Presiden arsitek/ 42

Pedalo in una strada in salita e sotto di me vedo la luna e l’ombra nera di un castello volante e fabbriche colorate disseminate in un prato e grido “È gioioso!” Poi sento il calore di una mano appoggiata contro la mia schiena.

di in: Presiden arsitek (0)

Dopo aver concluso gli studi nel liceo di Briwen, Guijdo decise di frequentare la facoltà di *** [Nota dell’agente Della Rovere assegnato alla ricognizione del romanzo autobiografico Il male nella pancia ottenuto dall’indagato Luigij Decor dopo aver concesso alla fantasia artificiale DAEMONITA™ 2.11 di accedere ai dati narrativi e metanarrativi della propria Psyche®: L’omissione dell’indirizzo di studi facoltà deve con ogni probabilità attribuirsi non alla fantasia artificiale DAEMONITA™ bensì a Decor: vuoi per insoddisfazione verso l’indirizzo di studi scelto dalla fantasia artificiale per il suo (suo, come il fin troppo amabile lettore e l’agguerrita lettrice ricordano e ci insegnano, all’82%) alter ego narrativo; vuoi per una sorta di ibridazione stilistica dell’utente tra i due software DAEMONITA™ e SYNYPNOS™, il secondo dei quali software essendo piuttosto per così dire incline a gaettare i propri rapporti di omissis [Nota dell’Ufficio Supervisione Agenti alla Nota dell’agente Della Rovere: Il latinismo dell’agente Della Rovere, benché semanticamente calzante, rischia, benché intra moenia, di insinuare un parallelismo, benché meramente linguistico, tra i Regi Uffici di Polizia, anch’essi uffici, benché non per ragioni di indeterminatezza onirica bensì di sicurezza o più genericamente di polizia, non alieni all’uso degli omissis [Nota dell’Ufficio Supervisione Interna alla N.U.S.A. alla N.A.D.R.: Simili sottolineature, benché corredate di tutte le concessive del caso, andranno stralciate dal rapporto finale come omissis [Nota dell’Ufficio Relazioni Interdipartimentali alla N.U.S.I. alla N.U.S.A. alla N.A.D.R.: […etc. ad libitum in un progressivo e asintotico rarefarsi burocratico, uffici sopra uffici come la forse infinita e sempre più spettrale torre nebulosa di armonici che si solleva quando qualcuno grida dentro un pianoforte cui sia stata sbrigliata la risonanza delle corde]; vuoi, infine, per mero capriccio; qualunque sia il caso si richiede il completo accesso a tutti i dati e metadati SYNYPNOS™ dell’indagato]; e sebbene la gran parte dei suoi amici si fossero indirizzati verso città più lontane, volle iscriversi all’università di Venezia per poter star vicino alla madre che, così almeno pensava Guijdo, non era più riuscita a riprendersi dall’improvvisa fuga del marito. Non che la donna avesse dato segni di tristezza al pensiero che il figlio sarebbe potuto finire in posti non poi tanto lontani come Milano o Padova: era stato lo stesso Guijdo che, come obbedendo al precetto di una sua personale religione, s’era fatto un dovere del tornare a casa da sua madre, ogni giorno, per cenare con lei: e per questo era stato necessario iscriversi a Venezia. E le volte che per un esame o per un autobus in ritardo Guijdo non riusciva a rincasare, il giovane sentiva veramente una stretta al cuore, al pensiero del pasto desolato che la madre avrebbe dovuto fare per quella sera: tanto a fondo può l’obbedienza a una qualsiasi religione scendere in un cuore, non importa quanto perso il cuore sia.

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La libreria si nascondeva in fondo a un viale della città vecchia. Quando Sarahs arrivò vide, imprecando dentro di sé, che il cartello di cui l’amico gli aveva parlato, il cartello con scritto, “Cercasi Commesso”, era stato levato. Nondimeno entrò, per i libri e per ripararsi un momento dalla pioggia scrosciante.

Sembrava che dentro non ci fosse nessuno ma non era facile capirlo, perché gli scaffali di libri (scaffali molto semplici, di un legnaccio scuro e, secondo parve a Sarahs, anche molto vecchi) erano stati sistemati in maniera bizzarra, l’uno perpendicolare all’altro, così che la vista era subito impedita come da pareti di volumi, messe lì a spina di pesce, tanto che Sarahs non avrebbe nemmeno saputo dire quanto la libreria fosse grande.

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Circostanza non del tutto sorprendente è che, persino dopo la pubblicazione degli atti del processo, numerose persone (sempre più numerose persone, in effetti) si sono offerte spontaneamente per entrare a far parte del gruppo di tester/vittime (formula questa che ha finito per assumere una sorta di attrattiva per il pubblico, come se lo statuto di “vittima” fosse lì a nobilitare tutto il resto, tanto che la fabbrica di giocattoli non si è fatta scrupolo di mantenerla nei propri volantini di reclutamento) dell’inedita e al momento ancora solo eventuale fase charlie di sperimentazione di DAIMON™.

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Distretto di Polizia di Newton – Waltzwaltz, comunicazione interna n. 52 – Con la presente si fa seguito alla richiesta dell’agente scelto Della Rovere per l’immediato e pieno accesso ai dati e metadati della piattaforma SYNYPNOS™ per la Raccolta e Condivisione della Vita Onirica. L’agente Della Rovere con effetto immediato e urgente viene autorizzato all’accesso alla partizione della Psyche® di Luigij Decor (…omissis…) dedicata alla Trascrizione e Condivisione Onirica sul metaprofilo Psyche® SYNYPNOS™; l’agente Della Rovere è altresì autorizzato alla sola visione (senza accesso) degli interventi delle Psyche® utenti di SYNYPNOS™ che siano entrate in qualunque modo e estensione in contatto con il materiale onirico rilasciato dalla Psyche® di detto Decor.

