Tutto il male viene da fuori

Questo testo è stato pubblicato l'anno scorso in un volume edito da Lubrina con lo stesso titolo; era stato scritto da tempo, ben prima dell'era Salvini per intenderci. Si trattava di una tendenza dominante, che chi sa se, come dicono molti, sarà superata da un nuovo dopoguerra più solidale ed umanitario. O se l'idea del “virus cinese” tornerà subito a riprendersi il campo. [A. V.]

di in: Captaplano (0)

“La città, come vedi tu stesso, è scossa dai marosi e non può risollevare il capo dai gorghi della burrasca di sangue: si spegne nei germi che chiudono i frutti della terra, si spegne nelle mandrie di buoi e nei parti infecondi delle donne. E la dea della febbre, la peste maligna, è piombata sulla città e la tormenta. Si svuotano le case di Tebe e il nero Ares si fa ricco di pianti e di singhiozzi”. (Sofocle)

La malattia fa strage di armenti e di uomini; così la città “risuona d’invocazioni e lamenti”.

Una delegazione della folla li porta in gola per il sovrano. Costui è Edipo e dovrebbe, secondo i loro voti, salvare per la seconda volta la cittadinanza, come già in precedenza l’aveva liberata dal tributo dovuto al mostro chiamato Sfinge.

Il sovrano non vive sugli allori, ha a cuore il suo popolo; s’era già affrettato a mandare Creonte a Delfi per consultare gli oracoli di Apollo.

Ed ecco il cognato che ritorna riferendo dell’impurità nata e proliferata proprio sulla terra di Tebe: la morte cesserà di dare assedio alla città se morte verrà data, o quanto meno esilio, a coloro che uccisero Laio, re prima della venuta di Edipo, e che ancora s’annidano in città.

Questo il responso del dio che incista la causa dell’infezione dentro le mura.

Dichiara allora Edipo davanti ai cittadini: “io farò luce su tutto, ricominciando dal principio” e proclama le dure parole, fatte immediatamente legge, per cui a chi è colpevole e tace sarà risparmiata la vita pur bandito dalla città; a chi sa, ma non ha parlato, saranno assicurate protezione e ricompensa. In caso contrario l’interdetto dalla comunità colpirà coloro che colpevolmente tacciono.

Finora si è sempre saputo, come dice Giocasta al figlio, che Laio fu ucciso “da briganti stranieri a un crocicchio”; e più precisamente “nella Focide, là dove due strade convergono, da Delfi e da Daulia”.

Il male dunque è stato compiuto fuori dalla città, da stranieri, che ora, con ogni evidenza, si sono annidati dentro la città. La loro presenza impunita, scorazzante per le vie, porta la malattia. Il disordine morale, la colpa, penetrati subdolamente da fuori, fanno marcire il corpo della città. Il male si estrinseca in febbre e sudori, piaghe purulente, in morte fisica.

CORO: “Oh, soffro mali innumerevoli!

Tutto il mio popolo è malato

Né arma del pensiero

Si offre a difesa”

Il re di Tebe ha enunciato l’essenza dell’opera teatrale, ovvero la rappresentazione di una vicenda che contiene dal suo nascere una verità ricostruibile a vantaggio del pubblico, ma egli pecca tuttavia per eccesso nel restringere a sé soltanto la possibilità di chiarire i fatti e nel pensare di venire a capo di ogni cosa.

Nel teatro infatti s’inscena il pubblico dibattito della comunità. Il vero emerge dalla trasparente inchiesta davanti alla cittadinanza informata. I personaggi incarnano i cittadini, cosicché esso sarà comunque, lungo lo svolgimento dell’azione, plurivoco e in certo modo parziale (con un’enfasi su questo punto crescente nel trascorrere dei secoli) prima della faticosa conquista finale.

Per di più nella tragedia greca la conquista finale era già chiara al pubblico perché “fissata preliminarmente dalla realtà inviolabile del mito”; l’eroe dibatte con gli altri, sceglie ma le sue scelte soccombono “alla realtà ormai immutabile del passato” (del Corno), ovvero al mito.

Ci sarebbe bisogno del veggente. Ad un certo punto, poiché nessuno ha risposto all’invito e all’ingiunzione di Edipo, si pensa allora di poter venire a conoscenza del nome dell’assassino, coperto inspiegabilmente dall’oracolo delfico, tramite il profeta Tiresia, “il solo fra gli uomini che possieda intatta la verità” .

Anche qui si accampa una pretesa di assolutezza che, se sarà suffragata dall’inchiesta ed è giustificata dall’accostamento con la divinità (Tiresia “vede quanto vede Apollo”), viene però subito messa in questione dallo scontro retorico dei punti di vista. A Tiresia, che oppone il rifiuto di esprimere la propria antiveggenza, Edipo infatti, sdegnato, rinfaccia dapprima irriconoscenza, poi, in climax, lo accusa di tradimento.

Lo stesso profeta viene creduto ed additato quale più probabile colpevole del passato assassinio.

Ecco che già la ragione del solutore di enigmi, muovendosi sola per le più semplici strade della deduzione, fallisce il colpo.

Tiresia ritorce allora contro Edipo l’accusa; il re invece è l’assassino.

A questo punto si può immaginare il disorientamento tra la gente di Tebe ed il pubblico che non conosca, addirittura per antonomasia, la vicenda di Edipo; se infatti l’indovino fa appello tautologicamente alle proprie qualità sperimentate (“ho la forza della verità”),  ciò non basta perché il re introduce nella contesa retorica argomentazioni razionali e di luogo comune che le screditano (“O ricchezza! O potere! Arte che ogni arte vinci nella rivalità dell’esistenza! Quanta invidia si cova a causa vostra…”).

