Fetish/ 2

Sono la sola a trovare sinistro il fatto che Re Constantinos si sia rassegnato a tramandare la parte più insignificante della sua esistenza? È possibile che il desiderio di sopravvivere geneticamente sia più forte della reputazione e del patrimonio? Quell’uomo stava morendo senza un erede. Anzi, un erede forse esisteva, ma lui non sapeva dove trovarlo. A parte questo, non aveva scuse.

di in: Fetish (0)

Gialla, Visa! Visa! Visa! , Serigrafia, 2010

II. PATRIMONIO GENETICO

Un modo di morire che mi affascinava più di altri era la performance di body art suicida del poeta John Hoffman. John scomparve in un vulcano del Messico lasciandosi dietro, come scrisse Ginsberg, nient’altro che l’ombra del suo vestito. Similitudine degli opposti. Quello che stava per perdere Constantinos Kavafis era un patrimonio quotato in borsa. Per il tycoon dell’industria digitale la morte aveva un sapore preciso. L’amaro ritorno all’era pre-elettrica.

Y100, Head of K.K., Litografia, 2010

Come molti ventenni devo la comprensione del concetto di comfort a Constantinos Kavafis e alla quantità di dati statistici sulla sua vita sessuale. Quello con Re Constantinos fu il mio primo contatto con un certo genere di spessore umano che la ricchezza definisce meglio del carattere. Sotto un altro aspetto, fu uno dei tanti incontri con i compromessi, quasi sempre umilianti, che l’uomo accetta quando fa affari con la morte. Non esagero. Prendetela come una storia di tardiva intuizione del divino.

La domanda che a quel tempo si facevano in molti era come descrivere Constantinos Kavafis. La sua figura, il suo carisma. Che cosa rappresentava Re Constantinos per la civiltà occidentale? I risultati del suo lavoro erano sotto gli occhi di tutti. Negli anni più impegnativi della maturità aveva trascorso in volo quasi duecento ore ogni mese, senza rinunciare agli eventi sportivi che si tenevano in quattro continenti e alla stagione operistica di tre capitali. Aveva garantito al corpo una regolare attività fisica e allo spirito l’intimità rassicurante con una etica preconfezionata. Non si era sposato, Kavafis, però era stato consigliere per le politiche industriali di un presidente e per quasi tre decenni aveva introdotto nelle sue suite d’hotel (secondo una media accreditata) una sessantina di donne l’anno.

Ecco il punto. Se si escludeva l’ampia varietà di partner, a cui Kavafis, d’altronde, non dava importanza, la frequenza della sua attività sessuale non aveva niente di straordinario. Un rapporto alla settimana era al di sotto della media europea riferita alle coppie sposate. Al di sotto del normale desiderio legato alle continue visioni mediatiche. Nessuno avrebbe preteso di passare alla storia per essersi accoppiato una volta ogni sei giorni. Invece, quando i medici gli diagnosticarono una malattia incurabile, Kavafis si era messo a lavorare a un’autobiografia sessuale.

Devo ammettere una cosa. Non lo aveva fatto per protagonismo. Né credo gli interessasse esorcizzare la perdita progressiva di potenza virile. Lo si capiva dai suoi ricordi lacunosi, dai dettagli sommari, dalle conclusioni sbrigative. Non avendo una tesi da dimostrare, l’autobiografia era noiosa come un manuale di istruzioni per l’uso. Ma allora perché l’aveva scritta? Per ricostituire un clima, lo sfondo dove collocare un incontro avuto vent’anni prima con una cameriera ai piani.

Com’era successo altre volte, Kavafis non ricordava il nome di quella cameriera. Se chiudeva gli occhi, rivedeva un grembiule immacolato e una gonna scura, quasi certamente nera. La ragazza forse era alta, ma forse non lo era. Nella penombra, nude e distese, le cameriere si assomigliavano tutte. Re Constantinos aveva però ritrovato un appunto indirizzato al suo medico personale. Caro G., c’era scritto, il laboratorio mi ha fatto sapere di averti spedito i risultati. Immagino che a questo punto potrai stabilire le probabilità di un concepimento con un’approssimazione ragionevole. Per favore, non scrivermi “sono alte” o “sono basse”. Mi aspetto un numero espresso in percentuale.

