Carl

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Aveva sempre considerato una colpa imperdonabile essere uscito per la prima volta dalla città a quattordici anni. Quattordici anni e tre mesi, a dirla tutta, mentre la media dei suoi coetanei a quell’età aveva già esplorato l’intera gamma di attrazioni dei cinque stronzissimi luna park della provincia. Sei mesi dopo non aveva ancora finito di recuperare. Eppure, pensò, sistemandosi una stanghetta degli occhiali, la propensione all’avventura non gli mancava. Quante volte aveva sognato di lanciarsi nella mischia, di buttarsi in un incontro di lotta dal quale tornava vincitore sotto lo sguardo di una ragazza emaciata che lo aspettava ai bordi della palestra? Il fatto è che la salute e la prestanza fisica non lo avevano aiutato; tutto qui. Anche adesso, che aveva smesso di mangiare fragole di gelatina e non girava più con la custodia del cellulare attaccata alla cintura, si trovava in sovrappeso. Era difficile, niente da dire. Ma in fondo avrebbe potuto farcela anche lui, perché no? Bastava solo lavorarci, tener duro. Ed era lì proprio per questo.

Per porre in atto la prima parte del suo piano, infatti, era dovuto passare da casa.

«Cosa c’è, sei andato a farti bello? Ti sembra il modo di andare in giro? Ma tu guarda che deficiente. Cazzo, mio fratello è proprio uno sgorbio» disse Carol, rialzandosi a fatica dal divano, al sesto mese di gravidanza.

L’amica Michelle, alzando gli occhi dal telefono, confermò l’impressione: «Beh, come fare a darti torto? Se continua così è proprio impossibile che si trovi una fidanzata».

Carl camminò lungo il muro, mosse appena la testa verso le due ragazze e salì in fretta per le scale.

«Carl, hai mangiato? Non starai mica di nuovo per uscire, vero?» disse sua madre, con una pila di asciugamani in braccio; ma Carl era già al primo piano, in camera sua e aveva chiuso la porta. Erano due deficienti: era la milionesima volta che se lo diceva. Inutile fermarsi a riflettere. Prese lo zaino aperto sulla sedia e ci mise alcune cose che aveva preparato sulla scrivania, fra le quali lo spolverino, un notes, Taras Bulba che stava leggendo – attratto dal titolo – e due penne. Aggiunse anche un maglione di lana grigio piombo. Meglio essere prudenti. Dopo aver ricontrollato sul cellulare gli orari dell’autobus 36, aprì la porta dell’armadio per guardarsi allo specchio. Era senz’altro migliorato: ora, a uno sguardo indulgente sarebbe potuto sembrare un ragazzo robusto, diciamo solo un po’ in sovrappeso. E si vestiva meglio, questo sì. Era decisamente migliorato. Le maglie troppo lunghe, i pantaloni allacciati sopra la vita erano un ricordo. Lei lo sapeva, solo che non era sicuro che lo sapesse abbastanza e temeva che, prima che lo avesse saputo del tutto, si sarebbe cacciata in un casino. Da quello che gli aveva raccontato Roberto, che aveva parlato con la sorella, i presupposti c’erano tutti.

Scese le scale e passando davanti alla cucina intravide Carol e Michelle di schiena, intente ad aprire una confezione di gelato nel lavello.

Voltandosi indietro, con la mano già sulla porta, disse: «Ma’, devo andare. Ti chiamo dopo, ciao».

Arrivò l’urlo dalla camera: «Caarl? Cristo santo, dove diavolo devi andare a quest’ora?», ma lui era già uscito.

 

Sulle scale mandò un messaggio a Roberto Indio: «Basta. La seguo e chissenefrega».

«Ma sei sicuro che a lei faccia piacere?» rispose Indio.

«Non posso stare a guardare queste cose. Se va, va, altrimenti almeno ci avrò provato».

«Non fare cazzate, almeno».

«Figurati».

Poi silenziò il telefono.

