.”  (D. Kiš, Homo Poeticus, Milano, Adelphi, 2009, p. 144)

 

La prosa comincia dunque là dove finisce il messaggio. L’autore di narrativa o il romanziere non scrivono per avere ragione, scrivono contro l’abitudine di giudicare preventivamente, di prendere posizione senza aver compreso.

Non so se nel contesto attuale al racconto o al romanzo sia davvero riconosciuto pieno diritto di cittadinanza; a volte temo che stiano diventando arti minori e come tali compiante, come altre nobili pratiche artistiche ormai considerate prive di influenza (la musica colta, ad esempio). D’altra parte, per dire ciò che ha da dire, l’autore di un romanzo o di un racconto deve rappresentare un mondo; quando ha finito di rappresentarlo, non gli rimane più niente da dire. Così il narratore ignora o finge di ignorare ciò che il suo discorso produce; ha scelto di non esprimersi direttamente perché deve arricchire, complicare la sua espressione se vuole portarla a compimento.

Sono cose note, sulle quali non è il caso di insistere. La narrativa che intende far luce sugli aspetti sconosciuti della storia, della cronaca o della storia giudiziaria, quella che si propone di risolvere un enigma, implica un accordo preventivo fra autore e lettore su ciò che si deve intendere per “realtà”. Eppure, se c’è già accordo pieno sulla concezione della realtà, la narrazione si riduce a un gioco a rimpiattino fra i due interlocutori, con una posta in palio ancora troppo bassa. Sarebbe meglio puntare più in alto, giocare non con il lettore, ma con la realtà stessa. So che l’espressione può suonare desueta, ma quel gioco d’infanzia aveva ed ha ancora molto a che fare con la letteratura: “gioco di ragazzi, nel quale uno di essi deve andare a caccia degli altri che si sono nascosti, e cercare di catturarne uno che poi prenderà il suo posto” (A. Gabrielli, Dizionario della Lingua Italiana, Hoepli).

 

3.

In un passo del suo famoso libro sull’epoca di Rabelais, Lucien Febvre scriveva che nella prima metà del Cinquecento la religione avvolgeva tutto come il manto della Madonna della Misericordia. (L. Febvre, Il problema dell’incredulità nel secolo XVI. La religione di Rabelais, Torino, Einaudi, 1978, pp. 321-326) Strutturava la mentalità, condizionava l’articolazione dei sentimenti, dettava i ritmi della giornata secondo una liturgia che sia pure in misura relativa coinvolgeva la maggior parte della popolazione europea. Proprio in quell’epoca, più che in altre – in virtù della stampa e delle questioni inerenti la Riforma – la religione entrava nella conversazione al punto che le questioni teologiche e dottrinali potevano interessare anche i sarti e i mugnai (come gli storici hanno chiarito). Concentrandoci sui riti sociali, al di là del credo professato e dell’orario di lavoro, dagli anni Ottanta del Novecento ai primi anni Duemila il fenomeno che più a fondo ha scandito la giornata è stato quello dell’informazione televisiva, secondo una singolare liturgia delle ore che ha visto un aumento progressivo delle edizioni dei telegiornali, cresciute fino a occupare l’intero arco di di luce solare per proseguire poi con l’edizione della sera e quella della notte. Nello stesso periodo l’informazione televisiva ha fornito i modelli di comportamento sociale, i temi principali della conversazione quotidiana e del dibattito pubblico. Qualcuno dirà che, messa così, l’analogia non tiene perché a differenza della religione l’informazione è giudicata a prescindere dal suo contenuto: ma io vorrei proporre solo una vaga analogia di ordine strutturale. Gli spettatori si sono trovati nella necessità di aggiornarsi, di rispettare per quanto possibile il precetto quotidiano per non essere tagliati fuori dal credo che ha coinvolto l’intera società, un credo sempre più lontano dalle loro condizioni materiali.

Nell’ultimo decennio, la crescita dell’informazione digitale ha rotto questa scansione rituale, almeno per il numero crescente di persone che ha accesso alla rete: tuttavia i dispositivi più recenti, dagli smartphone ai tablet, agli orologi che fra poco tempo saranno sul mercato, sembrano indicare come liberatoria la prospettiva tutt’altro che serena di una connessione permanente, che conserva molte analogie con l’obbligo di una pratica devozionale ingombrante e ripetitiva da cui i personaggi del romanzo di Rabelais cercavano di fuggire.

 

4.

Credo sia il caso di tornare alle parole di Kiš: si scrive davvero in prosa solo dopo la sconfitta della pretesa di affermare un’opinione in modo definitivo. Penso alla stagione odierna. In una fase storica in cui l’esperienza è destituita di valore a vantaggio di una serie di procedure – e la prassi a favore di un insieme di tecniche – la responsabilità dell’uomo sembra non essere più quella di risolvere un problema, ma solo quella di porre in atto correttamente le procedure previste per la soluzione del problema. Perciò non si parla più, appunto, di esperienza, di conoscenza, ma di competenza, ridotta all’assimilazione – spesso acritica – di una serie di procedure di cui sono ignoti sia l’origine che l’autore. Sono aspetti di un fenomeno riconoscibile che si sta diffondendo in modo preoccupante in molti ambiti del quotidiano e che determina una situazione non priva di minacce per la libertà individuale. Tuttavia, per quanto questa non sia una stagione felice, continuo a pensare che l’arte narrativa non possa ridursi all’inchiesta o all’opinione, neppure nel caso di questo fenomeno. Non può ridursi, infatti, ai caratteri di questa “evidenza”; deve farvi breccia, ritrovare la propria natura eccessiva, tornare alla luce con un frammento di materia inattesa, perduta e consegnarcelo in mano. Solo così può fare davvero i conti con il dolore dell’uomo, irriducibile al risultato di qualsiasi rapporto di forza.

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