Due supplenti

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Tutto era stato risolto per il meglio. E ora, entrando nel bar per la terza volta in un pomeriggio, mentre osservava le pareti così singolarmente verdi in quell’ora del giorno, Rupert poteva dedicarsi alle fantasticherie erotiche su una coppia di ballerine brasiliane nel programma preferito da Udo, il barista di Graz. Era in anticipo. Non aveva lasciato niente al caso, si era preparato, aveva perfino cercato di racimolare un po’ di slancio. «Co-o-sì, co-o-sì!», urlava Udo verso il televisore, stringendo le labbra senza mimare alcun gesto. Le ballerine seguivano una coreografia incredibilmente elementare, ma nessuno si lasciò sfuggire un commento. Sedendosi al banco, Rupert fu attraversato da un presagio e si mise a guardare i bicchieri impilati. «Sei sovrappensiero?» Col capo fece cenno di sì.

Per capire davvero un istituto di quelle proporzioni bisogna entrarci quando è vuoto, osservare le scale di marmo, il corrimano, oggetti sui quali si è depositato il lungo esercizio del diritto e della coercizione, come nei vecchi municipi abbandonati o meglio ancora nei vecchi tribunali. Vuoti, gli istituti di istruzione presentano brutalmente il conto delle illusioni. Due ore prima era tornato in segreteria amministrativa per ritirare la sua pratica e si era fermato a contemplare l’edificio. Era difficile lasciarselo alle spalle, per questo era venuto il tempo di mettere mano a una verifica. Pochi giorni prima era stato preso da un’intuizione in forza della quale aveva pensato di mettersi d’accordo con Udo per interrogare a fondo un supplente che distribuiva giornali di un movimento politico extraparlamentare davanti all’entrata del Dipartimento di Lettere e Filosofia. Lo vedeva, per così dire, come un tentativo di chiudere i conti. L’impresa di distribuire i giornali aveva progressivamente modificato il supplente trasformandolo in una sorta di venditore ambulante di talismani: talismani di carta, istoriati di geroglifici che i passanti – stando all’invenduto – trovavano ormai incomprensibili. Così, visto che Udo aveva garantito che il supplente il giovedì si sarebbe presentato puntuale prima dell’aperitivo, si erano accordati per l’incontro e Rupert si era messo con calma ad aspettarlo. Aveva già pagato il primo e anche il secondo giro, dicendo a Udo che non avrebbe dovuto svelare a chi questo favore fosse dovuto. Pagare da bere in incognito era un’attività liberatoria così, quando Gigi raggiunse il bancone appoggiandovi sopra di slancio tutto il suo peso, Rupert poté studiare i segni della sua devozione.

Chino sul banco, l’insegnante componeva un messaggio al cellulare. A vederlo, sembrava il risultato di una forza che aveva trovato in lui la propria espressione e insieme il proprio limite. A suo modo, un modo minore – pensò Rupert – poteva dirsi compiuto. Era tanto imbevuto di pedagogia che qualcosa ne sarebbe sicuramente uscito, perciò era indispensabile procedere. Gigi spediva messaggi tenendo in tasca uno dei suoi giornali. D’un tratto, rialzò la testa:

«Queste giornate non finiscono mai», disse girandosi verso Rupert, con l’aria di chi parla con un interlocutore casuale.

«Eh, già». Sul teleschermo intanto scorrevano immagini di gente impegnata nel footing.

«Quanta vitalità. Non trova?»

No, Rupert non trovava. Eppure disse: «Sì, non è il caso di essere pessimisti».

«Appunto. Alla fine ad essere pessimisti ci si rimette sempre, vero?»

Non era cosa frequente, in quel bar, incontrare professori di liceo. Un paio di svogliati maestri elementari venivano spesso, ma di professori – di suoi ex-colleghi, avrebbe potuto dire Rupert, viste le numerose supplenze – ne aveva sempre incontrati pochi. I più non si fermavano, camminavano col passo del funzionario statale in ritardo.

«E con i giornali, come va?» chiese Rupert.

