Porcella amorosa

RUELE Porcella

INTRO – LETTERATURA IN CLASSE

 

In fondo, a scuola, non dobbiamo fare molto più di questo: leggere.

Poi, intorno a “leggere” possiamo fare altre belle operazioni: capire, spiegare, creare dei contesti, interpretare, confrontare, scrivere e riscrivere.

Questo è fare letteratura; poi, ci sono degli strumenti.

L’analisi del testo, per esempio? Sì, certo. “Letteratura” però non è: “questa è una metonimia”. Quindi le analisi sono delle operazioni che si fanno, ed è bene farle, perché danno la sicurezza di non tradire i dati di realtà e perché aiutano a non farsi bastare il semplice contenutismo, o le impressioni, o peggio i pregiudizi.

 

La letteratura diventa qualcosa di nuovo, in classe, e non se ne deve avere paura. Credo che molti miei colleghi abbiamo paura, molta paura di cosa può diventare una poesia: così la ingabbiano. E si mettono anche loro, nella gabbia, insieme alla poesia, come Titti nei cartoni animati, con la vecchia zia a difenderla a colpi di scopa. È un’azione rischiosa liberare le parole e misurarsi con quel qualcosa d’altro che è la poesia.

 

E poi, diciamocelo (è la voce della vecchia zia occulta che alberga in noi – cfr. La zia occulta, in Fruttero & Lucentini, La prevalenza del cretino, 1985), i ragazzi d’oggi… che cosa puoi pretendere… mica leggono, no? Non distinguono un complemento oggetto, figurarsi leggere e capire Dante o Leopardi.

Non sanno, quelli che stanno con la vecchia zia, o fanno finta di non sapere, che tutti viviamo in un mondo poetico che chiede parole, vuole espressione.

Anche nel più scassato degli istituti professionali le parole valgono.

A patto di intercettare, prestissimo, gli interessi di questi splendidi soggetti poetici che sono gli studenti. Poi, con calma e pazienza, trasformando l’aula da auditorium in laboratorium, possibilmente, far sentire loro la qualità, educarli al gusto, alla sensibilità.

 

Sto su tre classi del triennio al liceo classico – sì, vi sento già: “Massì, voi al liceo classico, mica sapete com’è veramente…” – e ogni anno ricomincio il ciclo con i più giovani, hanno sedici anni. La Prima di quest’anno è scalcagnata forte, e ci sono un paio di ragazzi che a livello linguistico sono a un B2 nel parlato e non più di B1 nello scritto (dovessimo adottare i parametri delle certificazioni di lingue straniere). Non credo che sia in assoluto così, credo che le loro competenze linguistiche siano superiori. Ma non si esercitano, non li hanno fatti esercitare.

 

Lo faccio sempre, ma quest’anno di più, dobbiamo lavorare sull’educazione linguistica, sì, e in letteratura, oltre al solito, decido di puntare sulla comprensione, sulla superficie del testo, sulla parafrasi. Sul primo livello, elementare e importantissimo, della lettura.

 

DIVAGAZIONE PRIMA – LEGGERE

 

Non amo quegli autori che si mettono contro l’interpretazione. La Susan Sontag di Contro l’interpretazione, il George Steiner di Vere presenze. Sono libri da cui ho imparato molto; anche a limitare la mia ansia di analisi e interpretazione, ma non li condivido. Sono meno diffidente quando leggo Alfonso Berardinelli, che sulla lettura a scuola ha scritto delle pagine fondamentali. C’è una pagina, presa da Cactus (2001), in cui delinea delle procedure di lettura semplici ed efficaci:

 

La prima cosa da fare è quindi questa: evitare con tutti i mezzi che l’insegnamento renda irreali i propri oggetti, trasformandoli appunto in nient’altro che materie di insegnamento (spiegazione in classe, studio a casa, interrogazioni, esami eccetera). I programmi ministeriali e soprattutto l’organizzazione quotidiana della vita scolastica sono macchine schiacciasassi che sembrano fatte apposta per stritolare la più adamantina volontà di indipendenza.

Sebbene i lettori siano aumentati di numero, la qualità della lettura è probabilmente peggiorata. Il grande sviluppo e la proliferazione dei metodi per analizzare un testo sono dovuti anche a questo: infatti, quanto peggiore è la qualità degli alimenti, tanto più si moltiplicano i manuali di cucina raffinata e le riviste per buongustai.

Nell’insegnamento si dovrebbero il più possibile semplificare le cose. Che altro può fare di meglio un insegnante se non scegliere bene i libri da leggere e permettere agli studenti la migliore lettura possibile creando o incoraggiando le condizioni perché questo avvenga? Per quanto brillanti possano essere le lezioni del docente, il corso sarà un fallimento (o, peggio, un inganno) se i libri prescritti erano scadenti o noiosi.

