Fetish/ 1

"Credevo nell’incontro delle pelli. Nella privacy come principale responsabile della solitudine nei centri urbani e tra le prime cause di suicidio nei giorni festivi. Ecco perché dicevo sì allo shopping socializzante. Sì ai ritrovi e alle manifestazioni relazionali. Mi piaceva il corpo a corpo delle vendite sottocosto e, a parte questo, volevo essere cercata. Così, quando ne avevo l’occasione, autorizzavo i discount all’uso indiscriminato dei miei dati personali e diffondevo in rete i numeri di telefono dei miei contatti". La prima puntata di un romanzo inedito di Omar Viel.

di in: Fetish (0)

Gialla di Chinolina, Yellow Pit Bull, Serigrafia, XXI secolo

I.

Accarezzatrice aperta

La stampa rimproverava a JD di essere un bugiardo, il genere di artista che dava a intendere di leggere poesia senza avere mai sfogliato una plaquette. Non so che cosa pensare. Con me fu molto convincente. Se come uomo aveva un difetto, era piuttosto quello di cercare a tutti i costi l’approvazione dei suoi simili. Per certi versi questo lo rendeva un sentimentale. Conosceva la difficoltà di assecondare i gusti del pubblico, perciò non ascoltava nessuno e faceva un uso ossessivo dei suoi poteri telepatici.

Y100-V, Tube, Olio su tela, 2007

La luce anticollisione si rifletté sulle pareti della galleria finché durò l’eco. Finché durò l’eco, poi fu aspirata dal moto di allontanamento della navetta e il silenzio sulla banchina assunse di colpo un significato di catastrofe.

Mi sforzai di non pensare a quell’assenza di rumore, a quel vuoto. Lo spazio era sottoposto a una forza dilatante, l’esatta rappresentazione di una forma sostenibile di panico. Avevo bisogno di rumore e lo trovai facendo scorrere la zip. Spinsi nello zainetto la striscia di tessuto ridotta a una pallina. Rovistai in un paio di tasche, legai il cuscino all’esterno dello zaino e prima di alzarmi accesi il cellulare che avevo in dotazione.

Qualche secondo dopo sentii il suono standard di un messaggio in entrata. Sul display comparve una notifica.

Hai 22 nuovi messaggi nella tua segreteria telefonica

Era quello che cercavo. Il contatto. Avevo sempre pensato che mantenere le distanze fosse un’abitudine poco sana e facevo in modo che la mia casella vocale restasse il più possibile un posto aperto al pubblico. Credevo nell’incontro delle pelli. Nella privacy come principale responsabile della solitudine nei centri urbani e tra le prime cause di suicidio nei giorni festivi. Ecco perché dicevo sì allo shopping socializzante. Sì ai ritrovi e alle manifestazioni relazionali. Mi piaceva il corpo a corpo delle vendite sottocosto e, a parte questo, volevo essere cercata. Così, quando ne avevo l’occasione, autorizzavo i discount all’uso indiscriminato dei miei dati personali e diffondevo in rete i numeri di telefono dei miei contatti.

Lasciai cadere una moneta nel distributore automatico e raccolsi dal fondello una lattina da 33 cl. di Yellow Pit Bull. Nel chinarmi, mi accorsi che la saliva di un impiegato amministrativo aveva macchiato la T-shirt. Una chiazza densa, a forma di goccia, che si appiccicava alla pelle. Afferrai lo zaino per lo spallaccio e lo aggiustai sulla scapola. Un individuo verde, retroilluminato, mi indicò l’uscita.

Sull’altro lato della banchina Frida era ancora seduta sotto un manifesto gigante, dove una lattina dalla forma rivoluzionaria faceva da aureola alla sua testa d’angelo. La osservai chiudere il libro che teneva in mano e spegnere il ventilatore puntato contro la volta a mosaico. La fascia di tessuto si afflosciò. Fu un po’ come quando i taxi spengono la luce sul tetto della macchina e terminano il servizio.

