Fetish/ 5

Aiuto le coppie sterili ad avere un figlio, confessò. Se fumo o faccio sesso con qualcosa di diverso da una provetta, la massa critica scende sotto la soglia di attenzione.

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Le pareti erano segmentate, indice di una elevata complessità ambientale. La brutalità esercitata dalle fonti luminose sul nervo ottico aveva l’effetto di un bisturi. Dappertutto sintomi di austerità e sui muri qualche graffito.

Esaminai la fodera del cuscino su cui posavo la testa, le lenzuola di cotone, la superficie ruvida e inamidata. Basandomi su questi stimoli nudi ed empirici ipotizzai di trovarmi in una sala del policlinico universitario, in quello che poteva essere un pronto soccorso o un reparto di osservazione.

Se era vero, come pensavo, che la connessione intima tra spazio e tempo è un riflesso di quella tra mente e corpo, allora la posizione geografica è l’àncora dei sensi alla deriva. Per questo dovevo identificare la fermata della metro più vicina. La mappa della sotterranea faceva parte della mia cultura visiva, come la Gioconda o la Statua della Libertà, e la disposizione di percorsi e stazioni, vertebre e giunture, rappresentava l’ossatura della metropoli. Mi potevo trovare a due passi da una linea giubilare, diciamo alla periferia ovest o sud-ovest della città. Sempre, naturalmente, che quello fosse il policlinico universitario. Dalle finestre scorgevo un panorama di tetti piani e complessi residenziali, su per giù lo stesso che avrei potuto vedere dal reparto di ostetricia dell’ospedale di Bilbao, di un day hospital di Syntagma o del centro di traumatologia di Vilnius. Su al nord, invece, dove la metropolitana non arrivava, le cliniche private si affacciavano su un paesaggio da campagna provenzale. Da quelle parti era ormai caduto l’ultimo tabù del capitalismo avanzato: il passaggio del paziente a cliente. Cliniche bisturi e sorriso, dove i chirurghi operavano indifferentemente sui tessuti e sul roi, e dove il costo della degenza includeva la garanzia della salvezza della carne, la sola che davvero interessasse alla gente.

Mi misi a sedere sulla sponda del letto mobile. L’orologio alla parete segnava le cinque e diciassette del mattino. Altre coordinate di spazio e tempo. Stavo bene, l’umore era allegro. Ritrovavo me stessa senza il disordine fisico del dopo sbronza. La vista si era normalizzata. Massaggiai la testa senza riscontrare aree indolenzite, ferite cauterizzate o sintomi nevralgici. Il sangue fluiva senza perturbazioni nei suoi alvei naturali, venosi e arteriosi. Due appetiti erano al loro apice. Quello di cibo e quello di sesso. E l’odore del disinfettante li esaltava.

Presi coscienza dell’affollamento. I pazienti fissavano il numero progressivo della turnazione automatica. Alcuni sedevano su sedie pieghevoli. Nella dinamica che regolava l’ordine delle visite esistevano insuperabili vuoti informativi, almeno a giudicare dagli sguardi attoniti. Solo gli anziani avevano in pugno la situazione. Dimostravano la padronanza degli automatismi che disciplinavano i flussi e autorevolezza negli spostamenti. Erano loro i più efficienti nella lotta per la vita, i signori del tempo e del modo in cui usarlo. L’uomo che li avrà come alleati regnerà nei futuri scenari post catastrofe.

I medici indossavano camici scollati, di tipo chirurgico, un genere di capo che veicolava i concetti di specializzazione e orientamento all’azione. Erano seduti all’interno di postazioni anguste, dietro un vetro quasi certamente antiproiettile. I pazienti illustravano i sintomi avvicinando le labbra a un microfono e il processo che si innescava aveva il più delle volte una evoluzione rapida – interpretazione dei malesseri primari, diagnosi, prescrizione e pagamento della parcella. I farmaci si trovavano alle spalle dei medici, in scaffali organizzati per la vendita diretta. In un angolo erano presenti anche detergenti liquidi, probiotici, stimolatori erettili a base di taurina, maca e tribulus terrestris, e la T-shirt in sei colori con impresso lo stemma della clinica universitaria.