«Ah, non bene, ma non è che la cosa mi riguardi. Chi me li dà lo sa benissimo che non si vendono, lo ha già messo in conto. E d’altra parte, sa anche che a me non importa molto di fare proselitismo. Sono pochi quelli che vorrebbero prendere il mio posto. Poca concorrenza, insomma. E alla fine va bene così, metto da parte qualcosa. Mi fermo a parlare con gli studenti».

Non era un campione di equilibrio, ma non sembrava dovesse mendicare attenzione, né che si mettesse fra gli studenti per qualche sinistra ragione affettiva. Pur avvertendo un certo disagio per questa verifica, Rupert non poteva più tirarsi indietro.

«Di cosa parla, di politica?» riprese.

«Anche, ma soprattutto del più e del meno. La maggior parte degli studenti e delle studentesse mi guarda come fossi un minorato di mente».

«E a lei va bene?»

«Certo. D’altra parte, faccio l’insegnante».

Rupert chiuse gli occhi, lasciò passare qualche secondo, poi riprese: «E la politica?»

«Beh,» disse Gigi, «non posso dire che sia proprio il mio partito».

Anche dopo l’ultima frase, pronunciata guardando attraverso il bicchiere, Gigi aveva conservato un’espressione serena, non tanto in ragione di un’interiore imperturbabilità, quanto più probabilmente per indifferenza nei confronti delle varie attività che di norma si trovava a svolgere. Era la prima volta che a Rupert capitava un caso del genere. Anche Udo, che aveva seguito la conversazione mentre preparava gli aperitivi, fece un cenno col capo a Rupert, indicando il suo interlocutore. Rupert abbassò la testa.

«Che c’è? Vorrebbe forse che difendessi il giornale?».

«Per carità, ci mancherebbe anche questo», fece Rupert.

Gigi tornò a guardare verso il teleschermo. Sembrava che si fosse assunto il compito di vendere quei giornali come un’oscura forma di esercizio spirituale. Probabilmente lo aveva escogitato per cercare di rimanere al mondo anche al di fuori delle mura scolastiche, cosa che per lui non doveva essere così semplice. Avrebbe distribuito anche dischi di carta colorati, a patto di non doversene occupare. Eppure, nello specifico, come già l’insegnamento anche questa operazione non era affatto neutra, né si presentava priva di riserve: non aveva niente a che vedere con la passione che spinge i professori in pensione a edificare castelli di stuzzicadenti, a ricostruire le battaglie su un campo da bocce, o a seguirle sui grandi testi di storia militare. Qui si trattava di un intervento diverso: gli articoli del giornale si rivolgevano davvero ai loro potenziali interlocutori, da qualche parte intendevano portare. E non era la parte migliore.

Dal fondo marrone dell’arredo, una voce emerse fra le altre: «Eh, no cazzo, basta. Se finiamo ancora una volta a parlare di rigori, di sudditanza psicologica, soprattutto quest’anno dove la differenza è abissale, allora prendo e me ne vado». La discussione sulla supremazia calcistica di metà campionato, apparentemente indiscutibile, si era fatta più accesa. Arrivò l’ordine di un giro di birre, e in breve Udo partì per consegnarle.

Rupert ripensava all’incontro al termine dell’ultimo periodo di supplenza, alla raccomandazione di ripensarci, di intraprendere quella che l’anziano dirigente prossimo alla pensione – capelli grigi, viso rosso, molti capillari in evidenza – aveva definito una carriera sicura. Lui aveva trascorso il resto del colloquio guardando dalla finestra il campetto vicino, dove i ragazzi giocavano a calcio. In testa gli risuonava una poesia di Brodskij. Era assorto in quei pensieri quando Udo, tornato dietro il bancone, gli lanciò due occhiate volte a ricordargli con impazienza che era tempo di entrare in azione. Rupert annuì e Udo, molto soddisfatto, tirò fuori da sotto il banco una scatola di cartone grigio di medie dimensioni, chiusa in cima da due maniglie anch’esse sagomate nella carta. La mise davanti a Gigi. «Apra pure», aggiunse, «È per lei. Abbiamo bisogno di un parere».

