La vanità è un destino terribile

Oggi, 23 aprile 2015, ZIBALDONI celebra la Giornata mondiale del libro con la pubblicazione di un nuovo ebook dal titolo Mezze misure, nella collana ZiBook Lontananze. Gustavo Paradiso intervista in esclusiva per noi l’autore, Stefano Zangrando.

Zangrando

Gustavo Paradiso – Nella prefazione di Ario Lanzi, si parla di questo suo Mezze misure come «mini-crestomazia, selezione ragionata di scritti apparsi in origine on line, nati quindi per la rete, e poi da lì in gran parte rimossi». Partiamo da qui: perché la scelta di rimuovere quei testi per poi ripubblicarli in formato e-book?

Stefano Zangrando – Guardi, partiamo da un’altra parte: perché hanno chiesto a lei e non ad Ario Lanzi, che il libro lo conosce bene, di farmi quest’intervista? Non è lei lo stesso che dieci anni fa, ben prima di mettersi a fare l’intervistatore, scrisse quel polemico «de profundis» per il blog letterario Nazione indiana?

 

G. P. – Scusi, ma che c’entra?

S. Z. – C’entra eccome. Il primo testo dell’e-book uscì su Nazione indiana proprio nell’anno in cui lei scrisse il suo «de profundis»: come la mettiamo?

 

G. P. – Insisto: questo adesso non c’entra. Siamo qui per parlare del suo e-book, non mi indisponga. Vogliamo iniziare?

S. Z. – Se crede. Resta il fatto che questo e-book nasce con il suo «de profundis»: le sembra un caso?

 

G. P. – Non so, me lo dica lei. Anzi no, non me lo dica.

S. Z. – Sì, invece. Posto che allora abbia avuto inizio la fine del format del blog letterario, fu più o meno nello stesso periodo che cominciai, come altri, a sperimentare forme ibride, un po’ condizionate dalla brevità cui ci andava inducendo la lettura on line, un po’ tradizionali, per così dire, determinate unicamente da un imperativo compositivo intrinseco… Ma come sto parlando? Capisce quello che dico?

 

G. P. – E come, no?

S. Z. – Molto bene. Dicevo, un imperativo compositivo intrinseco…

 

G. P. – Scusi tanto, però non ha ancora risposto alla mia prima domanda: perché poi cancellare tutto?

S. Z. – Ma no, non tutto. I due o tre pezzi che uscirono su Nazione indiana si trovano ancora, sommersi sotto l’oceano dell’attualità, il solo in cui ormai ci si prende la briga di navigare, e così quelli che sono apparsi su Zibaldoni, giacché Enrico De Vivo si è opposto alla mia reiterata richiesta di cancellarli. Del resto, entrambi i siti se la passano ancora bene, il che smentisce la sua tesi che il format del blog letterario stesse per finire.

 

G. P. – Guardi che è stato lei a sostenerlo, un attimo fa, non io.

S. Z. – Macché. E comunque, dicevo, i soli pezzi eliminati dalla rete, che sono la maggior parte di quelli contenuti nell’e-book, erano apparsi sul mio sito personale.

 

G. P. – Che non c’è più.

S. Z. Esatto.

 

G. P. – E perché?

S. Z. – Oh, finalmente una domanda intelligente.

 

G. P. – Insomma, come si permette?

S. Z. – Mi lasci dire. Dopo quattro anni di blog e altri sei di sito personale, a quarantun’anni non sento più il bisogno di avere una pagina mia. Anzi, sento proprio il bisogno di non averla. Può capirmi? È come se fra il narcisismo necessario a un certo tipo di scrittura e l’esibizionismo che oggi ad esso si accompagna si fosse spalancato un baratro, e l’orlo al quale sono rimasto appeso io è il primo dei due.

 

G. P. – Una cosa per volta. A quale tipo di scrittura si riferisce?

S. Z. – Si legga la prefazione di Ario Lanzi. Il libro l’ha letto?

 

G. P. – Be’…

S. Z. – Lo vede? Stia a sentire, lei taccia, così evita di fare altre brutte figure, e io le spiego le cose più importanti. Il retroscena è questo: qualche anno fa ho vissuto una specie di momento di gloria, un periodo di successo modesto, modestissimo, ma comunque sproporzionato ai miei meriti, che mi ha indotto a curare, diciamo così, la mia immagine pubblica. Da un paio d’anni mi ero gettato nella mischia, bazzicavo i siti letterari, avevo un “giro”, collaboravo occasionalmente a vari progetti, riviste, blog… A un certo punto iniziai pure a scrivere per «Alias», una tribuna di prestigio, e divenni il traduttore di Ingo Schulze, uno dei più importanti scrittori tedeschi viventi. Poi, nell’autunno 2008, fui ospite per tre mesi dell’Accademia delle Arti di Berlino, e la visibilità che ne seguì mi fece sentire importante per un altro paio d’anni – non abbastanza, tuttavia, da evitare di sospettare che tutto quello che stavo vivendo non andasse preso troppo sul serio. Iniziai allora a elaborare per iscritto alcuni eventi che mi accadevano, anche per evitare di esserne travolto. La vanità è un destino terribile. Nello stesso periodo iniziai a usare Facebook, sperimentando anche lì – sotto gli occhi di tutti ma essenzialmente inosservato, perché i social network sono un’immensa macchina per distrarre – forme di microscrittura, minuscoli esercizi di composizione. Le forme più lunghe, invece, imboccarono a un certo punto la strada della rubrica, quella che cercai di tenere con regolarità, ma senza riuscirci, su Zibaldoni. Fallii perché di lì a poco entrai in una brutta crisi, paralizzato dall’evidenza di come la scrittura letteraria fosse ormai diventata marginale, di come la rete stesse cambiando il nostro modo di leggere, allontanandoci dal senso dello stile, perfino dalle buone maniere, e di come il campo letterario fosse sempre più angusto e autoreferenziale, tanto più per chi, come me, opera in provincia, ai margini del regno, lontano dai grandi centri dell’italica comunella. E intanto il romanzetto senza pretese che avevo scritto a Berlino continuava a non trovare un editore, mentre gli scaffali delle librerie che visitavo erano pieni di sòle pretenziose – ma destinate a chi, mi chiedevo, se si leggeva sempre meno? Perché scrivere, per chi? Non era forse il caso di smettere, passando piuttosto il tempo a leggere, che è la vera felicità? Tutto questo finché…

 

G. P. – Posso interromperla?

S. Z. – Se crede.

 

G. P. – Finiamola qui.

S. Z. – Perché?

 

G. P. – Mi ero ripromesso di stare nelle seimila battute, c’è giusto il tempo per un’ultima citazione. Posso fare io?

S. Z. – Prego.

 

G. P. – Ancora Ario Lanzi dalla prefazione: «un libro come questo non si legge per immergersi in una storia immaginaria, ma per conoscere un’anima reale». È d’accordo?

S. Z. – Ma le pare.

 

G. P. – Ha altro da aggiungere? Centocinquanta battute scarse.

S. Z.Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

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