Si rendeva conto che c’era qualcosa di profondamente ingenuo nel suo proposito, tuttavia sentiva di doverla salvare, anche se forse lei non l’avrebbe messa proprio in questi termini. Doveva salvare lei da un pericolo in cui stava per mettersi solo a causa della sua generosità; quanto a se stesso, invece, l’impresa aveva un’unica possibilità di riuscita, quella di trovarsi finalmente insieme a lei secondo il piano che aveva disegnato su un foglio la sera prima. Mentre camminava verso la fermata la sua espressione era simile a quella di chi, dopo tanto cercare, avesse finalmente ritrovato la strada di casa, ma non avesse ancora capito se si trattasse o meno della via più breve. Eppure aveva trascorso due splendidi pomeriggi in biblioteca. Si erano scritti più volte in chat. Certo, in modo ancora relativamente generico, ma che lasciava spazio alla speranza.

Dalla porta della filiale della Banca Standard vide uscire il direttore Leonida (Leo) Rapardi, che incontrava più o meno ogni giorno verso le tredici mentre elargiva generose pacche sulle spalle ai dipendenti, presumibilmente immaginando la cifra del proprio stipendio. Cinquantenne, stretto in un vestito grigio troppo fasciante, portava con una fierezza che Carl trovava incomprensibile una barba a pizzetto molto lunga, in virtù della quale riusciva ancora a pensarsi originale. Diversamente dal carattere di quel segno distintivo, la barba di suo padre era una semplice barba da fare: di alternativo aveva poco, tranne le difficoltà economiche. Lavorava come falegname nella ditta Laffer che arredava gli interni dei camper e delle roulotte, operando da subfornitrice delle grandi aziende del settore. Il sabato integrava la paga con qualche lavoretto. La vita di suo padre somigliava all’ascesa di una forra, un dirupo nero chiuso fra due montagne.

Mio Dio – pensò d’un tratto – Cinzia è così vivace, ha tanta di quella gioia di vivere in corpo che fa perfino impressione.

Aveva saputo dall’Indio che quel pomeriggio Cinzia si era offerta di riportare a Renato “Diba” Rentucci il cellulare che i compagni gli avevano nascosto dietro un distributore automatico negando per due giorni di sapere dove fosse finito. Era una di quelle idiozie tanto evidenti che i membri di un gruppo, una volta cominciata, non trovano mai il coraggio di finire, preferendo assistere all’amplificazione dell’errore – rapiti da quella che a un certo punto si mostra come la sua dimensione fatale – che cercare di porvi in qualche misura rimedio. La cosa assurda è che Cinzia il giorno dello scherzo non era neanche presente: era impegnata in una trasferta con la squadra di nuoto. La faccenda aveva dunque assunto il carattere gratuito tipico delle sue iniziative; eppure, quella di presentarsi come ambasciatrice ideale proprio perché priva di responsabilità (chiunque era al corrente della sua assenza) era una soluzione troppo sottile, che non tutti avrebbero potuto apprezzare. D’altra parte, il contesto in cui doveva introdursi non era affatto chiaro e presentava non pochi profili di rischio. Il fratello di Diba era stato fermato per furto due mesi prima e, nonostante vivesse con lui e la madre, non sembrava essersi convertito alla meditazione, tanto che dalla maggior parte degli studenti la casa era ufficialmente considerata off limits; in secondo luogo, ma la questione non era meno rilevante, a Diba Cinzia suscitava una certa simpatia per cui, sebbene lei non avesse mai ricambiato, andare a casa sua poteva non rivelarsi la migliore delle scelte. Questo è quel che diceva Roberto Indio e che sapeva, ahimè, anche il nostro Carl.

Arrivò anche il 36 e lui vi salì a stento. Era il mezzo migliore per arrivare in fretta alla casa di Diba, ma era così pieno di passeggeri di ogni genere che si disse che al ritorno avrebbe senz’altro preso il tram. Quanto al resto, naturalmente, la strategia migliore sarebbe stata quella di giocare d’anticipo, di cercare di fermarla, ma non poteva dire se fosse ancora in tempo.

 

2.