Quanto ai cosiddetti metodi di lettura, non riesco a vederne altri che il rallentamento e la ripetizione. Si può scegliere per esempio, più o meno a caso, una poesia o una pagina di prosa chiedendo agli studenti in aula di leggerla a voce alta. Se sono una ventina o meno, ognuno farà la sua lettura. Se il numero di studenti è più alto, allora ci si potrà limitare a dieci o venti letture. L’esperimento può essere fatto sia con un testo di un autore già noto, sia con un testo di cui nessuno è tenuto a sapere niente. Quella poesia o quel brano di prosa comincia così a prendere forma, è di nuovo presente, assume la voce che ogni lettore gli presta. Non tutti faranno le stesse pause. L’intonazione di certi passaggi potrà cambiare. Qualcuno sbaglierà o salterà qualche parola. Alcuni cercheranno di imitare gli attori della radio e della televisione. Altri leggeranno in modo sbrigativo, o metteranno scherzosamente in caricatura certi particolari. Ognuno, aspettando il suo turno di lettura, farà più attenzione al modo di leggere di chi lo precede e si preparerà, più o meno intenzionalmente, a leggere quel verso o quella frase o l’intero testo con qualche miglioramento o cambiamento di tono. Comunque sia, la presenza più impegnativa e reale nell’aula sarà quel testo che ognuno e molti dovranno leggere, al quale ogni lettore darà qualcosa di proprio. Gli errori e le incertezze nella lettura sono utili quanto le esecuzioni più abili e riuscite: a volte anche di più, perché suggeriscono una correzione, segnalano vuoti di attenzione e rischi di fraintendimento. Le attitudini alla “recitazione” non c’entrano. Sarà bene consigliare di leggere in modo che, leggendo, chi sta leggendo capisca meglio che può il significato delle frasi, si abbandoni al loro gioco e ne senta il ritmo.

L’alto numero delle letture e la concentrazione che si crea, tendono a favorire una speciale tensione e attesa interpretativa che permette di passare al momento successivo: quello dell’osservazione, del commento, della discussione e selezione delle impressioni di lettura. (Ma si potrebbe anche rimandare tutto a un altro giorno, o lasciare intorno a ciò che si è letto una vasta zona di silenzio). Che cosa ha colpito? Che senso ha quella scelta lessicale? Che cosa suggeriscono quell’enjambement e quella cesura? Di che cosa si parla? Che cosa si viene a sapere leggendo quella pagina? Che altro si dovrebbe o vorrebbe sapere per capirla meglio? Questo è naturalmente solo un punto di partenza. Si può decidere di andare avanti a commentare quelle poche righe per un intero mese, per un intero anno, leggendo il libro da cima a fondo, o invece passare rapidamente ad altro, a testi della stessa epoca ma molto diversi, a testi molto simili di epoche lontane, secondo i propri programmi o seguendo la concatenazione di problemi e di curiosità che nascono nel corso della discussione. Il risultato migliore di un corso di letteratura sarà sempre questo: che gli studenti continuino a parlare di quelle pagine e di quei libri anche fuori delle ore di lezione e dopo aver superato i loro esami.

 

NARRAZIONE 1 – PORCELLA AMOROSA

 

Dunque, nella mia Prima lavoriamo sulla parafrasi. Cioè: riformulare in prosa odierna, in linguaggio corrente, ciò che non è in linguaggio corrente, perché è scritto in italiano (?) medievale e perché è in poesia. Non si tratta di ridurre, ma di ridirlo in modo che la scena, la storia, le parole corrispondano al loro significato letterale. Poi parleremo di connotazioni, di altri valori e livelli. Per ora cerchiamo di capire che cosa c’è scritto, che è già un buon servizio.

Ne abbiamo fatta tanta parafrasi, ormai siamo a gennaio, sono passati mesi di esercitazioni, in cui non siamo rimasti solo alla lettera del testo, ma intorno abbiamo creato dei contesti, abbiamo analizzato, interpretato, confrontato. Non ci siamo accontentati del facile, la poesia medievale è difficile: Cavalcanti è difficile, Guittone lo è.

Fra le cose che abbiamo fatto, ci sono anche delle divertenti e spiazzanti poesie comiche: il Dante della tenzone con Forese, Folgòre da San Gimignano, l’Anonimo Genovese, Rosa fresca aulentissima. Abbiamo anche accertato che la produzione poetica popolare (il pop del medioevo!) era diffusissima, e che suonavano e ballavano volentieri. SU queste cose sdi sono entusiasmati di più quei due maschi che sono sul B1 e B2, direi.