Per Kavafis sarebbe stato uno scrupolo nuovo, se non fosse che la cameriera era minorenne e nessuno dei due aveva preso delle precauzioni. La cameriera era in periodo fertile?, si era limitato a chiedergli il medico, e niente cappuccio? Com’era nel suo stile, Kavafis forniva al lettore alcuni dati da provetta. Grazie a una dieta muscolare, in quel periodo produceva 4,5 millilitri di liquido seminale a eiaculazione, un volume enorme se si pensa che la presenza di spermatozoi per millimetro cubo sfiorava i 130 milioni di unità. Così il medico aveva tirato le somme e trascritto sul foglio una percentuale che oscillava tra l’80 e il 90 per cento.

Sono la sola a trovare sinistro il fatto che Re Constantinos si sia rassegnato a tramandare la parte più insignificante della sua esistenza? È possibile che il desiderio di sopravvivere geneticamente sia più forte della reputazione e del patrimonio? Quell’uomo stava morendo senza un erede. Anzi, un erede forse esisteva, ma lui non sapeva dove trovarlo. A parte questo, non aveva scuse. Era stato imperdonabile a non prendersi cura della cameriera negli ultimi vent’anni, anche se dopo quell’unico incontro il tracollo delle borse asiatiche lo aveva costretto a rinchiudersi in un Airbus per quasi sei mesi e vivere una esistenza più rarefatta.

Adesso, però, voleva ritrovare il suo delfino. Erano il sangue e la morte a domandarglielo.

Potrebbe essere chiunque, mi disse JD. Per la città girano mezzo milione di biglietti della lotteria in formato biologico che cercano il loro premio. Ti voglio mostrare una cosa. Questa è una foto di Kavafis alla mia età. Ogni volta che la guardo noto delle somiglianze, particolari che in un primo momento mi erano passati inosservati. Ieri il disegno degli occhi, oggi il tratto della mandibola.

Sono sfumature, JD, osservai.

Già. Se guardo passare la gente davanti ai grandi magazzini trovo somiglianze a non finire. La vuoi sapere una cosa? La diffusione delle strutture alberghiere ci rende tutti consanguinei. Il mondo è pieno di cameriere ai piani. Lo era anche mia madre.

Stavamo attraversando le zebre pedonali in una via di grattacieli. Notai che il cielo era alla giusta distanza dal suolo, uniforme e incolore. C’era troppa luce diffusa nell’aria, troppo pallore. Il giorno finiva senza nessun senso della sera.

Anche tuo padre lavorava in un hotel, gli feci notare. Sono sicura che voi due vi assomigliate moltissimo.

Oh, io e mio padre siamo due gocce d’acqua.

E allora perché un esame del dna?

JD manteneva gli occhi fissi a terra e le mani ai fianchi. Non era un modo elegante di camminare. Forse nemmeno funzionale. Doveva essere tipico di una personalità borderline, di un carattere che si portava addosso un’aura di postmodernità. Qualche passante (uomini, soprattutto) lo seguiva con lo sguardo, ma JD non sembrava farci caso. Camminava lungo una fila di mattonelle scure, facendo attenzione a non calpestare quelle di un diverso colore. Si capiva subito che non si trattava di un gioco. Il viso esprimeva partecipazione e fedeltà all’impegno. Se un ostacolo gli intralciava la strada, scartava verso il bordo del marciapiede, recuperando immediatamente la posizione perduta.

Dove sei nata, Vera? mi chiese, scostando con un piede la carta di un cheeseburger. Toscana? Asturie?

Grigioni.