 

Veniamo ora a un’altra prospettiva. Pur restando nel quadro di un’esistenza ordinaria, il carattere eccezionalmente memorabile di alcuni episodi è tale che, per quanto siano rari, tutti li considerano non solo possibili ma addirittura normali, rievocando ogniqualvolta ve li si trovino davanti i più lontani precedenti del caso occorsi nella propria famiglia, fra le proprie conoscenze o nelle memorie della propria comunità. Manuela, una cugina di Cinzia, non aveva mai rappresentato un problema per la famiglia fino al giorno del matrimonio, celebrato sei mesi dopo il compimento del suo ventiquattresimo anno di età. Mentre i genitori normalmente si affannano sulla sorte adolescenziale dei figli, per Manuela non c’era mai stato nulla di che preoccuparsi, neppure quando, a dodici anni, aveva manifestato un’improvvisa ossessione per i gerani che l’aveva spinta a rivestire non solo i balconi di casa propria, ma anche quelli delle case dei parenti (arrivando perfino a chiedere il permesso di intervenire nel ramo collaterale, in un paese vicino). Oltre alla passione floreale – e a quella per un berretto di montone che amava indossare fino a maggio inoltrato – l’unica stranezza che le si sarebbe potuta imputare era il particolare rapimento che provava davanti a certe mediocri riproduzioni di nature morte, che la trattenevano in contemplazione anche per un’ora intera, in cui si sprofondava nella riflessione sullo scorrere del tempo. Quanto al resto, di carattere sereno e di grande diligenza scolastica, aveva sempre frequentato con ottimo profitto l’istituto professionale, preparandosi alla sua carriera lavorativa.

Sposata dunque a ventiquattro anni con un fabbro tirolese di nome Kurt, si era trasferita a Bronzolo, in Alto Adige, in una casa che lui aveva ereditato da un prozio materno. Mentre lui sembrava gestire con buoni risultati l’attività di famiglia, lei lavorava in un negozio da estetista. Tutto sembrava dunque procedere per il meglio, se non fosse che tre soli mesi dopo le nozze, senza alcun preavviso e anzi con la determinazione delle decisioni irrevocabili, i due avevano avviato le procedure per la separazione, evitando di fatto di chiarire in alcun modo le ragioni di una risoluzione così repentina. Qualche mese dopo, lui aveva preso a frequentare una donna della sua regione, mentre Manuela, rientrata in Lombardia, era rimasta per così dire nell’ambito dell’artigianato cominciando a uscire con un falegname. Questa, in breve, la sintesi insufficiente della vicenda. Come sempre accade quando, davanti al bisogno di un semplice chiarimento, non emerge un solo dettaglio attorno al quale intrecciare una spiegazione razionale decente, nelle discussioni della famiglia erano fiorite molte ipotesi, dalle più sensate alle più francamente improbabili. In alcune di queste ultime lui veniva dipinto in preda a sfrenati desideri erotici che lo portavano a una compulsiva e patologica infedeltà notturna nei boschi attorno al paese. Altri invece parlavano, più banalmente, di noia. Di litigi, di caratteri incompatibili e crudeltà reciproche non era invece emersa neanche l’ombra. Insomma, non c’era molto su cui ricamare, ma neanche un elemento sufficiente a giustificare l’accaduto. Mancando i chiarimenti, e pure i contatti (Manuela non era molto espansiva) le relazioni familiari si erano a poco a poco raffreddate. Un anno dopo la separazione, non saprei dire come, uscì fuori che Manuela si trovava incinta del suo nuovo compagno. La famiglia tentennava sul da farsi e, visto che nessuno si decideva ad andare da lei per chiederle se avesse bisogno di una mano, in attesa che i genitori organizzassero l’assistenza Cinzia disse a sua madre e agli zii che avrebbe voluto andare a trovarla, anche solo per capire come si fosse sistemata in quel periodo. Chiese poi loro di mantenere il più stretto riserbo su questa visita. Conoscendo l’indole e lo spirito intraprendente di Cinzia, che in fondo da soli sarebbero bastati a giustificare l’iniziativa, nessuno ebbe niente da ridire.

Così quel pomeriggio, subito dopo pranzo, Cinzia aveva preso l’autobus n. 36 per andare a trovare sua cugina.

L’indirizzo Manuela glielo aveva spedito con largo anticipo. Grazie alle risorse del cellulare non fu difficile per Cinzia individuare l’appartamento in questione, al secondo piano di un condominio residenziale che lo schermo dello smartphone dava un po’ troppo luminoso. Arrivò puntuale.

Com’era prevedibile, Manuela non viveva fra gli agi. L’appartamento era piccolo, arredato poveramente con lo stretto indispensabile; vivace era forse solo la presenza di alcuni piccoli quadri a olio – tavolozza di prevalenza rosso-arancione, con ogni probabilità dipinti da lei – appesi alle pareti. Attualmente lavorava come estetista in periferia e aveva intenzione di continuare a farlo finché il suo stato l’avesse consentito. Franco, il falegname, veniva a trovarla la sera, le portava la spesa e le dava una mano nelle faccende di casa.