Quella del tessuto, che sostituiva i precedenti effetti laser, era forse l’idea più promettente della nostra Compagnia da quando il consiglio di amministrazione aveva smesso di riunirsi nei lounge bar. La nuova presidente, una single che sperperava gli anni fertili della sua esistenza nel tentativo di garantire una solida immagine pubblica alla nostra professione, aveva avviato un restyling che coinvolgeva tanto gli strumenti da lavoro quanto i codici di comunicazione con i clienti. Dopo quello che ormai veniva ricordato come l’autunno dei rinnovamenti, una ragazza non si definiva più libera o occupata, ma aperta o chiusa. Non più pettinatrice, ma accarezzatrice. Da quel momento noi accarezzatrici mettiamo a disposizione dei passeggeri il nostro cuscino detto base e le nostre mani dette contatti. L’introduzione della fascia di tessuto e del ventilatore era stata voluta della presidente per renderci visibili nell’ora di punta. L’aria prodotta dalla ventola sollevava la fascia fino ai soffitti delle stazioni, segnalando la presenza di un’accarezzatrice aperta.

Mi fermai accanto a Frida e divisi mentalmente i ventidue messaggi ricevuti in tre gruppi, formando altrettante categorie di uomini. Quelli con cui avrei voluto fare sesso, quelli con cui non lo avrei fatto e tutti gli altri. Tutti gli altri erano una mezza dozzina di broker che avevo conosciuto la sera prima al dinner party di un banchiere, volti ancora immersi in quella terra di nessuno che rende un uomo indistinguibile dall’altro. Pensavo a loro soprattutto in termini di corpi. Bicipiti, pettorali, deltoidi, glutei. E un corpo può essere soltanto due cose. Intimità o ingombro.

Lo conosco? chiesi, rivolgendomi a Frida.

Perché non mi domandi se è un uomo o una donna? rispose lei, infilando il libro in borsa con attenzione simulata.

Agganciai con un dito l’anello del portachiavi nella tasca e cercai di pronunciare le parole in tono interessato, attenta a cancellare ogni accento di sorpresa.

Stai andando a casa mia con un partner del tuo sesso? chiesi e precisai, te lo domando perché sto pensando a un servizio personalizzato per le coppie diversamente eterosessuali.

Ti piacciono le donne, Vera?

Come potrebbero non piacermi?

Riformulo la domanda. A Vera Plurabelle piacciono i partner sessuali femminili?

Risi. A dire il vero preferisco non parlare dei miei gusti sessuali sul posto di lavoro.

Frida mi ferì con la sua insistenza. Tesoro, disse, qual è il problema?

Il problema sono quelle telecamere, Frida. Stanno girando il film della nostra vita. Gesù… Lo sapevi che gli addetti alla vigilanza seguono un corso di lettura delle labbra?

Fammi capire. Non essere bisex ti fa sentire inadeguata?

Al contrario. La pura eterosessualità mi dà un brivido di trasgressione.

Parlavo sul serio. A vent’anni il sesso non era solo un aspetto della vita. Direi piuttosto che la vita si sviluppava nella dimensione del sesso. Era un particolare della massima importanza. Il senso stesso del mio agire.

Frida si morse un labbro maliziosamente. Vuoi sapere che cosa apprezzo delle donne? chiese.

Mi resi conto di fissarla a bocca aperta solo quando tirò fuori la punta della lingua e la fece danzare in direzione del mio viso. Ricordava uno scodinzolio molto rapido e molto rosa. Notai un’aria di competenza, in quel gesto, che trovai conturbante. Un fatto esotico, ammesso che l’esotismo sia sopravvissuto all’ultimo cambio di stagione.

Ecco le chiavi, dissi. Nel frigo c’è qualcosa da bere. Vino bianco e latte di riso.

Il letto cigola ancora?

No, ma resta a una piazza.

Mi piaceva il cigolio del tuo letto. E le lenzuola? Che mi dici delle lenzuola, bambina?

Quelle usate che mi hai chiesto.

