Negativo

Noi bianchi cattivi e egoisti che non dividono, come fanno loro, tutto quello che hanno. Chi ha, deve dare, da quelle parti; ai parenti, ai vicini di casa o ai poveri del quartiere. C’è una porta aperta, all’ora dei pasti, e l’obbligo di nutrire chi passa, se ha fame e si siede con te.

di in: Ribaltamenti (1)

Non posso credere alle notizie, oggi. Alla follia che punta pistola e morte su un immigrato, fa fuoco, uccide. Senza motivo, tirando quasi alla cieca, mirando giusto a un colore.

Non nella mia città, sulle mie strade, in mezzo alla mia gente… gente che fa parte del mio mondo, da qualunque parte di mondo venga… non può esserci questa ferita sanguinante.

“Stai attenta, cerca di uscire poco,” devo dire alla ragazza che ha accompagnato i miei genitori negli ultimi mesi della loro vita. La ragazza che avevo richiamato dal Senegal, dove l’avevo conosciuta, perché si prendesse cura di loro, sapendo che la sua fede, la sua gioia e fiducia nella vita non sarebbero state intaccate da niente e nessuno. Né dalle malattie dei vecchi, né dalle loro dimenticanze, le burberie, le emotività, e i bisogni incolmabili di amore. Lei avrebbe avuto cuore per tutto, e il suo cuore sarebbe rimasto libero. Lo sapevo, e così è stato. Ha continuato a ridere e proteggere, ridere e curare, nutrire, ascoltare, fino alla fine.

Restando immobile e vuota, anche lei, a guardare gli oggetti instupiditi dall’assenza improvvisa di mio padre. “E ora? Che faccio?” mi aveva affidato, con totale serenità. Subito le avevo trovato un altro posto, in una famiglia altrettanto bisognosa di amore, e pronta a darne.

Ero serena, felice di far scoprire la sua generosità a qualcuno che ne avesse bisogno, e fiera di non averla lasciata mai da sola, mai in difficoltà, mai senza riparo.

E poi scoprivo che, nel frattempo, era cresciuto l’odio contro le persone come lei. Quelle che venivano dai suoi luoghi. Assimilati a lei, in un calderone di odii confusi, e di idee poche, decise e inutili.

“Sì sì, sto attenta, non ti preoccupare,” ha riso lei al telefono, e sono sicura che lei per prima non si stava preoccupando. Incapace di sentire i pericoli e l’odio. Così è sempre stata.

Ho chiuso la conversazione e aperto la memoria agli anni in cui l’ho conosciuta; al Senegal e ai momenti prima di partire, ai commenti di chi c’era già stato: “Un posto caldo e caotico, non molto organizzato, ma con gente allegra in giro,” ci avevano detto.

“Una fatica però, trovare le cose che consideriamo banali, come i cibi e le medicine a cui siamo abituati. Poi state molto attenti alle malattie!” Tante, esotiche e infide.

“Se dimentichi di lavarti le mani rischi il colera.”

“Attenti alla malaria!”

“Pericoloso no, a parte le malattie, anzi piuttosto tranquillo…”. Un’oasi di pace, nella tormentata storia africana.

“Ci starete bene!”

Io, marito e bimbe piccole, siamo scesi dall’aereo che da Roma ci aveva portati a Dakar sommersi dai tanti bagagli di chi si muove, con prole, in un luogo sconosciuto. E con questo minestrone di anticipazioni in testa.

La prima impressione corrispondeva alle buone notizie che ci erano state date. In un aeroporto effettivamente caotico e colorato, con uomini in lunghe tuniche tradizionali traslucide, e le valigette da businessman in mano, circondati da uomini in tuniche tradizionali sdrucite, che cercavano di rendersi utili in qualche modo. Vociare e brulicare, donne snelle e bellissime che camminavano flessuose. Donne enormi e a testa alta che incedevano col passo delle mogli importanti, seguite da serve affaccendate.

“Bello,” ci siamo potuti dire. Tutto molto bello e esotico, come ce lo aspettavamo.

Poi siamo usciti con le valigie, le tracolle e le stanchezze di piccole età che ciondolavano sulla spalla del papà o sul passeggino, ma anche con i primi pensieri rincuoranti. Siamo usciti nella notte africana che era buia e silenziosa, subito fuori dall’aeroporto, e che ci ha accolti con uno schiaffo di caldo umido, e un odore di mare mai sentito prima. Un misto di pesce e alghe, un po’ putrido ma di una intensità dolce che non mi dispiaceva. L’arrivo è stato così.

Ma la nostra esperienza in Africa è iniziata solo il giorno dopo, nel primo giro perlustrativo della città. Sopra un taxi sgangherato con la musica rullante delle percussioni che partiva dalla radio, e il tassista con le ciabatte ai piedi, e un bastoncino di legno infilato in bocca.