Cinzia se ne stava seduta sul piccolo divano a due posti rivestito da una coperta a fiori, mentre Manuela le parlava da una delle sedie del tavolo.

«Vedi,» le disse, «tu sei giovane, hai ancora molto tempo per decidere cosa fare della tua vita. Con ogni probabilità studierai prima di prendere decisioni importanti. A me invece è capitato di dover scegliere in fretta, che vuoi farci? Ho cercato di fare quel che ho potuto».

Non era facile capire a quale età si stesse riferendo. Cinzia la osservava con uno sguardo pieno di comprensione, anche se intimamente non poteva non interrogarsi sulla singolarità di una vita che, inserita non si sa come nel telaio del presente, sembrava appartenere, con i suoi ritmi e le sue complicazioni, a un tempo più lontano.

«Mi dicono che sei brava, al liceo,» proseguì Manuela.

«Beh, cerco anch’io di fare quello che posso.»

«No, no, lo so che sei brava,» riprese Manuela «Sai, nonostante la mia situazione, io sono contenta. Ogni tanto mi dico che non ho proprio sbagliato tutto. Sabato pomeriggio, ad esempio, ho accompagnato la mia amica Stefania dall’erborista. Mentre stavamo uscendo è entrata una certa Claudia, una sua ex-compagna di classe di ragioneria che ha proseguito gli studi e ora lavora all’Ufficio Appalti della Regione. Non si vedevano da anni. Quando ha chiesto a Stefania perché non avesse proseguito gli studi lei gli ha risposto che ha investito sulla famiglia (Stefania ha due figli), ma la sua voce era incerta, ho sentito che faceva un po’ fatica a rispondere e ho provato molta pena per lei».

 

3.

 

Carl era sceso in fretta dal bus e senza perdere altro tempo, facendosi largo fra i passanti, era andato ad appostarsi nei pressi della palazzina di fronte al condominio dove abitava Diba. Per essere precisi, vicino all’ingresso posteriore di un ex-negozio di alimentari chiuso da poco, con la rampa per la spinta dei carrelli e il piano rialzato per l’appoggio delle piattaforme dei camion dei fornitori. Si era appoggiato alla ringhiera, poi si era seduto in un angolo e aveva tirato fuori il cellulare, tanto per non dare nell’occhio. Stando a quanto poteva presumere di lei, Cinzia doveva essersi già messa in viaggio. Roberto Indio aveva detto di aver saputo, sempre da Giulia, che Cinzia quel pomeriggio sarebbe dovuta passare prima in piscina e che poi avrebbe avuto da fare e sarebbe rientrata tardi. A suo dire, però, aveva inventato una scusa.

Era probabile che fosse andata a fare qualcosa in piscina, ma non era possibile che fosse già arrivata da Diba. I tempi non lo concedevano. Del resto, l’ottimismo della disposizione d’animo di Cinzia era un’impressione, il suo pensiero – Carl lo sapeva – era invece di un realismo fuori del comune. Aveva anticipato la consegna per poi tornare in piscina e avere il pomeriggio libero? Ma allora perché trovare la scusa di un impegno? Per perdere un po’ di tempo cercò sul cellulare la nozione di realismo e si trovò d’accordo sul senso della realtà nella sua concretezza, sulla tendenza a rappresentare la realtà senza idealizzarla, anche se non concordava con gli esiti di questo orientamento. Per Cinzia la realtà conteneva una potenzialità oscura, uno sviluppo incipiente, difficile e, per così dire, solo fragilmente positivo. Aveva però anche la forza delle sue convinzioni, questo è certo; ma poteva bastare in casa di Diba? Perché non farsi dare una mano, perché non farsi accompagnare? Sentì di nuovo Indio via messaggio: «Sei sicuro che sia partita?», «Ok. Giulia mi ha detto che è uscita un’ora fa». Si sarebbe fatta viva entro mezz’ora.