Frida era una cliente esigente e io avevo bisogno di denaro. Abitavo in un monolocale nel XVII distretto periferico della vostra stessa metropoli di Eurolandia. Come nel vostro palazzo, anche nel mio vivevano decine di famiglie, nuclei instabili che si disgregavano ciclicamente, spesso senza preavviso, per ricostituirsi in forme nuove e via via più complesse. Nell’agglomerato tra la sopraelevata e i vecchi centri direzionali che delimitavano il quartiere si ammassavano oltre ventimila anime. Tutt’intorno, in un raggio di diversi chilometri dov’era contemplata ogni sfumatura economica che andava dal reddito minimo di sussistenza all’ultima frontiera del capitale, altre cinque milioni di crisalidi. Tra queste, io mi consideravo particolarmente spirituale. Per almeno due ragioni. Frequentavo il primo anno del corso di religioni orientali all’università e non c’era modo di farmi credere che il prezzo degli affitti obbedisse alle leggi di mercato. Anzi, pensavo che quelle dell’economia non fossero delle vere leggi, ma piuttosto delle goffe suggestioni capaci di stimolare il sistema produttivo. Naturalmente anch’io, come tutti, mi davo un gran da fare. Lavoravo per la Compagnia e subaffittavo il mio monolocale a chi non poteva permettersi un po’ di intimità. In sei mesi avevo messo insieme una clientela di tutto rispetto. Ero considerata un’ospite sensibile e premurosa. Prima di uscire lasciavo sul tavolo un vassoio di pane integrale e burro salato, uova, torta di mele, bottiglie mignon di vodka e Martini, che i miei ospiti consumavano dopo l’amore, fissando il cielo stellato attraverso il lucernario, senza capire se il vetro fosse sporco o se c’entrasse piuttosto l’inquinamento luminoso.

Pagamento anticipato, disse Frida, mettendomi in mano una banconota accartocciata. Poi guardò la lattina e chiese: Che roba è?

Un cocktail di taurina e caffeina, risposi.

Lei arricciò il naso, ma lo volle assaggiare.

Tornerò alle due, dissi, se per te va bene.

Alle due andrà benissimo. E comunque non ho niente da nascondere. Incontrerò un ragazzo. Il genere sensibile che a casa tua sostiene di percepire una energia originaria. Non so che cosa intenda dire. Sembra che una condizione come quella si formi solo in posti precisi della Terra, negli aranceti o sulle rive dei fiumi in secca. Non riusciva a capacitarsi di sentirla al trentasettesimo piano di una torre residenziale, tra ogni genere di campi elettromagnetici.

Curioso, ma qualcosa di vero poteva esserci. Forse il senso dello spazio che sviluppiamo vivendo in ambienti angusti ci mette in contatto con una dimensione vicina all’assoluto. Mezzo metro quadrato in città rappresenta una eternità dimezzata, soprattutto se coincide con la metratura del bagno.

Ti saluto, annunciò Frida con una risatina e s’incamminò incrociando il passo verso il corridoio di raccordo. Guardandola da lontano, mi accorsi che era di gran lunga la ragazza più bella che conoscessi.

Un’umanità piena di colore cominciò ad affluire sulla banchina, a gruppi di due, a branchi di cinque. Arrivavano senza fare rumore, fermandosi a ridosso delle rotaie, sul bordo della linea di sicurezza, docili come anime in attesa del trasporto. Era passata l’ora degli impiegati e cominciava quella delle commesse. I capelli d’angelo di Frida scomparvero e ricomparvero nel turbine di teste e cappelli. Poi, all’approssimarsi di un rumore d’aria, la folla cominciò a ribollire e il viso di Frida naufragò.

Y100-V, Head of V.P., Olio su vetro, 2010

Mi incamminai zoppicando verso l’uscita. I percorsi pedonali all’interno della metropolitana si aggrovigliavano e io cominciai a spostarmi attraverso macchie e occlusioni. L’uomo verde, intervenendo a ogni svolta, mi aiutò a raggiungere le scale mobili che salivano al piano stradale.

Unii i piedi su un gradino e guardai verso l’alto, seguendo il meccanico ridursi delle distanze. Decine di codici e icone da interpretare. Un cartello ricorrente. Mantenere la destra. Sull’altra scala, quella che scendeva, un ragazzo mi strizzò l’occhio. Interpretai la lucentezza della sua retina come il manifestarsi di un ragionamento. Un raggio di quella luce si riflesse sugli anelli delle dita, l’unghia del pollice picchiettò il corrimano. Ma che soggetto interessante, pensai, e questo in un certo senso mi spinse a ricordare qualcosa.

Lui mi scivolò accanto e si voltò, sprofondando nell’imbuto delle scale. Sei libera? gridò.