“Guarda…” mi ha indicato mio marito: da una fessura, fra i nostri piedi, si vedeva scorrere la strada, sotto di noi. Ci è venuto da ridere e da preoccuparci insieme, ma abbiamo cercato di trattenerci. Non volevamo offendere nessuno. “Bambine, non mettete i piedi in terra, va bene?”

E poi il primo vero impatto con la realtà di lì: le strade coperte di gente marrone. Non abbiamo mai detto “neri”, noi, perché subito le bambine hanno esclamato: “Sono tutti marroni, qui!”. E quello è stato il colore con cui abbiamo sempre indicato le persone intorno a noi, per tutti gli anni che abbiamo vissuto in Senegal.

La gente marrone copriva i marciapiedi: capelli neri, occhi neri, denti in evidenza sopra la pelle scura. Braccia lunghe e busti eretti, passi eleganti, senza fretta, che si intrecciavano nelle traiettorie caotiche delle strade polverose. Carretti, capre, frotte di bambini che chiedevano l’elemosina ai semafori, donne con ceste in testa e bambini legati sulla schiena con foulard pieni di colori.

E in quel caos davvero variopinto e caciarone svettavano i cartelli delle pubblicità, sbiaditi dal sole forte, dove famiglie sorridenti di mamma, figli e papà bevevano bicchieroni di latte al cacao, o salivano in un’auto nuova, o si spazzolavano i denti con un dentifricio.

E in nessun angolo – né in strada, né sui cartelli, né dentro quel che si vedeva delle botteghe aperte sulla via – un uomo bianco, una donna o un ragazzo. Solo noi.

Allora ho ripensato alle strade di Roma, dove avevamo vissuto tanti anni, e alla folla che copriva sempre tutto. Composta di turisti a frotte, di etnie diverse, e con diversi abiti e abitudini, ma con pochi uomini di colore, che restavano subito visibili, subito interpretabili, in tutto quel chiarore.

Adesso, al contrario, intercettavamo subito nella folla un paio di turisti bianchi che, con le infradito e la pelle arrossata, guardavano una bancarella di statuine in legno. Oppure un impiegato di chissà quale istituzione straniera che camminava spedito, in abito e cravatta, verso la sua auto. O una mamma bianca al volante di un fuoristrada, con dietro i figli che litigavano.

Li notavi subito, erano lì, eccezione alla regola, in un mondo tutto a rovescio, come in una foto prima dello sviluppo.

Le bambine si sono immediatamente abituate a questa sensazione e hanno cancellato dalla loro mente le differenze cromatiche.

“Quale Michel fa il compleanno, amore?”

“Quello che abita sul mare.”

“Abitano tutti e due sul mare… quale dei due ti ha dato l’invito?”

“Quello… quello che ha un cane!”

Il fatto che uno fosse marrone e l’altro bianco, non le veniva proprio in mente.

Noi adulti invece vedevamo villaggi, città del tempo coloniale, paesini fatiscenti, quartieri residenziali, strade invase di auto e animali, sentieri, deserti, foreste di baobab… Sempre, però, con questa consapevolezza addosso: di essere pochi, e ben visibili, in un mondo tutto diverso da noi.

Pochi e perseguibili con richieste continue. Mi dai un visto? Mi dai l’elemosina? Mi dai da mangiare, mi dai un lavoro?

Noi bianchi cattivi e egoisti che non dividono, come fanno loro, tutto quello che hanno. Chi ha, deve dare, da quelle parti; ai parenti, ai vicini di casa o ai poveri del quartiere. C’è una porta aperta, all’ora dei pasti, e l’obbligo di nutrire chi passa, se ha fame e si siede con te. 

Difficile fargli capire che noi proprio no, ce ne abbiamo tante di cose ma ce le teniamo, siamo cresciuti così e lo troviamo giusto, ci piace.

Ci sarebbe anche piaciuto fermarci nei villaggi e conoscere le persone. Scendevamo di macchina sperando di parlare, sapere chi erano e cosa facevano, fare domande, dare risposte. Ma subito cominciava la tiritera del dammi dammi dammi, e avevamo imparato a difenderci, dare qualcosa, schernirci, fare battute magari, ridere con loro, ma non comunicare.

Eravamo sempre nella stessa posizione: noi che avevamo così tanto di più, noi che avevamo cose che loro volevano.

In auto, fuori città, in un percorso verso un albergo di una località di mare, la bambina più piccola un giorno si è sentita male: “Voglia di vomitare, papà.”

Ci siamo fermati. “Respira.” “Cammina.” “Vuoi un chewing-gum?”. E le solite operazioni di questi casi.