Alla consueta propensione introspettiva, che per qualche anno la sua corporatura robusta aveva contribuito a favorire mantenendolo ai margini del gioco, in quel periodo Carl aveva aggiunto un supplemento di fiducia, che aveva impresso alle sue azioni un carattere più concreto: ora la pazienza non era più il prodotto della necessità di sopportare gli insulti che ogni giorno doveva subire, ma lo stato d’animo in cui ponderava ciò che aveva in mente prima di metterlo in atto. Con un occhio al cellulare, sui cui leggeva i prezzi degli ultimi modelli di scarpe da jogging, e l’altro alla porta della casa di Diba, stava facendo esperienza di una nuova forma di attesa.

Perciò non si mosse quando vide i due spilungoni in tuta grigia, che potevano essere giocatori di basket o di pallavolo, suonare alla porta che teneva sotto controllo. Amici del fratello, senz’altro. La madre venne ad aprire la porta e li fece entrare senza complimenti. Il fratello di Diba era un delinquente ben lanciato, con addosso la presunzione tipica di chi vuole mostrare agli altri che sa quello che fa mentre sta correndo in bocca a un precipizio. Uno di quelli che per questa ragione pensano di aver diritto a una vita perfezionata da integratori di vario genere. Diba invece era quello che era; a Carl era sempre sembrato uno che di quel passo non avrebbe combinato niente. Ma poteva anche sbagliarsi: del resto, cosa avrebbe potuto dire di sua sorella, della situazione in cui si era messa, nonostante le centinaia di raccomandazioni che aveva ricevuto? Ad ogni modo, non erano affari suoi. Lui ci stava provando.

Dopo un po’ i due in tuta grigia uscirono dalla casa e scomparirono in fretta in fondo al marciapiede, buttando avanti le scarpe come personaggi secondari di un film americano sulle gang di strada.

Strano che Cinzia non fosse ancora arrivata. Si disse che si sarebbe dovuto muovere per tempo, in modo da impedirle di avvicinarsi da sola alla porta. Poi vide davanti a sé la maniglia, lo zerbino. E tornò a porsi una domanda che aveva già respinto. E se fosse già successo? Se nonostante tutto fosse già arrivata, se fosse già lì dentro, se fosse stata impegnata per tutto quel tempo a parlare con Diba, o peggio con lui e tutta la sua famiglia? Sarebbe dovuto intervenire per difenderla, sì certo, e incidentalmente anche per difendere la propria speranza. Era inutile attendere oltre. Se Cinzia non fosse arrivata entro i successivi dieci minuti, sarebbe entrato in azione.

Nonostante la sua attenzione avesse raggiunto forme deliranti, che producevano immagini allucinatorie dell’arrivo di Cinzia da più punti del quartiere contemporaneamente, lei non si fece viva.

 

Trascorsi i dieci minuti scese i gradini, attraversò la strada e suonò il campanello. Attese qualche secondo, poi la porta si aprì i scatto e si trovò davanti a un giovane possente con i capelli lunghi, molto più grande di lui, alto forse un metro e ottanta, un metro e ottantacinque. Era Speedy, il fratello di Diba. Tempo dopo, riflettendo sull’accaduto, Carl sarebbe arrivato alla conclusione che si trattava di un fatto normale, perché probabilmente Speedy aveva pensato che i suoi amici avessero dimenticato qualcosa e fossero tornati indietro, ma in quel momento fu scosso da un incontro che in condizioni normali avrebbe cercato in ogni modo di evitare.

«Non ti conosco. Cosa vuoi?» chiese Speedy.

Carl cercò in qualche modo di venire al dunque:

«Per favore, potrei parlare con Diba?».

«E tu chi saresti?»

«Sono Carl, frequento la sua stessa scuola.»

Speedy chiuse la porta, lasciando Carl sullo zerbino senza una strategia d’intervento, né un piano di fuga. Decise di tenersi al cuore della questione: visto che la circostanza era del tutto improbabile, quello era l’unico modo per tentare di uscirne decentemente.

La porta si riaprì e Diba uscì fuori chiudendola dietro di sé. Portava i guanti da lavoro e un grembiule giallo sporco di unto che gli arrivava alle ginocchia.

«Cosa vuoi, Carl? Sei l’ultimo che avrei pensato di vedere da queste parti. Devi dirmi qualcosa?»

Carl, che in un istante aveva capito quanto assurda potesse essere la scena che la sua illusione gli aveva suggerito, tentò di essere, a modo suo, sincero: «Passavo di qui per una commissione che devo fare per mio padre e così ho pensato di venire a dirti di persona che tutta la faccenda del tuo cellulare mi sembra una grossa cazzata. Io non c’entro niente, ma mi è dispiaciuto che abbiano tirato la cosa troppo per le lunghe».