Grigioni, bene. Ma te ne sei andata.

Da quando mi aveva sorriso, JD era entrato in una spirale di autocritica dalla quale cercava in ogni modo di uscire. I nessi logici delle sue argomentazioni si erano fatti sfumati, lo sforzo di dominarmi quasi insostenibile.

Nei Grigioni mi annoiavo, risposi.

Preferisci la densità di percezioni di queste grandi strade, non è così? Qui è facile dimenticare la Svizzera. Vediamo, qual è il primo ricordo che ti torna in mente dei Grigioni?

Oddio, JD…

Non c’è giusto o sbagliato, Vera, mi disse senza perdere di vista le mattonelle.

Cercai di ricordare un fatto notevole che mi fosse accaduto, ma mi venne in mente soltanto la carcassa congelata di un cervo in cui ero inciampata da bambina correndo sulla neve. Avevo sei anni. No, forse nove. Ripensandoci, non ero certa che fosse successo nei Grigioni.

È terribile, non è vero? disse.

Che cosa?

Questa mancanza di contenuti.

Oh, andiamo. Ce ne sarebbero di cose da raccontare.

Certo che ce ne sarebbero, ammise lui, ma non sperare di trovarle. La città non è il posto adatto per esercitare la memoria. Forse c’entra la tensione che richiede il cambiamento continuo. Nessuno ci fa caso, ma la corteccia temporale entra in deficit di acetilcolina. Ti dò un foglio, disegnami tuo padre. Disegnami la casa dove sei cresciuta. Mi basta la staccionata. Pensi di farcela?

Forse seduta al tavolo di un bar, JD.

Te ne accorgerai da sola. Quelli in fila per l’esame del dna hanno tutti lo stesso problema. Pochi soldi e nessun passato. In un certo senso i loro geni hanno perso la memoria.

Sui soldi hai ragione, dissi e senza riuscire a trattenermi gli chiesi, quante carte di credito ha uno come te?

Carte di credito? ripeté lui. Nessuna.

Eravamo arrivati all’ingresso del quartiere generale del gruppo Kavafis, una torre organica di vetro e alluminio. JD allargò le braccia imitando un aeroplano kamikaze e si lanciò contro le porte automatiche, sfidando i tempi di reazione del meccanismo di apertura.

Visa, Visa, Visa, gridò nel raggio di azione della fotocellula, consapevole che il suo discorso mi aveva impressionata.

Gialla, Visa! Visa! Visa! , Serigrafia, 2010

Quando entrai nella hall lo trovai in posizione da predatore davanti a una hostess che lo aveva riconosciuto. La ragazza era una coniglietta adorante e nella hall si consumava un dramma pastorale. Il dramma era la serenità negli occhi della preda. Malgrado la miopia, notai dieci passi prima di raggiungere la coniglietta che il foulard della divisa non le donava. I capelli raccolti in uno chignon secondo le prescrizioni dell’ufficio immagine del Kavafis Group mettevano in luce un bel viso lentigginoso e timido. Il pass sul risvolto del tailleur consisteva in un monitor a colori, dove un nome in rilievo su uno sfondo azzurro (Clara, ricevimento) si alternava a elaborate immagini tridimensionali. Entrai nello spazio della sua percezione del cliente. Lei si voltò e mi accolse con l’intero corpo, come se non fosse abbastanza civile farlo con il solo sguardo.

Lei è Clara, disse JD, presentandola. Siamo venuti per farci esaminare, Clara. Vogliamo sapere tutto sul nostro dna. Che cosa ti serve? Sangue? Pelle? Follicoli piliferi?

Basterà un po’ di saliva, JD, gli rispose Clara adorabilmente. Prima però dovete accomodatevi al banco dell’accoglienza per la registrazione.

