Divieti e legami

Il distanziamento fisico, le limitazioni a cui ci sottoponiamo – per non morire, per non far morire gli altri, è così che va nelle epidemie – non devono limitare i legami. Ho una terza, leggeremo presto il Decameron: dieci ragazzi stanno lontani da tutti e inventano cento esperienze, cento storie diverse, una più bella e ricca dell’altra.

di in: Banchi (0)

Al telefono, con un collega, ragionavamo su come le nostre rispettive scuole organizzano le attività. Gli studenti, per andare all’aula, seguono percorsi fissi, non avranno interazioni con gli altri compagni della scuola; noi docenti non potremo stare in sala docenti in più di dieci da lui, più di venti da me, nelle ore buche si esce da scuola. In laboratorio (lui insegna Fisica), almeno all’inizio, sarà difficile poterci stare. Porte e finestre sempre aperte, stare lontani, mascherine se non si sta lontani, pulirsi le mani, non toccare, tenersi le proprie cose.

Anche se la tentazione è grande, e se ti si apre davanti come la scorciatoia più immediata, il modello della scuola dei divieti è una trappola in cui non dobbiamo cadere, però.

Saremo tutti molto chiusi nelle nostre bolle, nei nostri limiti spaziali. E il distanziamento fisico è doveroso. Sappiamo benissimo come funziona, quali bombe virali sono le classi. Un giorno si tossisce in due, il giorno dopo in quattro, poi a casa in tre e poi ancora a casa in sette. Seguiremo i nostri tracciati senza deviare mai. Apriremo sempre le finestre: nel palazzo in cui sta il mio liceo, al quarto piano siamo in un sottotetto da rivista di architettura, ma ci sono solo velux, non ho ancora pensato come faremo quando pioverà; da ottobre, novembre dovremo resistere al freddo; a Natale entrerà la neve.

Dobbiamo essere pessimisti, la realtà è quel che è: prima o poi un gruppo, una classe, un piano, forse tutta la scuola, dovremo andare in quarantena. Speriamo di no. Il digitale ci aiuterà nei momenti in cui la presenza in classe, per tutti o per qualcuno, sarà preclusa. Ma ci aiuterà anche quando saremo in classe. La onlife, la vita online, è esperienza di tutti i giorni, e non solo dell’emergenza.

Ma, dicevamo, non possiamo cedere al modello della scuola dei divieti.

Tanto per cominciare, vediamo di non aumentare i divieti e le limitazioni più del necessario. Come per il digitale, dobbiamo scegliere di fare educazione e di alimentare le esperienze che aumentano le opportunità, non che le deprimono: così faremo anche in aula.

Il distanziamento fisico, le limitazioni a cui ci sottoponiamo – per non morire, per non far morire gli altri, è così che va nelle epidemie – non devono limitare i legami. Ho una terza, leggeremo presto il Decameron: dieci ragazzi stanno lontani da tutti e inventano cento esperienze, cento storie diverse, una più bella e ricca dell’altra.

Occorre restituire a tutti le relazioni perdute: se dobbiamo essere pessimisti (o realistici) non possiamo permetterci di essere disperati né cinici né accidiosi o vili. Oggi essere inerti è un peccato. E agire significa moltiplicare le occasioni di legami e relazione per tutti. Per gli studenti ovviamente in primo luogo. Una società stretta, molteplice.

Il pedagogista Dario Ianes (cercatelo in rete) propone, per esempio, uno strumento: usa una metafora alpinistica e raccomanda di creare nelle classi delle cordate. Tre, quattro – non di più, anche due, ma dipende dall’occasione – studenti riuniti, il successo dell’uno dipende anche dagli altri. Ma strumenti ce ne sono altri: con il digitale, con la lettura condivisa dei libri, con la predisposizione di unità di apprendimento in cui si lavora comunque insieme, o che danno un prodotto finale comune e in cui il processo è condotto in comune; con l’impegno tangibile messo in ogni ora passata in aula, che sia reale o online.

Un altro modello, per metaforizzare, quello più naturale e adatto all’andamento dei tempi, dovrebbe essere quello della rete: non la classe come “massa” (che idea novecentesca…) ma come rete di legami e collegamenti tra individui.

L’altra scorciatoia, oltre al modello dei divieti, sarebbe replicare i modelli di prima in una situazione che non è quella di prima. Ci terremo quel che di buono avevamo prima, ma dentro e fuori scuola siamo diversi e faremo cose diverse. È probabile che, contraendosi i “progetti”, torneremo verso i saperi disciplinari rimettendoli più al centro, tanto per cominciare: questo non dovrebbe portarci a replicare roba inefficace del tipo “studia-e-ripeti”, ma a moltiplicare il sapere, trovandolo nelle fonti autorevoli e moltiplicandolo attraverso le relazioni. Conoscere è uno dei collanti e dei risultati, allo stesso tempo, delle dinamiche di relazione.

Bisognerà, a scuola, anche parlare d’altro che di scuola, mettere a regime le cento storie diverse che risulteranno da un efficace sistema di legami, fare in modo che la realtà ci dia materia di racconto, che dentro-scuola e fuori-scuola diventino più permeabili. Dirci quant’è importante il mondo là fuori. Uno dei problemi sono i trasporti. Raccomandiamoci di venire a scuola a piedi, in bicicletta, se possiamo; meno ci assembriamo negli autobus e nei tram, meglio è.

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