Diba continuava a guardarlo con aria interrogativa: «Un’altra così e me la pagano, questo è sicuro. L’ho già detto a Sebastian Moro che è venuto a riportarmelo, ma non capisco tutta questa tua premura di scusarti. Ti vedo poco, a stento ci salutiamo, che ci fai qui? non è che c’entri anche tu in qualche modo in questa faccenda?»

Carl ritornò in se stesso: «Non sono venuto per scusarmi. Te l’ho già detto. Questi scherzi cominciano a darmi fastidio, e anche se qui si tratta di un caso diverso, ricorderai che di scemenze ne hanno fatte molte anche a me. Volevo solo che lo sapessi. Tutto qui».

Il gruppo marginale di cui facevano parte casi come Diba aveva cominciato a seguire con divertimento gli sforzi recenti di Carl per guadagnarsi una patente di normalità. E Diba notò che Carl non si stava guardando le scarpe, non si grattava la testa, né controllava il cellulare per trovare una scusa per andarsene al più presto. Con una calma interiore che Diba trovava del tutto immotivata – ma che a Carl sembrava invece avere solido fondamento – continuava a guardarlo negli occhi.

Diba scrollò la testa. «Senti, Carl. Ti ringrazio, ma non so che farmene del tuo interessamento. E poi, vaffanculo. La vuoi finire di fissarmi? Cos’è, una sfida con te stesso? Una delle tue prove di coraggio? Sei venuto fino qui perché vuoi che ti dica che non sei uno sfigato, che hai fatto un altro passo avanti? Bene, ecco qui: non sei uno sfigato. E, guarda un po’, hai fatto anche un altro passo avanti. Sei contento? Ti ho messo a posto la giornata? E adesso fammi il favore di levarti dai coglioni».

Carl mosse appena un cenno con la testa, sorridendo a labbra strette, con gli occhi chiusi, in un’espressione che a Diba sembrò l’emblema della sua giornata.

«Ci vediamo,» disse Carl.

Diba si sfilò i guanti e li mise nella tasca del grembiule, si girò e rientrò dalla porta senza voltarsi.

 

4.

 

Per tornare indietro, a quell’ora non c’era molto di meglio che aspettare a una fermata del tram. Anche la più semplice aveva resistito più di quanto non fosse accaduto alle pareti delle fermate d’autobus: lo sporco indescrivibile, la miseria, l’usura dei sedili e delle pareti in plexiglass non avevano intaccato l’eleganza che l’insieme, a dispetto di tutto, continuava a mantenere. Chissà – pensò Carl – forse il fattore decisivo era il marciapiede rialzato, o la tettoia dalla struttura in metallo con i tubi dalla sezione insolitamente larga. Il faro gettava sui passeggeri in attesa una luce più calda, meno ordinaria di quella di chi ogni sera tornava dal turno di lavoro in autobus.

Pur avendo commesso una sciocchezza, Carl l’aveva fatta franca: era quasi contento, come se avesse tracciato un otto sulla spiaggia in riva mare. Un’impresa inutile, ma perfettamente riuscita. In primo luogo, Cinzia da quelle parti non si era fatta vedere – nonostante Indio, Giulia e le loro teorie, che certo per quella sera non si sarebbe affrettato a correggere, – in secondo, era riuscito a condurre in porto il suo proposito non solo resistendo all’attesa, ma improvvisando alla grande, e davanti a Diba e a suo fratello, mica niente. Certo, non aveva raccolto granché, ma erano pur sempre piccoli risultati di una giornata della quale in fondo poteva essere soddisfatto. Tirò fuori il libro dallo zaino e si mise a leggere.

Poco dopo salì a bordo e si sistemò sul sedile più vicino alla porta.

Cinzia aveva preso il tram al volo cinque minuti prima, e se ne stava nel vagone a fianco, in piedi, verso la parte di giunzione al vagone di Carl, con le cuffie in testa. I vagoni permettevano la comunicazione fra l’uno e l’altro, perciò aveva visto Carl salire e rimettersi a leggere vicino all’uscita. Si era anche stupita di averlo visto da quelle parti, ma sapeva che Carl non era del tutto prevedibile.