Gigi li guardò con aria interrogativa, prese in mano la scatola e la aprì. Dentro, appoggiato sopra due strati di plastica verde, collocato al centro, con una lieve e sconcertante inclinazione verso sinistra si trovava l’enorme riproduzione in plastica di quello che non poteva, non doveva essere un cuore umano, piuttosto il cuore di un bue, con le vene in rilievo, quasi vivo, analogo a quello che sarebbe potuto arrivare un’ora prima dalla macelleria Pozzer, proprio dietro l’angolo. Gigi ebbe un moto di disgusto e si spostò indietro:

«Cos’è, uno scherzo?».

Qualcuno, dal tavolo della discussione calcistica, si voltò verso di loro. Gigi guardò verso la porta e avrebbe voluto andarsene se non fosse stato per Udo, che lo aveva afferrato alle spalle e lo tratteneva. Si girò verso Rupert.

«Cosa ne pensa?» disse questi, mentre Udo allentava la presa.

«Ma cosa vuole che ne pensi?». Era piuttosto agitato, ma ancor più che dal locale sembrava quasi che cercasse di fuggire dalle incertezze del discorso.

«Cosa ne pensa della scuola?»

Gigi si guardò di nuovo attorno, come se non avesse capito bene ciò che stava succedendo; ma le discussioni calcistiche proseguivano con maggior serenità e in un angolo un pensionato con la coppola appoggiata sul tavolo prendeva diligentemente nota di un’inserzione immobiliare. Facendosi forza, Gigi riprese: «Che c’entra questo con la scuola?»

«Questo dovrebbe dirmelo lei, è per questo che l’abbiamo chiamata».

Per essere un tipo che distribuiva giornali di una formazione estremistica, Gigi era molto impressionabile. Aveva uno strano modo di girare la testa inclinandola leggermente quando lo sguardo cercava l’interlocutore per chiedere una conferma. Anche le sue spalle erano straordinariamente mobili, non stavano mai ferme.

«La scuola» disse piano, cercando di riprendersi. «Che dovrei dire? State cercando un gesto esemplare?».

Rupert sorrise di nuovo: «No, non si preoccupi. Mi scuso, anzi, se ha avuto questa impressione e se ne è spaventato. Sì, Udo, dobbiamo proprio scusarci. Questo pezzo di gomma è stato acquistato perché dovrebbe servire per uno scherzo scemo indirizzato a un’altra persona. Diciamo pure che lo scherzo le è stato, per così dire, anticipato accidentalmente» Udo si mise una mano sulla bocca per trattenersi dal ridere.

«Ma ripeto», riprese Rupert «come diceva Udo, abbiamo bisogno di un suo parere. Perciò consideri il contenuto della scatola un po’ come uno stimolo per la conversazione. Cosa le viene in mente, di primo acchito, pensando alla scuola?»

«Cosa vuole che le dica? Che è un posto in cui si formano i giovani?» Non aveva ancora riacquistato il pieno controllo di sé.

Rupert scosse la testa: «Questo è quel che si dice un dato. Ma come si formano queste generazioni? Cercando di sviluppare gli strumenti culturali che dovrebbero mettere in contatto le loro aspirazioni con l’offerta che il contesto sociale può metter loro davanti?»

«Beh, sì. Anche», fece Gigi.

«Anche?»

«Le risorse serviranno al loro avvenire. Non è detto che debbano per forza rimanere nel contesto in cui sono cresciuti. Potrebbero andar via. Del resto, è sempre andata così, vero?» Qui girò il collo in avanti in cerca di una conferma, ma Rupert guardava il tavolo, mentre Udo ascoltava in piedi, di schiena, appoggiato al banco, intento a seguire con lo sguardo l’angolo dei tifosi.

Il cuore era rimasto al suo posto, nella confezione ancora aperta. Nell’aria sembrava quasi di avvertire l’odore inconfondibile che si respirava dai Fratelli Pozzer.

«E gli insegnanti?»

Gigi avrebbe voluto respingere la domanda, ma in quella circostanza ne fu impedito da alcuni elementi ambientali che, tutto sommato, giocavano contro di lui.

«Noi facciamo quello che possiamo».