Ma mi sembra che ormai ci siamo, facciamo la giornata della valutazione. Decido di dare loro da parafrasare dei testi nuovi, che non hanno mai visto.

Do loro una decina di brani. Il più difficile – e lo sanno che c’è sempre, il più difficile – è l’inizio di una Danza mantovana.

 

Venite, polcel’ amorosa,

madona, vinit a la dansa,

mostrati la vostr’alegrança,

si como vu siti çoyosa.

 

A me piace, molto. Lo prendo dai Poeti del Duecento a cura di Gianfranco Contini, Classici Ricciardi-Mondadori, capitolo Poesia popolare e giullaresca. Dice Contini che è l’unico esempio che abbiamo di poesia destinata a seguire la danza e che è importante per la collocazione geografica, viene dalla libreria gonzaghesca di Mantova, la patria di Sordello (forse anche autore in italiano), così siamo sulle tracce di un centro lirico italiano, dove c’era anche un certo Gotto la cui attività è attestata da Dante, e altri come Dominus Petrus o Dominus Johannes.

Ma, a parte le rime siciliane e gli autori, è bella in sé. C’è un giovane che danza e invita le ragazze a ballare, anzi una in particolare, e la invita a girare e a far fare il giro alla gonna, così da scoprire le gambe: ma come, dice, hai un tesoro e lo vuoi tenere nascosto?

Sa molte cose, ormai il mio studente a livello B1/B2. Si chiama Giovanni. Sa che il “voi” è una forma di cortesia, che vale “tu”; che nella poesia medievale c’è la “paraipotassi” e perciò certi connettivi testuali come “sì” vanno trattati in un certo modo…

Dunque parafrasa: “Vieni…, madonna, vieni alla danza, mostra la tua allegria, mostra anche come sei gioiosa”. Ha un fatto un errore, uno solo. Polcel’amorosa significa, dice, “porcella amorosa”.

“Vieni, porcella amorosa, vieni alla danza, mostra la tua allegria…”

 

DIVAGAZIONE 2 – FIORI DI BANCO

 

La cosa che detesto di più è l’antologia degli svarioni, sono le risatine isteriche e ammiccanti in aula docenti sugli errori di traduzione, sugli strafalcioni, sulle ridicolaggini che escono dai temi. Sono vigliacche, ipocrite, sadiche. Non fanno ridere. Chi le raccoglie e racconta non ha spirito d’umorismo e nemmeno spirito, in generale. Ecco, se vogliamo contribuire a “educare asini”, è la via giusta.

Meglio, nel caso, secondo me, ridere con gli studenti che ridere contro di loro.

 

NARRAZIONE 2

 

“Giovanni… cos’hai scritto qua? Ma ti rendi conto? Cos’avevi in testa?”

In effetti, in classe, ridiamo abbastanza, superato il primo momento in cui non capivano se dovevano stare zitti perché sono molto arrabbiato oppure se possiamo giocarcela più liberamente.

“Prof, la l e la r davanti alla consonante…”

“Mavalà…”

“Come quando ci ha detto che laude e lalde, la u che diventa l…”

“Ma no, ma cosa c’entra! Ma non hai mai sentito parlare di pulzelle?”

“Ma lì prof c’è la c, non la z, se c’era scritto polzel con la z lo capivo…”

“Ma a Mantova secondo te come poteva essere pronunciata quella c? E oggi, le loro c sembrano delle s…”

“Prof, ha ragione, però io avevo fatto degli altri ragionamenti”

“Bè, non erano molto giusti, e poi non è che si deve tanto ragionare su certe cose, non si deve congetturare, le cose sono quel che sono, non altro che immaginiamo noi. Non dobbiamo forzare. Poi, dai, santocielo… porcella… che barbari erano a invitare a danzare in questa maniera?”

Ridono.

“Prof, era più comico, senta che ossimoro, che mésalliance… porcella amorosa…”

“Basta!”

 

CONCLUSIONE

 

Coraggio di sbagliare? Sì.

Di accettare gli sbagli, anche quelli più grossolani, più ridicoli? Sì.

Scandalizzarsi? Mai.

Era un anno fa, Giovanni è un po’ oltre il B2, anzi, direi che d’accordo, non è interessatissimo alla letteratura, però l’altro giorno ha raccontato alla classe la sua lettura del Capolavoro sconosciuto di Balzac, un  libro che parla di arte, dei misteri della bellezza, del gusto e dell’educazione, e lo ha fatto con le parole giuste, con il tono giusto, con i punti di riferimento giusti.

Abbiamo riso in classe sulla porcella amorosa, non di lui. Non abbiamo profanato un monumento letterario come la Danza mantovana, l’abbiamo reso più vicino e più vero.

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