Alla cittadinanza, per bocca del saggio Corifeo, non resta che invitare i contendenti a maggiore pacatezza, elidendo le due verità contrapposte, interpretate quali sfoghi di collera, in una sospensione del giudizio che necessita, si potrebbe dire con il linguaggio della legge, di un supplemento d’indagine.

Il potere della città ha comunque silenziato i propri profeti. Christa Wolf mirabilmente lo racconta nel lungo monologo romanzesco di Cassandra, la veggente increduta. Elena non è a Troia: un suo simulacro velato è sbarcato davanti agli occhi bramosi del popolo. Lo sanno i potenti del Palazzo assediato e lo sanno pure i greci che lo assediano dalle spiagge; l’orgoglio e l’interesse delle élites non possono rinunciare al fantasma che alimenta il morbo della guerra.

Ancora dunque: viene da fuori, dalle sponde greche, o nasce dentro le mura l’infezione?

Edipo è in buonafede, Priamo no: l’uno è già scritto nel mito, l’altro potrebbe scegliere; la verità dei profeti (per traslato degli artisti e degli intellettuali) è impronunciabile o inascoltata. Oppure si perde nel gioco dei punti di vista.

Sofocle ancora sembra lasciare aperta la possibilità alla coscienza collettiva di raggiungere il risultato, ovvero la scoperta e l’accettazione della verità, fattore saliente del tragico. Nella reinterpretazione novecentesca della Wolf prevalgono le manipolazioni dall’alto. Tra il bailamme delle voci discordanti e la pressione dell’opinione già cucinata, cosa si deve pensare di chi viene da fuori la città?

“Per la tbc non esiste un vaccino che provveda una protezione affidabile per gli adulti, si trasmette per via aerea e le cure richiedono anni. Vogliamo reimportarla, reimportiamola!” (Beppe Grillo, 2 settembre 2014); “La tubercolosi e la scabbia non arrivano dalla Finlandia” (Matteo Salvini, 13 maggio 2014); “IMPORTIAMO LA MALARIA” («Libero», 5 ottobre 2017).

Rispetto ai morbi veri e propri oggi non dovremmo viceversa avere dubbi: “Molte malattie infettive che si propagano da uomo a uomo, come vaiolo, morbillo e influenza, possono sostenersi solo se la popolazione supera una certa dimensione e una certa densità. Proprio come nella città. Inoltre le città attiravano, con la miriade di nicchie ecologiche create da ogni genere di sudiciume e sporcizia che si accumulava in mancanza di servizi di nettezza urbana, i soliti animali non graditi, dai roditori agli insetti, molti dei quali potenziali vettori di terribili pestilenze. […] L’architettura epidemiologica della città del passato, con le tre fonti d’infezione (l’acqua e il cibo, il contagio uomo-uomo e gli animali) che si rinforzano l’una con l’altra, giustifica la definizione di «pestilenziale» dei grandi agglomerati urbani dell’antichità.” (Pinna). 

E con antichità dobbiamo pensare all’Ottocento inoltrato, ricordando l’attacco de Il profumo di Süskind relativo alla Parigi di inizio Settecento: “Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzza sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, persino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra.” Resterebbe da appurare, attraverso una pubblica riflessione, la provenienza del male morale.

Dunque l’essenza teatrale consiste nell’aperto dibattito. Non si può far carico d’altro al teatro che di una ricerca, tenace ma fallibile, il cui specifico sta nel contrasto tra i punti di vista che rifiuta in partenza l’unico e l’assoluto. Ma alle nostre radici europee essa soccombe al mito. Eppure non resta ancora facile per il pubblico decidere se il male che ha aggredito la città sia venuto da fuori o se le sue stesse viscere l’abbiano generato. Edipo infatti è figlio di Tebe, anzi primo figlio del potere della città, ma viene passato di pastore in pastore sul monte Citerone. Infine viene affidato a un uomo senza prole: “Mio padre è Polibo di Corinto, mia madre Merope, una dorica” dichiara Edipo.

La ricerca conduce Edipo a scoprire le proprie origini e dunque a riconoscersi come omicida del padre e incestuoso con la madre, causa delle disgrazie nella città; così egli si deve riconoscere anche quale figlio della città e non quale straniero che l’ha prima salvata e poi infettata col delitto. Tuttavia il suo allontanarsi come uomo venuto da fuori che fuori ritorna, non sembra garantire affatto la presa di coscienza della città sul proprio male interno.

Dunque, cresciuto egli lontano, i Tebani potranno considerare con piena legittimità il re uno straniero. La figura archetipica che, venuta da lontano, ha salvato dal pericolo la città: il podestà, il papa nero, il giustiziere apparso dal nulla che brucia con il fuoco del suo sdegno violento i peccati  comuni. Ma anche il parricida e l’incestuoso, l’untore che porta con sé un male mai conosciuto, e oltretutto ributtante, nella cittadinanza. Bisogna ucciderlo, oppure espellerlo come il virus volante che, al modo di uno sciame maligno e subdolo, s’è annidato nel corpo sociale: vada altrove quel vento pestilenziale.

Allora il mito non lasciava scampo, oggi a noi è riproposta l’alternativa: tutto però porta a pensare che cieca nel presente sia la città – non Edipo – e senza volontà di conoscenza e riconoscenza per lo straniero scruti dalle mura e inchiodi le porte sulla propria purezza.

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