Un principino mi strizzò l’occhio. Mi resi conto che si trattava di Mini Manson solo dopo una paziente osservazione. Il ranocchio punk doveva essere stato baciato da una vergine. Appariva sedato, impoverito, il genere di idealista che si atteggia a essere umano compiuto. Ero certa che il Mini della festa avesse denti rivestiti di metallo e pietre dure, mentre questo portava un apparecchio ortodontico che ricordava uno strumento di tortura.

Si avvicinò senza nascondere il proprio disagio.

Ma guardati, disse. Come ti senti?

Come Merilyn dopo una sbronza di barbiturici, risposi.

Ti ricordi di me? Stavamo insieme sul palco.

Che ci facevo su un palco, signore?

Perché mi chiami “signore”? Posavi per un servizio fotografico e sei caduta dal macchinario di scena.

Scoppiai a ridere. Macchinario di scena! Allora è così che chiamate il pene di Porfirione.

A quelle parole Mini sghignazzò rassicurato.

Lo dicevo che stavi soltanto dormendo! e mi strizzò l’occhio per la seconda volta.

Che ci faccio al pronto soccorso, Mini?

È stata un’idea di Contessa. Pretendeva delle garanzie sul tuo stato di salute. Il nostro studio legale si è rifiutato di stipulare una polizza infortuni contro la caduta dal coso.

Dal pene.

Già.

Credevo che certe informazioni fossero confidenziali.

Di cosa parli?

Dei vostri problemi di sicurezza sul lavoro.

Mini ravviò i capelli e sfregò energicamente le mani. Nessuno che non viva negli Stati Uniti può vincere una causa per essere caduto da un pene gigante, disse.

I muscoli facciali si contrassero in una espressione di concentrazione assoluta. Sono stato io a volerti, confessò. Ho condotto una indagine su un campione di cinquecento soggetti maschi, sessualmente attivi, provatamente eterosessuali, tra i sedici e i quarantacinque anni e, sorpresa, sei risultata il partner più ricorrente nelle loro fantasie erotiche.

Trovo che in questo contesto il termine “partner” abbia una valenza troppo partecipativa.

Loro partecipavano, ti credevano consenziente. Non si sarebbero convinti del contrario nemmeno se la tua foto si fosse messa a protestare. Ho incrociato i risultati con il tuo costo di ingaggio ed eccoci qua. 

Quale costo?

Appunto.

Rise in modo ammirato, professionale.

Hai gli occhi languidi, disse. Vuoi del caffè?

Gesù, no, replicai, voglio solo che mi consoli.

Mini doveva aspettarsi una richiesta come quella, perché mi abbracciò senza fare obiezioni.

Il tuo pubblico si chiedeva dove fossi sparita, disse, accarezzandomi. Ho ascoltato e riascoltato tutto quello che è stato detto sul tuo nudo nella fascia pre-serale. Servizi, dibattiti, talk-show. I sociologi hanno parlato di sensualità mistica e fede carnale, di una inversione epocale delle categorie dominanti. Esageravano, naturalmente, ma posso capire la responsabilità che sentivi. Eri a un passo dal diventare l’icona di una civiltà alla ricerca di esperienze più sottili.

Con un misto di orgoglio e indifferenza, in modo sbrigativo, mi consegnò un assegno digitale firmato da Contessa.

Il tuo compenso al netto della caduta, disse.

Lessi l’importo e sentii montare dal plesso solare un’onda di euforia che non mi preoccupai di nascondere.

Non è fantastico?

Il denaro è fantastico, ammisi.

Tutti ne abbiamo bisogno, disse lui comprensivo.

Un segnale acustico richiamò l’attenzione di Mini. Mi fece alzare e si diresse verso uno dei cubicoli sanitari. Dal vetro divisorio, striato di impronte, fluidi e grassi corporei, sporgeva un dispensatore di sonniferi e deflagravano gli ologrammi della Diners e MasterCard.

Cosa abbiamo? domandò il medico.

Un possibile trauma cranico, rispose Mini.

In che senso possibile?

Nel senso che la mia amica è caduta e ha battuto la testa.

Sintomi?

Nessuno, risposi.

Nausea, vertigini?

Niente di niente.

Il medico fece un intero giro sul suo sgabello rotante.

Vediamo come sta la macchina, disse. Infila l’indice in quel foro e appoggia il sensore a forma di moneta sul seno sinistro.