La hall era uno spazio ampio e regolare, piuttosto scarno, sufficientemente impersonale, tutto acciaio, marmo e tappeti iraniani. Distribuiti a distanze regolari in prossimità delle pareti si trovavano una decina tra hostess e impiegati, l’ossatura di una organizzazione frammentata ma efficiente. Assistevo a uno spettacolo di docilità e fiducia, anche se nessuno aveva l’aria di divertirsi. Lo smistamento del flusso di ragazzi provenienti dalla strada prevedeva avanzamenti, sovrapposizioni e passaggi di consegna, secondo un monotono schema circolare. 

Clara ci guidò al banco dell’accoglienza e prima di riprendere posizione al centro della hall appoggiò la mano sull’avambraccio di JD in modo intenzionale, soffermandosi il tempo necessario per valutarne la consistenza e stabilire l’indice di realtà della sua struttura muscolare. E come se quello che aveva fatto non fosse già abbastanza morboso, quando ritirò la mano fece scorrere le unghie sul polso, portandosi via frammenti di tessuto epiteliale.

L’impiegata dell’accoglienza verificò che la nostra età fosse compatibile con quella dell’erede. Firmammo un documento che sollevava i medici dalle responsabilità derivanti da un prelievo di saliva e un paio di moduli zeppi di postille con cui autorizzavamo società terze al trattamento dei nostri campioni biologici per fini subliminali, statistici e commerciali. Una terza hostess ci introdusse in un ascensore, dove un addetto alla sicurezza ci scortò fino all’ultimo piano.

Un’altra hall, questa volta di noce o palissandro. Altri corridoi dipinti di bianco. Poi un atrio circolare in penombra con un albero vivo nel mezzo. Qui la gente in fila per l’esame del dna era convogliata in un percorso serpeggiante che s’immergeva in un salone semibuio. Atrio e salone erano separati da una campitura di vetro attraversata da riflessi e irregolarità, forse pallide sorgenti luminose in trasparenza. I rumori che arrivavano offrivano solo un accenno della loro natura di sibili. Conclusi che fossero il sonoro tipico di un’azione meccanica indotta da circuiti elettrici.   

Il vecchio è là dentro, mi disse JD, voltandosi. Si gusta la scena disteso a letto, con tutti i sensori dell’unità di rianimazione applicati nei posti giusti.

Aveva fatto di tutto per precedermi nella fila. Inspirava ed espirava profondamente. Allungava i muscoli come un atleta in vista della gara. Non riuscivo a spiegarmi tanta esaltazione per qualcosa di inutile come quello che stavamo per fare. Che motivo aveva di illudersi? Quale piacere ne ricavava?

Benvenuti al Kavafis Group Building, annunciò una voce femminile in filodiffusione, e grazie per avere scelto di effettuare il test di paternità per mezzo dell’analisi del dna. Vi ricordiamo che il test è completamente indolore. Prima di offrirvi una visione del comfort che potrete assicurarvi in caso di esito positivo, il nostro ufficio legale vi prega di prestare attenzione a quanto segue. L’esame a cui sarete sottoposti consiste nella genotipizzazione di 15 regioni del dna, note come microsatelliti o str. L’analisi dei microsatelliti è condotta con una tecnologia innovativa che consente l’amplificazione di una specifica regione del dna in tempi rapidissimi. A reazione di amplificazione completata, il profilo genetico sarà determinato automaticamente mediante l’impiego di un tradizionale sequenziatore a tecnologia fluorescente. L’investigazione realizzata con questo criterio consente di raggiungere una percentuale di attribuzione superiore al 99,9999%. La durata dell’esame è di circa trenta secondi. Grazie per l’ascolto e buona permanenza.

Su lastre e cristalli si accese una luce tagliente. Il logo del Kavafis Group (una salamandra, vertebrato a sangue freddo, coronata da due “K” contrapposte) comparve simultaneamente in una ventina di punti diversi. L’animale attraversò uno sfondo opaco che si riempì di onde e rifrazioni. Quindi guizzò via, lasciando il posto a una forma di intelligenza artificiale con sembianze femminili.