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SARAHS: Piccoli fiori carnivori che si muovono come insetti, strisciano radiosi radiose radici che sputano miele, strisciano radiosi radiose radici rossastre che si allungano sul mio corpo e nel mio corpo affondano piccoli denti vegetali [NOTA: Germinata da una tra le più antiche e fricchettone piattaforme di incontri esistente (piattaforma i cui incontri quasi mai si consumavano di persona, quasi mai coscientemente, e quasi mai avevano i risvolti sessuali di cui si fregiano altre piattaforme di succeso), SYNYPNOS™ ha un funzionamento relativamente semplice: tramite la propria Psyche® ogni utente deposita in una memoria centrale una trascrizione preferibilmente verbale dei propri sogni; l’intelligenza artificiale dedicata alla spettrale burocrazia di SYNYPNOS™ opera poi miriadi di confronti incrociati con tutti gli altri sogni rilasciati da tutte le altre Psyche®, individuando tratti comuni tra i sogni di persone lontane e invitandole, laddove i contatti siano significativi (luoghi, situazioni, oggetti, parole identici tra i due sogni, sogni che si completano a vicenda, sogni perfettamente sovrapponibili o perfettamente opposti) ad una più profonda e continua condivisione dei contenuti onirici; laddove ulteriormente autorizzata (e quasi tutti gli utenti danno tale autorizzazione) SYNYPNOS™ combina tra loro, in modo inizialmente indipendente, i contenuti dei sogni di tutti le Psyche® utenti, fondendoli in una sorta di semicoerente galassia onirica comune: città composte combinando tra loro gli elementi identici di strade e case sognate da milioni di persone nel mondo, instabilissimi bestiari di tutte le creature, nuovi infernali alberi genealogici (si sarebbe sorpresi nello scoprire quante persone hanno sognato nel tempo lo stesso volto sconosciuto, confondendolo con quello del proprio padre, del proprio figlio, col proprio stesso volto… tra gli utenti più appassionati questi volti senza nome che attraversano infiniti sogni, queste stanze, case, teatri e giardini in cui milioni di sognatori sono passati in invisibile e, fino a prima dell’instaurarsi di SYNYPNOS™, inconsapevole processione, costituiscono luoghi e volti altrettanto e forse anche più reali di quelli della veglia. A mero titolo di esempio segue, dal ventaglio di sogni esaminati dall’agente Della Rovere in questa prima sessione di indagini, una delle tante notifiche con cui SYNYPNOS™ informa gli utenti di un possibile contatto onirico con un’altra Psyche®: NOTIFICA DI INTERSEZIONE ONIRICA: L’utente L. DECOR due giorni fa ha depositato il seguente sogno: «Spade germogliano dal terreno disegnando un quadrante che imprigiona l’Architetto impedendogli ogni altro viaggio; resta inchiodato, sfarfallante caricatura dell’uomo vitruviano, gli occhi due soli impazziti che ruotano in spirale eliotolemaica, il sorriso paralizzato nell’estasi devastata di uno scadente film dell’orrore (…clicca per continuare…)» ACCETTARE DI CONDIVIDERE IL PROPRIO PROFILO ONIRICO CON QUELLO DELL’INTERSECATO? – fine dell’esempio –– lettrici e lettori ne sanno ormai abbastanza per fare le veci di SYNYPNOS™ e gettare tra le visioni che seguono i ponti necessari a farne, se non galassie o città, minimi organismi], il bulbo del fiore si gonfia fino a far esplodere le viscere della vittima al di fuori della propria corolla, come una fioritura istantanea i fiori si avvicinano e si restringono con scatti repentini che non sono dettati dalla violenza no dalla fame no dal desiderio di uccidermi ma da una semplice reazione chimica alla vicinanza con un corpo umano (così forse anche noi, posti accanto all’organismo adatto, ne diventeremmo istantaneamente parassiti, e forse persino virus, risucchiati come un tentacolo di luce in un buco nero), il mio, il mio corpo: lo stelo ligneo del fiore si spacca e dal taglio laterale ne cola una resina liquida come del miele, scura; i colori del fiore sono molto accesi, il colore del fiore ne segnala la velenosità, il colore del fiore indica il livello di paralisi, piccole setole fosforescenti lungo i petali carnivori… Sento qualcosa di caldo contro il palmo disteso della mano.

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MILOŠ: “Ero in una… in una specie di spiazzo con dei grandi sassi di calcare bianco, e c’era una specie di canale… c’era come la mia famiglia e una ragazza, forse… forse S., e c’era qualcosa che… che ci turbava e sapevamo che era qualcosa di maligno [INTERSEZIONE DELL’UTENTE AUTORIZZATO (…omissis…): «…come osservare le grafie altrui finisce per inquinare la propria, infettandoci sub rosa dei difetti psichici a quella grafia connessi, dei disturbi fisici legati ad una diversa – non diciamo ancora peggiore – postura scrittoria… questo perché in chiunque, that’s democracy, baby, in chiunque ormai siamo disposti a riconoscere un maestro: siamo finalmente pronti, come polpi e camaleonti, a trasformarci in tutto ciò che tocchiamo, quasi Mida al contrario; e come al polpo e al camaleonte, ci accade di far tesoro e scialo dei panorami divorati, sfoggiandoli in un sorta di movimento geoschizoidografico al mutare dei nostri umori; così una pietra rossa su cui siamo stati gettati dalle onde diventerà da allora, soltanto per il tono della sua sfumatura e l’alterazione chimica connessa che dalla nostra pelle si comunica a ciò che con ormai grottesca ostinazione persistiamo a chiamare “anima”, diventerà da allora il segno del nostro furore represso, ovverosia del nostro amore»] La… questo qualcosa si manifestava come… come una specie di… di borbottio sordo nell’acqua, e S. appariva particolarmente interessata. Tutti eravamo spaventati, ma sembrava quasi che S. avesse o credesse di avere una soluzione o qualcosa… ma io sapevo che si trattava del diavolo e mi sono alzato e ho detto Ci, ci ucciderà, non, non possiamo farci nulla. Allora mi sono alzato mi sono alzato mi sono alzato… Mi sono alzato e tenevo in mano qualcosa cui, cui a un certo punto… qualcosa che stavo non so come nutrendo, ma era inanimato, era qualcosa in cui mettevo qualcosa, qualcosa in cui mettevo qualcosa, mettevo qualcosa in qualcosa, era una specie di involto di sassolini e fango che stavo nutrendo e che stava ormai irreparabilmente prendendo vita.