Risposi che non lo ero con uno schiocco della lingua.

Oh andiamo, insistette, piegando la testa in un atteggiamento di preghiera.

Non c’era sottomissione in quel gesto e questo attirò la mia attenzione. Immagino che l’incapacità di comprendere le logiche comportamentali del maschio adulto rappresenti uno dei cardini dell’attrazione. Lo dico perché il tentativo di conciliare l’arroganza con la preghiera fu per me una forma di attrazione quasi istantanea.

Andiamo… ripeté, quasi in fondo alle scale.

Arrivai in cima e ridiscesi, incuriosita dal pit bull giallo seduto sul gradino alle sue spalle.

Trovai cane e padrone sulla banchina che si era di nuovo svuotata.

Qui o sul treno? chiesi.

Sul treno, se per te fa lo stesso.

Non fa lo stesso. Sul treno costa il doppio.

La faccia appuntita, il mento lungo e rivolto verso l’alto, continuavano a ricordarmi qualcosa. Forse qualcuno. I vestiti che indossava avevano l’effetto di un déjà vu. T-shirt di pelo senza maniche, pantaloni di cuoio aderenti, una cintura alta e borchiata. Sul petto ciondolava un crocefisso di celluloide. Un’immagine sovradimensionata, gigantesca. Un eccesso che non aveva niente a che fare con la devozione.

Finalmente capii dove avevo visto quella faccia. Se ci avevo messo tanto non era per colpa della memoria, ma delle proporzioni. Di solito la incontravo appesa ai muri, dentro cornici di metallo a un’altezza di quattro metri da terra, in un formato almeno tre volte più grande di quello reale, nella pubblicità dell’energy drink Yellow Pit Bull.

Gialla di Chinolina, Yellow Pit Bull, Serigrafia, XXI secolo

JD, esclamai, sottolineando quelle parole con un movimento affermativo della testa. E scoppiai in una risata nervosa.

Il doppio va bene, disse lui, accarezzando il cane dietro un orecchio. Il doppio non è un problema.

Dove scendi, JD?

Alle Sette Sorelle.

Ci sono solo uffici, alle Sette Sorelle, osservai. Uffici e locali notturni.

Terminai la lattina di Yellow Pit Bull e aggiunsi: Che ci vai a fare da quelle parti?

JD si voltò e mosse le labbra. La bocca si aprì, disegnò il semicerchio di una vocale, la lingua si schiacciò contro il palato. Nell’aria il livello di entropia raggiunse il parossismo e non fui sicura di avere afferrato la risposta. Un esame, aveva detto. Un esame del DNA? Mi tolsi la cloche appena in tempo perché lo spostamento d’aria del treno non la facesse volare via. 

La navetta entrò in stazione emettendo un latrato di giunti e sospensioni. Era una forma di tensione esasperata, un climax finalizzato all’equilibrio, che il treno agguantò con un colpo di reni.

Le porte si spalancarono di schianto.

Ci mettemmo a sedere in fondo al vagone. C’erano delle chiazze nere dove il velluto del sedile si era consumato e dalla stoffa saliva un alito di abiti sudici. Sciolsi il cuscino dai lacci dello zaino e lo sistemai sulle ginocchia, mentre JD allungò il corpo come per infilarsi dentro un tubo. Dopo una mezza torsione la testa affondò nel cuscino.

A questo punto devo precisare una cosa. I miei clienti soffrono tutti di un malessere che potrei chiamare complessità di relazione. Sono incapaci di condividere le proprie emozioni e disposti a pensare che nessuno li capisca. Secondo una recente ricerca di mercato condotta dalla Compagnia, la maggior parte di loro si sente sottovalutata. L’88% non ha alcuna fiducia nei rapporti personali e il 70,8% ha preso seriamente in considerazione il suicidio almeno una volta nella vita. Nel mio genere di lavoro è possibile capire il grado di disperazione di un uomo osservando da quale parte rivolge la faccia sul cuscino. La direzione dell’addome è un indizio di nevrosi.

C’è della saliva sulla tua maglietta, disse JD e voltò bruscamente la testa verso le mie ginocchia.