Ciao, disse la hostess virtuale, sono Adenina e a nome del Kavafis Group ho il piacere di presentarvi un filmato che vi introdurrà nel meraviglioso mondo del comfort. Chi di voi può dire di conoscerlo veramente? Tra breve imparerete a non confonderlo con il possesso generico di oggetti di uso comune, o con il possesso di pochi oggetti di qualità superiore. Comfort non significa avere a disposizione uno o molti status symbol. Significa averli a disposizione tutti. Una volta entrati in confidenza con questo concetto sarete in grado di capire la cosa più importante. Se ogni oggetto rappresenta l’estensione di una singola qualità umana, il comfort è l’insieme di tutte le estensioni al miglior livello tecnologico. Siete pronti? Allora godetevi il comfort, questo sconosciuto.

Mentre l’occhio di una telecamera cominciava a scrutare l’interno di una villa neoclassica, attaccò il secondo movimento della sinfonia n°6 in Si minore, opera 74, di Ciaikovski. L’occhio indugiò in un certo numero di sale, soffermandosi su una quantità di dormeuse, dipinti rococò e trumeau con vistosi intarsi. Un orologio a muro segnava mezzogiorno o forse mezzanotte. Una cameriera si diresse a una terrazza, trasportando un carrello con una superba varietà di pasticceria. L’occhio, incuriosito, uscì all’aperto e zoomò sulle scuderie. Poi la visione si oscurò. Quando la palpebra si riaprì, l’occhio si trovava in una cucina. Ambiente moderno, vetrate panoramiche, oggetti di design francese. Il bianco delle pareti era accecante. L’occhio osservò con interesse le ultime novità in fatto di elettronica di consumo che si trovavano intorno al piano di cottura. Un cuoco consultò una ricetta su un monitor e perfezionò una torta salata applicandovi una guarnitura con il simbolo della salamandra. Il frigorifero era tanto spazioso che per un momento riempì l’intero campo visivo.

L’immagine sfumò in una nebbia da sogno.

Altro ambiente, la destinazione d’uso poco chiara. L’occhio si guardò intorno nel tentativo di capire dove si trovasse. Nella sede di rappresentanza di una multinazionale? In una nave da crociera per nababbi? La presenza di una indossatrice succintamente vestita da infermiera suggerì che fosse una clinica privata. Nella sala operatoria l’occhio si posò su una tela di Monet. Ninfee.

Cominciarono le interviste.

Y100, Cameriere, Litografia, 2010

Interno, giorno. Un vecchio seduto su una poltrona di pelle agita due grosse mani rugose, fissando l’obiettivo.  

Per come la vedo io… il comfort… è… un modo per contenere la decadenza. Il migliore di tutti. E questo il mio amico Kavafis… be’, Kavafis lo sa bene (scuote la testa, amaramente). Posso aggiungere solo una cosa. Il comfort garantisce a chi ce l’ha… un senso di fiducia nel futuro. Già, penso che il punto sia proprio questo. Dare alla vita un significato più… più…

L’intervista si interrompe. Altra scena. Interno, notte. Un uomo in camicia e cravatta tono su tono è in piedi davanti a una finestra.

Anche mio padre la pensava così. Per questo è nata l’idea di offrire ai nostri clienti la fiducia nel futuro. Prendiamo le confezioni di… Con un pacco da dieci il consumatore si porta a casa un contributo per la pensione integrativa. Con un prodotto di punta come… regaliamo una polizza contro gli atti vandalici che è quanto di meglio ci sia sul mercato. I prodotti cambiano, si consumano, finiscono. Il comfort, invece, è per sempre.

Interno, giorno. L’intervistatore è inquadrato davanti a un caminetto di granito rosa, tra una coppia di studenti scarmigliati.

INTERVISTATORE

Allora, che ve ne pare?

RAGAZZA

Ci sto lasciando il cuore, mi credi?