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ADRA: E allora provavo a ficcare in questa cosa qualcosa di diverso… forse era un costruzione? Che ne so, era qualcosa di vagamente rettangolare, ma mentre mi alzo e mi allontano, io mi alzo ed ecco fare cucù una piccola, piccola faccina in mezzo a questo piccolo, piccolo… No: questa piccola specie di scatolina di sassolini inizia a muoversi e a parlare e mi sorride così apro la scatolina o si apre da sola e il sangue mi trema nel corpo come diecimila corde di violoncello e ti salta fuori un piccolissimo omino, così piccolo che mi sta nel palmo della mano, sento il suo piccolo peso, il suo piccolo implacabile peso, e Ciao, mi dice, e mi saluta in maniera cortese e il sangue mi si srotola nel corpo come una frusta zingara, io so che è un essere potentissimo, e lo imploro di non uccidermi, e lui mi dice [INTERSEZIONE DELL’UTENTE AUTORIZZATO (…omissis…) «…fin qui bisbigliando; la voce dell’essere rauca, sorridente, aliena… la bocca è la porta del pensiero, e come per la bocca il pensiero può uscire, per la bocca può entrare. L’imitatore di voci viene posseduto dalle voci altrui, ma farebbe dunque bene a prestare maggiore attenzione a quali sono le voci che imita, a non lasciare che la sete di applausi e grandi imprese lo getti in pasto al diavolo» [NOTA: La lettrice e il lettore cinefili riconosceranno forse in questa intersezione vocale il primo germe del lunga- e felina- mente carezzato ma mai realizzato film di Adra Voice, un horror psicologico su un imitatore di voci, una delle cui voci inizia a prendere il sopravvento su di lui, con tutte le atroci conseguenze che chiunque, lettore o meno, cinefilo come cinofilo, saprà immaginare ––– Già che ci siamo, ossia non ci siamo affatto ma diciamo già che siamo di nuovo qui con i nostri due infaticabili e irresistibilmente timidi lettori: prima ci siamo persi il punto per sottolineare come le intersezioni tra sogno e sogno avvengano durante la veglia, quanto il sogno viene depositato in SYNYPNOS™: è a giochi fatti e a occhi ormai aperti che gli utenti scoprono di essere capitati nello stesso sogno, ed è questo uno dei non ultimi motivi di fascino della piattaforma… È finalmente vendicata la cosmica ingiustizia di sognare una moneta d’oro o come qui un minuscolo demone e di svegliarsi con il palmo vuoto: al risveglio, una Psyche® amica ci sorride e anche se le monete sono svanite non ha prezzo la consolazione delle due parole: “anch’io”…]]

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SARAHS: «No… Solo tal vez» o «Solo a vez…» roco come una sirena morente e io gli dico No, per favore, no, no, mai, mai, mai… Gli chiedo che cosa succederà se gli altri mi vedono. Lui ora ha un corpo quasi spugnoso. Mi guarda molto serio e compunto e mi verrebbe da fargli il solletico sul pancino, mi guarda e mi dice, Ti uccidono, non so più se in spagnolo o in quale lingua, bisbiglia accoccolato sulla mia mano ma sento la sua voce come un soffio vicinissimo al timpano, è la possessione, il demone si impossessa così di me, e allora io inizio a scappare, scappo in salita su per un sentiero di montagna con erbe e sassi che crollano e nel momento in cui scappo credo che loro saranno stati resi furiosi dal demonio che ho in mano e così mi dico e mi strillo quasi strappandomi la gola dal collo che la mia forza, la forza di aderenza la vita è ancora più forte, la forza rabbiosa di aderenza alla vita è la forza più forte che c’è, forza rabbiosa di aderenza alla vita: aderenza, non una forza gioiosa ma una forza fatta unicamente di rabbia violentissima ed è quella forza che io devo cercare e che come tutti già ho, come tutti non potrò mai liberarmi di quella forza se non… correndo chiedo finalmente alla statuina Sei il diavolo? e lui mi dice con la sua voce di merlo indiano, No… Chi sei allora? e lui gracchia Beh, e comincia a bisbigliarmi nell’orecchio qualcosa di incomprensibile ma di molto eccitante, di molo ipnotico, comincia quasi a attaccarmisi all’orecchio come se fosse una piccola ventosa, e così io mi strappo dal sogno ma non dal sonno, e davanti a me una vocina mi dice Mamma, e non so dire se stia tremando di riso o di pianto o tutt’e due.

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DECOR: Prima di fuggire dal torrente ero con altre persone, ero con i miei amici: con (…omissis…) e forse (…omissis…), certo era una strana compagnia, e in più abbiamo incontrato Giorgio Giorgio, e io lo chiamavo Giacomo ma sapevo in qualche modo che si chiamava Giorgio Giorgio, si chiamava Giacomo e Giorgio Giorgio e questo aveva perfettamente senso, era lo stesso nome e non lo era ed era la cosa più normale del mondo e io dico a (…omissis…) e (…omissis…) È Giorgio Giorgio, chiamatelo, e loro lo chiamiamo e andiamo tutti e quattro alla libreria Tomasi, una libreria Tomasi a Jakarta, figurarsi, una libreria Tomasi a più piani e in basso era una torre… era una torre… erano torri di libri, qualcosa di molto solenne e di molto difficile da trovare, un enorme salone in cui sembrava che ci fosse poco o nulla ma in realtà c’era di tutto, e io sto di nuovo cercando Giorgio Giorgio, quasi arrivo… cerco degli inservienti, gli inservienti della libreria Tomasi con la loro catena, con la loro fettuccina rossa e le chiavi delle torri, con tutto quanto, tutto, c’è tutto o di tutto… trovo dei vecchi inservienti ma la loro zona è una stalla, è la zona di passaggio tra la biblioteca e il luogo dove ho nutrito il diavolo fino a renderlo vivo. In questa zona di passaggio incontro un altro dei vecchi che mi grida cose molto volgari e mi sputa in faccia, uno sputo caldo, come bava di lumaca, e poi un altro ancora, che sembra un po’ ritardato [INTERSEZIONE DELL’UTENTE AUTORIZZATO GIORGIO GIORGIO: «Dolce imbambolamento del ritardato, cui il demonio non fa mai nulla di male ma tiene con sé, lasciandolo intatto e puro… quasi un bibelot, un souvenir dall’abbandonato Paradiso… l’inferno è un tavolino di ninnoli in casa di una pianista decrepita»] molto lento, che mi dice che per cercare i libri gli inservienti devono “Per forza di regolamento”, così dice, devono essere in due, e così chiama a sé un altro che sembra anche lui ritardato, e sono tutti e due magri e pallidissimi, ma sorridenti, e appena dico al primo Giorgio Giorgio lui annuisce, mi chiede di ripetere il nome e io dico di nuovo Giacomo; scendevo per una specie di scala a chiocciola facendo attenzione a non cadere in una scala a chiocciola che rotolava a chiocciola e rotolava sotto le mie gambette di bambino e tin tin, tin tin, dolce mamma…