Quel cambiamento di stato indicava che l’introversione del soggetto era più seria del malessere che l’aveva causata. Lo avevo imparato agli incontri settimanali di analisi transazionale, che la nostra presidente chiamava lezioni di marketing strategico.

Coprii la macchia con una salvietta del kit in dotazione. Quindi presi la spazzola e cominciai a farla scorrere sui capelli di JD. Ci volle del tempo per districare i grovigli e lisciarli, ma infine le ciocche si separarono e le setole della spazzola cominciarono a scivolare senza piegarsi. Soltanto a quel punto sostituii la spazzola con le mani.

Per rendere il movimento più fluido versai sui palmi una speciale emulsione priva di profumo. La lunghezza dei capelli di JD richiese un massaggio profondo. Alternai movimenti verticali a sequenze circolari, sollevando onde di capelli e lasciandole ricadere. Ripetei il procedimento molte volte. Quelle stimolazioni dolci, in punta di polpastrelli, garantivano una sensazione di freschezza localizzata.

JD restò per tutto il tempo immobile come un gatto e due stazioni prima di arrivare alle Sette Sorelle mi limitai a praticargli delle carezze sulla nuca. Non so perché gli lisciassi i capelli proprio intorno alle orecchie. Anche se la sua T-shirt era fatta di pelo, JD non assomigliava veramente a un gatto. Forse avrei potuto accordargli i capelli come fossero state le corde della sua chitarra elettrica. L’azione di ogni dito avrebbe prodotto un suono. La nota della corda pizzicata dal pollice, la più sentimentale, mi avrebbe suggerito di procurarmi il suo numero di telefono, non importava se quello della reception di un hotel o dell’ufficio promozioni della sua casa discografica. No, JD non era un gatto. Io invece mi comportavo come una groupie alle prime armi. Cena nei bar delle stazioni. Mutandine ricamate. Zaino da fare e da disfare.

Scusami se ti tocco l’orecchio, dissi.

Una cosa vorrei che fosse chiara. Noi groupies non siamo il genere di ragazze possessive. Non di solito. Nessuna di noi pretende di avere l’esclusiva su JD. Nessuna lo pensa. Sarebbe ingiusto. Una popstar è patrimonio di tutti. La nostra aspirazione è quella di offrirci, un sogno che a volte realizziamo e altre no. Un’ambizione che, ne siamo convinte, è la risposta giusta al nostro bisogno di bellezza.  

JD, posso chiederti una cosa? JD…

Macché, sembrava dormire.

Dalla Posta del Cuore. Io mi offro, signorina Cuorinfranti, ma lui non sembra accorgersi che esisto. Perché? Credi che dipenda da come vesto? C’entra l’acconciatura? Oddio, forse ci sono. È per via della gamba. Signorina Cuorinfranti, è perché sono zoppa?

Non l’avevo notato, disse JD, muovendo impercettibilmente la testa.

Che cosa?

Che zoppichi.

E chi ha mai parlato di zoppicare?

JD mi fissò in diagonale, filtrando la mia immagine attraverso le lenti azzurre di un paio di occhiali spuntati da chissà dove.

La gente mi manifesta di continuo il suo disagio, disse. Drammi personali, dubbi morali. Gente qualunque, gente mai vista. Ventiquattrore al giorno, sette giorni su sette. Senza parlare, per via telepatica. Vuoi sapere come mi sento? È come avere una radio sempre accesa nella testa. A parte questo ho capito delle cose. Una per tutte. Se la gente si lamenta è perché non conosce la poesia. Nella poesia troverebbe tutte le risposte. Io leggo Keats, Brodskij, Montale. Porto sempre in tasca una copia miniaturizzata di The Bounty, perché Walcott è tutto quello che mi serve.

Mi stai dicendo che leggi nel pensiero?

Ti sto dicendo che leggo poesia. Ti sto dicendo che la gente prende Auden alla leggera e di conseguenza si lamenta telepaticamente con me.

Non gli credevo. Mi pulii le mani con una salvietta detergente usa e getta e prima di parlare mi presi il tempo per riflettere.

E come funzionerebbe questa cosa? chiesi.

Lui mi fissò in silenzio.

Sto provando a capirti, JD. Di che segno sei?

