Via Delio Tessa, poeta ambrosiano

RANDACCIO Via Tessa

Io è da poco, lo dico con un po’ di vergogna, che ho scoperto chi è Delio Tessa. È un po’ strano, se si considera che sono nato e vivo a Milano, ma a volte le cose più vicine sanno nascondersi benissimo, per poi saltare fuori all’improvviso, quando vogliono loro.

Delio Tessa era un signore serio e distinto, un avvocato con il vizio della poesia, nato e vissuto anche lui a Milano tra Otto e Novecento; un signore sobriamente elegante, con gli occhialini, il paletò e la cravatta; un signore schivo, timido e appartato, che ha pubblicato il suo unico libro di poesie (Lè el dì di Mort, alegher!) solo perché sollecitato da amici e parenti. Un signore che scriveva in dialetto, che per me, anche se mi impegno, e sono nato a Milano, risulta a tutti gli effetti una lingua straniera.

La Milano di Tessa, quella in cui lui ha vissuto, è racchiusa in un fazzoletto in pieno centro, tra via Torino, corso Italia e corso di Porta Romana. Parte da via Fieno, per esempio, dove Delio Tessa è nato, ma dove ormai non c’è più niente a parlare di lui: una volta c’era una targa che lo ricordava, che però poi è venuta giù con la casa cui era attaccata, durante la guerra. Passa poi poco lontano, in via Olmetto, pochi minuti a piedi: qui, al numero 1, Tessa ha abitato fino al 1928, e il palazzo c’è ancora, lindo, ben tenuto, con un porticato e una bella corte. E poi continua, sempre lì in zona: la chiesa di Sant’Alessandro, e poi piazza Vetra, via Rugabella, via Lupetta. Vie piccole, quasi nascoste, della vecchia Milano, che si intonano bene al carattere del personaggio.

Vie che, e la cosa mi sembra sorprendente, conosco bene, perché ci giravo anch’io fino a un po’ di anni fa, quando non sapevo chi era Delio Tessa e probabilmente nemmeno mi avrebbe interessato saperlo. E ancora più sorprendente è pensare che la biografia di Tessa si incrocia con la mia nel palazzo di viale Beatrice d’Este, al 17, dove Tessa ha vissuto fino alla morte, e dove io ho lavorato per qualche mese, in un bellissimo studio al piano terra, che se penso a dove ho lavorato poi negli anni successivi mi viene da piangere. Adesso, in viale Beatrice d’Este al 17 c’è una targa che lo ricorda; una volta no, e chissà comunque se ci avrei fatto caso.

A Milano, e non può essere diversamente, c’è anche una via Delio Tessa, sempre in pieno centro, ma un po’ scostata dai luoghi tessiani, e di lei mi tocca parlare. Ci si può arrivare a piedi, oppure in bicicletta, perché è una traversa di corso Garibaldi, dove le macchine non possono passare, a meno che non abbiano il permesso o non vogliano prendere una multa. Via Delio Tessa è bella e tranquilla, non c’è che dire: ci sono dei palazzi abbastanza moderni, di una bellezza un po’ algida e geometrica, che si scioglie solo quando si arriva a piazza Paolo VI, con quelle case sepolte dalle piante rampicanti, che ti sembra quasi di essere a Cuba, se non ci fosse la chiesa di San Simpliciano a ricordarti che sei nel cuore di Milano, a due passi dalla Brera dei locali e delle chiromanti. E ci sono dei negozi, belli anche loro: un bar, o un ristorante, non si capisce bene, che vende prodotti tipici di Parma, un negozio di architettura di interni, un ufficio delle poste; addirittura c’è un supermercato con un’insegna luminosa che quando diventa buio spara il nome Tessa come se fosse un cinema. E poi gente che corre, che cammina, che va in bicicletta: il piccolo Rodolfo si prende anche uno scappellotto dalla madre, visto che va come un matto senza preoccuparsi dei continui richiami che rimbombano nel silenzio ovattato di questa zona di sciuri.

Non so se Delio Tessa si sarebbe trovato bene, qui, anche se mi piace pensare di sì: c’è aria di Milano bene, di quotidianità, di tranquillo riserbo; tanto che una domenica mattina da queste parti, con in tasca un po’ d’immaginazione e qualche pagina delle prose ambrosiane, ti porta indietro nel tempo, e quasi ti sembra di sentire in lontananza la voce della sciora Erminia che imperiosa chiede: “Ej lu, dove el và?”.

 

* Questa via degli scrittori non sarebbe esistita in questa forma senza le preziose parole di Gino Cervi, che ringrazio.

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