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L’interno risuonava come una conchiglia, e forse la libreria finiva sul serio in una spirale di madreperla, sempre più stretta, con i libri sempre più minuscoli, e per prendere gli ultimi si era costretti a torcere le braccia in modo innaturale, col rischio di slogarsi una spalla (solo molto tempo dopo, il libraio le avrebbe permesso di vedere il fondo della libreria, la vecchia lampada col velluto bucato dalle tarme, un foglio incorniciato del quale non si riusciva a leggere nulla se non la parola luf, che in milanese significherebbe “lupo”, e forse era proprio quello il significato del foglio incorniciato, “lupo”, e Sarahs anche dopo la morte del libraio avrebbe continuato a immaginare quel posto come il rifugio di un vecchio lupo, e avrebbe continuato a pensare ai lupi persino quando la libreria sarebbe diventata sua); sì, pensò Sarahs, in fondo alla libreria i libri sono sempre più piccoli, e gli ultimi in effetti sono ancora mezzo fusi con la madreperla, sono essi stessi nient’altro che unghie di madreperla, talmente piccoli che nessuno li leggerebbe, e quasi nessuno in effetti saprebbe nemmeno riconoscerli come libri, e gli ultimissimi sono ancora nient’altro che una pasta dentro le viscere del mollusco che ha creato questa libreria, e quelli nessuno li vede, e in ogni caso nessuno li comprerebbe mai (“Vecchio idiota di un mollusco – così avrebbe detto Sarahs molti anni più tardi, ormai impazzita per l’età, ai figli e ai nipoti che per la vergogna avrebbero piegato gli occhi a terra – Vecchio idiota di un mollusco, se ne sta in fondo alla conchiglia con gli occhi da lupo a leggere tutti quei libri; a volte per scherzo vado dietro gli scaffali e gli do in uno dei suoi occhi bianchi con questa cannetta”).

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VALMARANA: …scendevo lungo la scala a chiocciola nel salone interrato della libreria Tomasi, il salone storico,il salone segreto, ma il fatto è che io volevo solo il romanzo di Giorgio Giorgio, gli ho detto di portarmi tutti i libri di Giorgio Giorgio e ho pensato Speriamo che non ci siano troppi Giorgio Giorgio ad aver scritto romanzi, qui tutti fanno tutto e ormai qualunque nome va bene per qualunque cosa, cerchi Leonardo da Vinci e ZAC, c’è un ballerino con quel nome, c’è un idraulico, c’è una troia e c’è un pittore ma non è lui… e allora mi dite me lo dite voi che differenza c’è ormai con i sogni se anche quando apro gli occhi oramai è un casino uguale e qualunque nome va bene per chiunque, e mentre aspettavo mi dicevo che probabilmente Giorgio Giorgio che, lo vedevo, era con una donna e con una cartelletta, si stava stufando, si stava stancando, si stava sfinendo anche se sicuramente provava dell’autentico rispetto per me e vorrei anche vedere, e che però gli altri avrebbero, sì, appunto, mi avrebbero chiamato, deridendomi, gli “amici”, dicendomi Ma dove sei finito, che cosa ci facciamo qui? Perché è così, è la mia croce, io non sopporto che la compagnia di chi è già distrutto, e se non lo è finisce che prima o poi lo distruggo io, e mi dicevo anche No, Giorgio Giorgio come me ama i libri, anche lui si sarà messo a osservare, forse era appena uscito da lì e mi ha visto e ora è immobile tra le torri di libri, paralizzato da un rispetto assoluto per me, e intanto ero in questa specie di stalla in muratura, in questa stalla di sassi e rami non lavati, sporchi di letame, letame… tutto era costruito con rami non lavorati e sassi bianchi, e alcuni degli inservienti erano sporchi di letame, possibile? Ed è in quel momento che sono arrivato nella zona dove c’era il diavolo e l’ingresso della libreria si arrotolava in un biancore di madreperla.

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LA TRUUT: Il diavolo si era rintanato fuori dalla stalla in una specie di grande cortile del… che non era lavorato, un cortile di grandi sassi bianchi, c’era una specie di canale o forse più canali, l’acqua forse filtrava come fili di sangue sotto tutti i sassi ma in qualche modo era stata incanalata con dei rami non lavorati, con dei rami non lavorati… [NOTIFICA DI INTERSEZIONE ONIRICA: L’utente G. SOMMARIVA quattro mesi fa ha depositato il seguente sogno: «…la cattedrale demoniaca costruita dai castori con la bocca e gli artigli… ma è attraverso la bocca il pensiero, il tempio del diavolo… sette che svolgono con la bocca ogni attività sacra, ogni sacrificio… ovvero che rendono sacra ogni attività svolgendola con la bocca, fino a far insorgere il linguaggio… le prime parole erano oggetti tenuti in bocca, come un cane che tiene in bocca una palla o una tigre i propri figli… scoprire che non necessariamente la bocca serve solo per mordere e mangiare, ma anche per trasportare e trasmettere… e combinare il morso con il grido, ecco in cosa consiste il linguaggio. Questo cane si sente molto probabilmente superiore a me, poiché non porta in bocca un simbolo, un nonnulla dorato che svanisce al risveglio, no, il cane porta la cosa stessa, e questa deve sembrargli l’unica buona idea da proporre al suo padrone perché migliori ancora un po’ la propria vita, e io allungo una mano per carezzarlo, sento la sua schiena calda contro il palmo…» ACCETTARE DI CONDIVIDERE IL PROPRIO PROFILO ONIRICO CON QUELLO DELL’INTERSECATO? –– (CONDIVISIONE RIFIUTATA)].