«Ecco, questo me lo dico anch’io» fece Rupert. «Anzi, nello studio si riesce a fare anche molto di più di ciò che a prima vista sembrerebbe possibile; ma che ne è poi del risultato che si consegue davanti al collasso di una formazione che dal punto di vista sociale risulta del tutto incongrua, misconosciuta agli occhi di tutti se non, appunto, a uno sguardo fin troppo scolasticamente orientato? E guardi, il lavoro qui non c’entra niente. Non sto dicendo che dobbiate guardare al lavoro, o che prepariate con la danza classica qualcuno che poi si troverà a lavorare in miniera. Non è questo che conta, almeno per me; conta piuttosto la natura di quella insuperabile illusione per la quale a scuola una disciplina è considerata solo in modo burocratico, per cui la si può amministrare e giudicare soprattutto dal punto di vista burocratico, mentre fuori di questo labirinto malandato quella disciplina – la danza classica, per così dire – non è più la stessa da tanto tempo, anzi da troppo tempo. E nessuno si cura realmente di che cosa sia diventata, della sua pratica e delle sue condizioni di esercizio».

Gigi aveva annuito fingendo partecipazione, nella speranza di porre fine al confronto al più presto. Dondolandosi sullo sgabello aveva spinto il giornale quasi del tutto fuori dalla tasca del giaccone, che ora mostrava per intero il titolo di apertura, teso con fiducia al rinnovamento della società:

«Siamo rimasti i custodi di un rito, quello che dice che chi entra nella scuola ne sa meno di chi alla fine ne esce. Accompagniamo i ragazzi, tutto qui. Se vuole, siamo i custodi del tempo che scorre nel mezzo».

Rupert lo guardò: «I custodi di un deposito, direi, quelli che orientano gli studenti indicando loro la strada dei grandi stando però ben attenti ad assicurare che loro, grandi, non lo diventeranno mai. Da dove viene questa invincibile presunzione? E non mi dica che è un modo per incoraggiare i giovani a superarvi. Non siete forse perduti dietro la vostra formazione al punto da non capire che nessuno sarà pagato per svolgere i compiti che ritenete culturalmente rilevanti? Al di là di qualsiasi considerazione che si possa fare oggi sulla decadenza del prestigio sociale dell’insegnante, credo che questo ruolo sia davvero sopravvalutato».

Seduto sullo sgabello, Gigi avvertiva tutta la propria competenza messa in dubbio:

«I ragazzi ora vengono seguiti di più. Non li lasciamo soli davanti ai loro problemi. E d’altra parte, non sono più quelli di una volta, hanno altre esigenze, sono molto diversi da quelli che eravamo noi».

«Ecco, lei si occupa delle loro esigenze. Buono a sapersi» ricominciò Rupert, la cui mobilità umorale lo aveva già spostato in un’altra posizione. Giratosi, Udo guardava il supplente con un’espressione di ironia inedita perfino nel suo vasto repertorio.

«Non mi fraintenda. Lei sarà sicuramente un formidabile mediatore» proseguì Rupert «grande attenzione, sensibilità, spirito di servizio: perfetto, quindi. Ma tutto questo non cambia di una virgola ciò che ho detto poco fa, anzi è perfino irrilevante. Resta questo: nelle scuole, la danza classica è sempre più in crisi. Non se ne ha più nemmeno una vaga idea».

Di fronte a questo eccesso, Gigi fu tentato di dire quello che sentiva crescere in sé, ossia che Rupert non poteva capire in dettaglio di cosa stesse parlando: troppo facile criticare il mondo della scuola senza farne parte, senza averne colto l’alto compito sociale – specie in quel periodo di difficoltà – e soprattutto senza aver compreso le innumerevoli e preziosissime attività di supplenza di cui la scuola si faceva carico; ma all’ultimo fu provvidenzialmente frenato da un’ipotesi che si fece strada nella sua coscienza, ossia che anche il suo interlocutore potesse avere avuto qualche esperienza, magari sgradevole, proprio in quel settore. Sì, certo, doveva essere stata un’esperienza scolastica eccessivamente spiacevole a inacidirlo fino a tal punto. Con questa intuizione, Gigi ebbe un sussulto d’orgoglio:

«Le è andata così male, a scuola?»

Con questa frase pensava che la conversazione avrebbe potuto riprendere slancio, orientandosi finalmente a suo favore. Ne restò invece deluso.