Visto che alla fermata successiva era scesa un po’ di gente, decise di avvicinarsi. Nel viavai dei passeggeri, Carl scoprì che stava venendo verso di lui solo quando si trovava ormai a pochi passi. Fu felice dell’occasione e, al di là di qualsiasi possibile pronostico, la trovò anche tutt’altro che fuori della norma; anzi, la trovò normale, di quella normalità a cui stava cercando di abituarsi. Alzò lo sguardo e con un gesto di imbarazzo, alzandosi appena con il libro fra le mani, si offrì di cederle il sedile, ma lei sorridendo rifiutò. Si era tolta le cuffie, le teneva al collo.

«Sei un po’ fuori zona, mi pare», disse lui.

«Già. Ero in giro per faccende familiari,» rispose Cinzia.

Lei non aveva voluto scomodarlo, ma visto che a Carl sembrava scortese continuare a parlare stando seduto, lasciò il sedile a un uomo di mezza età in completo scuro e si mise in piedi, a fianco a lei, reggendosi allo stesso palo cui lei era aggrappata.

«Anch’io sono stato a fare una commissione per mio padre. Fra l’altro, pensa, ero convinto che tu fossi andata da Diba a restituirgli il cellulare. L’Indio me lo aveva dato per certo».

Cinzia sorrise: «E sentiamo, da dove potrebbe essermi venuta in mente un’idea simile?»

«Non lo so. Mi diceva di averlo saputo da tua sorella».

«E tu gli hai creduto?»

Carl si strinse nelle spalle: «Vuoi che ti dica se ti credo capace di fare una cosa del genere? Non dico sempre, ma in certe circostanze sì».

Cinzia scosse la testa: «Beh, non so se ci sarei andata da sola. Comunque non è andata così. Ero in giro per conto dei miei, un casino di mia cugina da cui credo sia difficile uscire. Non so nemmeno dirti con precisione in che condizioni si trovi. È un po’ di tempo che attorno a me non vedo che casini» disse, ma quasi si pentì di averlo detto, pensando alla famiglia di Carl.

«Sì», disse lui, «devono sempre trovare qualcosa di nuovo per complicarsi la vita». Benché sapesse che fra poco si sarebbe ritrovato fra gli imprevisti di casa sua, Carl sentiva che quel viaggio in tram lo stava introducendo in un ambiente confortevole. Non era mai stato tanto sicuro di qualcosa come in quel momento. La felpa lilla di Cinzia sotto le luci del vagone aveva preso un riflesso più caldo e più scuro.

Carl disse: «Se pensi a come le cose stanno girando, diventa difficile credere di poter combinare qualcosa di buono. Devo sempre immaginarmi qualcosa di diverso per andare avanti; ma poi vado avanti, anzi, sto migliorando».

«Lo vedo anch’io che stai migliorando» disse Cinzia, per scherzo.

«Non che questo porti a chissà che, ma in questi ultimi due mesi mi sono sentito meglio, mi è sembrato che in qualche modo si stia aprendo una buona stagione, perfino – non metterti a ridere – che stia venendo il mio momento. Tu cosa dici?» pronunciò queste frasi senza quasi rendersene conto e non avrebbe saputo chiarire fino in fondo perché le avesse dette. Semplicemente, la sua coscienza prendeva forma insieme alla parola.

Cinzia tornò più seria: «Sai cosa mi sono trovata a dirmi in questi giorni, qualcosa che mi è successo anche oggi, mentre tornavo dalla casa di mia cugina? Che vorrei avere un futuro. E questa parola mi è sembrata oscura, lontana da quella a cui di solito pensiamo preparandoci per la giornata. Ho pensato che il futuro potrebbe essere mio, che anch’io potrei averne uno, dal colore molto diverso da quello degli altri, o che gli altri si aspettano».

Reggendosi al palo del vagone, Carl aveva guadagnato terreno:

«Sì, lo credo anch’io». Guardava davanti a sé una signora di mezza età che teneva fra i piedi un’enorme borsa di nylon a quadri da cui sporgevano delle trapunte. A fianco, messo in verticale, teneva anche un vecchio cuscino. Poi tornò verso Cinzia, che stava chiudendo una tasca del suo zaino:

«Sai cosa ti dico? Se ti va, potremmo cominciare a lavorarci».

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