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Eppure Lijna Roshai non mostrava di apprezzare in modo particolare il fatto che Guijdo cercasse di starle vicino il più possibile. Non che la madre di Guijdo manifestasse aperto fastidio per la presenza continua del figlio: semplicemente, non gli rivolgeva la parola che per salutarlo o per lo stretto indispensabile, e così, pur cenando quasi tutte le sere insieme, i due non rompevano il silenzio se non raramente, e sempre per questioni poco o nulla importanti. E del resto, la responsabilità di questo silenzio non ricadeva tutta sulle spalle della madre. Né Lijna né Guijdo s’erano mai scambiate molte parole, anche prima che il padre li abbandonasse: da quando Guijdo aveva cominciato a crescere tutt’e due si erano come pietrificati in uno smangiato riserbo che sigillava le loro labbra ad ogni parola che potesse sembrare anche solo lontanamente confidenziale. Guijdo ricordava che quand’era bambino la madre stava al contrario molto tempo a parlare con lui, nemmeno lui ricordava più di che.

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SOMMARIVA: …poi sono di nuovo nel mio letto e ho portato via dalla libreria un volume di… vedo che la copertina, come bagnata, resa sottile dall’acqua, si stacca molto facilmente e ne sono contento perché così ho un altro libro come il Pinocchio e il Robin Hood, con le pagine tutte tolte, mezze mangiate dal cane, ecco come si leggono i libri padroncino, guarda, guarda, croc croc, Pinocchio e croc croc Robin Hood, ecco che sono poltiglia nella mia gola in fiore… Tolgo la copertina del libro e la colla viene via tutta in una specie di lunga strisciolina, come bava di lumaca – è l’ultimo pezzo di colla, l’altra è sparita o è rimasta attaccata alla copertina, è l’ultimo pezzo di colla… Osservo il libro, sì, è così, sembra un pochino bagnato, come se fosse stato appena partorito, ed è una delle antologie curate da Leopardi, o è un qualcosa fatto da Leopardi, e c’è uno scritto di Eliot e uno di Woolf e uno di Blake e uno di… mi viene da vomitare, mi risveglio e cerco di scrivere quello che… di descrivere questa antologia… e non so che sto ancora sognando: non lo so… e cerco di scrivere le frasi, una cosa che avevo letto nell’introduzione all’Antologia… una cosa che ho letto nell’introduzione all’Antologia, una frase di Degas che era la preparazione di Newton, Newton come il villaggio, Newton (Waltzwaltz). Io all’inizio scrivo qualcosa al posto di “Newton”, che ora non ricordo… mi accorgo di avere sbagliato e allora riscrivo ancora, e scrivo “la preparazione di Towne” e infine concentrandomi in maniera furente, sull’orlo del vero risveglio riesco a scrivere “La preparazione di Newton”. Ma dopo c’è un’altra frase che veniva da quell’antologia, che diceva “Degas è il nume tutelare”. Provo a scrivere anche quella e mi viene fuori “Degas è il “mamma mia” tutelare” o anche soltanto “è il mamma tutelare”, Degas che evapora in un tin tin e un profumo di tiglio e io sorrido e traballo e quasi perdo l’equilibrio e “Mamma…” dico, con gli occhi ormai aperti.

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GIORGIO GIORGIO: Un’antologia con la copertina che andava via, una copertina… la solita vecchia copertina dei libri della libreria Tomasi… aveva il bord–– il bordo… forse verdemare, forse di quel colore, un colore verdino, come un vomito e un mal di mare…

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T–––Š B––––K: Era un matrimonio in una libreria… in un albergo ed era una libreria ed era una torre che aveva più di cento piani e io sapevo di essere il solo a sapere di sapere di sapere che quello era un albergo e una torre e una libreria, solo io li vedevo tutti e tre, solo io e nessun altro, e a un certo punto qualcuno mi diceva che sì, che l’albergo, così diceva chi mi stava parlando, senza vedere la torre e senza vedere la libreria, l’albergo aveva in effetti più di cento piani, forse era il maître ossia era convinto di essere il maître di quel luogo che non era un albergo e non era una torre e non era una libreria e non aveva bisogno di alcun maître ma generosamente, come un antico dio, concedeva qualunque maître di esistere e illudersi, così, dolcemente come un antico dio, non ricordo la faccia del maître ma so che a un certo punto ha dato ai miei genitori una presa elettrica nera a forma di prisma triangolare, diceva che non l’aveva mai fatto prima con nessun altro cliente dell’albergo ma che per loro, per i miei genitori e per il rispetto loro dovuto aveva voluto pescare questa ciabatta così strana in modo da poter mettere le proprie cose uno da una parte e l’altra dall’altra… li chiamava per nome, ricordo che la chiamava (…omissis…)… poi… poi mi mostrava le stanze… ed ero con S. ed era nuda, da un certo punto in poi era nuda… ci hanno dato una stanza dell’albergo e ci hanno detto È la 101, ricordate, è la 101… Lei è andata per prima e io l’ho seguita ed era una stanza con molti letti matrimoniali…

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Anche ora, dopo che l’abbandono avrebbe potuto riavvicinarli, dopo quell’abbraccio paralizzato e quelle lacrime, i due continuavano a non parlare.

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ADRA: …ed eccoti arrivare una coppia di brutti ciccioni, brutti e ciccioni e molto felici, e lei si è seduta sulla faccia di lui e lui faceva rumori di lavandino tra le sue chiappe. Poi è arrivato un altro tizio con due donne, una più giovane e una più vecchia e gli dicevano Sì, ti stai accendendo, sì, mi piace che ti accendi, e soprattutto lo diceva la più vecchia, mi piace come ti accendi, ti accendi, e lui si accendeva e teneva la più giovane per il collo, quasi la sollevava da terra non fosse era un tipo molto piccolo, quasi un nano, ma molto muscoloso, anche lui un po’ troppo grosso, e non ricordo come si chiamava. Poi ho raccontato dei due ciccioni a S. e lei invece mi fa, Sudare va bene, e ha cominciato a sudare, aveva tutto il corpo bagnato, era molto eccitata, sarà stato mica quel nano mezzo sformato e muscoloso, e adesso S. era seduta contro di me e io le ho sfiorato la pelle con le labbra, però non facevamo di più perché c’erano anche altre persone in fondo al salone anche se erano due ciccioni che si stavano reciprocamente succhiando il buco del culo… e lei mi ha detto Passami, passami, passami… qualcosa di completamente insensato, Passami… poi basta coccole e eccomi lavoravo per un–– per un mussulmano, o forse no era… no, era… era un Arabo, e S. piangeva e mi gridava no, mi implorava e la sua voce era come se annegasse in un fango di sangue, ma io ormai lavoravo per l’Arabo e il mio ufficio era o in una parte dell’albergo o dovunque si trovasse il mio computer. A un certo punto è arrivato… una persona… è arrivata una telefonata, e subito il tipo al telefono ha messo giù e ha detto a una delle cameriere di andarsene… poco dopo quello che ha chiamato è arrivato e tutti erano sempre più agitati ma parlavano in arabo e io non capivo nulla, e la mano di S. strisciava contro la carta da parati ma S. era dall’altra parte della stanza, annientata.