Il mio è un antisegno, rispose. Non ho idea di come si chiami nell’antioroscopo. Ma lascia che apra una parentesi. Non ho contanti per pagarti. Solo un certo numero di buoni sconto.

Non mi devi niente, dissi. Raccontami piuttosto quello che hai sentito.

Ho sentito un grido.

Che genere di grido?

Il grido di una zoppa.

In quel momento il treno lanciò un urlo da roditore. L’energia che bruciò mi incollò al sedile. Provai una sensazione di perdita radicata nelle fibre muscolari. Capivo le cose al volo, le capivo dall’interno. Mi stavo interessando praticamente a ogni cosa. Nel buio della galleria il vagone si rivelava una sorgente di stimoli sensoriali. I finestrini funzionavano da schermo dov’era trasmessa la pubblicità di un nastro per pacchi venduto in rotoli grandi quanto le ruote di un’auto. Si chiamava Nastrolunare®. Una fettuccia in fibra naturale che resisteva al calore e agli strappi e che all’occorrenza si poteva mangiare. Nello spot, una specie di Christo in completo scuro e cravatta sottile, color petrolio, impacchettava settantadue isolati di una metropoli asiatica con un solo rotolo di Nastrolunare e con la parte rimanente creava un ponte per funamboli tra le sponde di un fiume, forse lo Yangtze. 

JD fece forza con l’avambraccio sul bordo del sedile e si mise a sedere.

L’urlo di una zoppa, ripetei.

Ma anche un balbettio, precisò.

Si accarezzò la fossetta del mento e aggiunse, Ti farò una domanda.

Che genere di domanda?

Una domanda senza genere. Parlami della gamba, Vera. Com’è andata?

Una banale caduta.

Perché la giudichi banale?

Perché potevo non farmi male.

Dov’è successo?

Ad Amsterdam.

Ti piace ancora l’Olanda?

Credo di sì. Ma da allora l’associo al dolore.

Associ al dolore anche una specifica qualità cromatica?

Ora che ci penso, l’arancione.

E lo consideri un problema?

Sollevai le spalle. Non lo so, riposi.

Te lo chiedo per via della quantità di arancione che si usa nel packaging. 

Non saprei. Però dal giorno dell’incidente non mangio più formaggio Alkmaar.

Ha una confezione arancione?

Sì. E lo producono in Olanda.

JD mi incalzava. Sei soddisfatta delle cure ospedaliere ricevute?

Cure? Lo sai che le probabilità di guarire da una frattura scomposta del piede sono del novantasette per cento?

Concludo che non ne sei soddisfatta. Avevi fumato dell’erba prima di cadere?

Un po’ d’erba, sì. Ma la gravità della frattura non è stata proporzionata alla quantità.

Le disgrazie non hanno il senso della misura, giusto? E cosa mi dici di quello che è successo dopo?

Il mio agente mi ha scaricata. Prima di cadere dalla bici facevo l’indossatrice.

In quel momento mi ricordai del tatuaggio che JD aveva sull’addome e desiderai vederlo. Gli posai una mano sulla bocca per farlo tacere. Lui accennò una protesta, sospirò e con un cenno della mano mi fece capire che potevo alzare la T-shirt. Troppo presto, pensai. Andiamo, JD, fatti pregare! Mandai in ricognizione le dita soltanto quando il desiderio di toccare la T-shirt cominciò a farsi insostenibile. Il pelo della maglietta era compatto e spinoso e bastò sfiorarlo perché sprigionasse un profumo estraniante. Prima di scoprire l’addome cercai gli occhi di JD, accorgendomi che guardavano altrove, al di là dei finestrini, nel cemento della galleria.

Sotto la T-shirt incontrai due file di addominali ben visibili e nervosi, onde su onde di fibre muscolari che spumeggiavano in una epidermide liscia come sabbia. Là sopra lo scorpione aveva trovato il suo habitat. L’animale era tatuato a dimensioni reali e l’aculeo s’infilava nei pantaloni. Una delle chele pinzava un rubino sull’ombelico. Fissai per un po’ il piercing dentro il nero della chela che gli faceva da corona. Fissai piercing e corona, finché capii che dovevo toccarli.