Il foro misurò la pressione arteriosa, la moneta auscultò il cuore. I dati raccolti formarono un tracciato regolare in un diagramma cartesiano che il medico esaminò apparentemente a occhi chiusi.

La macchina funziona a meraviglia, bellezza.

Mini approvò con un cenno della testa. Vorrei in ogni caso che sottoponesse la mia amica alla verifica standard per le possibili complicanze da caduta.

E per quale ragione?

Insisto.

Vi costerà un extra, ragazzi, il tassametro continua a girare.

Niente in contrario, purché non giri troppo in fretta.

Va bene, bellezza, allora ascolta. Definisci senza pensare le parole che ti leggo. Cinque.

Un profumo di Chanel.

Perla.

Con l’articolo?

Se vuoi.

Una marca di lingerie.

Mini interrogò il medico, che a sua volta apprezzò in modo inespressivo le variazioni prodotte da quelle due domande sul diagramma cartesiano.

E se le dicessi Cielo?

Le risponderei un network televisivo satellitare.

Seguì un istante di silenzio.

Penso possa bastare, disse il medico. Il grafico cambiò un’ultima volta forma e colore, assestandosi in una parabola discendente che interpretai con ottimismo.

Curioso ma coerente, concluse il dottore e rivolgendosi a Mini aggiunse, dia alla sua amica queste compresse e la metta a letto.

Che cos’è? chiesi.

Serotonina. Per il sonno e il buon umore. Che altro ti potrebbe servire?

Mini avvicinò la carta di credito al dispositivo mobile per il trasferimento di valuta. Dal suo conto corrente bancario sgocciolarono una manciata di cifre che gli consentirono di acquistare la serotonina e un paio di biglietti della metropolitana.

Ricevuta e referto, disse il dottore. Lo sapevate che negli studi medici si vendono più biglietti dei mezzi pubblici che in qualsiasi distributore automatico della città?

Infilai l’uscita di emergenza, felice di andare incontro alla vita. Alle mie spalle l’allarme della porta lanciò un acuto e di colpo si spense. Aggirai l’edificio e continuai a correre fino in strada. La fluidità con cui seguivo i processi nucleari in corso mi meravigliava. Accettavo la possibilità che le insegne dei negozi fossero elementi naturali del paesaggio, come gli uccelli e le foglie degli alberi. Espressioni dell’efficienza umana e insieme un’occasione per fare colore. JD aveva ragione. Non esisteva niente come una grande città per colmare il senso di vuoto ereditato dalle ere passate. Niente che come un piano dei grandi magazzini facesse da antidoto al sublime romantico celebrato nelle distese nebbiose, nei crepacci alpini, nelle nevi perenni. Per mia natura sono sentimentalmente legata all’era elettrica. Adoro l’hi-tech, la genetica, i voli low cost di giorno e di notte. Non cambierei l’effetto serra con l’aria tersa della Pianura Pannonica nell’anno Mille. Al passato preferisco questa epoca senza canone, i suoi prodotti nice price, la cancrena dell’usa e getta. Fatemi scegliere. E sceglierò il tempo che riempie le discariche.

In quel momento capii che nell’attraversare la pianura di Lete erano andati perduti tre ricordi: non avrei voluto essere un’adultera impazzita d’amore, una tutrice alle prese con fantasmi di bambini, una poetessa vergine che spira nel grande letto della casa di famiglia.

Mini mi raggiunse ansimando e indicò una vasta porzione di spazio sull’altro lato del marciapiede. In un pannello pubblicitario c’ero io che cavalcavo con la luna piena sullo sfondo. Il volto esprimeva una tensione appassionata. Dolore, desiderio, esaltazione, disobbedienza. L’intensità dei miei spasmi comprendeva la coscienza che non fossero passeggeri.

Attraversammo la strada per guardare la pubblicità da vicino. Cercai il marchio della linea Contessa. Lo trovai in un angolo, accompagnato dalle parole Pene d’amore.

Sembra ironico, osservai.

Non credo voglia esserlo, replicò Mini.

Secondo te è presto o tardi? chiesi, notando il sorgere dell’alba.

Sì, capisco il paradosso.

Che ne diresti di venire da me?