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Per ingannare il tempo intanto che qualcuno si fosse fatto vivo, si mise a sbirciare macchinalmente le coste colorate, come i coleotteri tropicali nelle teche di vetro, come una cliente qualunque, e stava togliendo appunto un libro uno quando sentì delle parole, e subito, come se le voci fossero uscite direttamente dal libro che teneva in mano, lo richiuse di scatto, ma poi tese il collo verso le profondità della libreria. C’erano due persone. “Eh, queste, queste sono edizioni che… lei sa, oramai, oramai non si trovano più… forse, ecco, forse in qualche bancarella, sa, o in una libreria antiquaria… ma venga, veda, venga… veda, l’uscita è dietro questo scaffale, ecco… non si trovano più…” A queste e altre parole, certo del libraio, un’altra persona rispondeva con dei, “Sì, sì”, o con un, “Uhu?”, che infine divenne la nota dominante delle risposte, “Uhù? uhù?”, quasi il verso di un uccello notturno, al punto che Sarahs a momenti si aspettava di vedere uscire da dietro lo scaffale una creatura per metà uomo e per metà gufo, magari tenuta dal libraio per una lunga e sottile catena che permettesse al mostro di sbatacchiare di quando in quando le ali, ma tuttavia abbastanza corta per impedirgli di volare di qua e di là.

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DECOR: Lui è arrivato parlando in arabo, è andato diritto dove nascondevano una pistola che era dietro un vano dietro la casa, ha aperto un po’ il e c’era un piccolo spazio rettangolare nel muro da cui lui ha preso la pistola, poi ha cominciato a minacciare le persone nella stanza, ed eravamo preoccupati ma non più di tanto: io mi sono allontanato, no, ho cercato di allontanarmi ma lui ha continuato a seguirmi finché siamo arrivati in un immenso salone ed era come una specie di grande teatro, di grande caffè-teatro all’americana, e io mi facevo timidamente scudo con il computer ma lui si è seduto e mi puntava la pistola, e m’ha chiesto… m’ha chiesto se ero… non lo so, qualcosa come se fossi il figlio di un principe, o forse un principe… o forse…

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ADRA: Lavoro a una specie di documentario che descrive l’incursione in una antichissima chiesa di un oscuro culto di non so più quale popolo quasi estinti, segretissima, incursione fatta da una ragazza che forse ci vuole entrare perché è incinta, ed è con lei il suo fidanzato, e poi un, una specie di saltimbanco alla Degas… che li accompagna e li porta lì, e qualcuno che riprende da fuori… e forse quel qualcuno sono io, sì, vanno, vanno, vanno, i due fidanzati, e la chiesa non appare come una chiesa ma è un qualcosa in mezzo alle vigne, no, in mezzo ai campi, in mezzo a degli alberi da frutto… in gran segreto il saltimbanco gli mostra i vari aspetti di questa cosiddetta chiesa dei venowisti, questa è la religione. Ecco che viene chiuso il portone di metallo dietro di loro, e quindi ora i due fidanzati sono tra l’ingresso della chiesa, che è tra gli alberi, e l’ingresso del primo cortile, che è sempre tra gli alberi. Iniziano a scappare: il saltimbanco li ha fatti cadere in trappola, li inseguono persone che hanno delle specie di scacciacani, delle specie di pistole. Vengono inseguiti e io riprendo tutto e una delle due donne perché tra gli inseguitori ci sono due donne quella donna è la più crudele tra queste persone che li inseguono, la donna continua a sparare e sparare con la scacciacani finché arrivano al punto in cui si consuma la tragedia, la persona con lo scacciacani continua a sparare e sparare… e ferisce il fidanzato di lei… e con le ultime disperate forze i due innamorati cercano in tutti i modi di ucciderla, ma non ci riescono, lei li uccide tutti e due anche loro se riescono in qualche modo a ferirla, forse colpendola con dei rami non lavorati… poi lui si allontana… la ragazza disperata si attacca a lei e alla fine tira fuori chissà da dove un ombrello e con la punta dell’ombrello apre uno squarcio nella gola di questo mostro indistruttibile, un lungo taglio lungo tutta la gola e io mi avvicino per riprendere e dal taglio non esce nemmeno una goccia di sangue ma è buio e caldo e vuoto e nella tenebra si sente come un debolissimo e disperato tin tin… [INTERSEZIONE DELL’UTENTE AUTORIZZATA SARAHS: «…e dopo lei recita una specie di nota chiarificatrice: lei era lì per una causa legata a quello che aveva fatto ciò che noi leggeremo più avanti di un’altra ragazza, che è la stessa e non è la stessa, e a propria volta quest’altra ragazza ha delle caratteristiche che sono quelle caratteristiche per via di quello che lei ha fatto a quell’altra che è lei e non e lei… ed è così che loro si influenzano a vicenda, e a prova di ciò ecco, l’orecchio in un libro sulla pagina sinistra dell’una corrisponde ad un identico orecchio sulla pagina destra dell’altra… [INTERSEZIONE DI SECONDO GRADO DELL’UTENTE AUTORIZZATO G. SOMMARIVA: «…e qui mio padre tirava fuori due edizioni identiche del Robin Hood di Dumas, tutte e due con un difetto di fabbrica, sebbene in punti differenti…»], il colore di un cane alla pagina sinistra o… il colore di un cane per l’una o per l’altra, ecco piccoli dettagli che ci dicono che erano differenti, che ci dicono che erano la stessa persona…»]

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Però, nel sederle di fronte mentre mangiavano, Guijdo si sentiva lo stesso in qualche modo riconfortato. Guijdo si diceva: “Come un buon figlio, io le sto accanto il più possibile, cerco di fare in modo che non sia da sola quando mangia; certo, non parliamo granché… poco male: vuol dire che, quando mi vorrà parlare, io sarò lì, pronto a risponderle.”