Distratti, non ci siamo accorti subito di essere vicino a un villaggio. Poche centinaia di metri da un agglomerato di capanne, capre brade e bambini a decine che correvano, scalzi, verso di noi al grido dispregiativo che lì indica i bianchi: “Toubab!”. Non si sono fermati; sono corsi direttamente verso l’auto e hanno proseguito dentro, frugato. Hanno preso i biscotti delle bambine, le caramelle che sempre portavo con me per distribuirle ai semafori, i panini per il viaggio. Con noi che risalivamo veloci, legavamo le bambine sui sedili. E i bambini del villaggio che gridavano per avere ancora cose.

Sono arrivati i ragazzi più grandi e chiedevano soldi; hanno aperto sportelli, preso in mano buste, zaini che venivano strappati via dalle loro mani e stretti fra le nostre. “Aspettate, vi diamo noi…” e abbiamo cercato di aprire i portafogli ma c’erano troppe mani dappertutto e gente che premeva intorno all’auto. Abbiamo chiuso gli sportelli e poi i finestrini, messo in moto il motore. Allora i ragazzi più grandi si sono chinati a raccogliere pietre. Ne hanno prese tutti un paio in mano.

Noi abbiamo messo in moto l’auto. Attenti a non far male a nessuno, ci siamo mossi con il cuore stretto dal dispiacere.

Hanno desistito, nessuno ha lanciato le pietre. Ma abbiamo viaggiato muti lo stesso, per il resto del viaggio. Non ci era mai successo, prima. Avevamo viaggiato tante volte, in Senegal, e non c’era amicizia, forse, ma c’erano sempre persone ospitali, sorridenti, pacate. Le richieste fastidiose ma mai pericolose. Quella furia non l’avevamo mai trovata.

Durante il resto del viaggio quel rancore è entrato, silenzioso, in tutti  i miei pensieri, sgomentandoli. Non era dovuto solo ai soldi non dati. Ci comportavamo in modo strano, forse; sicuramente eravamo estranei… ma soprattutto avevamo un altro colore. Tanti senegalesi con più ricchezze e auto più belle, mogli più eleganti, figli più viziati, non sarebbero stati aggrediti in quel modo, se si fossero fermati in quel villaggio, ne ero sicura.

Mentre viaggiavo attraverso il paesaggio polveroso e vuoto del Sahel mi si formava in testa, piano piano, il disegno di una tragedia immane. Sulle distese di terra secca e arbusti scheletrici si stagliava il senso di ciò che non puoi cambiare.

Gli uomini venuti qui da un altro luogo. Gli uomini che vanno altrove, da qui.

Possono cambiare gli abiti, e anche colorare i capelli. Gli usi li possono imparare, possono convertirsi a qualunque religione. Imparare la lingua, abbracciare usi e regimi.

Ma non possono togliersi la pelle, a strati sottili, come il boubou di cotone logoro dei mendicanti, che si sfilaccia e cade di dosso. La pelle, anche logora e stanca, anche incoerente col contorno, e pericolosa, resta incollata a te. Anche quando non è più la protezione di un corpo animale. Il tuo corpo. Ma diventa un simbolo, un panno rosso, un bersaglio.

Questa sensazione l’avrei persa, prima o poi. Sarei tornata nel mio paese e mi sarei di nuovo sentita nel mio posto, nel mio mondo, nel mio colore. Una figurina come tante, nell’immagine, ben sviluppata, del momento.

Mentre intorno, in minoranza, avrei notato subito le persone differenti, che vivono nel mio mondo come dentro una foto prima dello sviluppo. Senza un luogo dove tornare a essere parte. Fuori posto, con la bandiera della propria pelle sventolata al mondo come una provocazione. Tutta la vita come un bersaglio, tutta la vita al negativo.

Un commento su “Negativo

  1. Lorenzo Salsi

    Sono rimasto sbalordito da quel che con semplicità sei riuscita a trasmettere . Abbiamo vite diverse, distanti, per chilometri e per abitudini ma abbiamo lo stesso colore, usiamo le stesse lingue ( tu meglio delle mie). Lo stesso colore aiuta è brutto dirlo ma è vero . Vivo e lavoro in un contesto internazionale e sono in contatto con arabi , asiatici, “marroni”, vedo occhi a mandorla , volti caucasici, musulmani balcani e turchi, ebrei israelitici e russi, ciadiani e congolesi come si diceva un tempo “genti” diverse da me . Ho sempre creduto di esser fortunato a vivere e lavorare in questa situazione e lo sono , lo so. Tu oggi con questo scritto mi hai dato uno schiaffo , secco , sonoro e doloroso, mi hai fatto capire con maestria e cosa sia essere diversi e temere la propria diversità . Grazie Fra davvero grazie

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