Non mi restava che scegliere un dito. Scelsi l’indice. Nel corso dell’operazione mi ferii un labbro con i denti, ma giuro che fui sul punto di toccare il rubino di JD. Con la punta del dito. Carne su cristallo. Credo anzi di esserci riuscita, di aver battuto JD sul tempo.

Basta così, disse.

Non ci posso credere, mi lamentai. Qual è il problema?

Ho paura, ecco qual è il problema.

Paura di che cosa?

Tre o quattro telefoni squillarono simultaneamente. Il Pitt Bull era all’erta. I peli delle braccia di JD si rizzarono persino più in alto di quelli sulla schiena del cane.

Ho paura che qualcuno mi tocchi l’ombelico, d’accordo?

D’accordo, JD.

Quel rubino è una valvola. Se lo togli io mi sgonfio.

Non volevo toglierlo, JD. Mi sarei accontentata di toccarlo.

La valvola non si tocca. Ripetilo, Vera.

Non si tocca, JD.

Ripetilo.

Quella cosa non si tocca.

Lui si accarezzò il mento con la punta delle dita. Era il gesto che avrebbe potuto accompagnare un ragionamento, ma che di solito è così inconsapevole da darne soltanto l’impressione.

Hai degli impegni? chiese.

Nessun impegno.

Vorrei offrirti da bere.

Con i buoni sconto?

Al Flaubert Dry, disse JD.

Non ci crederai, ma adoro quel posto.

Sorrisi e allora accadde qualcosa di irreparabile. Forse JD si sentiva in colpa per la scenata del rubino o la situazione, semplicemente, gli sfuggì di mano. A ogni modo fece quello che non avrebbe dovuto fare. Ricambiò il mio sorriso. Avevo imparato a conoscere JD come il genere d’uomo che si atteggiava a intellettuale taciturno, lo sguardo rapace, nelle pieghe della fronte la consapevolezza della parola destino. Non voglio sembrare ingenerosa. Ma JD restava un feticcio discografico e quel sorriso era un atto di incoerenza. In un suo famoso pezzo unplugged, Espressione indeformabile, JD definiva il riso “una perdita del senso della realtà”, un sintomo che l’esistenza è a un passo dal sopraffarci. Per quanto lo riguardava doveva essere certamente vero. Il sorriso gli nuoceva. Il sorriso lo trasfigurava. Era orribile da vedere. Orribile!

Non avrei dovuto sorriderti, osservò cupo. Che ore sono?

Quasi le otto.

Il Flaubert Dry apre tra due ore e io ho ancora qualcosa da fare.

Vengo con te, dissi.

In realtà ero delusa. Non che mi aspettassi di incontrare nella realtà lo stesso JD che ascoltavo alla radio o di cui leggevo su Rolling Stone. Avrei però voluto fargli capire che la sua credibilità era compromessa. Ma questo forse lui lo sapeva già.

Il nome Kavafis ti dice qualcosa? mi chiese.

Kavafis il poeta?

Constantinos Kavafis, il tycoon dell’industria digitale.

Mai sentito nominare.

Hai presente quella pubblicità che dice “Tutti dovrebbero farsi un esame del DNA”? Be’, è stata una sua idea.

JD lesse ad alta voce il nome della stazione. Ci siamo, disse e si alzò.

Il treno puntò i piedi come un animale trascinato al macello. La carrozza tremò a lungo, selvaggiamente. Le porte si spalancarono dopo una violenta controspinta e io superai con un salto lo spazio tra il vagone e la piattaforma.

Sul muro di fronte, dentro un immenso pannello luminoso, c’era un fermo immagine di JD. Attraversava una concentrazione sanguinaria di fan, un mare biblico arginato da un servizio di sicurezza da capo di stato. Guardava a terra, l’espressione concentrata. La popstar stava salendo sul palco. La popstar con al fianco il suo cane e in mano una lattina di Yellow Pit Bull ricoperta di goccioline gelate.

JD in carne e ossa si fermò davanti a un distributore automatico di Yellow Pit Bull e si frugò nelle tasche.

Niente spiccioli, disse. Ci pensi tu?

Perché no, mi dissi. Dopo tutto sarebbe bastata qualche moneta. Un buon prezzo, mi fece notare JD, leggendomi nel pensiero. Anche il cane sembrava d’accordo. Alzò la testa e cominciò a scodinzolare come un bastardo.

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