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BAMBINA COL FRAC: …i draghi si sbranano non con la bocca ma semplicemente accostandosi l’uno all’altro: le squame aderendo l’una all’altra sciolgono e ricoagulano in un nuovo corpo. [INTERSEZIONE DELL’UTENTE AUTORIZZATO T–––Š B––––K: «Quale sia lo sbranato e quale lo sbranante non è facile da determinare: i più, invero assai pigramente, preferiscono parlare di ibridazione…»].

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PADRE DELLA BAMBINA COL FRAC: …è una specie di storia di cappa e spada in cui io e la mia famiglia ci intrufoliamo di nascosto su una nave. Camminiamo la notte in equilibrio sul parapetto della nave e c’è un leggero trambusto tra chi vuole o non vuole andare, ad un certo punto io mi appendo a una sartia perché sto pe-pe-pe-pe-per cadere, c’è anche una donna, una ragazza a cui dovrebbero stare attenti, ed proprio lei a cadere. Sulla nave veniamo bloccati: si sveglia un funzionario corrotto, un ufficiale, e dopo ci ritroviamo in cima a poppa, tutti uno contro l’altro, e l’ufficiale che minaccia di ucciderci tira fuori una pistola e ormai è giorno, mentre quando cercavamo di salire sulla nave era notte. L’ufficiale inizia a cantare una specie di canzone da pirata in cui mi raccomanda, a me e a una persona che non conosco e che è con me, di prendere, di parare la –– di parare con la mano il taglio della spada e dopo di andarsene subito cercando magari di fregare anche una medaglia… il ritornello della canzone è proprio Prendilo, prendi la ferita, fai così e ci insegue fin dentro una specie di stanzino. Prendi la spada…

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VALMARANA: Prima ci aveva fatto credere di volerci far tuffare nella… nell’acqua sottostante molto lontana, altissima, io ero pronto a farlo e mi stavo togliendo i vestiti per non rimanere annegato e così l’altro che era con me e che non conoscevo, e sembrava fosse una specie di cosa normale tra… tra bucanieri. La… mentre sta cantando quella canzone si intrufola il giovane prigioniero che inventa lì per lì il nome di Leandro, ha una qualche strana rigidità alle braccia una specie di… una qualche forma di paralisi, però entra anche lui nello stanzino e lo spazio si fa sempre più affollato e stretto. Aiutiamo Leandro a uccidere il perfido ufficiale canterino che aveva anche, lo aveva anche separato dalla sua amata, e mentre lo facciamo dico al pirata canterino Hai fatto male a cercare di ucciderci, a minacciarci, e in qualche modo cerco di prendergli la mano per bloccarlo in modo che Leandro possa ucciderlo. Leandro sorride mentre uccide il bucaniere… e io mi figuro che da quel bagno di sangue comincerà la storia felice degli amori tra Leandro e… Leandro e… Arianna?… Leandro e… chi? Ma Leandro non è nemmeno il suo nome, ma nel momento in cui Leandro diventa l’eroe di questa storia io mi metto a considerare, a ricordare il fatto che forse anzi sicuramente Arianna, o forse un nome diverso… Leandro e… e Cloe? Vabbè, sono tutti nomi falsi, nomi di bambole e bambolotti, ma ecco che dietro gli occhi a bilanciere delle bambole che questa, che questa… questa donna in realtà veniva in realtà regolarmente stuprata anche dallo stesso Leandro, pensa un po’.

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BAMBINA COL FRAC: Il re e la regina erano a letto a dormire e non dicevano altro che Io sono il re io la regina poi mentre anche noi dormivamo nelle nostre stanze ormai accolti come eroi Fratel Verme travestito da re faceva cadere qualcosa, qualcosa di metallico e tutti cominciavano a correre cercando di mettere a posto e io cercavo di vedere cos’era perché volevo ridere, ma non riuscivo a vedere nulla perché sono troppo piccolina, poi qualcuno mi appoggia la mano contro la schiena e davanti a me c’è un tiglio e un profumo di tin tin…

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SARAHS: Ero arrivata a quella piazzaforte corsara arrampicandomi sopra le pareti, in cima alle pareti, sul ciglio delle pareti, camminavo in equilibrio sulle pareti, in equilibrio sulle mura, sulle mura, in equilibrio sulle mura, dondolavo in equilibrio parlando coi ragazzi che erano lì per osservare la fanfara corsara, eravamo in tempo di guerra e quindi tutti erano infilati uno sopra l’altro dentro dei buchi per i cannoni al di là di questo… del… al di là delle mura, ed era una nave e un teatro e una torre e io ero con loro e li osservavo, li osservavo e parlavo con loro, e infilati in questi buchi tra loro c’era anche la Truut, vecchia, ormai vecchia, da sempre vecchia, e stavano infilati nei buchi a testa in su, sbucavano fuori come le talpe di un giocattolo, sbucavano fuori da dei buchi con dei bordini e io dondolavo e dondolavano e li tenevo in equilibrio sul bordo delle mura appoggiando la mia mano sulla loro schiena.

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MILOŠ: Sulle mura delle torri a un certo punto per passare da un muro all’altro avrei dovuto fare un salto di centinaia di metri, le più alte mura della città corsara, e mi sono bloccato perché c’era un bordo sottilissimo, e anche se già altre volte avevo fatto quel passaggio in quel momento avevo paura, forse ero fuori allenamento per l’arrampicata; parlavo in inglese ai ragazzi diavoli che erano lì e controllavano la situazione e a un certo punto uno di loro ha chiesto a un amico Who is Degas e lui gli ha risposto A magician or a builder of… qualcosa di… di gomma credo, rubber, a builder of… cappelli di gomma forse, qualcosa che può essere fabbricato ma che non si capisce perché debba esserlo. C’era il sole e le foglie dei tigli mi solleticavano la faccia, Who is Dumas?