RAGAZZO

Non si può spiegare. Sei mai stato in un villaggio vacanza? Be’, è la stessa cosa. Con tutto questo comfort smetti completamente di pensare.

RAGAZZA

Ho difficoltà a… Sì, insomma, a casa non riesco a rilassarmi. La sai una cosa? Qui non ho avuto nessun problema a… (Ride)

RAGAZZO

Non pensi a niente. E se pensi a qualcosa la puoi fare.

RAGAZZA

Aspetta, ho una dichiarazione da fare. Vorrei ringraziare il signor Kavafis… Il mio ragazzo e io gli… (Si commuove) Oddio!

RAGAZZO

Per quanto mi riguarda, anche fare sesso qui è diverso. Guardati in giro. Le stanze sono così grandi che ti sembra di farlo per strada.

RAGAZZA

Una cosa la voglio dire? (Indica con un dito la telecamera) Il sesso… a farlo nel comfort c’è più partecipazione. Ieri abbiamo chiesto alla cameriera di starci a guardare. Be’, lo sai che cosa ha risposto? “Dove volete che mi metta?” (ride) Sì, hai capito bene. “Dove volete che mi metta!”

INTERVISTATORE

(Ride) C’è una domanda che vorrei farvi. Negli ultimi giorni si sono levate alcune voci polemiche su questa iniziativa. Sui social è stato scritto che una ostentazione di ricchezza del genere è immorale. Che vedere certi spettacoli mediatici è inaccettabile. Voi cosa rispondete?

RAGAZZO

Rispondiamo che non è uno scherzo guardare la vita da un posto come questo. Come credono che ci sentiamo, quelli là? È finita, Cristo! Domani dobbiamo mollare tutto e tornarcene a casa.

INTERVISTATORE

Nessun senso di colpa, insomma.

RAGAZZA

Oddio, come fai a sentirti in colpa quando ti trovi in paradiso?

Cominciavo a provare un malessere capillare. Una vertigine incalzante. Avvertivo un senso di leggerezza che era anche una oppressione. Che cosa non andava in quello che vedevo? La quantità della ricchezza? Dio, no. No, la ricchezza non mi toccava. Né invidia né rimpianto. E poi, in Eurolandia, il Dio del Patrimonio aveva i suoi templi e questo non poteva fare leva su, mio anticonformismo. Che cosa, allora? Quel modo enfatico di presentare il comfort? Quello stile da televendita?

La fila avanzava. Nella semioscurità del salone adesso distinguevo i caratteri di un display da parete. I segmenti digitali indicavano il numero di volontari che si erano sottoposti all’esame di paternità, una cifra che si aggiornava in tempo reale.

308.678

La fila avanzò di un altro passo. Sui monitor comparvero nuove immagini di comfort. Era la volta dei prati di un campo da golf. Onde verdi a perdita d’occhio. Sono le undici del mattino di un giorno infrasettimanale, annunciava la voce fuori campo.

308.679

Il malessere si fece pulsante. La vertigine si avvitò. Doveva essere il timor panico che a volte assale l’europeo medio quando si confronta con mondi poverissimi. Un sentimento indotto dall’istruzione e da una corretta esposizione alle idee dominanti. Qualcosa di simile al senso di colpa che mi aveva portata a rinunciare al successo quando ormai ne sentivo il sapore, e che forse un giorno mi renderà piacevole l’idea di non essere stata nessuno.

Ero in preda a una febbre nervosa. In tutto questo la fiducia nel futuro era l’ultimo dei miei pensieri.

JD si voltò e mi stupì. Non mi dirai che sei caduta di proposito da quella bicicletta! esclamò.

Mioddio, come ti viene in mente…

Per la prima volta mi fissò con attenzione. Ma sì, disse, c’era una indossatrice che si chiamava Plurabelle nell’agenzia dove lavorava mia madre. Eri tu, Vera?

Tua madre faceva la cameriera, JD.