Se il tuo è un invito a fare sesso, devo risponderti “no, grazie”. Stessa cosa se prendessi l’offerta alla lettera, perché entrare in casa tua comporterebbe inevitabilmente una forma di intimità.

Con conseguenze imprevedibili.

Senza dubbio.

Niente di personale, allora.

Al contrario, tu mi piaci, Vera.

Mi piaci anche tu.

Mini fece ogni sforzo possibile per non guardarmi negli occhi. Ecco come stanno le cose, disse. Ho un loft da pagare e una decappottabile nuova. I tassi di interesse mi costringono a fare un secondo lavoro. Le comodità comportano molte rinunce, il che nasconde una contraddizione. La stanza dei prelievi è un ambiente accogliente, pieno di visioni e odori. Il personale mi offre tutto l’aiuto possibile. In cambio io garantisco al laboratorio una certa massa critica.

Di questi tempi ogni cosa è una questione di massa critica, dissi.

Aiuto le coppie sterili ad avere un figlio, confessò. Se fumo o faccio sesso con qualcosa di diverso da una provetta, la massa critica scende sotto la soglia di attenzione.

E questo non deve succedere.

Non è molto romantico.

Non credo debba esserlo, dissi.

Mi salutò a mani giunte, con quella formula sanscrita da adepto di una cultura globale, e si allontanò in fretta verso la fermata della metro. Fu una sorpresa scoprire la cosa non mi importava.

Era cominciato il traffico delle auto private e dei furgoni delle consegne. I commessi del turno di notte si davano da fare per riempire di bibite e snack i distributori automatici prima di andare a letto. Guardai l’orologio. Il mattino si sgranchiva nel pallore dell’alba e l’aria era già tiepida. Per colazione avrei telefonato a Remedios e quel pensiero mi rallegrò.

Canticchiai qualcosa di non so più chi. Che le popstar come JD dovessero vendere dischi o file musicali per vivere era una orrenda maledizione della modernità. Avrei preferito ascoltare la loro voce nei corridoi della metropolitana, vedere le mani impegnate in un accordo di chitarra, tra i piedi un bicchiere di carta con dentro qualche spicciolo. Scoprirli più simili all’umanità che avevo intorno, per non dover concludere che la popolarità fosse un attributo del divino. Saperli dei meistersinger, dei maestri di cappella.

Tastai l’assegno in tasca. Osservai a lungo la strada. Cercai l’orizzonte. Nessun supereroe in vista, mi dissi, e sentii il bisogno della prima Yellow Pit Bull della giornata.

Quando la tradizione della grandezza romantica, con il suo repertorio di pazzi, di amanti e di poeti è ridimensionata dall’egualitarismo, demolita dal cinismo accademico o definita delirio di grandezza dalla diagnostica psicoanalitica, allora quel vuoto culturale viene abusivamente occupato dalle star del pop, dagli eroi prefabbricati, dai Batman, e alla società non restano che celebrità fasulle su cui modellare la propria cultura.

J. Hillman, The Soul’s Code

Soltanto una buona dose di meccanicismo potrebbe farmi credere che il successo pretenda la fortuna. Come mi disse una volta Billy Wilder, quella che chiamiamo fortuna non è che il lato romantico della Creazione. Immagino che questa osservazione fornisca precise indicazioni sui gusti del trascendente. Così su due piedi direi che lassù hanno un debole per il folclore, una simpatia per gli appetiti del “grande pubblico” (un salto di qualità lessicale per quella che una volta era chiamata “massa”). In questo senso il divino si dà un gran da fare. Mette in scena spettacoli grandiosi, impiegando senza pregiudizio i servomeccanismi economici. Certo, il suo potrebbe essere buon senso, un modo per sorvegliare il “grande pubblico” in un momento in cui l’unità di misura è diventata il miliardo. Se così fosse, niente ci vieterebbe di pensare che il trascendente confini le espressioni di vero talento in un ambito privato, a proprio beneficio e a quello delle proprie legioni. Uno spirito sottile, il ritratto di un populista con collezioni d’arte nel sottoscala. Mi sembra quasi di vederlo, chiuso nel suo caveau, mentre strizza l’occhio al grande pubblico e intanto accumula tesori. O che, stremato dalla monotonia, si confonde e strizza l’occhio ai tesori accumulando masse.

Elvis, JD

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