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Le ragioni che spingono i volontari a richiedere di poter entrare a far parte del gruppo charlie dei tester/vittime di DAIMON™ appaiono differenti, e vanno dalla fiducia che per l’inedita fase charlie della sperimentazione la fabbrica di giocattoli avrà adottato nuovi protocolli per la sicurezza dei tester/vittime, alla convinzione di essere un qualche modo privilegiati e/o mentalmente più dotati dei precedenti tester/vittime, e preparati da tutte le discussioni e lo scandalo fatti intorno al processo e quindi più coscienti del pericolo e di conseguenza decisamente più equipaggiati da un punto di vista psicologico ovvero stilistico-narratologico per affrontare le insidie di DAIMON™ (e tra i membri di questa chiamiamola così “corrente spavalda” c’è persino chi sarebbe disposto a sottoporsi ad un trattamento con l’originale e micidiale “strega del piscio” NITA™); altri ancora (la maggioranza, temiamo) sono semplicemente attratti da un test con simili dispositivi linguistici-narrativi (cui con buona pace della difesa è in tutta coscienza difficile rifiutare uno statuto farmacologico) per quel tanto di fantascientifico e al contempo, come dire, maudit che emana dalla cosa, e pare stiano circolando in rete versioni amatoriali dei due dispositivi di creazione automatica, versioni ovviamente del tutto imperfette e non paragonabili, né per intensità né per raffinatezza ovvero aggressività, agli originali, per ovvie ragioni tecniche legate all’attuale impossibilità o altissima difficoltà nel trasmettere o – che in questo caso è lo stesso – decodificare informazioni quantistiche in rete; un altro punto che sembra incoraggiare (anche in questo caso non si capisce bene perché) coloro che sempre più numerosi si offrono come volontari per i test della fase charlie di sperimentazione di Sherwood® è il fatto che, a quanto sembra, gli effetti più deleteri, sia di NITA™ che probabilmente di DAIMON™, si manifesterebbero sotto forma di un irrefrenabile impulso a scrivere una d.d.N. (ovvero, presumibilmente, da ora in poi, una d.d.D.), e, ciò che agli aspiranti volontari pare decisivo, solo dopo un certo intervallo di tempo dall’esposizione. Secondo le testimonianze che si sono potute raccogliere, infatti, sia i tester/vittime che i tester/superstiti non hanno accusato alcun autentico sintomo anormale subito dopo l’esposizione; solo dopo diversi minuti passati sulle finte sedie da barbiere, i tester/vittime si alzavano alla ricerca di un foglio e di un pezzo di carta o di qualsiasi cosa (il telefono, il computer, una macchina da scrivere) con cui scrivere, scrivere, scrivere, scrivere…

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Spesso, fissandone le mani ossute mentre portavano il cibo alla bocca, Guijdo si chiedeva se nel cuore della madre ci fosse ancora sufficiente gioco, se non per l’amore, per un’altra persona (ma come avrebbe potuto esserci, d’altro canto, con Guijdo che andava avanti e indietro da Verona in quel modo?); ma sapeva già in partenza quello che la madre gli avrebbe risposto, un borbottio sul crinale delle lacrime, un deserto di brevi scrollate di spalle, il tovagliolo passato contro le labbra tremanti prima di riprendere a masticare la pastasciutta.

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ADRA: Pedalo in una strada in salita e sotto di me vedo la luna e l’ombra nera di un castello volante e fabbriche colorate disseminate in un prato e grido “È gioioso!” Poi sento il calore di una mano appoggiata contro la mia schiena.

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MILOŠ: Pedalo in un viale e in fondo al viale c’è un tiglio e non ricordo più come si va in bicicletta e dico “Mamma!…” e rido, e una mano si appoggia alla mia schiena e mi insegna di nuovo a pedalare.

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LA BAMBINA COL FRAC: E tin tin il campanello della mia bicicletta e cran cran le ruote della bicicletta e non ho ancora imparato e pedalo tremulona e sento contro la mia schiena la mano di mio papà, e la sento e non la sento, sto imparando non sto imparando, non lasciarmi andare lasciami andare, non ce la faccio sono capace e tin tin e tin tin e tin tin dolce tiglio tin tin…

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LA TRUUT: La bicicletta scivola via da me, il fantasma cola verso il tiglio, la bicicletta dondola e dondola e dondola e il tronco del tiglio si apre in due e ne cola un miele ustionante e la bicicletta dondola sempre più freneticamente come un frinire incandescente di cicale.

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T–––Š B–––––K: Ti tengo, ti tengo, non aver paura, le dico, e lei strilla e ride o piange, non lo so, non le vedo la faccia, e quasi cade ma ormai ha imparato, e io la voglio tenere ma lei da ancora una pedalata e la sua schiena si stacca dalla mia mano e lei ride e tin tin verso il fondo del viale e

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VALMARANA: Le ginocchia tutte sbucciate continuo a pedalare e dietro di me non c’è ormai che una mano, è solo appoggiata lì, contro la mia schiena, e io finalmente capisco che la mano non serve più a niente, posso pedalare, ho imparato.

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SOMMARIVA: E sono la mano e la schiena e la bicicletta, sono la madre e la bambina, il padre e il bambino, e la bicicletta dondola verso il tiglio e il bambino ora ha imparato e la mano si stacca dalla schiena per un secondo, due secondi, sono il tiglio e il vialetto e il tin tin nell’azzurro.

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IL PADRE DELLA BAMBINA COL FRAC: Tengo la mia mano contro la sua piccola schiena, e ancora nel dondolio sento la schiena tremare come l’ala di un uccellino, ma le gambine spingono con un po’ più di forza e la mano è contro la schiena ma già non serve più, la tocco e non la tocco per brevi secondi e quei brevi secondi sono i più bei secondi della nostra vita, ed ecco che ora pigia ancora una volta con il suo piedino, quasi posso vedere la sua faccia concentrata, ecco ora va tremolante, da sola, e sulla schiena il tepore della mia mano sarà per sempre con lei.

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Uscì il libraio, un uomo di cinquant’anni che teneva, giocherellandoci, la catenina dorata degli occhiali.

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Tin tin

[continua il 9 ottobre]

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