Mia madre aveva molti difetti, ma è sempre stata fedele al Principe di Galles. Allora, eri tu?

Forse sì, forse no. Di quale agenzia stiamo parlando?

Vera, Vera… In questi ultimi minuti mi sono venute in mente tante cose. Che mi dici di quell’intervista televisiva? È stato un paio di anni fa. Quindici minuti di domande e risposte sul tema della vivisezione. Parlavi a nome della protezione animali. Pallida come una dea, treccine rosse e make-up professionale. Non solo avevi scelto di eliminare dal tuo abbigliamento cuoio e pelliccia, ma di apparire nuda, il primo nudo integrale della fascia preserale. Una doccia di adrenalina per milioni di telespettatori. Era una di quelle notti d’autunno, il buio che cala presto, la pioggia intermittente. Mezza Europa sedeva a tavola, l’altra spolpava costine distesa sul divano. Un successo personale importante. Ma tu hai voluto liberartene. Perché?

Dovrei saperlo?

Senso di colpa verso le masse anonime. Succede anche a me nei giorni storti. Sotto certi aspetti la celebrità ha qualcosa di agghiacciante.

Mi accorsi che due ragazzine lo stavano fissando. Esitavano, si tenevano per mano. Poi una delle due si mise a gridare, mentre l’altra saltò al collo di JD e lo baciò. Entrambe lo tastarono per bene. A giudicare dall’energia che misero in quell’attività sembravano decise a capire se fosse fatto di carne o di un polimero di nuova concezione. Era la seconda volta che succedeva in pochi minuti e mi chiesi se avesse a che fare con le leggi del sacro. Così si comunica con una reliquia. Così si appoggia la mano su una lapide per entrare in contatto con l’energia implosa di un defunto, uomo nobile, esempio di virtù.

Ci liberammo delle ragazzine ed entrammo nella sala dei prelievi, un ambiente saturo di spie multicolori. Viola, crema, erba, sabbia. Spie grandi come teste di spilli, che lampeggiavano a frequenze furibonde. In mezzo alla sala tecnici di laboratorio in camice bianco maneggiavano bastoncini con la punta di ovatta intrisa di liquido organico. Erano professionisti che operavano con movimenti calibrati, frutto di una elevata specializzazione.  

Oltre la parete di vetro c’era un letto circondato da apparecchiature portatili. Due medici bisbigliavano, un terzo sorvegliava la circolazione di fluidi in cannule opalescenti. JD aveva ragione, il vecchio faceva sul serio. Scorsi Kavafis dentro un globo di luce, il volto che balenava come un reperto nella teca di un museo. Una maschera di gesso, completamente priva di espressione.

In quell’ambiente fresco, ma non freddo, i rumori esterni arrivavano ovattati. JD esercitava le dita con contorsioni stressate. La fila avanzava in silenzio e infine scomparve del tutto.

Non deglutisca, disse un tecnico a JD, strappando una busta sigillata.

Lui spalancò la bocca. L’uomo gli strofinò l’interno della guancia con un bastoncino di ovatta, raccogliendo un campione di saliva che sigillò in una provetta. Cinque o sei passaggi di mano e la provetta arrivò al sequenziatore.

L’operatore cominciò a leggere i dati che affluivano sui monitor. Due file di led si accesero in sequenza. La macchina emise un giudizio perentorio, accompagnato da un sonoro sordo e strozzato.

Lei può andare, disse il tecnico.

Balle! gridò JD.

Ci fu un istante di imbarazzo. Poi una hostess in carne e ossa prese JD sottobraccio e lo condusse via.

Balle! ripeté lui, sghignazzando.

Dimenticai JD non appena il tecnico cominciò a massaggiarmi l’interno della guancia. L’odore del lattice dei guanti si allontanò con il bastoncino, che cominciò a passare di mano in mano.