«Questa è davvero irrilevante» disse Rupert, «oltre ad essere un’osservazione profondamente scolastica. A scuola mi sono trovato bene. Alcuni anni del mio percorso di studi sono stati fra i migliori della mia vita. Ma ora? Mi dica, cosa ne facciamo della nostra competenza? Non le sembra che dal punto di vista delle conoscenze gli insegnanti siano stati ridimensionati fino a diventare dei suonatori di cristallo armonico? Se lo è mai chiesto? Si è mai chiesto che fine hanno fatto i manuali su cui ha studiato? Che fine hanno fatto coloro che li hanno scritti? Non vorrei sembrarle troppo brutale, so benissimo che la risposta ai miei interrogativi non si trova nelle aule scolastiche, eppure è proprio questo che mi dispiace, che nell’insegnamento si riferisca tutto, genericamente, alla sopravvivenza di un’istituzione più che, sempre per così dire, alle sorti della danza classica».

Udo si avvicinò a Gigi, dicendogli in un orecchio: «Non ha ancora sentito tutto. Dovrebbe leggere le follie che scrive, per capire il punto a cui è in grado di arrivare».

Gigi scosse la testa: «La scuola si risolve nella scuola. Inutile cercare altre compensazioni».

Rupert abbassò il capo, non poteva procedere oltre con chi si rifugiava in argomenti come questo. Si raddrizzò, sollevò le braccia, stendendole per sgranchirsi le spalle. Poi si ricompose. Ecco che cos’era la scuola: la sicurezza con cui Gigi guardava nel vuoto. Un cortile deserto, un cancello chiuso. Inutile insistere, non era lì la sede del discorso. «La storia», gli aveva detto il dirigente, «le raccomando lo studio della storia». Non poteva proseguire. E poi aveva ancora una questione in sospeso con Magda. Senza preavviso, chiudendo gli occhi con un lieve e inatteso conforto, Rupert sentì il suo umore quasi riaversi. Fuori, il casermone scolastico si stagliava massiccio nei colori serali, con due finestre ancora accese in segreteria. La palestra esterna era occupata dagli allenamenti degli sport di squadra. Le mura erano solide, destinate a durare. Tutto il resto poteva tornare nell’ombra.

Si voltò verso Udo: «Visto che il programma è finito, non potresti trovare qualcosa di meglio di questo documentario sui lepidotteri? Tornando a noi, va bene, lo scherzo era stato preparato per un altro – che vuoi farci? ci faremo venire un’altra idea – ma non credi che a questo punto, dopo aver sopportato con tanta cortesia la mia conversazione, Gigi, questo regalo se lo sia proprio guadagnato?»

Gigi avrebbe voluto replicare, ma rimettendosi il giornale in tasca pensò che davanti a due interlocutori del genere non ne sarebbe valsa la pena. Tirò fuori le chiavi, poi le rimise a posto. Era ora di andarsene, di pensare a riscaldarsi gli avanzi dalla sera prima.

«Valutando il caso, non saprei dire di meglio», disse Udo.

Richiusa la scatola, la mise di nuovo davanti a Gigi, che rimase un po’ confuso. A voler essere precisi, rimase dispiaciuto davanti a chi non aveva la minima idea dei profili di responsabilità entro i quali esercitava quotidianamente il suo mestiere. E dunque, con l’espressione di chi deve sopportare ogni giorno una quota di ignoranza in crescita inarrestabile, chiese a Udo quanto gli dovesse, per scoprire che il giro era già stato pagato da un estraneo che ogni tanto faceva un’offerta a favore degli insegnanti. Così, sceso dallo sgabello, con ancora un po’ di disappunto in corpo salutò i due amici e si avviò verso l’uscita. Un paio di tifosi lo salutarono. Passò attraverso il vano della porta e lo si vide incamminarsi speditamente lungo Piazza Grassi. Reggeva la scatola per le maniglie, con una mano. Visto che il contenuto si era fatto più pesante, camminava tenendo il braccio un po’ discosto dal fianco.

 

* Questo racconto, come tutti gli altri della rubrica, è opera di fantasia. Ogni riferimento a persone e cose è da ritenersi puramente casuale.

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