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In conclusione, care amiche, vivo in un catatonico stato d’eccezione – come direbbe quel furetto dell’Agamben –, nel periclitante deserto di un con-dominio fin troppo affollato – come scriverebbe quel bel tomo dello Žižek – e, per giunta, le mie riserve etiliche si stanno esaurendo più rapidamente del previsto.

È buffissimo leggiucchiare qua e là sui social le reazioni di certo personale universitario di fronte al recente Requiem per gli studenti di Agamben, in particolare laddove l’inerzia con cui l’università sta accettando la propria dematerializzazione viene paragonata a quella con cui a suo tempo assecondò l’ascesa del fascismo. Citiamo il passo incriminato: «I professori [continua]

Saranno, dunque, Zibaldoni d’eccezione, quelli che vedranno la luce, in un duplice senso: per lo stato in cui sembrano piombare sempre più le nostre comunità, e perché siamo convinti che la letteratura, a maggior ragione in una situazione del genere, deve ancora di più fare eccezione, staccandosi dall’attualità

Presentando il «pacchetto sicurezza» all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, il ministro dell’Interno Giuliano Amato disse che non occorreva «tirare in ballo la filosofia». Ma che ne pensano i filosofi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Agamben, uno tra quelli che più hanno riflettuto sui dispositivi della politica.   CORTELLESSA – Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione [continua]

“Aristotele dà questa definizione: il movimento è l’atto di una potenza in quanto potenza – quindi non il passaggio all’atto, ma l’atto di una potenza come potenza. Poi dice anche: il movimento è un atto imperfetto – a-telès – che non si possiede nella sua fine, non ha un fine”.