Se non capisci i politici, studia Dante

Che l'allegoria sia figura del potere lo si tocca con mano ad ogni snodo della politica italiana, la più abissalmente allegorica del pianeta. Incomprensibile ai non italiani; ma pure da tempo alla massa degli italiani.

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Il primo critico e teorico della letteratura italiana e linguista, cioè Dante, attribuisce al proprio poema un significato allegorico: nell’Epistola a Cangrande afferma che il senso della sua opera “non est simplex”. Anche la “sposizione” del Convivio “conviene essere litterale e allegorico”, ovvero il primo senso “non va oltre a ciò che fa la parola fittizia, sì come nelle favole dei poeti”, il secondo viceversa “si nasconde sotto il manto di quelle favole”. L’allegoria è cioè la figura retorica per cui ad un significato letterale ne corrisponde uno ulteriore. Uno ed uno solo, perché proprio l’unicità ne è un tratto caratterizzante, insieme appunto alla valenza di trasfigurazione. Tali due connotati fanno dell’allegoria una figura principe del potere. In primo luogo dei dotti: gli ignoranti o il popolo largo dei lettori si dovrà accontentare di un pur mirabolante viaggio per i regni dell’oltretomba, il pubblico più raffinato invece può andare oltre la lettera scendendo in profondità, delibando il significato nascosto, frutto ambito della conoscenza e del potere: “Virgilio rappresenta la ragione umana, Beatrice la grazia divina, la selva e le tre fiere…”, spiega il prof delle medie con il manualetto delle istruzioni tra le mani.

Il double coding, teorizzato dal medievista e massmediologo Umberto Eco, buono per il romanzo postmoderno, prende le mosse dalla stratificazione di livelli dell’allegoria. Il poeta sembra dire una cosa, ma ne dice contemporaneamente un’altra (állēi agoréuein), secondo una doppia frequenza percepita diversamente da orecchi più o meno acuti e ben costrutti. L’allegoria allora, forse più delle altre figure retoriche, rappresenta un legame di esclusione e di complicità tra autore e lettore, altamente gratificante per entrambi. Trasportati in elevati empirei oltre il fitto intrico delle righe nere, sprigionano il senso dal testo, raggiungono la pienezza del comune ed alto sentire.

Dicevamo del docente, che ancor oggi svela i reconditi misteri della Commedia ai propri allievi, del tutto disabituati all’allegoria e un po’ sbigottiti: un tenue residuo di superiorità e di antico magistero in quella rara occasione lo pervade. Tutto è ridotto a uno schemino di freccette che portano da A ad A’, da B a B’, ma tant’è: questo è quanto rimane ai contemporanei. Per secoli gli interpreti hanno però cavillato su personaggi e situazioni oscure, ipotizzando e modificando, stante il passaggio del tempo dall’auctoritas dell’autore lungo la ricezione successiva spesso assai lontana dalla cultura medievale, alla ricerca della lezione assoluta. Sia che ci si muova con la chiave d’oro che apre il delicato meccanismo dell’allegoria o che si avanzi a tentoni per proposte studiose e lambiccate, permane tuttavia saldo il potere dell’ermeneuta. Se pure la rigida allegoria ha ceduto da tempo il campo al polimorfo simbolo, non a caso a fine Ottocento si ripropone con Mallarmé il gran sacerdozio delle parole aliene al gregge. Anzi, non essendoci più una corrispondenza fissata tra senso letterale ed allegorico, si apre uno spazio ancor maggiore di manipolazione. Direi fino all’eterogenesi dei fini d’oggi, per cui ogni paranoico della Rete può vedere dietro alla superficie dei segni un minaccioso sprofondo; comunque sempre apparecchiato da una setta di potenti iniziati. Dunque alla reverenza dell’ignorante che, come il contadino kafkiano, spalanca le braccia arrendendosi davanti alla porta, l’ignorante della Rete batte i pugni restituendo rancore agli dei del significato nascosto. Convinto, per altro, di aver trovato la password, o la mazza o il piede di porco, buoni per sfondare la porta dell’elites.

Che l’allegoria sia figura del potere lo si tocca con mano ad ogni snodo della politica italiana, la più abissalmente allegorica del pianeta. Incomprensibile ai non italiani; ma pure da tempo alla massa degli italiani. Erede dei sussurri delle corti in microstati dalle pretese sterminate, in cui una parola celava spesso altro, sotto forma di ascesa imprevista, caduta rovinosa, pugnale e veleno. E così il povero Machiavelli cercava nel passato di Roma o nell’esperienza una decifrazione, addirittura delle leggi; che il savio Guicciardini riportava al particolare come unica e vera legge. Oggi le numerose trasmissioni televisive tentano di divinare il possibile alla luce di tattiche e strategie dentro le pieghe di alleanze stravaganti, crisi di governo come fulmine a cielo estivo, cambi di casacche, elezioni presidenziali, necessitanti di finissimi aruspici e dissezionatori. Su tutti le maratone Mentana, lunghe, emozionanti e infinitamente ripetitive come il calcio mercato, contorte alla ricerca dell’unico significato e del momento trasfigurante come il Palio di Siena, spazializzate nel tavolo – quasi dei dodici e del maestro – in consesso ponderoso e inquisitivo. Fuori indifferente, schifato o ipnotizzato, il popolo di Dante, che ne ha ricevuto la bella lingua per capirsi e la sottomissione alla sua figura principe, l’allegoria.

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