Un banco nell’abisso

Un mio vecchio professore, per intimidirci, ripeteva: “Tra me e voi c’è un abisso”, e nessuno osava contraddirlo. Poi ho ritrovato questa cosa in Maurice Blanchot: l’abisso incolmabile del rapporto docente-studente, l’abisso della conoscenza, del desiderio, della ricerca, che unisce docente a studente e viceversa. Non aveva poi tutti i torti il mio vecchio professore, sebbene fosse un po’ gonfio!

di in: Banchi (0)

Un’immagine, per iniziare: un cumulo di banchi dismessi nel cortile di un edificio scolastico, coi piedi in su e il piano da lavoro in giù.

 Ho inciso non pochi banchi nella mia vita di studente, sempre attento a nascondermi dietro il compagno davanti, come vedevo fare ai miei compagni di classe, tutti muniti di coltellino o altro utensile utile all’intaglio: parole d’amore, bestemmie, i nostri nomi immortali, figure più o meno oscene che la nostra moralità ci suggeriva, chissà cosa incidevamo! Non era ancora il tempo dei pennarelli ad inchiostro indelebile. Il banco era il nostro personale territorio e noi ne eravamo molto gelosi. Quando capitava di doverlo dividere con un compagno, allora, fin dall’inizio della scuola, bisognava far patti chiari, misurarlo e dividerlo in parti uguali, segnando per lungo la linea di confine oltre la quale era proibito portarsi. I confini sono fatti per separare, è vero, ma anche per sconfinare. Non era raro vedere, durante la lezione, due compagni seduti allo stesso banco darsi di gomito e, sottovoce, prendersi a male parole, cercando sempre di stare nascosti, per evitare d’essere interrogati dal professore: interrogazione come sinonimo di ritorsione. Contendersi la linea di confine, proprio come fanno gli stati che vorrebbero una porzione di territorio in più, questo era l’oggetto del borbottio. E come gli stati muovono in avanti i carri armati e subito dopo le truppe di occupazione, così c’era sempre qualcuno che faceva avanzare oltreconfine una matita, una gomma per cancellare, un temperamatite, e poi un gomito o un intero avambraccio, esponendosi alle inevitabili azioni di contrattacco. Si rischiava d’essere interrogati, ma non si desisteva dall’azione invadente e dalla strenua difesa. Oh grande audacia degli studenti antichi!

Il banco individuale dei nostri tempi pandemici evita ogni conflitto, separa e distanzia i corpi con nettezza scientifica, almeno un metro da rima buccale a rima buccale, garantendo il distanziamento e la sicurezza, almeno così ci viene detto. Siamo proprio sicuri che lo studente rinuncerà senza resistere alle antiche pratiche scolastiche? Già vedo banchi e sedie a rotelle muoversi nell’aula scolastica trasformata in una pista per macchina da scontro; quando non c’è il professore, s’intende. Appena egli entra in aula, tutti zitti e in ordine, allineati e coperti dalla mascherina. Ognuno ora potrà nascondersi dietro la propria mascherina chirurgica. Tu, insegnante, dunque, dovrai indagare bene l’espressione degli occhi che, come sai, sono le specchio dell’anima, se vorrai capire qualcosa di chi ti sta davanti; e tu, studente, se l’intenzione del tuo prof ti interessa, dovrai fare altrettanto: a lui, infatti, ora sarà più facile nascondersi.

Tra tutti questi nascondimenti, certamente il rapporto pedagogico diventa più intrigante, come il vecchio gioco del nascondino.

Intanto, che studenti e professori mantengano le distanze! Un mio vecchio professore, per intimidirci, ripeteva: “Tra me e voi c’è un abisso”, e nessuno osava contraddirlo. Poi ho ritrovato questa cosa in Maurice Blanchot: l’abisso incolmabile del rapporto docente-studente, l’abisso della conoscenza, del desiderio, della ricerca, che unisce docente a studente e viceversa. Non aveva poi tutti i torti il mio vecchio professore, sebbene fosse un po’ gonfio!

L’abisso tra il prof e gli studenti dobbiamo immaginarcelo tutto punteggiato di atomi pandemici invisibili, che si chiamano Covid 19. Si entra in classe disciplinatamente, seguendo percorsi obbligati, ognuno siede al suo banco, mascherato, e ognuno sa d’essere in un luogo abissale, dove potenzialmente atomi patogeni si muovono nelle più diverse direzioni, a bordo delle goccioline, seguendo un clinamen che potrebbe portarli a lui, proprio a lui, così, casualmente, come voleva Democrito. L’abisso della conoscenza sarà un abisso popolato da atomi pandemici, la scuola un luogo malato. Rinnovare gli antichi giochi, probabilmente, avrà ora una funzione scaramantica. Mentre la didattica cova la sua malattia, bruciano i vecchi banchi in un grande falò settembrino. I nuovi banchi sono tutti consegnati, o lo saranno presto. Il primo giorno di scuola, gli insegnanti raccomandano agli studenti di farne buon uso.

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