Che cos’è, dunque, la nuda vita?

Un tempo il proletariato aveva la prole, il vivente del XXI secolo, almeno nel mondo Occidentale, ne fa a meno; non ha che il suo corpo e, benché questo corpo sia spesso sterile, egli desidera mantenerlo in vita. Un corpo chiede cibo, acqua, un tetto, medicine; ora chiede anche un vaccino.

“Nella prospettiva fuori dal villaggio si vedono alla fine due schiere di gente che corrono dietro agli Dei in fuga – al Dio della ricchezza da una parte e al Dio della povertà dall’altra – che non vogliono più aiutare nessuno.”

Gianni Celati e Mandiaye Ndiaye, Le jeu de la richesse et de la pauvreté, in Zibaldoni e altre meraviglie, 15 maggio 2007

Cos’è, dunque, la nuda vita?

Quando nasce un bambino, subito lo ricopriamo con un manto spesso di mille aspettative, poiché egli è il futuro e il futuro ha mille possibilità. Non so se siamo più ipocriti o compassionevoli. Nasciamo infatti in un mondo in cui da tempo immemorabile i giochi sono fatti e le regole stabilite; è molto difficile inventare nuovi giochi, cambiare le regole, nessuno finora nella storia del mondo ci è riuscito. Perché dovremmo riuscirci noi?

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La ricchezza del mondo è una gran torta. Peccato che essa sia già bell’e divisa. A pochi, grandi fette, a molti, le briciole. La gara all’accaparramento coinvolge tutti: chi ha molto, vuole di più; chi ha poco, non si accontenta; chi non ha nulla, vuole almeno il poco. Si tira avanti così da millenni.

Poi, ci sono prestatori e debitori. Il loro gioco non è che un camuffamento della gara a chi riesce ad accaparrarsi le risorse maggiori: il debitore lucra sul prestito pensando di fare un buon investimento, il creditore conteggia gli interessi.

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Un tempo il proletariato aveva la prole, il vivente del XXI secolo, almeno nel mondo Occidentale, ne fa a meno; non ha che il suo corpo e, benché questo corpo sia spesso sterile, egli desidera mantenerlo in vita. Un corpo chiede cibo, acqua, un tetto, medicine; ora chiede anche un vaccino. Altrimenti, a che serve la scienza? La scienza per il corpo. Un corpo non vuol rendere migliore il mondo, vuole un mondo che gli si adatti come un vestito dalla giusta taglia.

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Il lager novecentesco continua a turbarci. Siamo turbati alla vista dei corpi denutriti dei detenuti, gli sguardi persi nel vuoto della morte imminente, l’orrore dell’universo concentrazionario. La vita negata, la non vita, la morte programmata e perseguitata fin nei forni crematori. Non è quello che spetta a noi: quelle immagini ce lo confermano e ci rassicurano. Infatti, spesso le rivediamo con grande disgusto, giusto per stabilire la distanza. Noi possiamo vivere, e vivere a lungo, diventare vecchi, decrepiti. Abbiamo anche la possibilità di immaginare un mondo diverso da quello presente; e nessuno sarà biasimato per questo, a patto però che non si spinga tanto oltre da pretendere che siano messe in atto le sue fantasie. Non la passerebbe liscia: tutti gli uomini gli si rivolterebbero contro e allora capirebbe che cosa siamo: viventi desiderosi solo di vivere.

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Vivere significa togliersi di dosso il manto con cui i nostri simili ci hanno ricoperto alla nascita. Avevamo mille possibilità e non ce ne rimane più nessuna. Siamo completamente nudi e spendiamo ogni energia vitale per salvaguardare questo corpo e procrastinare la sua naturale consunzione. Alla fine, il ricco e il povero, il potente e l’inerme fanno esperienza della nuda vita. Sembra che tutti non chiedano altro.

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