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«Atene e Lacedemona, che fenno l’antiche leggi e furon sì civili, fecero al viver bene un picciol cenno verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili.» (Purgatorio VI, 139-144) Calza buffamente a pennello con la situazione attuale il celebre passo dal sesto del Purgatorio, dove [continua]

Un mio vecchio professore, per intimidirci, ripeteva: “Tra me e voi c’è un abisso”, e nessuno osava contraddirlo. Poi ho ritrovato questa cosa in Maurice Blanchot: l’abisso incolmabile del rapporto docente-studente, l’abisso della conoscenza, del desiderio, della ricerca, che unisce docente a studente e viceversa. Non aveva poi tutti i torti il mio vecchio professore, sebbene fosse un po’ gonfio!

Ma io non sono sciuro che le cose stiano come ce le dipingono. Non sono sicuro che i professori siano quelli che vediamo alla tv, sui social, sui giornali. Secondo me, ci sono “altri professori”. Che non sono però una nicchia, una élite, un gruppo di eletti. Sono i professori che leggono, scrivono, parlano spesso di tutt’altro che di attualità oppure, se parlano di attualità, lo fanno in maniera “inattuale”, sganciandosi dagli stereotipi e dalle macchiette, e dunque non rientrando a nessun titolo in un nessun format.

Divieti e legami

di in: Banchi (0)

Il distanziamento fisico, le limitazioni a cui ci sottoponiamo – per non morire, per non far morire gli altri, è così che va nelle epidemie – non devono limitare i legami. Ho una terza, leggeremo presto il Decameron: dieci ragazzi stanno lontani da tutti e inventano cento esperienze, cento storie diverse, una più bella e ricca dell’altra.

È buffissimo leggiucchiare qua e là sui social le reazioni di certo personale universitario di fronte al recente Requiem per gli studenti di Agamben, in particolare laddove l’inerzia con cui l’università sta accettando la propria dematerializzazione viene paragonata a quella con cui a suo tempo assecondò l’ascesa del fascismo. Citiamo il passo incriminato: «I professori [continua]

Costui dopo il dominio di Lucio Sulla era stato invaso dalla summa voluntà di conquestare la repubblica; né nutriva un po’ di rimorso sulle modalità con le quali ottenere ciò, purché si procurasse il regno. Giorno dopo giorno sempre più l’animo fiero s’angosciava per la povertà del suo patrimonio e per la consapevolezza dei delitti, l’una e l’altra accresciute grazie a quei metodi precedentemente menzionati. Lo spronavano, poi, i comportamenti di una cittadinanza corrotta, cittadini che due sciagure perniziose e fra loro deverse, lo sfarzo e l’avidità, affliggeva.

Fotografia di Ezio Gianni Murzi

Tempi eccezionali, sì, non c’è altro modo per definirli, per descrivere l’alternarsi di sentimenti e il caos di pensieri che li stanno accompagnando. Improvvisamente reclusi, isolati, minacciati. Per l’esattezza, presi di mira. E circondati da un silenzio che è stupefacente, perché non siamo né in campagna né in montagna ma proprio nel centro della capitale. [continua]

Non poter compiangere i morti: il divieto del seppellimento evoca Antigone, la sua affermazione di un diritto che è oltre le leggi, iscritto nella natura corporea e intima dell’appartenenza (autoadelphon, lei dice del fratello, unendo il possessivo al sostantivo, come accade in alcuni nostri dialetti meridionali: fratima, mio fratello).

Una serie di case-gabbia azzurre come se avessero incorporato il cielo e l’aria. Gabbie perché l’orrore del domicilio rischia di dominarci oggi come non mai; ma ancora case, dove e per mezzo delle quali Papetti riesce a instaurare con i materiali e gli oggetti più svariati – riciclati improvvisati ritrovati – un rapporto non solo affettuoso, ma riflessivo.

Quello che non s’è mai visto prima è il mondo degli oppressori, che è il nostro e vostro mondo, agghindarsi a vittima con slogan così nauseanti. Andate nelle zone del pianeta dove ogni anno ci sono milioni di morti di ogni età per quanto di peggio si possa immaginare tra inedia, malattie e guerre, e provate un po’ a dire, “Certo che questa polmonite… una cosa mai vista prima, eh?”.