La provetta sparì dentro l’apparecchiatura e i monitor presero a parlare la loro lingua binaria. Una spia pulsava al centro di un pannello, rivelando la lenta presa di coscienza della macchina. L’operatore digitò una rapida sequenza di comandi. La macchina replicò con un breve sibilo. Il tecnico addetto ai prelievi posò la busta che aveva in mano, ricambiando lo sguardo problematico del collega. Uno dei medici parlò all’orecchio di Kavafis. Il viso di Re Constantinos non mostrò segni di cambiamento. Una parte del letto si sollevò e questo gli consentì di guardarmi.

L’improvviso calore che si era formato nella sala dipendeva dalla combustione delle certezze generali. L’operatore continuava a inviare alla macchina richieste di chiarimenti, analizzava stringhe di informazioni, digitava e immetteva dati. I medici si avvicinarono e chiesero spiegazioni.

Y100, Dreams, Acrilico su tavola, 2011

Osservavo quel quadro e le sue parti, l’attività d’insieme e quella della forza lavoro. Lo facevo con una invidiabile superiorità spirituale. Dopo di che mi limitai a fissare i bulbi acquosi degli occhi di Kavafis, gelatina azzurra, una forma di vita senza sentimento. Tentai di comunicare con lui. Di spiegargli. E mentre i suoi uomini erano incollati alla macchina a studiare la mia doppia elica di acido nucleico, capii che avevo davanti a me un uomo senza illusioni.

Come sbagliavi, papà Constantinos! Te ne rendi conto solo adesso che lasciamo la biblioteca della nostra villa (cinquantamila volumi, quasi seimila incunaboli, decine di metri di scaffalature) e ti spingo sulla sedia a rotelle, dono degli operai delle fabbriche di Jaipur. Il corridoio è pieno di infermiere. A te le infermiere sono sempre piaciute, papà. Per nessuna ragione particolare. Tu dividi le cose in utili e inutili, e le infermiere sono utili. Il personale di servizio mi osserva, riconoscendo in me una disinvolta nobiltà, una superiorità di nascita. Sono Vera Kavafis, un merito che va ben oltre le mie qualità umane. Genio o talento sono doni con troppe cadute di popolarità, mentre nella predestinazione delle dinastie non esiste niente di passeggero. Una ereditiera non può essere il prodotto del caso. È questo che pensa la gente. In quanto figlia di Constantinos Kavafis la mia presenza in questo mondo si giustifica con una precisa volontà della Storia. È per questo che i popoli hanno bisogno delle dinastie. Sono esperienze dell’assoluto a portata di tabloid.

Mentre spingo mio padre verso la terrazza con vista su Roma (gli oleandri fioriti, un cielo senza nuvole), provo per la prima volta nella mia vita una gioia piena. Mi spiego perché le classi operaie si votano a figure di santi minori e capisco che il male ha un volume, e il volume una forma e quella forma una qualità alta, una grana sottile. Soprattutto, mi sento libera di pensare alla ricchezza come a qualcosa che ho sempre desiderato.

Nella sala dei prelievi i tecnici avevano ripreso il lavoro e il letto di Kavafis era stato riabbassato. L’hostess che aveva allontanato JD mi ringraziò, spingendomi verso un corridoio, dove un addetto alla sicurezza mi indicò l’uscita.

JD mi aspettava all’ascensore. Aveva l’aria furtiva e divertita.

Per l’intera discesa alla hall mantenni la testa posata sul suo petto. Lungo i primi dieci piani fui colpita dalla freddezza che mi dimostrava, dal silenzio del suo cuore, ma credo che se avesse assecondato il mio bisogno di carezze avrei finito per non apprezzarlo.

Nella hall ci scontrammo con il Pit Bull che scendeva da una scala di servizio. Il cane ansimava. Scivolò sul marmo, scombinò un tappeto e cominciò a dimenarsi davanti al padrone. Vidi che stringeva qualcosa tra i denti. Un topo, pensai. Ma mi accorsi che era solo un elfo domestico.

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